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Category: Pagine

0 Passione Reporter

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
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DANIELE BIACCHESSI GANG

PASSIONE REPORTER

Il testo è tratto dal libro “Passione reporter” di Daniele Biacchessi (Chiarelettere, 2009)

 

Live Ancona Aeroporto 01/04/09(acquista e-shop)

Live Rovigo Fiera delle parole con Marino e Sandro Severini dei Gang 08/10/09(audio)

Live Torino Circolo dei Lettori con Marino e Sandro Severini dei Gang 18/09/09(audio)

 

“E cala la notte a Mogadiscio. Non c’è elettricità. Alla luce di candele e lampade a gas degli uomini, resi ancora più simili a fantasmi nella luce fioca, prendono il fresco, giocano, bevono tè e caffè. La città è irreale. Un semaforo impazzito, l’unico funzionante, segna il rosso. Per la ripresa del paese, il segnale verde non sembra cosa di domani.”

Ilaria Alpi, Somalia

“Tre lampade a gas a delineare una zona d’atterraggio dai contorni incerti e l’elicottero, un MI8 russo che deve aver conosciuto giorni migliori, si posa a terra nel crepuscolo di questo fazzoletto di Afghanistan del nord, ostaggio dell’intricato groviglio di affluenti dell’Amu Darya, a mezz’ora di volo dalla capitale tajika di Dushanbe. “

Raffaele Ciriello, Afghanistan, intervista al Comandante Massud

“Prima che la guerra riaccendesse i fervori integralisti del’Islam, le donne andavano vestite all’europea, in minigonna addirittura. Mentre ora sfilano senza volto, la maggior parte coperte dalla burka, il velo integrale che nasconde persino gli occhi, dietro una rete a maglie fitte. Le poche che si limitano a portare il velo sui capelli, non sfuggono nemmeno loro ai rigori coranici. L’Islam le vuole silenziose e sottomesse alle decisioni di genitori e mariti, più lontane possibili dai contatti con il mondo esterno. “

Maria Grazia Cutuli, Afghanistan

“E’ molto importante fornire documenti, fatti, per costringere la comunità internazionale a lavorare tutti assieme, per fermare la guerra in Cecenia. Questo è il mio problema. Quando capiremo questo sarà il primo grande risultato. Dopo c’è anche l’obiettivo dei problemi ecologici del dopo guerra e della ricostruzione. E’ per questo che sono qui, per informare e documentare a livello internazionale quanto succede in Cecenia da circa sei mesi, in Georgia e nell’area del Caucaso, per raccogliere informazioni, trovare prove…”

Antonio Russo, Cecenia

“Bene, ci siamo. Ora vediamo cosa sai fare, vecchio mio. Dietro quest’angolo c’è un carro armato americano. Forse l’equipaggio è nervoso. Forse hanno l’ordine di sparare o forse no, ma noi non lo sappiamo. Non posso togliermi dalla testa quel che è successo all’amico e collega di penna Raffaele Ciriello, ucciso in mezzo alla strada dalla raffica di un mitragliere nervoso quando era di fronte – armato solo di una macchina fotografica – a un Merkava israeliano. Palle fredde. Vediamo che succede.”

Enzo Baldoni, Iraq

La Somalia resta in perenne conflitto.

Opposte fazioni si combattono per il controllo dei traffici illegali e del territorio.

Gli scontri non finiscono.

I gruppi armati attaccano e poi svaniscono nell’ombra.

Il contingente italiano sta ormai abbandonando Mogadiscio e la missione Onu.

In questo scenario, l’inviata del Tg3 Ilaria Alpi organizza la sua settima missione in Somalia.

Con lei c’è Miran Hrovatin, cameraman freelance.

20 marzo 1994.

Ilaria e Miran partono da Bosaso in aereo verso Mogadiscio.

Hanno raccolto interviste, testimonianze e immagini.

Hanno intercettato navi regalate dalla Cooperazione Internazionale alla Somalia che con ogni probabilità trasportano armi e rifiuti tossico nocivi provenienti da alcune aziende italiane.

Ilaria ha intervistato il sultano di Bosaso.

Di sera vuole realizzare un servizio, vuole raccontare tutto agli italiani.

Del resto è una giornalista.

Vede, consuma le suole delle scarpe, racconta, narra e non fa sconti a nessuno, non nasconde ciò che sa.

Alle 15,10, a Mogadiscio scatta l’agguato.

L’auto con a bordo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccata da una jeep.

L’autista tenta la retromarcia.

Gli assalitori scendono a terra.

Non c’è un vero e proprio scontro a fuoco.

Un proiettile sparato a distanza ravvicinata da un killer sfonda il parabrezza e colpisce Miran alla testa.

Un altro proiettile raggiunge la parte superiore della nuca di Ilaria.

Tutto si svolge in pochi minuti.

Nessun agguato a scopo di sequestro o rapina.

Non c’è dubbio.

E’ un’esecuzione.

Invece scattano i depistaggi.

Nessun carabiniere è presente sul posto, nessun militare trasporta i corpi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel Porto vecchio di Mogadiscio.

Nessun investigatore sequestra le armi dell’autista di Ilaria, neppure quelle dell’uomo di scorta.

Per Ilaria Alpi, non viene disposta un’autopsia, soltanto un esame esterno del corpo.

La salma di Miran Hrovatin viene trasferita subito a Trieste.

Non ci sarà mai un accertamento contestuale a quello sul cadavere di Ilaria Alpi.

Ai genitori della reporter viene consegnato con estremo ritardo l’elenco degli effetti personali compilato sulla nave Garibaldi.

Alcune videocassette girate in Somalia spariscono nel nulla: solo sei, riguardanti la guerra civile in Somalia, giungono in Italia con i corpi dei due giornalisti.

Svaniscono nell’ombra anche tre dei cinque taccuini trovati nella stanza di albergo della giornalista.

Cosa c’era scritto nei bloc notes scomparsi di Ilaria Alpi?

Importanti tracce restano negli appunti trovati sulla sua scrivania nella redazione del Tg3, alla Rai di Saxa Rubra:

“1400 miliardi di lire: dove è finita questa impressionante mole di denaro?

Alcune opere come la conceria e il nuovo mattatoio di Mogadiscio sono semplicemente inattivi.

E i coinvolgimenti con la Somalia di Barre prima e poi il privilegiare Aly Mahdi. Accuse di Aideed.

Adesso le accuse non sono finite: la regione centrale di nuovo fuori degli aiuti

Cosa mi può dire del Cefa, di una nave che da quasi un anno doveva partire x la Somalia, che è stata bloccata e alla quale è stato chiesto di scrivere che era coop. una sconfitta. E a Mogadiscio la lotta x il potere è ancora aperta. Una massa di diseredati fa comodo a tutti: sia Ali Mahdi che Aidid hanno i loro buoni motivi x non vedere risolvere il problema. E gli aiuti internazionali seguono le indicazioni dei potenti.”

Tutto chiaro?

Non proprio.

In un paese normale si sarebbero dovute fare indagini accurate, assicurare alla giustizia gli assassini, i loro mandanti.

In Italia no.

In Italia, Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ha potuto scrivere queste cose nella sua relazione finale:

“La gente deve sapere che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non erano depositari di alcun segreto nelle materie che un giornalismo d’accatto per dodici anni ha invece tentato di propinare. E’ falso che i due giornalisti fossero a conoscenza di cose inenarrabili nei campi della cooperazione, del traffico di armi, del trasporto di rifiuti. I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia, dove si recarono per seguire la partenza del contingente italiano, passarono invece una settimana di vacanze conclusa tragicamente senza ragioni che non fossero quelle di un atto delinquenziale comune.“

Raffaele Ascanio Ciriello, 42 anni, è un fotoreporter.

Gentile, generoso, schivo, riservato quanto basta, Ciriello è un professionista tra i più conosciuti e stimati nel nostro paese, specializzato in reportage di attualità.

Ciriello è un battitore libero e come ogni freelance rischia più di altri colleghi.

Per offrire il suo lavoro a prestigiose testate internazionali, deve ottenere immagini esclusive, spingersi oltre il confine della sua sicurezza personale.

E’ una linea sottile: la si può attraversare senza neppure accorgersi, in una frazione di un secondo ci si trova subito dall’altra parte, verso la morte.

27 febbraio 2002, Raffaele Ciriello raggiunge il Medio Oriente.

E’ accreditato dal Corriere della Sera.

E’ in corso la seconda Intifada, la rivolta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana.

Migliaia di morti tra milizie palestinesi, militari israeliani, soprattutto tra civili, donne, vecchi, bambini.

13 marzo 2002, Raffaele Ciriello si trova con un gruppo di giornalisti e fotografi stranieri in piazza Dawar al Manara, nel centro di Ramallah.

La città è avvolta da un silenzio irreale.

Niente macchine, nessun passante, porte e finestre sprangate.

Da lontano, si sente soltanto l’eco della battaglia e il latrato dei cani.

Ciriello non indossa il giubbotto anti proiettile, neppure un elmetto, nemmeno il cartellino con la scritta press.

Porta con se due professionali con obiettivi, una macchina per istantanee, una telecamera palmare.

E con quel minuscolo apparecchio tecnologico digitale, realizza il suo ultimo reportage, la sua morte in diretta.

Il video di Raffaele Ciriello si apre con le immagini di alcuni palestinesi armati di kalasnikov.

Sono dislocati in una via secondaria.

Parlano ad alta voce, si chiamano uno con l’altro.

La telecamera del fotoreporter descrive in modo minuzioso i particolari delle persone: le mani, gli occhi, i volti, i vestiti, le armi.

In sottofondo si sente il rumore dei cingolati dei carri armati israeliani.

Sono piazzati a pochi metri, in una via vicina.

Raffaele Ciriello e l’operatore Norberto Sanna si posizionano sul lato sinistro della strada guardando verso l’incrocio, mentre Amedeo Ricucci è sul lato destro vicino al crocicchio.

Si sentono quattro spari.

Sono i colpi dell’AK47, un kalashnikov di un palestinese.

Passa un minuto e mezzo circa.

In Italia sono le 9,30, le 10,30 nei territori palestinesi.

Il rumore dei tank israeliani diventa ancora più assordante.

Ciriello si sposta leggermente, si sporge pochi centimetri in avanti, l’occhio elettronico si muove di poco.

Ora si trova scoperto, all’angolo di un anonimo edificio irregolare.

Un cecchino israeliano lo inquadra in un mirino dall’alto della torretta di un carro armato. La mitragliatrice coassiale montata sul blindato di fabbricazione americana modello M60A3 spara cinque proiettili calibro 7,62 Nato.

Ciriello cade in terra.

Crolla sulla polvere dell’asfalto.

Sulla sua retina, restano le ultime immagini riprese nel display della sua piccola telecamera digitale.

Solo l’angolo di un muro bianco, scritte in arabo leggermente sfuocate, una balaustra in ferro battuto, ormai arrugginita dal tempo e dall’incuria.

Immagini racchiuse in una inquadratura sbilenca, dal basso, a terra.

Come è andata a finire?

Scrive Israely Defence Forces in risposta alle richieste delle autorità italiane di identificare i responsabili dell’uccisione di Raffaele Ciriello:

“Nonostante l’avvertimento e il divieto, il sig. Raffaelle Ciriello entrava nella zona di combattimento e deliberatamente accompagnava un gruppo di palestinesi armati. Quando questi palestinesi aprivano il fuoco contro un carro armato israeliano, il sig. Ciriello non indossando alcuna insegna che lo identificasse come giornalista si posizionò vicino alla sparatoria al fine di fotografare.”

Nessun errore, nessuna giustizia.

Afghanistan. 19 novembre 2001, le 5,30 del mattino.

Venti giornalisti e fotoreporter sono a bordo di otto veicoli.

Sono taxi, furgoni, fuoristrada, autobus.

Il convoglio parte da Jalalabad e si dirige verso la capitale afghana Kabul.

Nella prima macchina, una Toyota Corolla, alla guida della colonna, ci sono Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera, lo spagnolo Julio Fuentes di El Mundo, l’autista afghano Turyali e il traduttore Muhammad Farooq.

Il secondo mezzo trasporta l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari, entrambi corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’autista Ashiquallah e il loro interprete Houmayun.

Sulla vettura più vicina viaggiano Wouter Kurpershoev della televisione olandese Nos e Pamela Constable del quotidiano americano Washington Post.

In un’ altra sono presenti Jonah Hull e Khaled Kazziha dell’agenzia Associated Press.

Poco più indietro seguono Eduard Sanjuan, Roser Oliver, Cristina Rivas ed Esther Llauradò della TV3 catalana di Barcellona.

Sono giornalisti e operatori di ripresa esperti, inviati di guerra, registi e produttori televisivi, grandi conoscitori della situazione politica e militare afghana.

Nel territorio, si muovono con prudenza e discrezione.

Non sono degli sprovveduti.

Poi si sentono abbastanza sicuri perché lavorano con autisti e interpreti afghani, gente che conosce quei luoghi alla perfezione.

Ma il convoglio non prosegue il cammino in fila indiana, come suggeriscono le regole della sicurezza in vigore nelle zone di guerra, in particolare quelle adottate lungo il cammino da Jalalabad a Kabul.

I reporter a bordo delle sei vetture che precedono quelle di Cutuli, Fuentes, Burton e Haidari, si fermano per riprendere immagini del panorama, fotografare i residuati bellici sovietici sparsi lungo tutta la pista, effettuare i puntamenti dei telefoni satellitari.

Il convoglio si frammenta, poi si spezza.

E questa divisione favorisce i piani degli assassini.

Siamo sul passo di Tang i-Abreshum.

Mancano tre ore di macchina da Kabul.

La pista è tutta gobbe, sassi e polvere.

Il fiume corre 20 metri a strapiombo sotto la strada.

La roccia è chiara con venature rosse.

Non lontano c’è un angolo della montagna.

Due blindati sovietici sfondati e arrugginiti sono ai lati dello sterrato.

Poco prima di un piccolo ponte in pietra e cemento, otto uomini armati bloccano le due vetture che trasportano Fuentes, Cutuli, Burton e Haidari.

I giornalisti vengono fatti scendere dai loro fuoristrada.

Gli assalitori li obbligano ad allontanarsi dal cammino e li spingono verso un’ anfratto, proprio nell’angolo della montagna

Maria Grazia Cutuli cade a terra, probabilmente colpita da una pietra lanciata da un bandito.

Poi il commando uccide i quattro inviati con raffiche di mitra AK 47, il micidiale kalashnikov.

Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari dell’agenzia Reuters e lo spagnolo Julio Fuentes del quotidiano El Mundo.

Perché si trovano a bordo di due fuoristrada, lungo la strada che collega Jalalabad alla capitale dell’Afghanistan Kabul?

Perché i quattro giornalisti vengono assassinati?

Perché i killer uccidono quelli che potrebbero essere degli utilissimi ostaggi, con i quali coprirsi la fuga o per i quali contrattare un riscatto miliardario?

Nella loro missione in Afghanistan, quali segreti militari possono aver intercettato?

Compiamo un piccolo passo indietro.

19 novembre 2001.

Lo stesso giorno, sul Corriere della Sera e su El Mundo vengono pubblicati due articoli di Maria Grazia Cutuli e Julio Fuentes.

Nel suo reportage, Maria Grazia Cutuli parla del ritrovamento di un liquido giallo e pastoso, contenuto in venti fiale di vetro, così simili a piccoli termometri.

Per lei si tratta di gas sarin, non vi sono dubbi.

“È una delle sostanze più velenose e letali prodotte in laboratorio. Un gas nervino, un’arma chimica capace di uccidere al solo contatto con la pelle. È stata trovata dal Corriere della Sera e dal quotidiano spagnolo El Mundo dentro uno dei più grandi campi di Osama Bin Laden in Afghanistan, una base abbandonata dopo la frettolosa ritirata dei talebani da Jalalabad. Una scatola intera, forse dimenticata durante la fuga. Oppure lasciata apposta, come segno di avvertimento ai futuri profanatori. L’abbiamo scoperta a Farm Hada. Un posto sperduto in mezzo a una landa rocciosa, a un ‘ora di macchina dalla città.“

Nessuno ad oggi ha mai indagato su questa strana coincidenza.
Antonio Russo, freelance di Radio radicale, lavora in regioni di crisi, spesso di guerra. Sarajevo, Kosovo, Zaire, Algeria. Le sue inchieste richiedono margini di rischio maggiori di quelli accettati da gran parte dei suoi colleghi. Ma lui non vuole costruirsi etichette. Non si iscrive all’albo dei giornalisti, perché intende sentirsi libero da ogni condizionamento. Non si vuole confondere con “quelli con il culo al caldo”, come ama ripetere. E sceglie di stare dalla parte dei più bisognosi.
Nel 2000, Antonio Russo si trova in Georgia. A pochi chilometri, in Cecenia, è in corso la guerra che contrappone la Russia ai guerriglieri secessionisti islamici ceceni che chiedono da tempo autonomia e indipendenza dal Governo centrale di Mosca. Migliaia di morti tra civili, soldati russi e ribelli.
Mosca è isolata sul piano politico. In Occidente, arrivano le prime notizie sui massacri di civili e sulle attività repressive organizzate dai russi. L’operazione si chiama in gergo zaciska, retata. I soldati russi circondano un quartiere di una città o un villaggio. Dispongono l’evacuazione degli abitanti, selezionano i potenziali nemici, saccheggiano le case e gli appartamenti. Alla fine, i miliziani vengono trucidati davanti alle loro abitazioni. I sospettati sono tradotti nei campi di prigionia, di filtraggio. In molti non vedranno l’alba.
In silenzio, Antonio Russo raccoglie indizi. A Radio Radicale, racconta l’uso di armi non convenzionali nel conflitto russo-ceceno. Le cosiddette bombe Vacum: “I russi hanno bombardato aree e intere regioni. Villaggi rasi al suolo e colpiti con ordigni ad alto potenziale esplosivo. Come abbiamo più volte denunciato da questi microfoni, le bombe si chiamano Vacum perché dopo l’esplosione creano un vuoto. L’area del corridoio di Argun, da dove si può entrare ed uscire in Cecenia, è stata bombardata. A farne le spese sono civili e molti bambini.” Antonio Russo interviene sul palco improvvisato del convegno sui danni ambientali provocati dalla guerra in Cecenia. Russo parla del possibile uso dei proiettili all’uranio impoverito. “Sono stato in molti paesi in guerra: Rwanda, Algeria, Bosnia, Kossovo, così ho acquisto molta esperienza sulla guerra e specialmente sui suoi effetti: che tipo di armi sono solitamente usate e quali sono gli effetti durante e dopo la guerra. Questi studi solo ora stanno partendo a livello di internazionale, analisi degli effetti di guerra: sindromi e problemi ecologici. In situazioni di guerra è molto difficile monitorare quali tipi di armi e gli effetti inquinanti e tutti i sistemi di fare una guerra. Non sappiamo esattamente se vengono usate pallottole con uranio impoverito, usate anche in Kossovo, dove ne sono state utilizzate circa 40.000. Ma noi abbiamo anche notizie che i russi usano queste armi in Cecenia. Sfortunatamente non abbiamo prove, perché è veramente difficile andare in Cecenia e farla monitorare dalla comunità internazionale. Dovremo ritrovarci a lavorare sulle questioni ecologiche in Cecenia e produrre una documentazione che costringa la comunità internazionale a fermare i crimini, non solo genocidi, ma anche problemi ecologici.“
15 ottobre 2000. Antonio Russo viene prelevato dalla sua casa di Tbilisi, imbavagliato, incappucciato con una coperta e legato, portato chissà dove, con ogni probabilità torturato, minacciato con le armi, reso all’impotenza.

16 ottobre 2000. Il corpo senza vita del giornalista viene ritrovato sul ciglio di una strada, lunga meno di 45 Km, che dalla capitale Tbilisi porta al confine con l’Armenia. A pochi chilometri c’è la base aerea russa di Vasiani: una parte è stata dismessa, ma rimangono 5000 militari. Dunque, se si proviene da Tbilisi si incontra un posto di controllo della polizia georgiana, il luogo dove viene ritrovato il cadavere di Antonio, infine la base russa, in prossimità della frontiera. E in ogni base, compresa quella di Vasiani, sono presenti unità militari del FSB, Servizio Federale per la Sicurezza.

Gli agenti del FSB sono in particolare gli eredi del famigerato KGB sovietico. E la struttura piramidale e verticistica si riproduce sempre dentro e fuori il territorio della Federazione Russa.

I loro funzionari sono di nomina politica e in Russia rispondono direttamente al Presidente Vladimir Putin. In Cecenia, in quella che Vladimir Putin definisce come operazione antiterrorismo, tutte le strutture sono impegnate nella caccia ai guerriglieri e ai cosiddetti fiancheggiatori. Solo che ormai i fiancheggiatori sono per l’esercito russo tutto il popolo ceceno. Nella Repubblica Cecena sono disseminati centinaia di campi di concentramento, dove la gente viene sostanzialmente sterminata.
In questi luoghi di orrore sono passate almeno 40mila persone. 20mila assassinate, 20mila risparmiate dai carnefici dopo lunghi mesi di detenzione, in seguito al pagamento di tangenti agli ufficiali. Sono fatti documentati dall’Onu, da numerose associazioni internazionali non governative come Human Right Watch e Amnesty International, la russa Memorial. le agenzie di stampa italiane Peace reporter e Peacelink, la francese Federazione Internazionale dei Diritti Umani, FIDH. Sono indizi trovati dal giornalista Antonio Russo. Sono prove mostrate ai russi, anni dopo, da Anna Politkovskaja, cronista del quotidiano Novaya Gazeta, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006, dopo essere stata arrestata, torturata, picchiata e minacciata più volte da funzionari dei servizi segreti. Sono crimini organizzati per conto degli apparati politici del Cremlino.
Quella di Enzo Baldoni è una storia che va raccontata. Perché è la storia di un grande italiano. All’attività di pubblicitario ci arriva dopo essere stato muratore in Belgio, scaricatore alle Halles, fotografo di cronaca nera a Sesto San Giovanni, professore di ginnastica, interprete e tecnico di laboratorio chimico. E’ un copy writer straordinario. Soprattutto ama viaggiare e raccontare. E’ un grande narratore Enzo Baldoni, una penna fluida e dinamica. Negli anni, Enzo Baldoni è in Messico, Chiapas, nella selva Lacandona, sulle tracce degli zapatisti e del subcomandante Marcos. Si sposta nelle fogne di Bucarest con il clown Miloud e insegna a bambini già tossicodipendenti a fare i giocolieri. E’ in Birmania durante lo sterminio della minoranza etnica Karen, tra i massacri di Timor Est e le sofferenze degli uomini nel lebbrosario di Kalaupapa, nelle isole Hawai. Baldoni mangia riso e ranocchi con la portavoce dei ribelli birmani Aye Aye Khing, si perde nella giungla tailandese alla ricerca dei Fratelli Htoo, i gemelli di dodici anni che guidano il cosiddetto Esercito di Dio. In Colombia raggiunge uno dei principali campi dei guerriglieri delle Farc. Baldoni intervista una comandante sul cui capo pende una taglia di un milione di dollari. Poi viene sequestrato da due ragazzini col mitra e si fa liberare dallo stesso capo militare che ordina la sua cattura.
Nell’estate 2004, Baldoni si reca in Iraq per il settimanale “Diario”. Vuole vedere, documentare, narrare il dramma della popolazione civile, tutto il dramma di una sporca guerra. Ma Baldoni è anche un volontario della Croce Rossa. Insieme all’amico autista e interprete Ghareeb, organizza una missione umanitaria a Najaf, la città santa degli sciiti ormai nelle mani di marines e soldati della guardia nazionale irachena.
20 agosto 2004. Dopo aver consegnato medicinali e generi alimentari, il convoglio umanitario riparte verso Baghdad. All’altezza di Latifiyah, un attacco armato colpisce alcuni mezzi della Croce Rossa. La macchina con a bordo Ghareeb e Baldoni ruota su se stessa, passa sulla corsia opposta e si ferma in uno sterrato. Le altre vetture proseguono la marcia senza fermarsi. Nessuno soccorre Baldoni e Ghareeb. E, nella solitudine, vengono bloccati da un gruppo terroristico. Ghareeb trucidato, Baldoni rapito.
26 agosto 2004. L’emittente tv Al Jazeera annuncia la morte di Enzo Baldoni.
In quelle ore, la moglie e i figli di Baldoni, insegnano a tutti una grande lezione di vita e di dignità. Proprio secondo le regole e lo stile di Enzo: “Enzo non c’è più e nessuno potrà mai più ridarcelo, però è anche qui in mezzo a noi. Enzo andava incontro alla vita con un sorriso, continueremo a farlo per lui. Enzo era innamorato della vita, era un inguaribile ottimista. L’insieme di queste cose germoglierà per il mondo e quelle che ci sono dentro di noi stanno già germogliando. Ora abbiamo bisogno di vivere il nostro dolore. Per questo non faremo altre dichiarazioni, pertanto vi chiediamo di lasciarci soli e di non tornare.” Ad oggi nessuno ha riconsegnato il corpo senza vita di Enzo Baldoni. La storia di Zonker termina in Iraq, lungo la strada da Kufa a Baghdad.

Enzo Baldoni Il mio funerale

Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: “Ora il figlio vuole dire qualche parola”. Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo. Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso. La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo. Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità), in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra. Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni. Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, che cazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega.


0 Il paese della vergogna

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GANG

IL PAESE DELLA VERGOGNA

Il testo è tratto dal libro “Il paese della vergogna” di Daniele Biacchessi (Chiarelettere, 2007)

 

Live Catania Zo Culture 25/05/12(audio)

Live Sesto San Giovanni con Marino e Sandro Severini dei Gang 25/11/2008 (acquista e-shop)

Live Lifegate con Marino e Sandro Severini dei Gang/06/07/2009(audio)

Live Bologna Caserme Rosse versione solista 30/05/2009(video – audio)

Live Imperia con Andrea Sigona 24/01/2009(audio)

Live Radio Popolare intervista Daniele Biacchessi e Marino Severini dei Gang su “Il paese della vergogna” (audio)

Live San Polo d’Enza “Dante Di Nanni” Daniele Biacchessi con Marino e Sandro Severini dei Gang 03/10/08 (audio)

Live Milano Camera del Lavoro versione solista servizio di Radio Popolare 21/10/08 (audio)

Live San Polo d’Enza con Marino e Sandro Severini dei Gang 03/10/2008 (audio)

Live Torino Circolo dei lettori con Marino e Sandro Severini dei Gang 19/09/2008 (audio)

Live Torino Circolo dei lettori con Marino e Sandro Severini dei Gang 19/09/2008 (foto e video )

Live Cremona Teatro Monteverdi versione solista 22/04/2008 (video)

Live Capannori Sala Consiliare versione solista 21/04/2008 (foto di scena)

Live Jesi con Marino e Sandro Severini dei Gang 18/04/2008 (video)

Live Jesi quadro di Raja Marazzini sulla strage di via dei Georgofili con Marino e Sandro Severini dei Gang 18/04/2008 (audio)

Live Castelfidardo con Marino e Sandro Severini dei Gang 17/04/2008 (audio)

Live Milano Spazio Teatro89 con Gaetano Liguori , Massimo Pintori, Fabio Tedesco e Michele Fusiello 14/12/2007 (audio)

Live Bologna sala di aspetto seconda classe con Michele Fusiello 08/11/2007 (audio- video)

Live Milano Feltrinelli con Gaetano Liguori e Michele Fusiello 17/09/2007 (audio – video)

Daniele Biacchessi intervistato da Piero Ricca (video)

 

Quanto pesano le ingiustizie?

Qual è il loro prezzo?

E chi lo ha pagato, nel corso della storia?

Bisogna pur partire da una data.

Eccola: 12 luglio 1944.

Siamo a Sant’Anna di Stazzema, poche case sparse nell’entroterra della provincia

di Lucca.

Questa storia parte da una fotografia in bianco e nero, leggermente sfuocata.

Ritrae un gruppo di bambini che giocano festosi davanti al parco della scuola.

Cantano e ridono felici, si tengono per mano e fanno girotondo.

Le bambine vestite di bianco, con i grembiuli puliti e i cappellini in testa.

I bambini con la camicia, i pantaloni corti e le bretelle.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.

Poco prima avevano scritto i loro sogni su fogli di carta.

Poche righe, frasi di bambini che vivono spensierati dentro i loro giochi mentre

intorno la guerra dei grandi distrugge e divide il mondo.

Sogno, sogno di fare il dottore per aiutare le persone. Sogno,

sogno di diventare vecchio come mio nonno e mia nonna.

Sogno di vedere il mondo. Sogno e ancora sogno di correre

nel bosco con il mio cagnolino.

12 agosto 1944.

Proprio un mese dopo, quei sogni di bambini vengono infranti da qualcosa più grande di loro, qualcosa che ha a che fare con la morte e la violenza dei grandi. I razzi illuminano il cielo di rosso.

Arrivano i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVIa divisione Panzergrenadier.

Entrano a Sant’Anna di Stazzema accompagnati da italiani

fascisti in camicia nera.

Bruciano le case, devastano le chiese.

Alla fine si contano cinquecentosessanta morti.

Una strage efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro centoquarantadue bambini con meno di 10 anni.

Anna Pardini è nata solo pochi giorni prima.

Nella piazza principale di Sant’Anna di Stazzema c’è una lapide in sua memoria:

Anna Pardini, la più piccola dei tanti bambini che la guerra

ha qui strappato dai girotondi.

Quella fotografia di bambini che solo qualche giorno prima correvano e ridevano senza preoccuparsi delle cose del mondo, conserva ancora oggi il senso della storia e della memoria.

Scrive Cesare Pavese:

«Ora che ho visto che cos’è la guerra, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero

chiedersi: e dei caduti che facciamo? Perché sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Non mi pare che gli altri lo sappiano. Poiché lo sanno unicamente i morti, soltanto per loro la guerra è finita davvero».

Nel 1944 Sant’Anna di Stazzema si trova proprio sul filo della cosiddetta Linea Gotica, il fronte di guerra dove sono attestate le forze dell’Asse, i militari della Repubblica sociale italiana (Rsi), i soldati anglo-americani.

La linea taglia in due la penisola italiana da Massa Carrara a Pesaro, si estende per una lunghezza di trecentoventi chilometri.

I nazisti sono in ritirata dopo gli sbarchi delle forze alleate in Sicilia, il 9 luglio 1943, e ad Anzio, il 20 gennaio 1944. Monte Sole e Marzabotto si trovano in provincia di Bologna, sull’appennino tosco-emiliano.

Nella zona di Monte Sole sono in corso da mesi le azioni clandestine del gruppo partigiano Stella Rossa, civili, tutti comunisti.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring organizza la sua risposta militare. Capo dell’operazione è Walter Reder.

La mattina del 29 settembre 1944, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste accerchiano una vasta area di territorio compresa tra le valli dei fiumi Setta e Reno.

Dalle frazioni di Panico, Vado, Quercia, Grizzana, Pioppe le truppe si muovono all’assalto di abitazioni, cascine, scuole.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione impaurita si rifugia nella chiesa.

Prima tocca a don Ubaldo Marchioni, ai vecchi, alle donne, ai bambini.

Poi i criminali si spostano nel cimitero.

La loro mitragliatrice colpisce e uccide centoquarantasette persone, tra le quali cinquanta giovanissimi.

E la strage è solo all’inizio. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare viene setacciato dai soldati nazisti.

Dopo sei giorni di rastrellamenti e violenze milleottocentotrenta persone perdono la vita.

I nazifascisti proseguono i massacri senza interruzione in gran parte delle città, dei paesi, delle frazioni.

Colpiscono civili in fuga dalla guerra, vecchi, donne, bambini, ma anche militari dell’esercito italiano che non intendono arrendersi al nemico, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Come a Cefalonia, Spalato, Rodi.

Almeno trentamila vittime.

Cinquant’anni dopo. Maggio 1994, a Roma.

Sapete quante cose si possono stipare in un armadio? Provate a

immaginare.

Un armadio rimasto dimenticato dentro un palazzo del Cinquecento, sede degli Uffici di vertice della Magistratura Militare, Palazzo Cesi, via degli Acquasparta.

Un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto.

Nell’armadio vengono ritrovati seicentonovantacinque fascicoli.

Un registro composto da duemiladuecentosettantatré voci.

C’erano le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti.

C’erano i nomi dei colpevoli. Al numero 1, l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma.

In testa Herbert Kappler, seguito dai nomi di altri assassini.

C’erano Erich Priebke e Carl Hass.

Tutto ordinato con una puntigliosità quasi encomiabile in una storia di vera ingiustizia, una delle più tremende ingiustizie che un popolo possa subire.

Come è stato possibile nascondere per tutto quel tempo una verità così importante e scomoda?

Chi ha deciso lo spostamento di quei fascicoli?

Sapete qual è la verità? Quei fascicoli rimasti sepolti per quasi 50 anni portavano due timbri: Comando alleato e Comando tedesco.

Archiviati per sempre in nome del trattato di Yalta e della spartizione del mondo. Un silenzio colpevole dei governi italiani che si sono avvicendati fino al 1994 e che in nome di quegli accordi hanno tenuto nascosta la storia del paese ai loro cittadini.

Ventidue giugno 2005. Per la strage di Sant’Anna di Stazzema dieci ex ufficiali e sottoufficiali tedeschi vengono condannati all’ergastolo dal Tribunale Militare di La Spezia.

14 gennaio 2007. Il Tribunale militare di La Spezia condanna all’ergastolo dieci imputati per l’eccidio di Marzabotto-Monte Sole.

Oggi i colpevoli condannati sono tutti ottantenni.

Nel 1960, quando furono meticolosamente archiviati i fascicoli dell’armadio della vergogna, ne avevano tra i 40 e i 50.

Nel 1945, finita la Seconda guerra mondiale, ne avevano 25-35.

La politica non è in grado di offrire ai suoi cittadini una verità condivisa sui fascicoli nascosti nell’armadio.

Perché viviamo nel paese della vergogna.

Le bombe portano messaggi. Spesso sono nascosti, velati, non dichiarati.

A volte non vengono neppure compresi.

Il messaggio delle bombe scoppiate in Italia dal 1969 a oggi è qualcosa di più di una prova. Ora non servono analisi. Basta solo voler capire.

Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale.

È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno.

I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti.

Le luminarie addobbano il centro.

Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine.

Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste.

Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza.

La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala.

Quella sera rappresentano Il barbiere di Siviglia.

C’è ressa davanti al Rivoli per Un uomo da marciapiede e all’Excelsior per Nell’anno

del Signore.

Il freddo entra nelle ossa.

Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti.

A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.

Diciassette morti, ottantotto feriti.

Alle 16.37 siamo già vecchi.

Trenta giugno 2001, Corte d’Assise di Milano. Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni condannati all’ergastolo. Tre anni a Stefano Tringali, militante di Ordine nuovo, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per

Carlo Digilio.

Dodici marzo 2004.

La Corte d’Assise di Appello di Milano assolve Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi per insufficienza di prove, Giancarlo Rognoni per non aver commesso il fatto, e riduce da tre anni a uno la pena per Stefano Tringali con la sospensione condizionale e la non menzione della condanna.

Tre maggio 2005, il processo si chiude in Cassazione con la conferma delle assoluzioni degli imputati e l’obbligo, da parte dei parenti delle vittime, del pagamento delle spese processuali.

I giudici compiono un vero capolavoro.

Ma resta una verità storica anche dalle sentenze di assoluzione.

Le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti anche dalla Corte di Cassazione tra gli esecutori della strage di piazza Fontana, anche se non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987.

Brescia, Piazza della Loggia.

28 maggio 1974.

Parla Franco Castrezzati della Cisl. Sono le 10 e 12 minuti.

Amici e compagni, lavoratori, studenti, siamo in piazza perché in questi ultimi tempi una serie di attentati di chiara marca fascista ha posto la nostra città all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano che hanno rapporti con gli attentatori

di piazza Fontana e del direttissimo Torino-Roma, vengono pure alla luce bombe, armi, tritolo, esplosivi di ogni genere. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi e obiettivi precisi. A Milano… State fermi… state calmi, state calmi. State all’interno della piazza, il servizio d’ordine faccia cordone intorno alla piazza, state all’interno della piazza. Invitiamo tutti a portarsi sotto il palco, venite sotto il palco, state calmi, lasciate il posto alla Croce Bianca, lasciate il passo, lasciate il passaggio delle macchine, tutti in piazza della Vittoria, tutti in piazza della Vittoria.

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974.

Otto morti. Novantaquattro feriti, alcuni gravi.

Cinque insegnanti, due operai, un pensionato.

Neanche un sorriso, un sospetto, una parola, nemmeno una frazione di tempo, quanto

basta per accorgersi che in un cestino dei rifiuti, sotto i portici, c’è chi ha piazzato poco prima un ordigno ad alto potenziale. Alla fine moriranno sul colpo, nel giorno in cui dalla polvere nera e giallastra c’è chi vede perfino volare una bicicletta. Va su, verso il cielo, sembra uno strano mostro di metallo. Si alza oltre lo sguardo delle persone, poi si schianta sull’asfalto.

Ottanta chilometri separano Firenze da Bologna.

In treno sono circa un’ora di cammino ma durano un’eternità.

Ci puoi vedere un mondo dentro quelle lunghe gallerie, spesse di un buio intenso.

Alla fine di un tunnel ce n’è un altro ancora.

Da Vernio a San Benedetto Val di Sambro c’è una galleria, diciotto chilometri, la più lunga d’Italia.

Il 4 agosto 1974 era una giornata di sole, di caldo.

Io ero al mare, seduto su una sdraio.

Guardavo l’orizzonte lontano, c’era chi faceva il bagno, chi leggeva, qualcuno ascoltava la radio.

E in quell’agosto di molti anni fa, un brano musicale venne interrotto bruscamente e andò in onda la sigla dell’edizione straordinaria del giornale radio.

Dentro un vagone di seconda classe è scoppiata una bomba ad alto potenziale.

È accaduto proprio nel tunnel ferroviario di San Benedetto

Val di Sambro. Dodici morti e cento feriti.

Quel giorno nessuno entrò più in acqua, mio padre si mise le mani nei capelli e iniziò a fumare, i bambini smisero di gridare e ci fu un lungo silenzio.

Per la strage sul treno Italicus, a oggi non vi è ancora giustizia.

Due agosto 1980, stazione di Bologna. Sergio Secci ha 24 anni.

Quel giorno Sergio non riesce a prendere il treno.

Uno stupido ritardo di pochi minuti.

Si reca all’ufficio informazioni e scopre che un altro convoglio sta per arrivare.

È annunciato alle 10.50.

Attende la sua coincidenza. Anche Roberto Procelli è a Bologna. Viene da San

Leo di Anghiari, Arezzo. È partito soldato.

Ora si trova lì, sotto la pensilina, ad aspettare il suo treno di ritorno.

Si mette sotto il vecchio orologio della stazione.

Lancette che segnano il tempo, e treni in arrivo, e nuove partenze.

I bambini non conoscono le regole degli adulti.

Figuriamoci in una stazione d’agosto, in mezzo a quel chiasso è come sentirli. Scappano, si nascondono poi si riprendono e si rincorrono.

Una danza che può andare avanti fino all’infinito.

I genitori non riescono proprio a tranquillizzarli.

Ci sono i fratelli danesi Eckhardt, 14 anni, e Kai Mader, 8 anni. Margherete Mader, 39 anni, è la loro madre.

I bambini corrono… corrono… senza sosta.

Nella sala entra un uomo che non ha un’anima, con una borsa-valigia in mano, di quelle con la cerniera e i piedini metallici.

Si guarda intorno, tutti parlano, fumano, leggono.

Non badano a quello che accade. Non prestano granché attenzione. Nessuno lo vede, nessuno lo scorge tra tanti volti perché non ha un’anima.

L’uomo deposita la valigia sul tavolino portabagagli, a cinquanta centimetri dal suolo, accanto al muro portante della sala. Il timer è già azionato, puntato su dei numeri,

10.25. Dieci minuti. Poi la strage. Venti, venticinque chilogrammi di esplosivo gelatinato Compound B, di tipo militare, compresso in una valigia, di aspetto normale.

10.25. Un vento forte spazza via ogni cosa, un tornado violento, più forte di un terremoto, qualcosa che ha il sapore della morte e di cose bruciate, di vecchi boati, e

urla, e grida, polvere, fumo, odore di corpi.

Una sala d’aspetto di seconda classe si è sbriciolata come fanno quei castelli di sabbia quando c’è l’alta marea, è entrata in quella di prima classe e ha travolto ogni cosa. Centinaia di metri cubi di terra, travi lunghe duecento metri, pensiline in acciaio, traversine, sassi, binari troncati di netto, frammenti di rotaie, enormi blocchi di cemento armato ridotti in minuscoli pezzetti, con dentro uomini, donne, bambini, ragazzi, anziani, due carrozze del treno straordinario 13534 Ancona-Basilea, il ristorante Cigar, e ancora speranze, discorsi, progetti, sogni di una vacanza promessa solo per un’estate.

Un’onda lunga di tutto questo si è riversata in meno di un secondo nella piazza della stazione, verso il binario 1, infilata laggiù nel sottopassaggio.

Un mondo compatto, fatto di cose e persone che poco prima erano vive, è venuto giù, sfaldato, e si è dissolto.

E in quel macello l’orologio si è fermato.

10.25. Ottantacinque morti, duecento feriti.

Strage alla stazione di Bologna. Anno 1994: sentenza

della Corte di Cassazione.

Ergastolo per i neofascisti dei Nar Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Sette tribunali accertano che sono gli autori della strage. Dai 7 ai 10 anni di carcere per il capo della loggia P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, i vertici del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Sono i personaggi che, secondo i tribunali hanno depistato le indagini.

23 dicembre 1984, manca poco a Natale. Il Rapido 904 corre lungo la tratta Napoli-Milano.

Gli scambi incrociano i binari, poi li separano e ancora li incrociano.

Tu tum tu tum.

Le carrozze sono stracolme di persone.

Le valige non si riescono nemmeno a contare. Invadono i corridoi, fin quasi dentro i bagni.

Ci sono i sacchetti con i regali impacchettati. Ci sono i salumi, i formaggi del Sud, il pane buono, quello fatto in casa, i dolci sfornati poche ore prima. Nei portafogli qualcuno mostra le fotografie dei nipotini e dei figli più grandi da portare orgogliosi

ai parenti lontani. I bimbi più piccoli piangono.

Le madri li accarezzano di poco accanto.

Chi legge, chi dorme, chi guarda fuori dai finestrini appannati. Tu tum

tu tum.

Il Rapido 904 è come un mulo, solo le stazioni e i semafori rossi possono fermarlo.

Di chilometri ne deve avere macinati tanti prima di quella sera.

Tu tum tu tum.

Alla stazione di Firenze le porte si aprono e si chiudono.

L’altoparlante annuncia un lieve ritardo ma tutto sembra normale in quella tranquilla serata di fine dicembre.

Nessuno, proprio nessuno nota un uomo sulla quarantina con in mano una grande valigia.

«Buon natale… Buon natale…»

La deposita in fretta nella carrozza e svanisce nel nulla. Il treno riparte. Sono le 18.35. Tu tum tu tum.

Lascia la stazione di Firenze Santa Maria Novella, sfiora Prato con i capannoni del tessile e si avvia verso il tratto appenninico. Il sole è già tramontato da due ore.

In alcuni scompartimenti c’è chi ride e chi discute di calcio e di politica.

Tu tum tu tum.

Il Rapido 904 sembra inarrestabile. Alle 18.55 imbocca la galleria tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro.

Dentro il tunnel, il buio è intermittente.

Ogni cento metri le luci delle fotoelettriche rendono tutto più inquietante.

Le 19.08. Tu tum tu tum. Il comando a distanza innesta l’esplosivo contenuto nella valigia posta nella carrozza centrale. La forza d’urto è impressionante.

La deflagrazione crea uno squarcio enorme nel vagone.

La gente urla come impazzita, apre le portiere, si incammina

a piedi lungo la galleria.

Alla fine si conteranno quindici morti, duecentosessantasette feriti.

Per le stragi italiane ad oggi nessuna giustizia.

Nessuno ha pagato per gli omicidi di Roberto Franceschi assassinato dalla polizia la sera del 23 gennaio 1973 davanti all’Università Bocconi di Milano.

Non sono stati scoperti i killer di fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, colpiti il 18 marzo 1978, in via Mancinelli a Milano.

Nessuna giustizia per Saverio Saltarelli, Franco Serrantini, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Piero Bruno, Alceste Campanile, Giorgiana Masi, Walter Rossi, Valerio Verbano e centinaia di ragazzi uccisi per le loro idee.

Ma le ingiustizie hanno riguardato anche le storie di mafia.

Primo maggio 1947, in Sicilia. È gran festa a Portella della Ginestra. Sembra ormai estate. In almeno duemila si radunano nel giorno della festa del lavoro. Sono in

gran parte contadini, gente povera che vive di zolle di vita ed ettari di lavoro.

Quelle persone in festa hanno portato da mangiare e da bere.

Come si fa in famiglia.

Ma su quelle colline c’è chi ha piazzato armi da guerra.

Centinaia di colpi in rapida successione.

Undici morti, due bambini e nove adulti. Ventisette feriti.

Solo quattro mesi dopo si scopre una verità ancora parziale.

La mente della strage é la banda di Salvatore Giuliano.

Gente senza valori, predoni, criminali che qualcuno però trasforma in un’armata separatista.

Aprile 1943. Salvatore Giuliano aderisce al Mis, il Movimento indipendentista siciliano, sostenuto dalla mafia. Il movimento nasce dopo lo sbarco alleato, quando nella Sicilia liberata c’è chi si riattiva per far ottenere migliori condizioni di vita ai contadini.

La mafia reagisce come sempre, come sa fare: uccide sindacalisti e militanti politici.

Il Mis non è però sostenuto solo dai mafiosi, ci sono anche siciliani delusi dallo Stato centrale.

Ecco perché il movimento tra il 1943 e il 1947 gode di un notevole sostegno popolare.

Ma già dal 1945, dopo la vittoria contro i nazifascisti, il separatismo perde l’appoggio americano, e sceglie la strada dello scontro armato.

Nasce l’esercito dei volontari per l’indipendenza della Sicilia, di cui Salvatore Giuliano diventa colonnello e assume il comando per la Sicilia occidentale.

Diventa amico di personaggi importanti, appartenenti al mondo monarchico e conservatore siciliano, ma presto abbandona l’utopia separatista per il progetto di debellare militarmente il comunismo in Sicilia.

Sulla strage, restano molti lati oscuri. La vicenda giudiziaria si conclude con la sentenza pronunciata nel 1952 dalla Corte d’Assise di Viterbo: dodici ergastoli e altre cinque condanne per un’ eccidio rimasto senza mandanti.

Salvatore Giuliano era già morto. E con lui i segreti che custodiva.

Passano gli anni e la mafia affina le sue tecniche.

È la sera dell’11 luglio 1979. L’avvocato Giorgio Ambrosoli è un uomo perbene, di poche parole, un professionista, riservato quanto basta.

Da alcuni anni ricopre un ruolo importante, ma scomodo.

È il liquidatore della Banca Privata Italiana del finanziere Michele Sindona.

Nel tempo svelerà i meccanismi dell’economia mafiosa, quella dei colletti bianchi, che si nasconde dietro società pulite, gestite da prestanome.

Gli affari sporchi della mafia politica, quella che non fa rumore, che agisce in silenzio. La mafia che non si scopre.

Milano si è svuotata e le ombre della sera sono avvolte da un caldo umido che non ti fa

respirare e ti penetra nei polmoni.

Sei amici. Si conoscono dai primi anni Settanta.

Le mogli sono in vacanza con i bambini.

Così decidono di vedersi, come ai vecchi tempi. Vanno a mangiare al ristorante. Giorgio Ambrosoli è stanco, turbato, ma quella sera sorride, è cordiale, allegro.

Alle dieci e mezzo i sei amici hanno finito di cenare. In televisione scorrono già le immagini dell’incontro di pugilato tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti.

Fanno a pugni per conquistare il titolo europeo dei pesi massimi.

La casa più vicina al ristorante è quella di Ambrosoli.

Ripartono in macchina.

Ora sono davanti al piccolo schermo nell’abitazione dell’avvocato, a vedere il

match.

Via Morozzo della Rocca numero 1.

Ambrosoli è contento. Una serata come quella era da tanto tempo che non la trascorreva.

Ci si toglie la giacca, si slacciano le cravatte, ora gli occhi di tutti sono puntati su quei due atleti in calzoncini corti che si stanno picchiando.

Il pugilato distrae: la mente di Giorgio Ambrosoli per un attimo si allontana da quei pensieri che lo assillano ormai da troppo tempo.

Un montante secco stordisce Righetti.

Gli occhi fissi sullo schermo, e intanto tornano i ricordi. La memoria si dilata, nel tempo.

1971. Il governatore della Banca d’Italia Guido Carli convoca Giorgio Ambrosoli.

Gli affida l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Pochi mesi prima, dalle indagini sui conti correnti di Sindona, erano emerse gravi irregolarità e strane operazioni bancarie per miliardi di vecchie lire. Sindona è assai potente, ha appoggi internazionali, estimatori nel governo.

Ma Ambrosoli va dritto per la sua strada, cerca la verità. A ogni costo.

La società Fasco di Sindona è una società che ne contiene altre.

Come nel gioco delle scatole cinesi. E in questo enorme cavallo di Troia si nascondono flussi di denaro sporco, proveniente dal narcotraffico, e altri affari illegali.

Centinaia, migliaia di miliardi.

Ambrosoli fa il suo lavoro, fino in fondo. Scioglie il consiglio di amministrazione della Fasco.

Non accetta i progetti di salvataggio di Sindona proposti da politici e faccendieri. Accanto a lui c’è Silvio Novembre, maresciallo della guardia di Finanza. Arrivano le minacce.

Zanon e Righetti si stanno picchiando forte. Il posacenere tracima di mozziconi di sigaretta.

La tensione per l’incontro è alta. I sei amici urlano, la casa sembra il palazzetto dello sport di Rimini.

L’incontro finisce in parità e il titolo di campione europeo resta a Zanon.

È mezzanotte e squilla il telefono. L’avvocato alza la cornetta.

Dall’altra parte, nessuno parla. Tutto il silenzio di una linea telefonica collegata investe i nervi dell’avvocato.

Poi l’anonimo mette giù. Di colpo. Clic.

Ambrosoli scende in strada, saluta due degli amici. Torneranno a casa a piedi. Sulla vettura dell’avvocato salgono gli altri tre. Li accompagna a casa. Poi torna indietro,

parcheggia la sua Alfetta blu davanti all’abitazione.

Scende dalla macchina, sta per chiudere la portiera.

Sente una voce sottile che giunge alle sue spalle.

«Il signor Ambrosoli?»

L’avvocato si gira. «Sì, sono io.»

Tre colpi di Magnum 357 spengono la vita di Giorgio Ambrosoli. Il passo di un uomo perbene.

I tribunali accerteranno che William Aricò, killer della mafia italoamericana uccide Giorgio Ambrosoli su mandato esplicito di Michele Sindona. Ambrosoli viene fermato perché rappresenta lo Stato delle regole e della legalità. E questo molti anni prima di Mani pulite.

Ma non servono solo i grandi intrecci politico-affaristici per comprendere gli interessi delle piovre nel nostro paese. Anche altre storie fanno pensare…

Ha braccia forti e un corpo allungato, come il suo volto.

Capelli mai pettinati, e baffi, e barba. E uno sguardo che osserva lontano.

Al di là delle persone e dei fatti, al di là della sua stessa terra.

È un uomo curioso, Giuseppe Impastato detto Peppino.

A Cinisi c’è nato e cresciuto.

Cinque gennaio 1948.

Il padre, Luigi Impastato, è un commerciante, amico di mafiosi.

Lo zio, Cesare Manzella, è un capomafia, verrà ucciso nel 1963 nel corso di una guerra tra clan.

È giovane Peppino.

Lui ha fatto un giuramento.

«Così, come mio padre, non ci diventerò mai.»

Fonda il circolo Musica e Cultura.

Molti dicono che è matto, ma altri giovani del paese si uniscono a lui. Siamo nel 1976. Insieme a un gruppo di amici mette su una radio libera. La chiama Radio Aut.

Piccola emittente che denuncia le illegalità, i progetti criminali, gli affari della mafia.

Nel 1978 Peppino Impastato decide di candidarsi come indipendente nelle liste di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali.

Ma all’appuntamento non arriverà mai.

9 maggio 1978.

Sono le ore 1,40.

Il macchinista del treno Trapani-Palermo, Gaetano Sdegno, è un onesto lavoratore.

Quella tratta di ferrovia siciliana che sfila tra le campagne e i coltivi la conosce bene.

Località “Feudo”, territorio di Cinisi.

Il macchinista avverte uno scossone, ferma la locomotiva e osserva il binario:é tranciato.

Così avverte il dirigente della stazione ferroviaria che, alle 3,45 chiama al telefono i carabinieri.

Arrivano sul posto.

Compiono il primo sopralluogo.

Il binario è divelto per un tratto di circa 40 centimetri e nel raggio di 300 metri sono sparsi resti di una persona.

E’ Giuseppe Peppino Impastato.

Sul posto accorrono decine di paesani curiosi.

I compagni di Impastato vengono tenuti a distanza.

Ciò che rimane del corpo di Peppino viene raccolto in un sacco di plastica e portato via.

Lo stesso 9 maggio il procuratore aggiunto Gaetano Martorana invia un fonogramma al procuratore generale in cui parla di “attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda”. Scriveva il magistrato:

<<Verso le ore 0,30-1 del 9.5.1978, persona allo stato ignota, presumibilmente identificantesi in tale Impastato Giuseppe, si recava a bordo della propria autovettura Fiat 850 all’altezza del Km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo, per ivi collocare un ordigno dinamitardo, che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore.>>

Undici aprile 2002, ventiquattro anni dopo.

Le 17.15. A Palermo esce la Corte.

Ergastolo a don Tano Badalamenti. È il mandante dell’assassinio.

Leggo un passo dalle conclusioni della sentenza.

“….Grazie alle dichiarazioni dei collaboratori, non solo si è potuto restringere il cerchio della responsabilità alla cosca di Cinisi, ma anche è rimasto accertato che Badalamenti Gaetano, avvalendosi delle prerogative di capo di detta famiglia, decise l’omicidio e la sua esecuzione con quelle particolari modalità, essendo il maggiore interessato sia all’eliminazione del Giuseppe Impastato, che alla successiva messa in scena dell’attentato; cosicché il composito quadro indiziario, per la sua gravità, precisione ed univocità, impedisce ogni altra lettura alternativa”.

 

Scrive la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giuseppe Impastato:

“E’ ancora tutto da scrivere il capitolo del rapporto tra mafiosi e forze dell’ordine. E quando finalmente lo si scriverà si potrà vedere che è popolato da noti capimafia che con i carabinieri trattano, si accordano, fanno dei patti. Un doppio gioco, ma alla luce del sole”.

 

Chi si ribella alle richieste economiche delle cosche, chi trova coraggio e denuncia pubblicamente gli estorsori non viene difeso né protetto.

Il dottore Grassi?

Senta abbiamo letto la relazione annuale sulla sua azienda e volevamo farle tanti complimenti per come vanno gli affari…

Libero Grassi è proprietario della Sigma, un’azienda sana, a conduzione familiare, specializzata in biancheria intima.

Una società pulita, con i conti a posto, che lavora nel libero mercato italiano.

Vanta un giro di affari di sette miliardi di vecchie lire all’anno.

Grassi è un uomo coraggioso, combatte una battaglia di legalità contro estorsori e usurai.

Si rifiuta di pagare il pizzo per salvaguardare la sua dignità.

Lo fa alla luce del sole, in televisione, alla radio, sulle pagine dei principali quotidiani.

Buongiorno sono il geometra Anzalone, parlo col dottore Grassi?

Senta ma quando le cose vanno bene non è giusto aiutare quelli a cui le cose vanno meno bene?

Ci sono amici, brave persone… che stanno in difficoltà e siccome allei le cose ci vanno bene…

Dottore Grassi, mi ascolti… la sua Azienda fattura sette miliardi all’anno… e ho sentito dire chellei ci ha un grande cuore… e allora… facesse un’opera di bene: una piccola somma per gli amici ospiti all’Ucciardone…

Dottore… ma che fa? Io le dico che c’è gente bisognosa, da aiutare e lei mi sbatte giù il telefono? Ma che modi sono questi? Lei è stato cattivo, perciò ora deve farsi perdonare in qualche modo… Deve pagare.

Dica al Dottore Grassi che il magazzino è infiammabile, che deve stare attento al fuoco, in questo periodo… col vento che tira… in un attimo si brucia il lavoro di anni… lo riferisca al Dottore Grassi… mirraccomando… e gli dica pure… di fare attenzione che in Sicilia è facile farsi male quando non si rispettano le regole…

Libero Grassi continua per la sua strada, pensa alla sua azienda, al suo lavoro, ma le telefonate non cessano più…

Dottore… glielo dico per l’ultima volta: voi dovete pagare.

Proprio mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere Ispettori di sanità.

Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura.

Volevano parlare a tutti i costi con il titolare.

Libero Grassi li descrisse alla polizia e venne fuori che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni.

Gli esattori del pizzo, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo 1991 insieme a un complice.

Voi dovete pagare.

Ecco quello che si sentiva dire al telefono Libero Grassi.

Voi dovete pagare…

Dottore Grassi… voi dovete adeguarvi…

I sicari di Cosa Nostra lo attendono all’angolo tra via D’Annunzio e via Alfieri. Lo uccidono senza pietà, nella sua Palermo, davanti a numerosi testimoni.

Era il 29 agosto 1991.

I suoi assassini sono stati arrestati.

Occhi osservano dall’alto della collina.

Occhi minacciosi, pieni di odio.

Occhi che hanno il colore del tritolo incrociano occhi buoni di uomini e donne.

Sono dentro un’automobile che corre verso la morte.

L’ultima corsa di Giovanni Falcone inizia all’aeroporto di Ciampino, a Roma, sabato 23 maggio 1992.

Sono le 16:50.

Un jet dei servizi segreti decolla con a bordo il giudice e la moglie Francesca Morvillo.

Destinazione Palermo, aeroporto di Punta Raisi.

Atterrerà 53 minuti dopo.

Li attendono 6 agenti con le loro auto, 3 Fiat Croma blindate.

Le vetture si muovono dall’aeroporto alle 17:50.

Falcone sceglie la Croma bianca.

Lui è al volante, la moglie gli siede di poco accanto.

Imboccano l’A29.

La campagna siciliana sfila ai lati con i suoi colori di maggio.

Il sole taglia di traverso i finestrini mentre un caldo vento di scirocco accarezza tutti i loro volti.

C’è odore di mare.

Sulla statale che corre parallela all’autostrada, una Lancia Delta si mette in moto. E’ quella di Gioacchino la Barbera.

Palermo dista solo 7 chilometri.

Le auto si stanno lentamente avvicinando allo svincolo Capaci-Isola delle Femmine.

Dalle colline che sovrastano l’autostrada alcuni uomini seguono la scena, scatto dopo scatto, come se fosse la sceneggiatura di un film.

Ma un film proprio non è.

L’interruttore che mette in moto il meccanismo della strage è un segnale in codice.

Una telefonata ” sbagliata”, entrata nella storia di sangue di Capaci.

” Pronto Mario? ”

” No, ha sbagliato numero. “

Il cellulare di La Barbera squilla alle 17:02.

Sa che quella telefonata non è un errore ma un segnale preciso.

Con lui, in un casolare vicino alla statale, ci sono altri sette uomini.

Sono al vertice di Cosa Nostra.

La Barbera sale sulla sua Lancia Delta e imbocca la strada che corre parallela alla Palermo – Punta Raisi.

Arrivato ad un punto prefissato si ferma e aspetta.

Ferrante e Salvatore raggiungono l’aeroporto.

Gioè e Troìa inseriscono una ricevente vicino a 500 chilogrammi di esplosivo, in un tombino dell’autostrada.

Poi salgono con Brusca e Battaglia sulle colline di Capaci, sotto lo sperone di rocce bianche che interseca il profilo di Montagna Grande.

Dall’autostrada, spuntano 3 Fiat Croma.

La Barbera riparte e le segue a distanza.

Alle 17:49 chiama Gioè sulle colline.

Meno di un secondo e la telefonata s’interrompe.

Sono le 17,56 minuti e 48 secondi, l’uomo della collina, Giovanni Brusca, sfiora il tasto del comando a distanza.

L’impulso raggiunge il tombino dove è collocata la ricevente.

I cinque quintali di tritolo, seppelliti nel canale di scolo, divampano, il boato è enorme, solleva cento metri di asfalto.

Si apre una voragine, larga trenta metri e profonda otto, che risucchia metallo, uomini, alberi, massi.

Sull’altra carreggiata una Fiat Uno verde con due turisti austriaci, e una Opel Corsa sono investite dai detriti.

Fiamme e fumo, poi solo silenzio.

Nella prima auto catapultata a 5 metri gli agenti di scorta muoiono sul colpo: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Nella seconda, spezzata in due tronconi, il giudice e la moglie, respirano ancora.

Una pattuglia della polizia accosta.

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo moriranno all’Ospedale Civico di Palermo, un’ora più tardi.

L’autista del giudice e gli altri due poliziotti, feriti gravemente, sopravvivono.

L’uomo della Lancia Delta è ormai lontano.

Paolo Borsellino lo ripeteva come fosse un’ossessione: «Il mio problema è il tempo».

Lo diceva in quei cinquantacinque giorni dell’estate 1992.

Il 19 luglio 1992 a Palermo è una domenica calda.

Paolo Borsellino pranza in famiglia nella casa di Villagrazia di Carini. Poi, nel tardo pomeriggio, decide di far visita all’anziana madre.

Tra il mare e la casa della signora Maria a Palermo c’è un’autostrada, e quel pomeriggio le tre Croma blindate su cui viaggiano il giudice e la sua scorta transitano vicino allo svincolo di Capaci,

Arrivati in città, raggiungono via Mariano D’Amelio, una strada chiusa, ostruita al fondo da un muro di tufo che recinta un cantiere edile. Paolo Borsellino fa giusto in tempo a citofonare al numero civico 21, quando alle sue spalle esplode una Fiat 126 carica di tritolo.

Muore sul colpo, e con lui i sei uomini della scorta: Antonio Vullo, Emanuela Loi, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano.

Così si moriva a Palermo. Soli. Senza la protezione dello Stato che si serve. Senza neanche il tempo di vivere.

Senza un saluto, senza aver chiuso l’ultima pagina di un’inchiesta.

Soli e minacciati… lavorando e basta. Soli…

Semplicemente soli.

È il 27 luglio 1993, Milano si sta spopolando.

Alle 23.15 tutti si fermano.

Un’autobomba esplode in via Palestro, davanti alla Villa Reale.

Il Padiglione d’Arte Contemporanea viene distrutto.

Moriranno cinque persone.

Tre pompieri, un vigile urbano, un immigrato marocchino che dormiva su una panchina del parco.

Altre sette persone rimangono ferite, in maggioranza vigili del fuoco e vigili urbani. Pochi minuti dopo la stessa scena si sposta a Roma.

Due ordigni esplodono, uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove

ha sede la Curia, l’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro.

Nelle stesse ore viene registrato un black out a Palazzo Chigi.

Rimarrà isolato per alcune ore.

Gli attentati vengono messi subito in relazione a quelli in via Fauro a Roma (14 maggio

1993) e in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993, cinque morti).

La macchina utilizzata dagli attentatori è una Fiat Uno imbottita di esplosivo.

Come alla Galleria degli Uffizi di Firenze, anche a Milano si sceglie un luogo d’arte

per il nuovo attentato.

Pochi minuti prima dello scoppio, la Fiat Uno viene segnalata da una coppia di giovani

a una pattuglia di vigili urbani.

Dalla vettura esce infatti del fumo nero.

I vigili pensano subito a un principio d’incendio.

Chiamano con l’autoradio i pompieri che inviano sul luogo mezzi e soccorsi. Tre vigili del fuoco si avvicinano all’auto, tentano di aprire il cofano, si rendono

subito conto della trappola.

È un’autobomba, non un incendio.

Intravedono la miccia a lenta combustione già accesa.

E uno di loro grida: «C’è una bomba».

Ma non fa in tempo a salvarsi. Lo scoppio è devastante.

L’esplosione crea in via Palestro una fossa ampia due metri per tre.

Il Padiglione d’Arte Contemporanea si sbriciola.

Ci vorranno anni per ricostruirlo. Quella di via Palestro a Milano chiude la stagione delle stragi del 1993. Dieci morti, novantacinque feriti.

Firenze. Piazza della Signoria. Poco distante.

Via dei Georgofili, il 27 di maggio si sta bene fuori.

Pennellate di colore: gli occhi della Madonna, il naso del Bambino.

I colori brillano accesi mentre una famiglia cammina senza pensieri cattivi.

Angela Fiume in Nencioni 36 anni

Fabrizio Nencioni 39 anni

Nadia Nencioni 9 anni

Caterina Nencioni 6 mesi

Una famiglia che passeggia prima di rientrare in albergo, tra queste vie fiorentine che crescono uomini di lettere e di pittura.

Le statue sono immobilizzate in gesti antichi.

Meravigliose.

E la vita, ancora sta dando il meglio di se.

Dario Capolicchio 22 anni

L’una di notte.

La pallida luna fa ombra ai rossori degli amanti.

I colori ad olio eterni, si squagliano come acquerelli al calore dei sospiri.

2 ragazzi incollati alla vespa dai baci: gambe incastrate per un amore totale, anche dove non si dovrebbe ma come fai ai suoi sorrisi non prestare ascolto, diventare una cosa sola nell’ombra della strada, stringerla per sempre, non salutarla mai.

“ Ancora 5 minuti… ”

< Devo andare! > e poi entrambi a ridere…

Come fai ad andar via sul serio che parrebbe andassi via per sempre e allora… si, ti bacio, si resto.

< Ancora 5 minuti… non è una fatica: siediti sulla vespa, davanti a me: voglio annusare i tuoi capelli… profumano di lavanda, tiene lontane le zanzare, ma non me che rido attirato nel tuo gioco… ma è tardi. >

“ No… è quasi l’una… ”

< Ti bacio, devo andare. >

“ Ancora 5 minuti ”

< No dai, è tardi, devo andare… a domani. >

“ Si amore, notte. Ti bacio anch’io. Dolce notte. ”

Ancora 5 minuti.

Ma che fine farà la bellezza tra 5 minuti?

In che stato si ridurrà l’Arte fra 5 minuti?

La cera si squaglierà; i colori ad olio si annacqueranno; il marmo si sbriciolerà; gli affreschi si staccheranno in bolle d’aria; il bronzo si fonderà in figure frattali; la pietra franerà mentre le chiavi di volta ormai arrese non riusciranno più a contenere le strutture chiuse nelle loro architetture.

Quale bacio nuovo, bacio vecchio ci sarà? … Se ormai tra 5 minuti, tra 4 minuti, tra 3 minuti, tra 2 minuti, tra un minuto… tra 5 tra 4 tra 3 tra 2 tra 1 secondo… è terra e polvere… è pietra e sassi… è cemento e ghiaia… è torba e catrame… è ferro e gesso… è legno e vetro… è polvere e gomma e fuoco e fumo… e fumo e fuoco… e fumo ancora e polvere e aria e polvere e terra e aria e terra…

Quale opera potrà sublimare tutto questo?

Non c’è stato un duello da narrare, non una battaglia di valorosi, non c’è stata sfida lanciata a tempo debito, o guanto col quale aver schiaffeggiato l’altra parte.

Qui solo vittime innocenti di assassini vigliacchi.

Assassini senza onore marionette di uomini d’onore.

Solo vigliacchi.

Vigliacchi e basta.

Una famiglia: Madre Padre, un bimbo, una bimba appena nata, pochi mesi… ancora 5 minuti e sarebbe stata anche per loro un’altra vita…

Ma la vita è questa: nessun destino umano ha 5 minuti di riserva?

Milano, via Palestro, 27 luglio 1993: cinque morti e sette

feriti.

Firenze, via dei Georgofili, 23 maggio 1993: cinque

morti e trentasette feriti.

La stagione delle stragi comprende anche un fallito attentato allo stadio Olimpico a Roma nell’autunno del 1993.

Nel mirino dovevano entrare un centinaio di carabinieri.

Con quelle azioni la cupola di Cosa Nostra intende dare un messaggio alla politica, alle Istituzioni, per la legge sul 41 bis, il carcere duro ai boss mafiosi.

Il messaggio doveva contenere il terribile T4, contro persone comuni, vittime innocenti, contro il patrimonio artistico del paese.

Per le stragi del ’93 c’è una verità storica e giudiziaria. Ma i mandanti politici non sono mai stati individuati.

Anni dopo. Oggi. La mafia tace.

O almeno ha cambiato metodo.

Non più bombe contro cose e persone.

Non più sangue. Solo una vecchia strategia, quella del silenzio.

La mafia per il momento sta a guardare.

Ancora per il momento.

Scriveva Giovanni Falcone:

<<Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.>>

<<Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.>>

<<Non è retorico nè provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perchè i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno in un paese civile.>>

<<Il vero tallone d’Achille delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano i grandi movimenti di danaro connessi alle attività criminali più lucrose>>

«Credo dovremmo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine».

” Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere ”.

Questa è la nostra memoria. Quella che non deve mai andare dispersa.

Per non dimenticare, grazie

 

0 Luigi Tenco. Morte di un cantautore.

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

LUIGI TENCO MORTE DI UN CANTAUTORE

 

Live Sannicandro di Bari con Trio di Vittorio Traverso (audio)

 

Quella che sto per narrare non é una storia di nera qualsiasi.

Perché il protagonista di questo racconto é uno dei più apprezzati cantautori, intellettuali e poeti italiani.

Luigi Tenco.

Proprio per questo la sua morte diventerà pubblica la sera del 27 gennaio 1967.

 

Luigi Tenco giunge al Festival di Sanremo.

Prende alloggio all’Hotel Savoy, camera 219, nella dependance, una stanza collocata nel seminterrato.

A Sanremo ci arriva in treno, da Roma, via Milano e Genova.

La sua auto, una Giulia verde, resta a Roma.

La vigilia del festival scorre tra i consueti rituali. Raffiche di fotografie scattate accanto a Dalida, chiacchiere con gli ammiratori e qualche autografo”.

Ma alla sera, quando arriva il suo turno, Mike Buongiorno deve spingerlo in scena. Sembra che abbia bevuto un’intera bottiglia di grappa ed assunto qualche pasticca di Pronox, un tranquillante.

Il cocktail che ne esce, micidiale, restituisce al palcoscenico Tenco stravolto, svuotato di energie, con i riflessi spenti.

La sua canzone Ciao amore ciao si classifica al dodicesimo posto, con soli 38 voti dei 900 disponibili.

Il verdetto potrebbe essere neutralizzato dalla commissione di ripescaggio presieduta da Ugo Zatterin, il quale, forte della sua posizione, spinge per il brano interpretato da Gianni Pettenati, La rivoluzione.

Il giornalista Lello Bersani e il regista Lino Procacci, membri della commissione, si dimettono indignati.

 

Nella notte del 27 gennaio 1967, nella camera 219 della dependance del Savoy, Tenco si spara un colpo alla testa.

La versione ufficiale parla di suicidio.

Prima di morire, scrive con grafia incerta il celebre biglietto, un duro atto d’accusa contro la spietata macchina del festival:

 

” Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.”

 

Prima di partecipare al festival di Sanremo, Luigi Tenco rilascia una dichiarazione che ha il sapore di testamento.

Le sue sono parole dure, che non ammettono interpretazioni.

 

“Io ho sempre imboccato la strada sbagliata. Sbagliai quando mi illusi di diventare ingegnere e a casa mia non c’era una lira, sbagliai quando mi misi a scrivere canzoni e quando mi illusi di fare un mestiere. Ho sbagliato pure adesso a venire a Sanremo, anche se mi ci hanno voluto loro, perché io non ho fatto una mossa per venirci, e magari non ci fossi venuto mai”.

 

La morte di Luigi Tenco giunge nel momento cruciale della storia del nostro paese.

Università in subbuglio, scioperi dei lavoratori delle grandi fabbriche del Nord, movimenti popolari scuotono il Paese e anche il mondo della canzone.

Luigi Tenco è un uomo impegnato, iscritto al Partito Comunista Italiano.

Nel luglio 1960, partecipa agli scontri a Genova tra polizia e dimostranti che intendono bloccare il convegno del Movimento Sociale Italiano.

Nel novembre 1966, partecipa al dibattito sul tema “La canzone di protesta” al “Beat 72” di Roma nel novembre 1966. Oltre a Tenco, vi presero parte anche Lucio Dalla, Luciano Cirri e Pier Francesco Pingitore.

 

Quello che sentirete è la trascrizione originale di quel dibattito

Pubblico: Io sì, protesto. Contro tutti, contro te soprattutto, che fai la finta protesta. Se si fa l’antimilitarismo si fa coi fatti, non a parole con le canzonette, porca miseria!

Tenco: Che vuol dire “coi fatti”?

 

Pubblico: Significa non fare il militare, ecco tutto. Io sono andato al manicomio per non fare il militare, capisci… Io mi sono tagliato le vene. Ho detto: visto che le parole con della gente come voi non servono, io mi squarcio le vene e il militare non lo faccio e se questo è un parlar da pazzo mettetemi al manicomio. Io consiglio tutti i miei amici a far questo, a esporsi rischiando di persona e non portando il distintivo del Mec, là, e il Not War, e il fate-l’amore-non-fate-la-guerra e altre cretinate del genere. E peggio che mai con le canzonette, che poi fruttano soldi…

Tenco: Aspetta un momento allora, ascolta: se è per questo ti dico subito che soldi spero di farne. Un po’ ne ho già fatti e spero di farne, ancora di più, capisci, perché uno coi soldi si sente più tranquillo, più libero… Su questo siamo d’accordo? Bene. E quando li farò non li devolverò all’azione cattolica ma me li tengo e me li mangio. In puttane, in quello che ti pare ma me li mangio io. Quanto all’altra questione ti dico però una cosa, e cioè che io faccio, anzitutto, il cantante, prima cosa. Se avessi saputo fare il violinista avrei fatto il violinista oppure, non so, il giornalista, lo sciatore. A questo punto quando viene a galla la personalità di un individuo sappiamo che ci sono individui accomodanti e individui non accomodanti. C’è chi fa il ragioniere di banca e non è accomodante, c’è chi fa il poeta ed è accomodante. Ma questo è un fatto secondario. Cioè, io canto non perché mi interessa protestare e poi quindi lo faccio cantando. Io canto, ripeto, perché mi piace la musica. Da bambino prima ancora di sapere che cos’era la protesta, io avevo una chitarra in casa con la quale suonavo.

 

Pubblico: E con ciò? Anche la canzone di protesta è una merce di consumo, una forma di sfruttamento uguale alle altre. Tu ci campi sopra, dunque anche tu sfrutti…

Tenco: Ma non è assolutamente vero… Io non sfrutto nessuno… Io faccio delle canzoni e anziché farle e cercare di guadagnare dei soldi scrivendo canzoni che parlano di fiorellini eccetera, io faccio delle canzoni parlando di determinate cose alle quali io credo.

 

Pubblico: E così facendo fai gli interessi di quelli contro i quali protesti, perché dai soldi a chi sta in alto, a chi comanda questo stato di cose… Perché con i dischi venduti, anche il signor Bob Dylan dà miliardi agli industriali americani che fanno la guerra… E uno che partecipa al sistema che, a parole e in musica, respinge, o è un mistificatore o servo sciocco.

 

Tenco: Allora sarà bene intendersi molto chiaramente su questa storia della partecipazione. Anzitutto prendiamo atto di un fatto, che questa è una società di tipo industriale, e perciò se voglio fare arrivare non dico una protesta, fare arrivare un certo mio discorso al pubblico bisogna che lo faccia industrialmente. Giusto? Anche prima ci sono state senza dubbio canzoni molto impegnate, senz’altro più intelligenti, ma che però non avevano approdato a niente… Oggi si parla di cartoline precetto strappate, ma strappate in grande numero! Si parla di marce della pace alle quali ci va un sacco di gente… E questa gente perché ci va?

Pubblico: Non penserai che questo sia soltanto un fatto di canzoni di protesta, eh?

Tenco: Ma io dico: Bob Dylan, Barry McGuire quando vende un milione di dischi di “Eve of distruction” fa qualcosa che non poteva fare se non avesse fatto parte di un tipo di società nella quale si deve, a un certo punto…

 

Pubblico: Guarda che qui c’è un vizio di base. Perché non è che sia Bob Dylan ad aver fatto questo. Bob Dylan è l’espressione di uno scontento generale che c’è tra i giovani negli Stati Uniti d’America…

 

Tenco: Ma io non discuto… ma io non voglio dire questo… se sia nato prima l’uovo o la gallina, questo è un discorso che non mi interessa. Io dico: Bob Dylan non può essere tacciato di mistificazione, perché non è un mistificatore…

Pubblico:: E chi l’ha tacciato di mistificazione?

 

Tenco: A me prima è stato detto che sono un mistificatore, uno che addirittura fa la finta protesta per guadagnarci i soldi… Ma non è vero, perché per guadagnarci i soldi tu sai benissimo che la protesta non è il mezzo più idoneo… dico la protesta vera, sincera, non quella come qualcuno viene fuori a fare oggi zuccherata, ipocrita, pensando che sia di moda, e che rischia di sciupare lo slancio anche di chi, come me, ha sempre cantato in questo modo…

 

Pubblico: D’accordo, resta comunque un fatto che non puoi negare, e cioè che un Bob Dylan, nella parabola della sua carriera, è diventato ad un certo punto un tipico prodotto della società dei consumi americana!

 

Tenco: Ma è chiaro! Se non lo fosse diventato, non avrebbe detto niente. Non avrebbe potuto dire niente. Invece, che cosa ha fatto? Ha capito che oggi gli strumenti per comunicare con la gente sono quelli, e che anche a costo di passare da qualche forca caudina a quegli strumenti bisogna arrivare, perché sono strumenti formidabili… il menestrello che oggi va a cantare sotto le finestre, non dice niente, non serve a niente…

 

Pubblico: Siete stati voi allora che avete mandato la polizia a impedire la libera manifestazione di quello che vuole fare la sua canzone per la strada di fronte agli altri. Forse lo avete impedito voi per far vendere più dischi!

 

Tenco: Senti, anzitutto non so come tu faccia a sostenere che siamo stati noi a impedire che questo o quello vada a cantare per la strada. Tu pensi proprio che io mi preoccupi di andare a dire…

 

Pubblico: Mi è venuto il dubbio in questo momento…

 

Tenco: Ah, va beh… ma ti è venuto seriamente? O è un discorso retorico? Perché se è un discorso retorico, d’accordo… Insomma, che io vada là a dire mettete dentro questo tale…

 

Pubblico: No, non intendevo tu personalmente…

 

Tenco: Allora è un discorso retorico e quand’è così, aspetta un momento, ti dico: a questo punto tu sai bene che io non l’ho fatto come non l’ha fatto lui, come non le han fatte nessuno cose di questo genere. Questo individuo con la chitarra anzi ha fatto molto bene ad andare per la strada, a cantare eccetera. Però io dico questo: non inserito in questo tipo di civiltà, nel suo meccanismo, questo individuo quello che vuole dire lo dice a ben poche persone, perché lo dice alle persone di questa strada. Giusto? Perché bisogna insomma ricordarsi che a un certo punto c’erano anche persone che quando Dante, mettiamo, e senza con questo fare paragoni, ha scritto la Divina Commedia, c’erano persone che si sono opposte perché Dante scriveva in italiano invece che in latino. Ci sono altri invece che invece volevano, quando i latini scrivevano in latino, che si scrivesse in greco. E quando si scriveva in greco che non si scrivesse per niente. Bisogna vedere se si fa parte del mondo di domani o del mondo di ieri. Il cantante che gira per le strade con il chitarrino, fa parte del mondo di ieri!

 

Pubblico: Macché ieri e domani. È il mondo di oggi invece, quello che importa.

Tenco Il mondo di domani è quello che importa! Perché il mondo di oggi evidentemente non va bene, e si cerca di correggerlo. Altrimenti avremmo tutti ottant’anni e ci preoccuperemmo solo del mondo di oggi. Mentre tutto ciò che facciamo, lo facciamo – spero e mi auguro – pensando al mondo di domani!

Pubblico: E tu davvero pensi, in buona fede, di poter raddrizzare il mondo con le canzoni di protesta? Davvero credi che si possa, ad esempio, evitare le guerra a suon di canzonette?

 

Tenco: Tutto ciò può servire. Se dentro le canzoni ci metto delle idee, queste idee si trasmettono con le canzoni. Solo che per diffondere adeguatamente le canzoni è, ripeto, necessario che io trovi la maniera di farlo con gli stessi strumenti della società a cui mi rivolgo. Altrimenti è inutile, ne fai a meno, non protesti. Quanto alla protesta contro la guerra, io dico sinceramente, magari farò anche delle canzoni per protestare contro la guerra… ma è come dire che di mamma ce n’è una sola, che siamo tutti fratelli… ma che vuol dire? I giovani in America protestano perché l’America è un paese in guerra, perché i suoi ragazzi stanno in questo momento partendo, molti vanno a morire… Ma da noi, qui, la guerra, la protesta contro la guerra, non prende nessuno. Noi abbiamo mille altre cose contro cui protestare. Possiamo protestare contro il clericalismo, l’affarismo, la corruzione, la mancanza di una legge sul divorzio, gli scandali a ripetizione, il qualunquismo, la burocrazia bestiale… e questa protesta non viene mai fatta. Preferiamo scimmiottare le proteste americane, cosa oltretutto facilissima qui in Italia, dato che non c’è nessuno che si senta pizzicato quando tu gli dici che è sbagliato morire, viva la pace, eccetera. Parlagli del divorzio, della mafia e di altre faccende che scottano, e allora vedrai che la gente si arrabbia e ti dà addosso…

 

Pubblico: …E tu è di questa roba che parli apertamente nelle tue canzoni? Ma fammi il piacere… Tu non protesti. Tutt’al più mugugni…

 

Tenco: Può darsi. Comunque, esprimere certi stati d’animo, di disagio, di insofferenza, di insoddisfazione è già anche questa una forma di protesta. E poi, scusa, ma se tu salti fuori a dire delle cose che vengono poi automaticamente rifiutate, puoi anche fare a meno di tentare. Se vai alla radio e pretendi di metterti a cantare delle cose, faccio un esempio, contro i preti, ti prendono e ti sbattono fuori. E che guadagno c’è? Io appunto una volta avevo fatto una canzoncina che diceva: “Mio buon curato…” eccetera. Non era niente di terribile. Solo qua e là un filino di ironia. Risultato: due anni senza metter piede alla TV.

 

Pubblico: Ora però ci sei, bello e condizionato, perfettamente integrato, inoffensivo. Sceso evidentemente a patti. Proteste che non fanno il solletico. Tutto questo ti sembra serio? Tutto questo ti sembra coerente?

 

Tenco: E piantala! Io compromessi non ne ho fatti mai, con nessuno, perché non ne so fare, non riesco a venire a patti con la coscienza, cioè con certe mie convinzioni. Io sono come sono. Eppoi la mia non è una protesta che nasce intellettualmente, con il fatto di dire adesso io protesto contro Tizio o contro Caio. È una protesta che nasce al di fuori della propria volontà. Nasce dal fatto che uno si sente estraneo a un dato meccanismo… Cioè io insomma le canzoni come le fa Morandi, non le so fare. Succede che a un certo punto mi salta la gomma e dico… ecco, io il militare non lo so fare. Non voglio, non so andare a morire… E questo è uno sfogo spontaneo, una protesta sincera. Non è stata studiata al tavolino. Così le parole di quasi tutte le mie canzoni esprimono questo senso, come dire, di malessere. Si può protestare in mille modi, in mille forme. Questa è la maniera mia, e viene dal mio carattere.

Pubblico: Per me è una forma sterile, come quella degli obiettori di coscienza. Tu che parli da sapientone, spiegami cosa fanno questi famosi obiettori. Qual’è per esempio, secondo te, la tendenza politica degli obiettori?

 

Tenco: Beh, io penso che gli obiettori sono senz’altro dei coraggiosi. Gente che va in galera un anno, due, tre, e che a pena scontata gli viene rifatta la stessa domanda e se loro continuano a rifiutare ritornano in galera per altrettanti anni, io ti dico sinceramente, per me sono dei coraggiosi. Perché avere la forza d’animo di andarsene in galera quando tutti noi abbiamo un giro, una vita… e abbandonarle, e andare in galera, per questo dico che ci vuole una bella dose di coraggio. Quanto alla posizione politica, non mi frega niente. Però io dico, a posteriori, il fatto che una certa parte politica li difende, e un’altra parte invece li attacchi, significa che un obiettore di coscienza sa di avere, un domani, l’appoggio di una certa parte politica e questo fa gioco, è importante… e dunque secondo me non è un sacrificio inutile, sterile.

Pubblico: Una protesta più seria, allora, e più efficace delle canzonette…

Tenco: La canzone si muove in un’altra sfera, può toccare un’infinità di argomenti e agire molto più per esteso nell’opinione pubblica. Per combattere certe idee, anzi, la canzone può avere una efficacia anche maggiore. È statisticamente provato che queste idee, come il nazionalismo eccetera, resistono particolarmente in ambienti non colti. Quindi combattendo l’ignoranza si fa già qualcosa di molto utile. Solo bisogna trovare la strada, la maniera adatta per arrivarci. Quale? L’istruzione obbligatoria, mettiamo, la scuola statale… ma anche, perché no, anche la canzone; e questo proprio perché è una cosa della quale tutti oggi in Italia si occupano. Anche la canzone può servire a far pensare.

 

Pubblico: Illuso… Attraverso questa strada tu ti rendi unicamente complice della società industriale. Altro che combattere l’ignoranza! Altro che far pensare…

Tenco: Sentite. Io quando ho cominciato a cantare, ero una persona completamente disinserita. Assolutamente al di fuori di tutto quello che poteva essere partecipazione e compagnia bella: perché eravamo in un momento di quadripartito, di Scelba, di Tambroni… Io ero a Genova e quando sono successi i casini di Tambroni, posso dire di averne fatto parte, quindi stai tranquillo che non ero, non sono quello che si lascia irregimentare. Io ho un graduale inserimento, e procede parallelamente a quello che è lo spostamento, a sinistra, della società italiana. Per adesso lo spostamento è minimo, e infatti il mio inserimento è minimo. Tant’è vero che ancora adesso non faccio parte di nessun grosso cast di cantanti, e niente questo e niente quest’altro eccetera. Però il mio ideale non è quello di continuare a vedere un mondo di gente con i capelli lunghi, con i maglioni e così via. La mia speranza è quella di arrivare al giorno in cui persone serie, con la cravatta o con il casco spaziale o con il cilindro, come preferisci, possano esprimere liberamente le cose che oggi, viceversa, per dire queste cose…

 

Pubblico: …devi fare un certo lavoro di vaselina.

 

Tenco: No; devi fare un certo lavoro di rottura di palle. Io infatti sono considerato un rompipalle perché dico certe cose, perché nel mezzo di una trasmissione, dove tutti parlano di musica, io esco fuori con un discorso sulla polizia che arresta i capelloni o su altra roba del genere…

 

Pubblico: Tenco, scusa: ti rendi conto che agendo in questo modo ti fai incastrare?

Tenco: E perché?

 

Pubblico: Dico che ti fai incastrare. Alle lunghe, magari senza accorgertene, il meccanismo che tu credi di aver conquistato, ti condizionerà. E finirai anche tu come gli altri. Vedi Modugno, che cominciò con le canzoni sui minatori e i pescatori siciliani…

 

Tenco: Padroni di pensarla come volete. Io ho preso una strada che a me sembra buona e non la mollo. Anzi, mi sembra tanto buona che vorrei avere un pubblico sempre più grande, immenso, tutto quello che con i mezzi industriali di oggi è possibile raggiungere. E il giorno in cui riuscissi a farcela, e ad avere questo pubblico dalla mia, state pure certi che non lo inviterò a volare nel blu dipinto di blu… Siete stati voi allora che avete mandato la polizia a impedire la libera manifestazione di quello che vuole fare la sua canzone per la strada di fronte agli altri. Forse lo avete impedito voi per far vendere più dischi!

 

Le indagini sulla morte di Luigi Tenco partono male e proseguono ancora peggio.

Qualcosa a molti non quadra fin da subito.

Spostamento del cadavere di Luigi Tenco, sottrazione dei corpi di reato, false testimonianze.

Troppe cose strane sono avvenute la sera del 27 gennaio 1967.

 

Uno dei primi investigatori che si interessano al caso Tenco é Arrigo Molinari, braccio destro del Prefetto Federico Umberto D’Amato, all’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

Molinari, risulta iscritto alla loggia massonica P2, aderisce alla rete Stay Behind, si occupa di numerose inchieste sui misteri italiani.

Molinari é stato ucciso alcuni mesi fa da un rapinatore nella sua abitazione di Andora.

Poco prima di morire, Arrigo Molinari ammette:

“Successe di tutto: la frettolosa rimozione del cadavere e quindi la mancanza di accurati rilievi, la successiva ricostruzione della scena con la ricomposizione del corpo nella stanza dopo che era già stato portato all’obitorio del cimitero, le forti pressioni e le richieste di insabbiare tutto”.

 

Anni dopo il corpo di Luigi Tenco viene riesumato.

Avviene la perizia sul cadavere.

La presenza inequivocabile di un foro d’ingresso e di uno d’uscita stanno a certificare che Tenco morì per un colpo d’arma da fuoco che gli trapassò il cranio, ma non è provato che fosse la sua pistola, né è provato il suicidio.

Non è stato rilevato, tra l’indice e il pollice della mano destra di Tenco, il «segno di Felc» (la ricerca dei cosiddetti effetti secondari macroscopici come la bruciatura, l’affumicatura e il tatuaggio) facilmente rintracciabile ancora oggi in virtù dello stato di conservazione del corpo.

Nel `68, a un anno di distanza dalla morte di Luigi, il tribunale di Sanremo vende i reperti trovati nella stanza di Luigi Tenco

Renzo Del Monte acquista all’asta per mille lire l’intera scatola.

Contiene il caricatore originale della Walther Ppk 7,65 completa di 6 proiettili e con molla d’armamento (la pistola riconsegnata alla famiglia sarà corredata invece del caricatore di riserva, vuoto), una scatola con 12 cartucce Fiocchi, il tiro a bersaglio, il libretto d’istruzioni, tranquillanti, la denuncia autografa fatta ai carabinieri di Recco di detenzione dell’arma acquistata a Roma e, strano ma vero, un bossolo esploso..

 

Nessuno riuscirà mai a dirci se Tenco si è ucciso oppure è stato ammazzato da qualcuno. Ma restano le sue parole.

 

Parlagli del divorzio, della mafia e di altre faccende che scottano, e allora vedrai che la gente si arrabbia e ti dà addosso…

 

Così pensava Luigi Tenco, artista colto e impegnato, anima critica della società italiana.

Ben prima del 1968.

 

 

0 Storie d’Italia

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

STORIE D’ITALIA

I testi sulla strage di via dei Georgofili e Libero Grassi sono scritti da Raja Marazzini.

 

 

Live Roma, Casa del Cinema, Contromafie con Michele Fusiello 18/11/2006(audio)

Live Roma, Casa del Cinema, Contromafie con Michele Fusiello 18/11/2006(video)

Live Casalecchio Casa delle Conoscenze versione solista 25/11/2006(audio-video)

Live Mestre Piazza Ferretto con Michele Fusiello 22/09/2007(audio)

 

 

Storie d’Italia. Scritte e raccontate come fossero diari di bordo. Con protagonisti e date precise.

Fatti realmente avvenuti. Appunti della nostra memoria contemporanea.

Sono storie d’Italia. E di mafia.

 

Novembre 1944.

Documenti classificati “ top secret ”, inviati al segretario di stato italiano dal console generale degli Stati Uniti a Palermo, Alfred Nester.

Primo rapporto:

“Signore, ho l’onore d’informarla che il 18 Novembre 1944 il Generale Castellano insieme ai Capi Della Maffia, presente Calogero Vizzini, si é incontrato con Virgilio Nasi, Capo della ben nota famiglia Nasi di Trapani e gli ha offerto di assumere la direzione del Movimento Per l’autonomia Siciliana, appoggiato dalla Maffia. Il Generale Castellano ha stretto contatti con i Capi Maffia e li ha incontrati in più occasioni”.

Secondo rapporto:

“Dopo 3 giorni d’incontri segreti con esponenti della maffia a Palermo, il generale Castellano, comandante della divisione Aosta di stanza in Sicilia, ha steso una bozza di accordo sulla scelta e l’appoggio di un candidato come alto commissario per sostituire il favorito Salvatore Aldisio. Il candidato è un cavallo oscuro, un famoso siciliano, Virgilio Nasi, boss della provincia di Trapani, che è stato avvicinato dal generale Castellano, dopo aver esposto il suo piano ai capi della cupola maffiosa ”.

 

La sera del 10 marzo 1948.

Placido Rizzotto, il segretario della Camera del Lavoro di Corleone scompare nel nulla.

A casa non torna, nessuno lo vede, tranne i suoi assassini.

Placido è un uomo coraggioso, lui partigiano sulle montagne della Carnia.

Dopo la guerra, Placido osa sfidare i boss mafiosi.

Si mette a capo del movimento contadino per l’occupazione delle terre.

In Sicilia, nel ’48.

Un capitano dei carabinieri conduce le indagini.

Si chiama Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Ritrova il corpo senza vita di Placido Rizzotto e arresta un boss mafioso in rapida ascesa: Luciano Liggio.

Placido è uno dei 36 sindacalisti uccisi in Sicilia negli anni dell’immediato dopoguerra.

Sarà Pio La Torre a prendere il posto di Placido Rizzotto alla guida dei contadini e del sindacato.

Anni dopo, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre saranno uccisi dalla mafia.

Come in una antica leggenda greca.

Proprio come in una saga della storia.

 

Anno 1979.

E’ la sera dell’undici luglio.

L’avvocato Giorgio Ambrosoli è un uomo perbene, di poche parole, un professionista, riservato quanto basta.

Da alcuni anni ricopre un ruolo importante, ma scomodo.

E’ il liquidatore della Banca Privata del finanziere Michele Sindona.

Nel tempo, svelerà i meccanismi dell’economia mafiosa, quella dei colletti bianchi, che si nasconde dietro società pulite, gestite da prestanome.

Gli affari sporchi della mafia politica, quella che non fa rumore, che agisce in silenzio.

La mafia che non si scopre.

 

11 luglio 1979.

Milano si è svuotata e le ombre della sera sono avvolte da un caldo umido che non ti fa respirare e ti penetra nei polmoni.

Sei amici.

Si conoscono dai primi anni ’70.

Le mogli sono in vacanza con i bambini.

Così decidono di vedersi, come ai vecchi tempi.

Vanno a mangiare al ristorante “ Tre fratelli ”.

Giorgio Ambrosoli è stanco, turbato, ma quella sera sorride, è cordiale, allegro.

Alle dieci e mezzo i sei amici hanno finito di cenare.

In televisione scorrono già le immagini dell’incontro di pugilato tra Lorenzo Zanon e Alfio Rigetti.

Fanno a pugni per conquistare il titolo europeo dei pesi massimi.

“ Dai Giorgio che si va a casa tua a vedere il match. ”

 

La casa più vicina al ristorante è quella di Ambrosoli.

Così ripartono in macchina.

Ora sono davanti al piccolo schermo nell’abitazione dell’avvocato.

Via Morozzo della Rocca numero 1.

 

Ambrosoli è contento.

Una serata come quella era da tanto tempo che non la trascorreva.

Ci si toglie la giacca, si slacciano le cravatte, ora gli occhi di tutti sono puntati su quei due atleti in calzoncini corti che si stanno picchiando… e come se si picchiano.

Il pugilato distrae: la mente di Giorgio Ambrosoli per un attimo si allontana da quei pensieri che lo assillano ormai da troppo tempo.

 

Gli occhi lucidi rimangono fissi e tornano i ricordi.

La memoria si dilata, nel tempo.

 

1971, Banca d’Italia.

Il Governatore Guido Carli convoca Giorgio Ambrosoli.

Gli affida l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Pochi mesi prima, dalle indagini sui conti correnti di Sindona, erano emersi gravi irregolarità e strane operazioni bancarie per miliardi di vecchie lire.

Sindona è assai potente, ha appoggi internazionali, estimatori nel Governo, nella DC.

Soprattutto in Vaticano.

Ma Ambrosoli cerca la verità.

Ad ogni costo.

 

La società Fasco di Sindona è una società che ne contiene altre.

Come nel gioco delle scatole cinesi.

E in questo enorme cavallo di Troia si nascondono flussi di denaro sporco, proveniente dal narcotraffico e altri affari illegali.

Centinaia, migliaia di miliardi.

 

Ambrosoli fa il suo lavoro, fino in fondo.

Scioglie il consiglio di amministrazione della Fasco.

Non accetta i progetti di salvataggio di Sindona proposti da politici e faccendieri.

Accanto a lui c’é Silvio Novembre, maresciallo della guardia di Finanza.

Arrivano minacce.

 

11 luglio 1979: Zanon e Righetti si stanno picchiando forte.

Il posacenere tracima di mozziconi di sigaretta.

La tensione per l’incontro è alta.

I sei amici urlano, la casa sembra il palazzetto dello sport di Rimini.

L’incontro finisce in parità e il titolo di campione europeo resta a Zanon.

 

E’ mezzanotte e squilla il telefono.

L’avvocato alza la cornetta.

Dall’altra parte, nessuno parla.

Tutto il silenzio di una linea telefonica collegata investe i nervi dell’avvocato..

Poi l’anonimo mette giù.

Di colpo.

CLIK.

 

Ambrosoli scende in strada, saluta due amici.

Torneranno a casa a piedi.

Sulla vettura dell’avvocato salgono gli altri tre.

Li accompagna a casa.

Poi torna indietro, parcheggia la sua Alfetta blu davanti a casa.

Scende dalla macchina, sta per chiudere la portiera.

 

Sente una voce sottile che giunge alle sue spalle.

“ Il signor Ambrosoli? ”

 

L’avvocato si gira.

“ Sì ”.

 

Tre colpi di Magnum 357 spengono la vita di Giorgio Ambrosoli.

Il passo di un uomo perbene.

I Tribunali accerteranno che William Aricò, killer della mafia italo-americana uccide Giorgio Ambrosoli su mandato esplicito di Michele Sindona.

Giorgio Ambrosoli viene fermato perché rappresenta lo Stato delle regole e della legalità.

E questo molti anni prima di Mani Pulite.

Al funerale dell’avvocato Ambrosoli nessuna autorità in rappresentanza del governo gli rende omaggio.

Correva l’anno 1979.

 

 

Occhi osservano dall’alto della collina.

Occhi minacciosi, pieni di odio.

Occhi che hanno il colore del tritolo incrociano occhi buoni di uomini e donne.

Sono dentro un’automobile che corre verso la morte.

 

L’ultima corsa di Giovanni Falcone inizia all’aeroporto di Ciampino, a Roma, sabato 23 maggio 1992.

Sono le 16:50.

Un jet dei servizi segreti decolla con a bordo il giudice e la moglie Francesca Morvillo.

Destinazione Palermo, aeroporto di Punta Raisi.

Atterrerà 53 minuti dopo.

Li attendono 6 agenti con le loro auto, 3 Fiat Croma blindate.

Le vetture si muovono dall’aeroporto alle 17:50.

Falcone sceglie la Croma bianca.

Lui è al volante, la moglie gli siede di poco accanto.

Imboccano l’A29.

La campagna siciliana sfila ai lati con i suoi colori di maggio.

Il sole taglia di traverso i finestrini mentre un caldo vento di scirocco accarezza tutti i loro volti.

C’è odore di mare.

Sulla statale che corre parallela all’autostrada, una Lancia Delta si mette in moto. E’ quella di Gioacchino la Barbera.

 

Palermo dista solo 7 chilometri.

Le auto si stanno lentamente avvicinando allo svincolo Capaci-Isola delle Femmine.

Dalle colline che sovrastano l’autostrada alcuni uomini seguono la scena, scatto dopo scatto, come se fosse la sceneggiatura di un film.

Ma un film proprio non è.

 

L’interruttore che mette in moto il meccanismo della strage è un segnale in codice.

Una telefonata ” sbagliata”, entrata nella storia di sangue di Capaci.

” Pronto Mario? ”

” No, ha sbagliato numero. “

Il cellulare di La Barbera squilla alle 17:02.

Sa che quella telefonata non è un errore ma un segnale preciso.

Con lui, in un casolare vicino alla statale, ci sono altri sette uomini.

Sono al vertice di Cosa Nostra.

 

La Barbera sale sulla sua Lancia Delta e imbocca la strada che corre parallela alla Palermo – Punta Raisi.

Arrivato ad un punto prefissato si ferma e aspetta.

Ferrante e Salvatore raggiungono l’aeroporto.

Gioè e Troìa inseriscono una ricevente vicino a 500 chilogrammi di esplosivo, in un tombino dell’autostrada.

Poi salgono con Brusca e Battaglia sulle colline di Capaci, sotto lo sperone di rocce bianche che interseca il profilo di Montagna Grande.

Dall’autostrada, spuntano 3 Fiat Croma.

La Barbera riparte e le segue a distanza.

Alle 17:49 chiama Gioè sulle colline.

 

Meno di un secondo e la telefonata s’interrompe.

Sono le 17,56 minuti e 48 secondi, l’uomo della collina, Giovanni Brusca, sfiora il tasto del comando a distanza.

L’impulso raggiunge il tombino dove è collocata la ricevente.

I cinque quintali di tritolo, seppelliti nel canale di scolo, divampano, il boato è enorme, solleva cento metri di asfalto.

Si apre una voragine, larga trenta metri e profonda otto, che risucchia metallo, uomini, alberi, massi.

Sull’altra carreggiata una Fiat Uno verde con due turisti austriaci, e una Opel Corsa sono investite dai detriti.

Fiamme e fumo, poi solo silenzio.

 

Nella prima auto catapultata a 5 metri gli agenti di scorta muoiono sul colpo: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Nella seconda, spezzata in due tronconi, il giudice e la moglie, respirano ancora.

Una pattuglia della polizia accosta.

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo moriranno all’Ospedale Civico di Palermo, un’ora più tardi.

L’autista del giudice e gli altri due poliziotti, feriti gravemente, sopravvivono.

L’uomo della Lancia Delta è ormai lontano.

L’esplosione di Capaci deflagra fino a Montecitorio.

Il 25 maggio viene eletto il nuovo presidente della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro, 73 anni, democristiano.

Lo Stato e la politica sono sotto accusa per la morte di 5 funzionari dello Stato.

L’Associazione Nazionale Magistrati denuncia: il potere politico è fondato sul consenso criminale.

 

Ci saranno manifestazioni: a un mese dalla strage di Capaci, 100 mila persone arrivano a Palermo da tutta Italia per sfilare contro la mafia.

Sono in gran parte giovanissimi, gli stessi volti che anni dopo vedremo sfilare a Locri, in Calabria, pochi giorni dopo l’uccisione di Francesco Fortugno.

Il governo Andreotti approva norme antimafia di emergenza: carceri speciali per i boss, indagini segrete di polizia e premi per i pentiti.

Il ministro della Giustizia Claudio Martelli propone Paolo Borsellino come Superprocuratore antimafia.

Intanto il pentito Antonino Calderone avverte: ci saranno altri delitti eccellenti.

 

Paolo Borsellino lo ripeteva come fosse un’ossessione:“Il mio problema è il tempo ”.

Lo diceva in quei cinquantasette giorni dell’estate 1992.

Morto Falcone, Paolo Borsellino sapeva di essere per Cosa Nostra il primo della lista.

 

Il 19 luglio 1992 a Palermo è una calda domenica.

Le indagini sulla morte di Giovanni non competono a Borsellino, ma alle sette del mattino il procuratore Giammanco gli comunica che finalmente potrà occuparsi anche delle indagini su Palermo e provincia, come lui da tempo richiedeva.

Paolo Borsellino pranza in famiglia nella casa di Villagrazia di Carini.

Poi, nel tardo pomeriggio, decide di far visita all’anziana madre.

Tra il mare e la casa della signora Maria a Palermo c’è un’autostrada, e quel pomeriggio le tre “croma” blindate su cui viaggiano il giudice e la sua scorta transitano vicino allo svincolo di Capaci, dove una striscia di vernice rosso sangue sul guard-rail già ricorda la strage del 23 maggio.

Arrivati in città, raggiungono via Mariano D’Amelio, una strada chiusa, ostruita al fondo da un muro di tufo che recinta un cantiere edile.

Paolo Borsellino fa giusto in tempo a citofonare al numero civico 21, quando alle sue spalle esplode una Fiat 126 carica di tritolo.

Muore sul colpo e con lui i sei uomini della scorta: Antonio Vullo, Emanuela Loi, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano.

 

Così si moriva a Palermo.

Soli.

Senza la protezione morale dello stato che si serve.

Senza neanche il tempo di vivere.

Senza un saluto, senza aver chiuso l’ultima pagina di un inchiesta.

Soli e minacciati… lavorando e basta.

Soli…

Semplicemente soli.

 

Firenze. Piazza della Signoria. Poco distante.

Via dei Georgofili, il 27 di maggio si sta bene fuori.

Pennellate di colore: gli occhi della Madonna, il naso del Bambino.

I colori brillano accesi mentre una famiglia cammina senza pensieri cattivi.

 

Angela Fiume in Nencioni 36 anni

Fabrizio Nencioni 39 anni

Nadia Nencioni 9 anni

Caterina Nencioni 6 mesi

 

Una famiglia che passeggia prima di rientrare in albergo, tra queste vie fiorentine che crescono uomini di lettere e di pittura.

Le statue sono immobilizzate in gesti antichi.

Meravigliose.

E la vita, ancora sta dando il meglio di se.

 

Dario Capolicchio 22 anni

 

L’una di notte.

La pallida luna fa ombra ai rossori degli amanti.

I colori ad olio eterni, si squagliano come acquerelli al calore dei sospiri.

2 ragazzi incollati alla vespa dai baci: gambe incastrate per un amore totale, anche dove non si dovrebbe ma come fai ai suoi sorrisi non prestare ascolto, diventare una cosa sola nell’ombra della strada, stringerla per sempre, non salutarla mai.

 

“ Ancora 5 minuti… ”

< Devo andare! > e poi entrambi a ridere…

 

Come fai ad andar via sul serio che parrebbe andassi via per sempre e allora… si, ti bacio, si resto.

< Ancora 5 minuti… non è una fatica: siediti sulla vespa, davanti a me: voglio annusare i tuoi capelli… profumano di lavanda, tiene lontane le zanzare, ma non me che rido attirato nel tuo gioco… ma è tardi. >

“ No… è quasi l’una… ”

< Ti bacio, devo andare. >

“ Ancora 5 minuti ”

< No dai, è tardi, devo andare… a domani. >

“ Si amore, notte. Ti bacio anch’io. Dolce notte. ”

 

Ancora 5 minuti.

Ma che fine farà la bellezza tra 5 minuti?

In che stato si ridurrà l’Arte fra 5 minuti?

La cera si squaglierà; i colori ad olio si annacqueranno; il marmo si sbriciolerà; gli affreschi si staccheranno in bolle d’aria; il bronzo si fonderà in figure frattali; la pietra franerà mentre le chiavi di volta ormai arrese non riusciranno più a contenere le strutture chiuse nelle loro architetture.

Quale bacio nuovo, bacio vecchio ci sarà? … Se ormai tra 5 minuti, tra 4 minuti, tra 3 minuti, tra 2 minuti, tra un minuto… tra 5 tra 4 tra 3 tra 2 tra 1 secondo… è terra e polvere… è pietra e sassi… è cemento e ghiaia… è torba e catrame… è ferro e gesso… è legno e vetro… è polvere e gomma e fuoco e fumo… e fumo e fuoco… e fumo ancora e polvere e aria e polvere e terra e aria e terra…

Quale opera potrà sublimare tutto questo?

 

Non c’è stato un duello da narrare, non una battaglia di valorosi, non c’è stata sfida lanciata a tempo debito, o guanto col quale aver schiaffeggiato l’altra parte.

Qui solo vittime innocenti di assassini vigliacchi.

Assassini senza onore marionette di uomini d’onore.

Solo vigliacchi.

Vigliacchi e basta.

 

Una famiglia: Madre Padre, un bimbo, una bimba appena nata, pochi mesi… ancora 5 minuti e sarebbe stata anche per loro un’altra vita…

Ma la vita è questa: nessun destino umano ha 5 minuti di riserva?

Ancora 5 minuti.

Ancora 5 minuti e ti bacerò per sempre.

Ancora 5 minuti e tutto sarebbe diverso, lo so.

Ma tu devi capire, devo andare, ahimè devo andare…

Non temere amore, non avere più paura d’ora in poi.

Ancora 5 minuti e io con te, mai più di fretta, mai più solo, mai più di corsa.

Ancora 5 minuti… e noi mai più divisi.

 

 

– Il dottore Grassi?

 

“ Sono io. ”

 

– Senta abbiamo letto la relazione annuale sulla sua azienda e volevamo farle tanti complimenti per come vanno gli affari…

 

“ Con chi sto parlando, mi scusi.. ”

 

– Ammiratori…

 

La Sigma a quel tempo è un’azienda sana, a conduzione familiare.

Da anni produce biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esporta in tutta Europa.

Vi lavorano 100 addetti: 90 donne e 10 uomini.

Il giro d’affari è pari a 7 miliardi annui.

 

– Buongiorno sono il Geometra Anzalone, parlo col dottore Grassi.

 

“ Sono io. ”

 

– Senta ma quando le cose vanno bene non è giusto aiutare quelli a cui le cose vanno meno bene?

 

“ Si spieghi meglio. ”

 

– Ci sono amici, brave persone… che stanno in difficoltà e siccome allei le cose ci vanno bene…

 

“ Non la seguo. ”

 

– Dottore Grassi, mi ascolti… la sua Azienda fattura 7 mliardi all’anno… e ho sentito dire chellei ci ha un grande cuore… e allora… facesse un’opera di bene: una piccola somma per gli amici ospiti all’Ucciardone…

 

“ Se lo scordi. La saluto. ”

 

Era ancora il 1990, quando le prime telefonate arrivarono all’orecchio di un imprenditore siciliano: Libero Grassi.

La sua statura morale ancora oggi mette i brividi e per questo devo raccontarla.

 

– Dottore… ma che fa? Io le dico che c’è gente bisognosa, da aiutare e lei mi sbatte giù il telefono? Ma che modi sono questi? Lei è stato cattivo, perciò ora deve farsi perdonare in qualche modo… Deve pagare il fio.

 

“ Io sono un uomo onesto e non ho certo paura di un chiacchierone come lei. La prego di non insistere con queste minacce. ”

 

Ma da quel giorno le minacce iniziarono sul serio.

 

– Dica al Dottore Grassi che il magazzino è infiammabile, che deve stare attento al fuoco, in questo periodo… col vento che tira… in un attimo si brucia il lavoro di anni… lo riferisca al Dottore Grassi… mirraccomando… e gli dica pure… di fare attenzione che in Sicilia è facile farsi male quando non si rispettano le regole…

 

Libero Grassi continua per la sua strada, pensa alla sua azienda, al suo lavoro, ma le telefonate non cessano più…

 

– Dottore… glielo dico per l’ultima volta: Vossia navaddare i piccioli…

 

“ No. ”

 

Ma come si permette, Dottore: lei deve adeguarsi alle regole ha capito… ( urlando ) Vossia navaddare i piccioli….

 

“ No. ”

 

Il 10 Gennaio 1991 l’imprenditore scrisse una lettera al Giornale di Sicilia.

Iniziava così: “ Caro estortore… ”.

La mattina successiva in fabbrica arrivarono carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti.

Consegnò 4 chiavi dell’azienda a Polizia e Carabinieri chiedendo loro protezione.

Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decise di denunciarli.

 

Proprio mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani.

Dissero di essere “ Ispettori di sanità ”.

Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura.

Volevano parlare a tutti i costi con il titolare.

Libero Grassi scese e disse loro: “ Il titolare riceve solo per appuntamento e al momento è impegnato in una riunione. ”

Ci credettero e almeno quella volta se ne andarono.

Li descrisse alla polizia e venne fuori che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni.

Gli “ esattori del pizzo ”, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni.

Furono arrestati il 19 marzo 1991 insieme ad un complice.

 

In nessun modo riuscirono a sottometterlo.

E un giorno qualunque di un anno qualunque fu ammazzato, in un agguato… ma i killers e i mandanti dovranno ricordarsi per sempre il nome di quell’uomo, di quell’imprenditore: Libero

 

Delitti e stragi perfetti nella loro imperfezione.

Corrado Guerzoni, il collaboratore più stretto di Aldo Moro, provò un giorno a spiegare una teoria: quella dei cerchi concentrici.

Prestate attenzione.

“ Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in un luogo e mettere una bomba.

Non accade così.

Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, l’economia ci sfugge di mano, i comunisti finiranno per andare presto al potere.

Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?

Così si va avanti……per altri cerchi concentrici…. così fino all’ultimo, quello operativo……..dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.

Poi succede quello che deve succedere.

Una strage, un omicidio politico, una bomba piazzata in una strada, sopra un treno.

Così nessuno avrà mai la responsabilità diretta.

E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante di quelle stragi, ti risponderà di no.

Anche se si è avviato proprio questo meccanismo.

Per cerchi concentrici. ”

 

Ma oggi sappiamo molto più di prima sugli omicidi e sulle stragi di mafia.

Oggi conosciamo i nomi dei responsabili.

Perché abbiamo le prove.

E questa nostra consapevolezza ci rende un po’ più forti.

 

Dopo la morte di Giovanni Falcone, molti giovani hanno lasciato davanti ad un albero, proprio sotto l’abitazione del giudice, bigliettini.

Frasi di rabbia, dolore, speranza, parole di consapevolezza.

 

<<Si spegne il sole. Le nubi ricoprono le gemme dei piccoli fiori posati sulla bara piccoli fiori per dire: NO, alla mafia! Grazie, grande uomo. Domenico>>

 

<<Falcone tu avevi scoperto troppo,tu avevi il coraggio e la volontà per abbattere la mafia e io spero che la tua morte non sia inutile ma che serva ad accendere la speranza dentro di noi Giorgio>>

 

<<Palermo: un altro addio, un altro allarme! Quante volte l’uomo mi ha deluso, quante volte cercando la chiarezza, si è trovata la morte. Simona>>

 

<< E’ la pioggia che al posto del sole, nell’ora più calda del giorno, in terra di Sicilia, scende a cancellare dall’elenco i nomi dei cari perduti e si confonde tra le lacrime di un dolore che a stento diventa speranza e rabbia negli occhi del futuro. Rossella>>

 

Scriveva Giovanni Falcone:

 

<<Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.>>

 

<<Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.>>

 

<<Non è retorico nè provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perchè i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno in un paese civile.>>

 

<<Il vero tallone d’Achille delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano i grandi movimenti di danaro connessi alle attività criminali più lucrose>>

 

«Credo dovremmo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine».

 

” Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere ”.

Questa é la nostra memoria.

Quella che non deve mai andare dispersa.

Ricordiamolo soprattutto ai più giovani.

Per non dimenticare, grazie

 

 

0 Processo di Polizia

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GAETANO LIGUORI MARCO PAGANI

PROCESSO DI POLIZIA

 

Foto Milano Casa di Alex

 

 

(Corrado Stajano, Il Messaggero,15 luglio 1979)

La storia del ragazzo Franceschi non conta solo per ieri,vale per oggi e per domani. E non riguarda solo la tarlata giustizia, ma il buongoverno nel suo complesso perché sono proprio inutili le generiche affermazioni da cui siamo continuamente travolti, se poi, in concreto, si usa solo indifferenza e non ci si scandalizza più dei fatti scandalosi.

(Stefano Rodotà, La Repubblica, 27 marzo 2004)

La democrazia non è soltanto governo “del popolo” ma anche governo ”in pubblico”. Per questo la democrazia deve essere il regime della verità, nel senso della piena conoscenza dei fatti da parte di tutti…La democrazia, la verità è figlia della trasparenza.Un grande giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, ha scritto: “ la luce del sole è il miglior disinfettante”.

 

(Dalla sentenza che ha chiuso la fase istruttoria del processo, dicembre 1976)

 

…I risultati delle prime indagini – quelle cioè destinate a raccogliere gli elementi più utili perché svolte “a caldo” quando le possibilità di dispersione o di inquinamento delle prove sono improbabili – furono deludenti o, peggio ancora, poco affidanti perché gravemente sospetti di interessata manipolazione. Questo grave handicap iniziale ha finito poi, nonostante ogni sforzo contrario diretto a neutralizzarlo, per pesare negativamente nell’ulteriore corso della formale istruzione, iniziata ad un mese di distanza dai fatti.

Roberto Franceschi frequenta il secondo anno della facoltà di Economia politica dell’Università Bocconi, tutti gli esami superati con ottimi risultati. Si sente portato per le materie che possono offrirgli validi strumenti di analisi della realtà contemporanea: economia politica, diritto, sociologia. E’ amato dai suoi amici e compagni perché è un ragazzo buono, generoso, brillante e serio. E’ stimato dai docenti e dal mondo accademico per la rigorosità del sapere e il forte impegno nello studio. Di quella Università, Roberto è uno dei giovani dirigenti del Movimento Studentesco. La sua è una naturale vocazione alla leadership. Possiede capacità dialettiche ma non è un dogmatico. Le sue idee sono chiare e definite, così come è tracciato il suo futuro di economista. Ovunque afferma i suoi ideali, nella vita privata e nella coerenza di una passione politica condivisa con migliaia di persone della sua età, a Milano e in tutta Italia.

 

Sera del 23 gennaio 1973. Università Bocconi di Milano. Gli studenti si preparano ad un’assemblea. Poco prima avevano chiesto l’agibilità di un’aula al Rettore Giordano Dell’Amore. Tra lui e i ragazzi resta ancora in vigore quella sorta di accordo non scritto, basato sulla parola e la reciproca fiducia, sempre rispettato nelle assemblee precedenti, fino all’ultima di quattro giorni prima. Ma quella sera è diverso. Per la prima volta, il Rettore non rispetta i patti, ordina il controllo degli studenti all’ingresso della Bocconi e vieta l’ingresso ai giovani provenienti da altri istituti. Cento poliziotti del terzo Raggruppamento Celere al comando del tenente Addante si schierano in assetto di guerra all’esterno dell’ateneo, all’angolo tra via Sarfatti e via Bocconi. Gli studenti sono stupiti perché non c’è nessun pericolo imminente che possa giustificare la loro presenza davanti all’Università. Iniziano i controlli dei tesserini ma …… Ma è impossibile controllare gli studenti tramite lo schedario degli iscritti all’Università. I giovani della Bocconi denunciano quindi la chiusura dello spazio di agibilità politica da parte dell’autorità accademica e della polizia. Invitano tutti a non accettare provocazioni e aggiornano l’assemblea. Sono le 22,30. Gli studenti abbandonano l’ateneo e si dirigono a piedi verso il Pensionato. Sono circa cinquanta. Tra loro c’è anche Roberto Franceschi. Il bidello Natale,dopo una ricognizione all’interno dell’ateneo, spegne le luci dell’atrio e chiude il portone. Dall’altra parte della strada, sono sempre fermi i plotoni dei poliziotti. Li comandano i brigadieri Vigliotta ed Esposito. Il tenente Addante si trova accanto ai due plotoni e il vicequestore Paolella lo rassicura: <<il servizio sta per terminare, tra poco torniamo in caserma>> All’esterno del Pensionato si radunano almeno duecento giovani, studenti dell’Università Statale e di altri istituti cittadini e operai.

Le 22,45. Alcuni se ne vannoe in molti rimangono. Tutto accade all’improvviso, in pochi minuti. Si avvicinano ai poliziotti, attaccandoli con urla, sassi e qualcheimprovvisata bottiglia incendiaria, ritirandosi immediatamente. L’azione è fulminea, una manovra agile e veloce, certamente non premeditata. Pochi secondi e si scatena l’inferno. La reazione della polizia è fuori da ogni ragionevole controllo. Gli agenti con caschi, scudi e manganelli rincorrono i giovani spostandosi rapidamente da via Sarfatti fin dentro a via Bocconi. I ragazzi fuggono veloci, voltando le spalle ai poliziotti. Ma ad un tratto, si sentono chiari e forti gli spari delle pistole in dotazione alle forze dell’ordine. Il rumore è assordante e riconoscibile. I colpi non sono a rapida successione. Peggio. Uno, due, tre, dieci, almeno quindici colpi di Beretta calibro 7,65, indirizzati dai poliziotti contro i giovani, alcuni ad altezza d’uomo. E nella confusione di quegli attimi, lo studente Roberto Franceschi viene centrato alla nuca e cade a terra vicino al terzo albero di via Sarfatti. Poco accanto, viene ferito alla schiena Roberto Piacentini, operaio della Cinmeccanica e militante del Movimento Studentesco. Un terzo colpo raggiunge la portiera di una 500 blu parcheggiata in via Bocconi. Roberto Franceschi è soccorso da quattro compagni e trascinatofin nell’atrio del pensionato. Perde molto sangue. Un medico e uno studente gli praticano il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Poi chiamano l’ambulanza ma le sue condizioni restano gravissime. Roberto Piacentini viene caricato su un auto e subito portato all’ospedale Policlinico. Roberto Franceschi morirà alle 15,25 del 30 gennaio 1973.

L’accertamento della verità è cosa lunga e paziente. Gravi depistaggi delle indagini avvengono in silenzio e nella totale impunità. Funzionari di pubblica sicurezza sottraggono alla magistratura inquirente prove importanti come decine di bossoli ritrovati in via Bocconi, manipolano caricatori e cartucce dei colleghi coinvolti nella sparatoria, modificano le loro testimonianze e le adattano nel corso del tempo ai risultati dell’istruttoria. Il sostituto procuratore della Repubblica di Milano di turno,viene all’inizio portato dall’altra parte della città, davanti ad un Pensionato che non é quello della Bocconi. Quando giunge finalmente all’Università si occupa delle persone fermate dalla polizia in seguito agli scontri. Scrive il giudice Ovilio Urbisci nella sua istruttoria:

Nel contesto delle interessate reticenze, dei burocra­tici palleggi di responsabilità (“non spettava a me rife­rire al Sostituto Procuratore della Repubblica”), delle dichiarazioni compiacenti o mendaci, delle distorsioni più o meno involontarie dei primi accertamenti, questo della manipolazione dei corpi di reato, rappresenta, senza dubbio, l’aspetto più inquietante del processo e quello che maggiormente ha ostacolato la completezza e la genuinità, delle indagini.

Dalla memoria degli avvocati della partecivile:

Franceschi e Piacentini sono caduti sotto i colpi a non meno di trenta metri dal punto in cui si trovava la prima jeep della colonna di polizia; Piacentini, anzi, è stato colpito a una distanza notevolmente superiore. Entrambi sono stati colpiti alle spalle. Sia gli accertamenti autoptici su Franceschi, sia le modalità note del ferimento del Piacentini escludono che i due giovani potessero essere in posizione diversa da quella della fuga. Non c’è testimonianza né rilievo di sorta che possano contraddire questa realtà.

10 maggio 1979. Dopo 6 anni si apre il processo per l’uccisione di Roberto

Primo processo penale.

Seconda Sezione della Corte d’Assise di Milano.

Presidente Antonino Cusumano,Pubblico Ministero Gino Alma.

Cinque imputati: l’ex agente del 3° Celere Gianni Gallo, il vice-brigadiere Agatino Puglisi entrambi accusati di omicidio preterintenzionale; il capitano di pubblica sicurezza, Claudio Savarese per falso, Sergio Cusani e Roberto Piacentini, che è anche parte lesa nel processo, per oltraggio a pubblico ufficiale e lesioni a danno del tenente Vincenzo Addante.

Vi leggiamo brani tratti dagli interrogatori di imputati e testimoni.

Se non fosse un processo per la morte di un giovane di vent’anni, ucciso dalle forze di polizia, sarebbe un grande pezzo della commedia dell’arte. Ma quello che sentirete è accaduto davvero in Italia.

 

Il presidente interroga l’agente Gallo e il vicebrigadiere Puglisi

Presidente

AgenteGallo, quando ha sparato contro gli studenti in fuga era in piedi o con un ginocchio a terra?

Gallo

Non ricordo quasi nulla. Cosa vuole, signor presidente, sono passato tanti anni… e poi, nel frattempo sono stato anche operato, ho passato mesi interi in ospedale. Mi chiedete quando ho sparato e in quale posizione ero? Vi dico che non so neppure se ho sparato davvero.

Presidente

Il tenente Addante disse:”hanno avuto il mio sangue, voglio il loro sangue”. Cosa successe dopo quella frase?

Gallo

Non ricordo……. Secondo me il Manzi ha sparato con la sua pistola e il Puglisi ha usato la mia.

Presidente (rivolgendosi al vicebrigadiere Agatino Puglisi)

Vicebrigadiere Puglisi lei conferma?

Puglisi

Non ho usato l’arma di Gallo ..é stato il tenente Addante.

 

Presidente

E’ vero Puglisi che Gallo per giustificarsi disse ad un certo punto la frase “Se un superiore ti chiede la pistola, che fai?

 

Puglisi

E’ vero

 

Presidente

Agente Gallo tutto ciò non stimola la sua memoria ?

 

Gallo

No ,non ricordo

 

Presidente

Eppure quella frase lei l’ ha detta, non è vero?

 

Gallo

Si, è vero l’ ho detta

Presidente

E’ bene agente Gallo che si ricordi le cose, finalmente! dica se qualcuno gli ha tolto la pistola !

Deve per forza essersene accorto

Gallo

Non so, non ricordo…

Presidente

E’ tempo di finirla con l’omertà. A costo di stare qui un mese a romperci la testa la verità deve saltare fuori. Che mi dice brigadiere Puglisi?

Puglisi

Sarebbe giusto che parlasse Gallo, che non èpiù della polizia.

 

Presidente

Ma lei, Puglisi, ha comunque sparato

Puglisi

Si ho sparato, ma ho sparato in ariacon l’arma dell’agente Manzi e quando vidi che il Gallo sparava a sua volta, ma ad altezza d’uomo, gli feci cadere la pistola

 

Presidente

E chi altro ha sparato oltre lei e il Gallo? E’ impossibile che abbiate sparato soltanto voi due

Puglisi

Io non lo escludo, però non ho visto

Presidente

Vuol forse proteggere qualcuno? Inoltre perché non raccolse l’arma che aveva fatto cadere dalla mano del Gallo ?E perché in seguito l’arma del Gallo e quella del Manzi furono manomesse?E chi fece sparire i15 bossoli rimasti sul terreno?

 

Puglisi

Io ho sparato in aria. Quanto al resto, signor presidente, ricordo che dopo la sparatoria arrivarono sul posto tre generali, il mio colonnello, il questore e funzionari dell’ufficio politico: non toccava a me prendere iniziative

 

Il Presidente congeda Gallo e Puglisi e chiama il capitano Claudio Savarese

Presidente

Capitano Savarese ci vuole spiegare perché nel suo ufficiola pistola del Gallo fu manomessa dopo gli spari, con l’inserimento nel suo caricatore di3 cartucce in supplenza di altrettante cartucce esplose?

Savarese

Ammetto di aver ricaricato l’arma irregolarmente ma ho agito per sola leggerezza, in buona fede

Presidente

Magari per solidarietà di corpo… Capitano Savarese cerchi di dare credibilità alla polizia

Savarese

Certamente se quella sera fossi stato io il responsabile del servizio mai nessuno avrebbe saputo chi impugnava le pistole, perché avrei dichiarato che tutti i miei cento uomini impugnavano le pistole

 

E’ la volta di Roberto Piacentini, l’operaio ferito alla spalla quella sera,rinviato a giudizio per oltraggio a pubblico ufficiale

 

Presidente

Signor Piacentini ci vuole ripetere quello che vide quella sera prima di essere ferito alla spalla?

 

Piacentini

Notai contestualmente due persone che esplodevano colpi di pistola, uno in divisa grigioverde, il quale nella posizione che indico sulla cartina aveva il braccio disteso in direzione degli studenti che fuggivano ed esplose due colpi…un altro che, partendo da dietro la camionetta parcheggiata dietro l’albero che si trovava a sinistra del passo carraio, venne avanti diagonalmente sul marciapiedi di via Sarfatti percorrendo uno o due metri, e quindi in tale posizione esplodeva un colpo di pistola, di costui vedevo il volto e il petto, aveva il cappotto blu delle guardiedi PS, mi parve abbastanza robusto. …i colpi esplosi furono moltissimi, tanto che sembravano raffiche

Poi la Corte interroga il Tenente Vincenzo Addante

 

Presidente

C’é qualcuno che l’ha sentito dire: “hanno avuto il mio sangue, voglio il loro sangue”. E’ vero?

 

Addante

Non ricordo

Presidente

Lei ha visto cadere Franceschi? Era lì, davanti a voi

 

Addante

Io non mi sono accorto di nulla

 

Presidente

Lei era il comandante…perché quando ha visto Gallo con la pistola non è intervenuto?

Addante

È stato il mio cruccio di sempre.

 

Presidente

Hanno sparato in molti. Se non è stato lei a dare l’ordine, chi è stato?

 

Addante

Non so. Ma quella sera ho visto il vicequestore Palella che impugnava una pistola

 

Un testimone oculare, l’avvocato Marcello della Valle che si presentò spontaneamente tre giorni dopo i fatti, conferma la sua deposizione:

 

Della Valle

Ho visto una persona, certamente in borghese, con un cappotto che mi pare essere stato grigio, senza cappello, che, trovandosi tra gli agenti in divisa e vicino alla camionetta col tetto bruciacchiato, gridando qualcosa all’indirizzo dei giovani dimostranti, sparava verso gli stessi diversi colpi di pistola che ho contato per 4 o 5.

 

Testimonia anche Italo di Silvio, che assiste dal balcone della sua abitazione alla scena della sparatoria

 

Di Silvio

C’era un funzionario in borghese, indossava un cappotto di lana scuro, aveva in testa una specie di elmetto con paracollo, era alto circa um metri e 65, un po’ curvo, sulla cinquantina, lo vidi estrarre dalla tasca del cappotto una pistola e a braccio teso esplodere colpi di pistola

Il presidente della Corte d’Assise Antonio Cusumano mostra al testimone le immagine scattate da un fotografo e lo invita a individuare il funzionario che avrebbe sparato.

Di Silvio senza esitazione indica un individuo

Il funzionario è questo, ritratto nella foto

 

Il presidente fa verbalizzare che si tratta del vicequestore Tommaso Paolella

Anche Rita Sacchi, Anna Baseggio, Giovanni Baldi e le sorelle Anna e Alice Bacigalupo, testimoni oculari, riferiscono di aver visto esplodere a braccio teso colpi di pistola al altezza d’uomo, da posizione avanzata rispetto agli altri poliziotti, da un funzionario in borghese.

Viene interrogato il vicequestore Tommaso Paolella.

 

Presidente

Lei quella sera era armato?

Paolella

Mai sono andato armato quando sono preposto a dirigere il servizio di ordine pubblico anzi, nemmeno quando la direzione di quel servizio risultava affidata ad altri. Anche quella sera ero disarmato

 

Presidente

Ma il tenente Addante dice di averla vista con la pistola in pugno al centro degli incroci con il casco in testa.

 

Paolella

Il tenente dice una spudorata menzogna per vendicarsi. Se la prese con me perché venne ferito ad un occhio.

 

Presidente

Ma anche alcuni civili dalle finestre delle loro abitazioni l’hanno vista sparare. Come facciamo a credere che lei non sappia nulla, non abbia visto nulla?

 

Sale sul pretorio Arcangelo Scarvaglieri, generale a riposo, all’epoca colonnello presso il 3° Celere.

Presidente

Generale Scarvaglieri lei ha firmato una relazione sui fatti del 23 gennaio 1973 indicando l’agente Gallo come l’unico sparatore? E’ vero?

 

Scarvaglieri.

Non avevo nessun motivo per dubitare della buona fede di Puglisi e credetti alla versione che mi fu fornita

Presidente

Perché non ha sentito altri agenti che erano presenti la sera del 23gennaio?

 

Scarvaglieri

Ho cercato di parlare anche con altri per appurare la verità

Presidente

Non mi risulta che ci siano verbali relativi

Scarvaglieri

Temevo di provocare in loro soggezione con un interrogatorio ufficiale.

Compare davanti alla Corte il Questore di Milano Ferruccio Allito Bonanno

 

Allito Bonanno

Quella sera, quando arrivò la notizia degli incidenti alla Bocconi io andai in questura, le prime notizie le ebbi dal colonnello Scarvaglieri. Mi disse che aveva sparato Gallo e che Puglisi gli saltò addosso e sparò alcuni colpi in aria con la sua pistola

 

Presidente

Lei ebbe sentore che qualche cosa non andava?

 

Allito Bonanno

No, le dichiarazioni di tutti coincidevano

 

Presidente

Eppure nel suo telegramma al ministro lei parlò di alcuni colpi di pistola, mentre a lei venne detto che ne erano stati esplosi solo due. Chi le parlò di altri colpi? La questione è importante, forse è lo stesso che ha manovrato le pistole…

 

Allito Bonanno

Non ricordo, sono trascorsi sei anni

 

Poi il capo della polizia Angelo Vicari afferma che la sua fonte è stata il questore Allito Bonanno, mentre il questore afferma che la sua fonte è stata il colonnello Scarvaglieri. Il colonnello Scarvaglieri afferma che crede alla versionedegli agenti. Gli agenti affermano di aver ubbidito ad ordini superiori. Ma allori chi accusa l’agente Gallo? Chi sostiene la versione ufficiale?

Bonanno scarica ogni responsabilità sul generale Scarviglieri comandante del 3° Celere nel 1973 e non sa neppure spiegare come mai dal fascicolo della questura sono scomparsi parecchi fogli e in alcuni ci sono diverse correzioni a mano.

Per avere una spiegazione sui fogli mancanti del fascicolo Franceschi, viene sentito il Maresciallo Celestino ed emerge che la Digos di Milano l’aveva ritirato dall’archivio della questura pochi giorni prima dell’inizio del processo.

Scrive Corrado Stajano nell’articolo “La credibilità delle istituzioni”:

La questura di Milano, Archivio di gabinetto,è costretta a consegnare alla Corte un allucinante documento:

“ Da un controllo ora eseguito all’atto della riconsegna del fascicolo Franceschi al maresciallo Comincini, si rileva che dagli atti risultano mancanti 22 fogli e nessuno in grado di fornire spiegazioni”

Sono tutti i verbali, le note, i documenti che riguardano quella notte del 23 gennaio 1973 quando fu ucciso Roberto Franceschi della cui morte le autorità di polizia accusarono l’agente Gallo. Perché far sparire tante carte compromettenti, con le notizie delle prime indagini eseguite dopo il fatto, se il responsabile della morte dello studente fosse stato effettivamente l’agente Gallo? Chi si vuol coprire?

 

13 luglio 1979

E’ il momento delle parti civili che sono ormai giunte alla conclusione che espongono in un breve scritto per la Corte

Nel rinunciare a concludere nei confronti degli attuali imputati di omicidio preterintenzionale, le parti civili ritengono di dover indicare alla Corte alcuni elementi di fatto che impongono la trasmissione degli atti al pubblico ministero perché proceda contro il vicequestore Tommaso Paolella….

Sulla morte di Roberto Franceschi, così ha risposto la giustizia italiana.

Primo processo penale 18 luglio 1979

Agatino Puglisi e Gianni Gallo, assolti per non aver commesso il fatto. Assolti per insufficienza di prove e amnistia.Sergio Cusani e Roberto Piacentini. Gaetano Savarese e Agatino Puglisi condannati ad un anno e sei mesi di reclusione per aver falsificato il verbale relativo al sequestro delle armi.

Sentenza confermata in Corte d’Assise d’Appello e successivamente in Cassazione.

 

Secondo processo penale nei confronti del vicequestore Tommaso Paolella

5 giugno 1984Assoluzione del vicequestore Tommaso Paolella per insufficienza di prove.

22 aprile 1985 in Corte d’Assise d’Appello: Assoluzione del vicequestore Tommaso Paolella per non aver commesso il fatto.

 

Al termine dei processi penali, Lydia Franceschi si dimette da preside:

 

Signor Ministro della Pubblica Istruzione
Viale Trastevere N.76 A
00153 Roma
e p.c Signor Provveditore agli Studi
Corso di Porta Romana
00122 Milano

Signor Ministro,

dopo la morte di mio figlio Roberto, ucciso nel gennaio del 1973 da un proiettile sparato dalla polizia, ho detto: il dolore è nostro ma la verità appartiene a tutti.

Sono stata profondamente convinta di questa affermazione e, nel corso degli anni, ho volutamente ignorato l’ironia di quanti mi ritenevano un’illusa nella mia ostinata volontà di sottrarre Roberto alla tragica logica di una giustizia che ha sempre finito per lasciare impunite le responsabilità delle forze dell’ordine.

Oggi, dopo la sentenza della Corte d’assise d’appello che ha concluso un lungo e perverso iter giudiziario con l’assoluzione anche dell’ultimo imputato per non aver commesso il fatto, temo di dover aggiungere che la verità appartiene sì a tutti, ma non al nostro Stato democratico; a questo Stato in cui si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà e con menzogna per sconfiggere la giustizia.

In questo Stato, signor Ministro, non sono più capace di tornare a scuola dai miei ragazzi e continuare a educarli alla dignità di cittadini.

Per il rispetto che porto nei confronti dei giovani, di mio figlio, della mia famiglia e di me stessa l’unica risposta dignitosa che so ancora trovare dentro di me sono le dimissioni dal mio ruolo di preside. E’ una decisione sofferta, anche perché la scuola, con i suoi problemi quotidiani, dopo la morte di mio figlio è stata il luogo dei miei disperati sforzi per dare ancora senso alla vita accettando, con qualche serenità, i giorni che restano.

Voglia quindi ricevere le mie irrevocabili dimissioni, a partire dall’inizio del prossimo anno scolastico.

Mi creda, sua Lydia Franceschi.

Solo la prospettiva di non disperdere il patrimonio di valori e di solidarietà formatasi nel tempo intorno alla memoria di Roberto e di mantenere culturalmente viva la sua figura attraverso l’opera di una Fondazione, convince la famiglia ad agire in sede civile contro il Ministero dell’Interno per il risarcimento del danno.

 

Così è scritto nell’ultima sentenza civile del 20 luglio 1999:

……..Può ritenersi pienamente provato che il proiettile estratto dalla nuca di Franceschi Roberto fu esploso dalla pistola in dotazione all’agente di Polizia Gallo Gianni, che la pistola fu impugnata ed il colpo sparato da una persona appartenente alle forze dell’ordine e che l’uso dell’arma, lungi dall’essere un episodio isolato, si inquadra in un ricorso generalizzato all’impiego delle armi da fuoco nei confronti di manifestanti che si stavano allontanando dal cordone costituito dagli agenti e, quindi, in assenza dei presupposti che ne potessero far ritenere legittimo l’uso…..

 

Il risarcimento è stato riconosciuto.

La verità ostinatamente negata

Testimonianza inviata al Presidente Antonino Cusumano da Hans Strossel, Presidente del Tribunale Regionale di Wurzburg, Germania.

Ho conosciuto Roberto Franceschi nell’estate del 1970. Allora ci eravamo dichiarati disponibili ad accogliere uno studente italiano e ci venne assegnato Roberto.

Come giudice ho sufficiente conoscenza degli uomini, da potermi permettere un giudizio sull’uomoRoberto Franceschi.

Poiché, sin dal primo incontro con noi, parlava molto bene il tedesco, abbiamo conversato e discusso a molto. Abbiamo avuto molti scambi di idee, anche fino a notte inoltrata, sui problemi del nostro tempo.

Mi resi presto conto che Roberto era un uomo con un talento veramente straordinario.

Le sue capacità intellettuali erano eccellenti; il suo sapere era vasto, ben fondato e in continua espansione.

I pregi del suo carattere erano alla pari in tutti i modi col suo intelletto.

Era un uomo di tatto che sapeva trattare con persone della natura più diversa.

Anche il suo lavoro sulla lingua tedesca era esemplare.

Roberto viveva con gli occhi ben aperti sulla realtà e sapeva riconoscere con sorprendente chiarezza, rispetto alla sua giovane età, i gravi disagi sociali..

Il suo obiettivo era di aiutare i poveri e i deboli con il suo impegno politico e, in futuro, professionale in maniera da contribuire a un vero cambiamento nel suo paese.

Qui da noi cercava in ogni momento di arricchire il suo già sorprendente bagaglio di conoscenza sulle condizioni sociali dei diversi strati della popolazione, facendomi domande sulle nostre condizioni di vita, sul nostro sistema di assicurazione sociale, sulla mutua, gli infortuni, le pensioni e le assicurazioni per i disoccupati.

Non nascondeva che riteneva molti dei più importanti politici della DC corrotti e interessati al proprio vantaggio e non a quello dei poveri e dei socialmente deboli. Era convinto che non ci sarebbe stato nessun cambiamento fondamentale sotto quel governo.

Non gli ho mai chiesto a quale partito italiano si sentisse legato. Era tendenzialmente di sinistra, ciò fuori dubbio, e sapeva che io sono un uomo di centro o meglio di centro sinistra.

Parlando con lui degli interventi dell’armata sovietica in Ungheria e in Cecoslovacchia, so che egli li rifiutava fermamente. Roberto guardava alla libertà individuale di ogni uomo come sommo bene e respingeva qualsiasi regime totalitario

La violenza era assolutamente estranea alla sua personalità; credeva al potere di convincimento della parola e agiva secondo un giudizio meditato, seguendo le sue opinioni.

Opportunismo, vie di mezzo, indifferenza meritavano il suo disprezzo.

Un giorno si fece descrivere da me lo sviluppo delle condizioni politiche in Germania dopo il 1933 ed era profondamente impressionato dallo sviluppo e dall’ orribile perfezione raggiunta dalla Gestapo

Era fiero della sua nazione e convinto che una simile via, dopo l’esperienza del fascismo, in Italia non era possibile.

Roberto era un partner di discussione pressoché ideale. Sapeva ascoltare con pazienza, sapeva soppesare accuratamente e sapevaesporre con grande capacità dialettica la sua opinione. Conciliante nel tono, ma deciso nel contenuto.

La morte di Roberto ha toccato profondamente me e tutti coloro che qui lo conoscevano, perché lo amavamo per i suoi valori umani, perché vedemmo morire con lui un simbolo della speranza.

 

Roberto al ritorno dalla manifestazione per la pace ,contro la guerra nel Vietnam, svoltasi a Parigi nell’ottobre 1972 scrive:
“ lo sdegno del mondo di fronte agli attacchi abominevoli e bestiali di Nixon contro il popolo inerme, l’eroica risposta delle genti vietnamite, non è altro che la contrapposizione del sentimentoa una scienza perfezionatissima, che però si basa sul più completo oblio della realtà.

L’unione profonda tra razionalità e spirito eroico, tra la considerazione scientifica e obiettiva della realtà e la forza dirompente dell’umanità che si fonde sul sentimento più articolato dell’amore: ecco la grande immagine che mi dà il socialismo nella sua formulazione teorica e nella pratica quotidiana delle genti che si sono incamminate lungo la strada della sua costruzione.”

 

 

0 Vie di fuga

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
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DANIELE BIACCHESSI

VIE DI FUGA

 

 

 

 

<< Noi siamo stati come Teseo, siamo entrati in un labirinto di specchi per portare l’attacco al cuore del Minotauro. Ma Teseo era entrato nel Minotauro e il Minotauro in Teseo, dove per la verità era sempre stato. Ora però, all’evidenza, era la stessa feroce forma. In un punto della mia vita, erano sette anni che esploravo il labirinto della lotta armata, incontrai le braccia violente del Minotauro. Negli occhi ho l’immagine di una strada statale alle porte di Milano e di una pattuglia della polizia. L’immagine di una sparatoria e di un poliziotto ucciso. Ho vissuto quegli istanti in un tempo dilatato. In quella sera, la violenza fu un rapporto a due. Io e la polizia. Dentro e attorno a noi, che giocavamo con la vita, giravano due mondi speculari, popolati da umanoidi feroci e identici. Un gioco di morte. Anche il carcere era lo specchio di una prigione del popolo. Mi fotografarono con un cartello numerato sul petto.>>

Un militante delle Brigate Rosse

 

I dati sono freddi calcoli e comparazioni, ma a volte descrivono più di ogni altra cosa i termini di una guerra combattuta con ogni mezzo e non ancora conclusa. Dal 1969 al 1989 sono 4087 le persone condannate in via definitiva per banda armata, associazione sovversiva, insurrezione contro i poteri dello Stato, omicidi, ferimenti, furti, rapine, reati più o meno gravi, comunque collegati all’attività dei gruppi armati di sinistra. In prevalenza sono uomini, 3142, il 76,9%. Ne fanno parte 945 donne, il 23,1%. La maggioranza, il 60,3%, risulta di età compresa tra i 21 e i 30 anni, di cultura e istruzione medio-alta: solo il 2,5% frequenta le scuole elementari e il 20,4% le medie inferiori. Operai, studenti, impiegati, insegnanti, liberi professionisti, lavoratori nei servizi pubblici, docenti, ricercatori, artigiani, commercianti, agricoltori, militari, politici, sindacalisti, precari, disoccupati. In pratica l’esatta fotografia della società italiana. Anche la ripartizione in regioni offre la percezione di un fenomeno a dir poco trasversale: sono residenti in Lombardia, Lazio, Campania, Veneto, Piemonte, Sardegna, Marche. A queste 4097 persone condannate dai tribunali, se ne devono aggiungere almeno 20000, inquisite poi prosciolte, sfiorate di un soffio dalle indagini, coinvolte dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e uscite poi assolte dai processi dei tribunali, con formula piena e insufficienza di prove.
E’ assai bassa la percentuale di militanti della lotta armata proveniente dalla sinistra tradizionale: solo il 2,8 % dal PCI, Partito Comunista Italiano, il 6,5% dai sindacati CIGL e CISL. Il 38% giunge dalle esperienze politiche nei gruppi storici della sinistra extraparlamentare: LC, Lotta Continua, POT OP, Potere Operaio, AO, Avanguardia Operaia. La parte maggioritaria, il 42,7%, é invece attiva nei circoli giovanili, nei collettivi di quartiere e nelle aree autonome emersi intorno alla metà degli anni Settanta.
Per almeno 1500 di loro, le BR, Brigate Rosse, rappresentano la principale organizzazione di riferimento. Seguono PL, Prima Linea, UCC, Unione Comuniste Combattenti, NAP, Nuclei Armati Proletari, GAP, Gruppi di Azione Partigiana, FCC, Formazioni Comuniste Combattenti, COLP, Comitati Organizzati per la Liberazione Proletaria, PAC, Proletari Armati per il Comunismo, COCORI, Comitati Comunisti Rivoluzionari, AR, Azione Rivoluzionaria, FCA, Formazioni Comuniste Armate.
Sul piano statistico, sono 24 le sigle maggiori della lotta armata di sinistra, 78 quelle considerate minori, 21 sono invece collettivi e riviste di movimento, gruppi semilegali in seguito indagati per associazione sovversiva e banda armata.
Sono 131 le persone assassinate dal terrorismo di sinistra. Oltre 2000, i feriti. 71 i militanti uccisi in conflitti a fuoco con le forze dell’ordine, durante la preparazione di un attentato e di una rapina di autofinanziamento, soli e malati gravi dentro una cella, percossi dalle guardie, accusati di delazione, uccisi dai loro stessi compagni, morti all’estero.
Agli inizi degli anni Settanta, l’azione dello Stato contro i primi gruppi clandestini è assai limitata. L’addestramento dei corpi di polizia è finalizzato all’ordine pubblico, all’intervento repressivo dei cortei della sinistra extraparlamentare. Non viene sviluppata una intelligence specifica sul fenomeno, le inchieste risultano prive di ogni incisività e si basano su vecchie informative imprecise. Non viene privilegiato dunque il controllo sulle attività di movimenti armati già esistenti come BR, Brigate Rosse, GAP, Gruppi di Azione Partigiana, NAP, Nuclei Armati Proletari. Del resto, nessuna di queste organizzazioni giunge ancora all’omicidio politico ma concentra il tiro contro obiettivi simbolici: attentati contro tralicci dell’alta tensione, in uno di questi perde la vita l’editore Giangiacomo Feltrinelli dei GAP (15 marzo 1972, Segrate), vetture di dirigenti aziendali, sedi locali ed esponenti del MSI, Movimento Sociale Italiano, sequestri di Idalgo Macchiarini della SIT SIEMENS (3 marzo 1972, Milano), del segretario provinciale della sezione metalmeccanici della CISNAL, Bruno Labate (15 gennaio 1973, Torino), del dirigente dell’Alfa Romeo, Michele Mincuzzi (28 giugno 1973, Arese), del capo del personale FIAT, Ettore Amerio (10-18 dicembre 1973, Torino).
Con la legge n.152 detta <<Reale>>, lo Stato si indirizza contro forme pubbliche di protesta e i provvedimenti sottolineano un’inversione di tendenza rispetto all’ampliamento dei diritti civili sancito in Italia tra il 1968 e il 1972: allungamento dei termini di carcerazione preventiva, estensione del raggio di applicazione del processo per direttissima, riduzione della discrezionalità del magistrato sulla concessione della libertà provvisoria, ampliamento dei poteri di perquisizione delle forze di polizia. Così la reazione delle istituzioni contro le Brigate Rosse è a bassa intensità e l’organizzazione può crescere, anche se di misura, perché non attira l’attenzione della magistratura. L’azione delle BR non si distingue poi dai gruppi della sinistra radicale che operano ai margini del vasto movimento di massa di quegli anni. Anche i NAP, Nuclei Armati Proletari, si muovono nella stessa direzione. Radicati soprattutto nel Mezzogiorno, i loro militanti giungono alla lotta armata dopo le esperienze maturate in LC, Lotta Continua, e in seguito sviluppate attraverso un’opera di proselitismo tra il sottoproletariato urbano di Roma e Napoli e i detenuti comuni rinchiusi nelle carceri di Regina Coeli e Poggioreale.
La prima svolta nella lotta al terrorismo avviene in seguito al rapimento del giudice Mario Sossi (18 aprile-23 maggio 1974, Genova), e al duplice omicidio dei missini Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola (17 giugno 1974, Padova). Rivendicato dal nucleo veneto delle BR all’interno della pratica dell’antifascismo militante, é giudicato un grave errore politico dal vertice dell’organizzazione.
A quel punto, i brigatisti non sono più dei fantasmi che colpiscono e svaniscono nel nulla. Gli investigatori cercano persone con nomi e cognomi, volti impressi su foto segnaletiche e creano strutture speciali di contrasto e prevenzione. L’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo del Questore Emilio Santillo, alle dirette dipendenze del capo della Polizia, prende il posto del compromesso Ufficio Affari Riservati del Prefetto Federico Umberto D’Amato. Il vecchio sistema orizzontale degli apparati dello Stato è ormai superato: ora la parte più delicata delle indagini è affidata ad una struttura che opera a livello nazionale. A Torino, intanto, il Nucleo speciale di polizia giudiziaria dei Carabinieri, viene affidato alla guida esperta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il Nucleo non ha giurisdizione solo in Piemonte ma estende le sue operazioni anche in Liguria. In poco tempo, i vertici dei GAP, dei NAP risultano azzerati e viene scompaginato l’intero organigramma della direzione delle BR con gli arresti dei capi storici Renato Curcio e Alberto Franceschini, attraverso l’infiltrazione di Silvano Girotto, detto <<frate mitra>> (8 settembre 1974, Pinerolo), di Roberto Ognibene (15 ottobre 1974, Robbiano di Mediglia), e con la drammatica uccisione di Margherita <<Mara>> Cagol (5 giugno 1975, Spiotta d’Arzello). Nel 1975, le BR sono decimate e restano in libertà pochi militanti regolari, guidati dal capo militare Mario Moretti. Ormai sono tutti formalmente latitanti perché contro di loro la magistratura spicca mandati di cattura per attentati, sequestri e per il duplice omicidio dei due missini di Padova.
Lo Stato rallenta la lotta al terrorismo perché convinto della sconfitta delle organizzazioni clandestine e smantella le strutture di intelligence. Ma le Brigate Rosse non sono ancora giunte al capolinea e rispondono a questa decisione con il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia, liberato poi il 14 giugno 1975 ad Acqui Terme. L’11 luglio 1975, il Nucleo speciale di polizia giudiziaria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa viene sciolto con provvedimento urgente del comandante generale dell’Arma Enrico Mino. I carabinieri che formano il corpo speciale vengono poi trasferiti a Milano, Roma e Napoli e le conoscenze acquisite risultano sostanzialmente disperse. Tutto avviene mentre le Brigate Rosse compiono la spinta in avanti con l’omicidio del procuratore generale della Repubblica Francesco Coco (8 giugno 1976, Genova), e il sequestro dell’armatore Pietro Costa (12 gennaio-3 aprile 1977, Genova).
E il partito armato allarga la sua area di consenso. Si avvia un processo di frammentazione dei maggiori gruppi storici della sinistra extraparlamentare. Si sciolgono in pochi anni LC, Lotta Continua, AO, Avanguardia Operaia, Quarta Internazionale, POT OP, Potere Operaio. Entra in crisi il concetto di <<militanza>>, il dibattito sull’uso della violenza diventa aspro e alimenta le divisioni. Si affacciano sulla scena soggetti politici, autonomi e indipendenti. Alcuni comitati enfatizzano l’autonomia della classe operaia e proclamano la loro indipendenza dalla Nuova sinistra, accusata di eccessiva moderazione. Sono gruppi dotati di strutture semi-militari. I loro militanti provengono dall’esperienza maturata nelle organizzazioni legali LC e POT OP che si amalgamano con giovani attivisti dei circoli giovanili, già protagonisti di campagne contro lo spaccio di droghe pesanti, nelle occupazioni di case, nelle autoriduzioni dei biglietti di mezzi pubblici, cinema e teatri delle grandi metropoli. Due riviste, <<Senza Tregua>> e <<Rosso>> restano il punto di riferimento politico di questa area magmatica.
Entrambe rielaborano ideologie degli anni Sessanta e le rendono compatibili con una nuova potenziale base di mobilitazione di massa. Nella lotta interna alla leadership, le componenti che scelgono la lotta armata dispongono dunque di maggiori capacità operative. Precari, studenti, disoccupati, agiscono intanto nei quartieri, si associano in comitati e collettivi autonomi e conducono un doppio livello di intervento, legale e illegale. Sono gli anni del cosiddetto <<terrorismo diffuso>>, dove viene compiuta una capillare e strategica operazione di reclutamento: alla lotta armata si affacciano una moltitudine di giovani poco più di ventenni di Milano, Torino, Venezia, Genova, Firenze, Roma e Napoli.
I servizi di sicurezza vengono riformati soltanto nel 1977, dopo le comprovate deviazioni del SID nelle inchieste sulle stragi di Piazza Fontana (12 dicembre 1969, Milano), Questura di Milano (17 maggio 1973) e Piazza della Loggia (28 maggio 1974, Brescia). Nascono SISMI e SISDE sulle ceneri dei vecchi servizi di sicurezza ma le cose non cambiano: i funzionari sono gli stessi, così come identiche restano le modalità delle operazioni di copertura. Pochi rapporti riservati giungono dall’intelligence agli inquirenti sui militanti dei gruppi clandestini. L’intervento della magistratura viene invece rallentato dalle carenze storiche del sistema giudiziario italiano, dalla assenza di organi ufficiali di coordinamento e dalla paura di ritorsioni: risulta emblematico il processo al nucleo storico delle BR a Torino, dove vengono intimiditi i giurati popolari e ucciso il Presidente dell’Ordine degli Avvocati Fulvio Croce (28 aprile 1977, Torino).
Nel maggio 1977, a Firenze viene formalizzata la nascita di PL, Prima Linea, che sostiene una autonomia rispetto alle Brigate Rosse e una saldatura con collettivi e comitati. Nel gruppo fanno parte tra gli altri Marco Donat Cattin, Roberto Sandalo, Michele Viscardi, Chicco Calmozzi, Maurice Bignami, Sergio Segio e l’ideologo del gruppo Roberto Rosso. Prima Linea sostiene la leadership armata della vasta area del dissenso da organizzare nel movimento.
Tra il 1977 e il 1978, aumenta il numero di attentati, omicidi, azioni armate contro cose e persone. E’ un vero stillicidio. 18 dirigenti di grandi fabbriche del Nord saranno feriti. Nel solo periodo giugno-luglio 1977 vengono colpiti alle gambe i direttori del <<Secolo XIX>> Luigi Bruno, del <<Giornale>> Indro Montanelli, del Tg1 Emilio Rossi e del <<Gazzettino>> Antonio Granzotto. L’escalation contro la stampa si concluderà successivamente con gli omicidi del vicedirettore della <<Stampa>> Carlo Casalegno (16 novembre 1977, Torino), e dell’editorialista del <<Corriere della Sera>> Walter Tobagi (28 maggio 1980), rivendicato dalla <<Brigata 28 marzo>> di Marco Barbone.
La seconda svolta viene intrapresa dallo Stato poco dopo il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta (16 marzo 1978, via Fani, Roma), e il suo triste epilogo con il ritrovamento del corpo senza vita dello statista (9 maggio 1978, via Caetani, Roma). Mentre i militanti di Prima Linea, entrano tutti in clandestinità, proseguono le operazioni di copertura guidate ancora dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, su mandato diretto dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Il 1 ottobre 1978, i corpi speciali effettuano un’irruzione nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano, arrestano membri importanti della Direzione Strategica come Lauro Azzolini, Nadia Mantovani, Franco Bonisoli, e ritrovano le lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni del rapimento. Sul piano operativo viene inoltre istituito l’UCIGOS, Ufficio Centrale per le Investigazioni e le Operazioni Speciali, che sostituisce l’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo del Questore Emilio Santillo.
Non bastano queste mosse operative per fermare la lunga catena di omicidi e attentati. Tra il 1978 e il 1980, la percentuale più alta di vittime cadrà sotto i proiettili dei terroristi. I bersagli delle azioni vengono scelti seguendo la logica della guerra allo Stato. Brigate Rosse e Prima Linea attaccano esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine, ma anche agenti di custodia, giornalisti, sindacalisti. Tra gli obiettivi strategici colpiti dai due gruppi in quegli anni, segnaliamo quelli contro il magistrato della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Riccardo Palma (14 febbraio 1978, Roma), il maresciallo di Polizia Rosario Berardi (10 marzo 1978, Torino), il funzionario dell’Antiterrorismo Antonio Esposito (21 giugno 1978, Genova), il direttore generale agli Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia Girolamo Tartaglione (10 ottobre 1978, Roma), il criminologo Alfredo Paolella (11 ottobre 1978, Napoli). E ancora altri omicidi: il sindacalista della CGIL e militante del PCI Guido Rossa (24 gennaio 1979, Genova), il giudice Emilio Alessandrini (29 gennaio 1979, Milano), il consigliere provinciale della DC Italo Schettini (29 marzo 1979, Roma), gli agenti Antonio Mea e Pietro Ollanu uccisi durante l’assalto alla sede della DC di via Nicosia (3 maggio 1979, Roma), il generale dei Carabinieri Antonio Varisco (15 luglio 1979, Roma), il direttore di produzione dell’ICMESA di Seveso Paolo Paoletti (5 febbraio 1980, Monza), il vicepresidente del CSM, Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet (12 febbraio 1980, Roma), il direttore generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Girolamo Minervini (18 marzo 1980, Roma), il docente di Criminologia all’Università Statale Guido Galli (19 marzo 1980, Milano).
Solo in quel momento e sotto la pressione di una opinione pubblica impaurita che chiede la mano forte dello Stato, nel codice di procedura penale vengono introdotte misure repressive, di contrasto e prevenzione. Aumentano i poteri degli organi di polizia e dell’autorità giudiziaria, nessun limite per intercettazioni telefoniche e perquisizioni, gli inquirenti possono assumere informazioni sommarie sugli indiziati attraverso interrogatori svolti senza la presenza di un difensore. Il fermo preventivo diventa applicabile contro chi, pur non avendo commesso nulla, è giudicato un sospetto sovversivo. Nel 1980, entrano nel codice nuovi reati: <<associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico>> e <<attentato per finalità terroristiche o di eversione>>. La legge prevede inoltre aumenti di pena che raggiungono la metà di quella comminata, la non applicabilità delle attenuanti generiche e il prolungamento di un terzo dei termini massimi della carcerazione preventiva.
Lo Stato si organizza contro questo esercito armato composto da migliaia di persone. La caccia a latitanti e clandestini avviene senza esclusioni di colpi. Vengono adottate leggi speciali in un clima politico di emergenza e di solidarietà nazionale: sono gli anni del governo di unità nazionale guidato dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sostenuto da PCI, Partito Comunista Italiano, PSI, Partito Socialista Italiano, e dai partiti dell’arco costituzionale, tranne il MSI, Movimento Sociale Italiano. Nel quadro della linea dura della fermezza, si strutturano reparti operativi speciali NOCS, Nuclei Operativi Centrali di Sicurezza, che agiscono in accordo con i servizi di sicurezza militari e civili, SISMI e SISDE, e con le loro missioni di intelligence ancora non del tutto chiarite. Quelle effettuate durante il rapimento Moro risulteranno particolarmente inquietanti: la comprovata presenza del generale dei SISMI Camillo Guglielmi, la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, posti di blocco tardivi, mancato ritrovamento del covo di via Gradoli 96 sempre nella Capitale, falso documento brigatista con cui si annuncia la morte dello statista democristiano e il ritrovamento del suo corpo sui fondali del lago della Duchessa. Operazioni che comprovano la sicura e accertata malafede. Si giunge perfino ad azioni militari mirate, come quella condotta il 28 marzo 1980 in via Fracchia a Genova, quando i Nuclei Speciali dei Carabinieri entrano di notte in un appartamento e colpiscono a morte i brigatisti Annamaria Ludman, Piero Panciarelli, Lorenzo Betassa e Riccardo Dura. Le fotografie recentemente pubblicate dal giornalista Andrea Ferro sul <<Corriere Mercantile>> di Genova confermano che in via Fracchia, quel giorno di fine marzo, ci fu una vera e propria esecuzione.
Sulle tecniche investigative utilizzate in quegli anni, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ripete più volte un aneddoto efficace: per catturare i pesci bisogna togliere l’acqua nel loro acquario, quella in cui nuotano abitualmente. Movimenti, gruppi, organizzazioni, collettivi, centri sociali, vengono infiltrati da agenti dell’Arma dei Carabinieri. Un’operazione capillare e sistematica che durerà nel tempo. Ricordava allora Dalla Chiesa:
<<Se è vero che l’infiltrazione esisteva fin dai tempi dei babilonesi e anche vero che, in tutte le guerre, gli eserciti hanno attinto a piene mani dal nemico vinto. E c’è da aggiungere una cosa: la collaborazione vale in quanto coloro che la utilizzano siano ben preparati, in grado cioè di coglierne l’intera tematica senza lasciare spazi alla reticenza, alle omissioni, ai falsi.>>
Sull’opera di infiltrazione nei movimenti è più preciso oggi il generale dei Carabinieri, Nicolò Bozzo, già collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa:
<<Ufficiali e sottufficiali si erano iscritti in tutte le università considerate a rischio: Roma, Torino, Milano, Genova, Trento, Padova, Napoli, Pisa, perfino ad Arcavacata dove insegnava l’autonomo Franco Piperno. I carabinieri si comportavano come normali studenti, seguivano le lezioni, davano gli esami tanto che molti di loro si sono laureati, vivevano in appartamenti con altri ragazzi. Le spese venivano sostenute dall’Arma, così come le tasse universitarie. Un lavoro di infiltrazione più congeniale ai servizi segreti, ma che il generale Dalla Chiesa conduceva in proprio, certo com’era che soltanto attraverso un’opera di infiltrazione si sarebbe riusciti a scoprire qualche mistero delle Brigate Rosse.>>
E il generale dei Carabinieri Vincenzo Morelli ammette:
<<Era necessario che fossero incrementati i fondi confidenziali sino allora scarsi, per ampliare e potenziare anche la rete degli informatori, principalmente all’interno degli stessi movimenti eversivi… Trovare ancora soluzioni appropriate per garantire le necessarie coperture al di fuori delle infrastrutture dell’Arma e altri enti dello Stato, ad alcuni sicuri e capaci elementi delle sezioni speciali, al fine di consentire loro anche il naturale inserimento tra gli operai di alcuni stabilimenti o tra gruppi di studenti, specie universitari, o di poter svolgere altra autonoma attività lavorativa nel mondo operaio o in altri settori.>>
La crisi delle organizzazioni clandestine viene accelerata da numerosi fattori. Le Brigate Rosse si separano in vari rivoli. A Milano, si rende autonoma la colonna BR-WA, Brigate Rosse–Walter Alasia, dedicata al giovane ucciso nel 1976 a Sesto San Giovanni in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. A Napoli, diventa indipendente il Fronte Carceri. Alcuni militanti della colonna veneta si organizzano intanto nella colonna <<2 agosto>>. Nel 1981, le Brigate Rosse cessano di esistere in modo formale. Accanto alle BR-Walter Alasia e alle BR.Partito Guerriglia si formano le BR-PCC, Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente.
Nonostante il riflusso che coinvolge i movimenti di piazza, la scelta armata resta isolata sul piano politico. Sindacati, partiti, sinistra antagonista fanno quadrato contro la deriva terroristica con scioperi, manifestazioni, assemblee. Il PCI a Torino diffonde perfino un questionario nelle fabbriche sul terrorismo e invita operai ed impiegati a fornire alle forze dell’ordine i nomi dei sospetti brigatisti. A questo, si devono aggiungere alcune <<misure premiali>> introdotte nel 1980 per chi intende collaborare con le autorità inquirenti: non punibilità, riduzione fino a metà della pena, non applicazione delle aggravanti. La legge del 1982 perfeziona i contenuti di quella precedente e stabilisce che anche gli sconti di pena devono essere considerati in relazione al grado di collaborazione e all’entità del contributo fornito. Ricorda il brigatista Antonio Savasta, uno dei primi pentiti insieme a Patrizio Peci che hanno usufruito dei benefici di questa legge:
<<All’inizio ho fatto così. Certi nomi non li ho detti, altre cose non le ho raccontate per proteggere le persone che mi erano più care. Però quelli non c’erano più ed era troppo pesante la sconfitta. Poi c’è questa bisogno di dire che si faccia finita subito, che finisca rapidamente. In quel momento ero arrivato alla lucidità della comprensione di quello che era stato, cioè che non avevamo niente da prospettare, niente da proporre. Quindi perché continuare?>>
Molti militanti di PL, Prima Linea, scelgono invece di non collaborare con lo Stato ma iniziano nelle carceri speciali un processo di revisione critica del loro passato e dichiarano fallita l’esperienza di lotta armata. La legge del 1987 sulla dissociazione istituisce aree omogenee per i detenuti di reati di terrorismo, estensione di alcuni sconti di pena a quanti abbandonano le organizzazioni clandestine. Dal 1983, restano operative due formazioni armate: BR-PCC, Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, e UdCC, Unione dei Comunisti Combattenti. Si rendono protagoniste di numerosi attentati. Viene ferito Gino Giugni, membro della direzione del PSI (3 maggio 1983, Roma). Poi iniziano gli omicidi: il diplomatico statunitense Lemon Hunt (15 febbraio 1984, Roma), il docente di Economia politica e Presidente dell’Istituto di Studi Economici e del Lavoro, Ezio Tarantelli (27 marzo 1985, Roma), l’ex sindaco di Firenze, Lando Conti (10 febbraio 1986, Firenze), e la rapina di autofinanziamento di via Prati di Papa a Roma, in cui vengono colpiti a morte gli agenti di polizia, Giuseppe Scravaglieri e Ronaldo Lanari (14 febbraio 1987). Le UdCC feriscono prima Antonio Da Empoli, capo del Dipartimento economico della Presidenza del Consiglio (21 febbraio 1986, Roma), poi fermano il cammino del generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri (20 marzo 1987).
Sono gli ultimi spari del partito armato degli anni Ottanta. E’ un processo irreversibile perché in quel preciso momento si rompe il vincolo di solidarietà tra militanti. Il sodalizio si sfalda ed ognuno si trova da solo davanti ad un bivio come spiega oggi un aderente alle vecchie Brigate Rosse:
<<Metterti in mano allo Stato significa starci in termini del poveraccio solo che si fa una vita da cani perché è isolato dagli altri detenuti. Oppure significa che tu decidi di mandare la gente in galera, di collaborare, di pentirti, e allora poi magari trovi una collocazione dove puoi vivere e sei protetto. Per quante rotture ci fossero, da una parte c’è la solidarietà e l’amicizia che ti lega, e la necessità di fare sempre fronte comune per vivere in carcere, dall’altra questa impossibilità di una fuoriuscita politica dall’organizzazione.>>
Nel gennaio 1987, una serie di lettere aperte firmate da diversi militanti, sanciscono la chiusura unitaria dell’esperienza storica delle BR e l’inizio di una battaglia finalizzata alla soluzione politica del conflitto degli anni Settanta, alla liberazione delle persone incarcerate e al rientro dei fuoriusciti fuggiti all’estero. Dalle carceri speciali dichiarano che la lotta armata è ormai finita.
Per contrastare la decisione dei militanti del nucleo storico di chiudere la lotta armata, il gruppo tosco-laziale delle BR-PCC uccide il professore Roberto Ruffilli, senatore della DC, Democrazia Cristiana, e consulente per i problemi dello Stato dell’allora Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita (16 aprile 1988, Forlì). In seguito all’attentato, le cellule ancora in libertà saranno smantellate da Polizia e Carabinieri tra il 1988 e il 1990. La sottovalutazione del pericolo terroristico da parte dello Stato, delle istituzioni parlamentari, di magistratura e forze dell’ordine tra il 1990 e il 1999, contribuiranno a far nascere una nuova generazione di giovani brigatisti che torneranno a colpire, esattamente come nel passato, le riforme e i riformisti: i consulenti del ministero del Lavoro Massimo D’ Antona (20 maggio 1999, Roma), Marco Biagi (19 marzo 2002, Bologna).
Quattromilaottantasette storie di vita. Non basterebbero dieci libri per raccontarle ma il percorso di ognuna è spesso simile alle altre. I primi conflitti in famiglia, la ribellione contro lo Stato, gli anni della coscienza politica e della rivolta armata. Ricorda oggi un militante di MCR, Movimento Comunista Rivoluzionario di Roma:
<<Le prime manifestazioni in cui ci sono scontri di piazza, non me le ricordo come un fatto di giungere allo scontro con la polizia per imporre un determinato passaggio in quel punto, non me le ricordo come un’imposizione da parte del corteo e del movimento. Me le ricordo come una reazione a qualcuno che vuole impedirci di fare, e non se ne afferra il motivo, e mi sembra naturale rispondere. Gli scontri a distanza hanno comunque sempre un differenziale terribile. A chi ha le armi, i lacrimogeni, i manganelli, uno risponde sempre con i sassi, e questo differenziale diventa anche dal mio punto di vista un motivo di giustificazione, un fatto che legittima l’uso di una violenza e antagonista.>>
Sul clima di tensione e violenza che regna in quegli anni, la testimonianza di un membro di Prima Linea di Milano diventa essenziale:
<<Il discorso della contrapposizione fisica con la controparte politica, quindi con i fascisti, era comunque un momento quasi giornaliero, nel senso che, quando di notte si attaccavano i manifesti sui muri, quando si andava a distribuire volantini in certe zone della città, era comunque inevitabile attrezzarsi in termini militari…erano avvenimenti che ti portavano ad attrezzarti. Non voglio sembrare retorico, però quelli erano gli anni dei manifestanti morti in piazza, erano gli anni degli agguati fascisti con i compagni morti.>>
E ancora le letture e l’ideologia diventate dogma, la cultura del partito e delle sue avanguardie, il mito della forza rivoluzionaria, l’autodifesa con la strategia delle armi. Si confessa così un militante delle UCC, Unità Comuniste Combattenti:
<<Le armi hanno un fascino in sé, che poi è un fascino che ti fa sentire in qualche modo anche più virile, tanto è vero che, come a tutti, anche a me capitava di farle vedere alle donne per tentare, appunto, di conquistarle.>>
Si va avanti con le discussioni nei collettivi di quartiere sull’uso della violenza diffusa e della lotta armata. Fino alle azioni esemplari: un’irruzione in una sede di un’istituzione, di un partito, di un’associazione imprenditoriale, di un sindacato. Per il brigatista Antonio Savasta la scelta deriva da una contrapposizione alla politica dei partiti e al sistema parlamentare democratico:
<<Era una rottura con un modo obsoleto di fare politica, vecchio e non rispondente ai nostri bisogni. La politica non parlava il nostro linguaggio, non parlava di cose reali, parlava del Palazzo, parlava di esigenze che nulla avevano a che fare con le mie. Quindi era un segno tangibile di rottura affermare le proprie cose attraverso la lotta armata. In realtà non c’era più un dibattito sui valori da affermare, c’era un dibattito sulla lotta armata, era dunque un problema di affinamento di uno strumento, non la proposizione di una politica alternativa.>>
Per Paolo Lapponi delle UCC, la violenza armata è un contrappeso rispetto a quella del potere:
<<Noi pensavamo che bisognasse indirizzare questa violenza armata perché funzionasse come una specie di contrappeso. Se questi fanno fuori la gente dentro il carcere devono sapere che poi, fuori, pagano un prezzo, nel senso che c’era una mobilitazione generale, c’era uno scontro. Quello ci sembrava avesse un senso più che andare a sfasciare i negozi di Roma.>>
Così si prosegue fino al salto di qualità, ai ferimenti e all’omicidio politico. Lo si fa spesso per vendicare qualcuno come sostiene un membro di Prima Linea di Torino. Lui si riferisce all’uccisione dei <<piellini>> Barbara Azzaroni e Matteo Caggegi da parte delle forze di polizia (28 febbraio 1978, Torino):
<<Quando sei avvolto nella spirale, cioè proprio nella spirale in cui subisci, è difficile riuscire a giudicare da fuori fatti ed eventi, perché in effetti per esempio episodi come la morte di Matteo e Barbara hanno un’incidenza emotiva notevole. In effetti si innesca una spirale di vendetta e rappresaglia. Perché quando sei in gioco, giochi fino in fondo, fino anche alla morte.>>
Il salto di qualità lo si compie anche per motivi interni all’organizzazione come conferma un militante di Prima Linea di Milano:
<< Quando questo tipo di personaggi che tengono in vita il gruppo, nonostante le apparenze, cominciano a sganciarsi, lo intuisci anche se lo rimuovi ideologicamente, intuisci che la gente fa marcia indietro e praticamente comincia a frantumarsi tutto l’apparato per cui ti ritrovi con un numero vasto di clandestini e latitanti e non sai dove tenerli, devi cominciare a moltiplicare le azioni di finanziamento e inizi a moltiplicare gli incidenti, i morti, i feriti, gli arrestati.>>
Quattromilaottantasette persone si creano un nemico comune, condiviso, non più composto da uomini e donne in carne e ossa ma ben presto trasformato in un simbolo da colpire, espressione di un sistema che intendono distruggere. Magistrati, giudici, poliziotti, Carabinieri, giornalisti, agenti di custodia, dirigenti industriali, consulenti dello Stato. Il marchio degli obiettivi designati cancella ogni umanità, perché nel momento dell’azione il terrorista si sente investito di una missione di giustizia storica come ricorda un appartenente alle Brigate Rosse degli anni Settanta:
<<Ad una esigenza di tipo politico tu fai corrispondere una persona. Cioè oggi ho il problema di attaccare chi fa un certo tipo di discorso ma non è che te la vai a prendere con i muri..allora vediamo chi è che fa questo discorso e quindi vai, cominci praticamente a cercarlo, è come se alzassi le antenne ricettive per capire da dove arriva questo messaggio…allora leggi i giornali..partecipi in maniera clandestina alle riunioni di queste persone, cerchi di vedere e di capire, poi l’hai individuata, è quello il responsabile, è lui in questo momento, c’è già una logica di processo, in cui tu già da prima hai deciso che quello è il colpevole….quindi arrivi e quello che ti differenzia è la pena…cioè che pena do a questa persona colpevole di queste cose? Poi vai e ti assumi questo senso di giustizia…di giustizia molto carica, cioè è quella giustizia che non solo a te colpisce perché hai fatto quel giorno quella determinata cosa, ma per tutti i discorsi che ci sono dietro…quindi in realtà non è più neanche quella persona….le viene svuotata e gli vengono immesse altre colpe e delle responsabilità. Perciò ci arrivi da un percorso di individuazione fisica delle responsabilità di quella persona, diventa un’altra persona…diventa un’altra cosa un ingranaggio di quella macchina mostruosa che ci sta distruggendo. In realtà giunto a quel punto non puoi essere coinvolto totalmente, non ti fai prendere dall’emozione, sei uno che fa della giustizia, che afferma dei valori e quindi non ha posto per l’odio.>>
Nelle scelte dei militanti della lotta armata, la morte in battaglia, la <<bella morte>>, è una delle opzioni da mettere perfino nel conto. Racconta oggi una militante delle BR, Brigate Rosse:
<<Noi vivevamo il problema della morte all’interno di una grande ideologia, per cui, io mi sono trovata direttamente ad ammazzare le persone…In realtà, il problema della morte, vissuto come momento di angoscia, mi ha toccato soltanto nel momento della morte dei miei compagni…Il problema della morte che si accompagna all’ideologia è esattamente questo…ho ammazzato, me lo ricordo come se fosse in questo momento…Quell’omicidio è stato vissuto ancora dentro la logica della funzione, perché era un agente di custodia, perché era un torturatore come si diceva allora, quindi avevo tutte le giustificazioni dell’ideologia..Per me era come svolgere una routine di lavoro…E’ questa l’aberrazione, perché tu hai un’ideologia per cui tu sei da una parte dove ci sono gli amici, dall’altra invece stanno i nemici. E i nemici sono una categoria, delle funzioni, dei simboli da colpire, non degli uomini. E quindi trattare queste persone con la simbologia del nemico fa in modo che tu non hai un rapporto di assoluta astrazione con la morte. Per cui se io fossi andata a fare l’impiegata al catasto, invece di uccidere, per me sarebbe stata la stessa cosa. Uscivo da casa la mattina, andavo a controllare le persone, a preparare le operazioni. Quando non andavo direttamente a compiere omicidi evidentemente. Poi me ne tornavo tranquillamente a casa, facevo la mia vita che era quella di una normale donna di casa.>>
Ma la sconfitta per i terroristi già si avverte. Così annunciata, reale e vicina. Spiega Roberto Silvi, ex militante dei PAC, Proletari Armati per il Comunismo:
<<La sconfitta non è stata solo di tipo militare ma è dovuta alla mancanza di prospettive storiche. Il movimento non ha più trovato in sé stesso la capacità di andare avanti. Si è trovato come spaventato della forza stessa che aveva messo in piedi e contemporaneamente senza più prospettive credibili. Le lotte per i bisogni individuali si sono accentuate ed esasperate fino a porre la loro soddisfazione al primo posto rispetto alle lotte per obiettivi comuni. Ciò ha creato le basi per lo sviluppo dei fenomeni del pentitismo e della dissociazione, visti come soluzione ai propri problemi personali.>>
Per altri giungerà invece la clandestinità e la fuga. Percorsi obbligati al quale nessuno si è mai sottratto. Un appartenente a Prima Linea di Napoli sottolinea un concetto:
<<Ti terrorizzi però non puoi più tornare indietro perché c’è il mandato di cattura.>>
Si fugge per necessità, perché il tempo delle parole è ormai scaduto e ognuno si assume le responsabilità nella sua solitudine. Racconta Alfredo Buonavita del nucleo storico delle BR:
<<Mi ricordo la prima sera in cui sono venuti a prendermi qui e sono riuscito a scappare. La prima cosa che ho pensato quella notte non erano tanto i miei problemi quanto il fatto che, da allora in poi, non avevo più da mediare nulla.>>
E un militante di Prima Linea di Torino aggiunge:
<<Sono fuggito, scappato, andato via lontano perché avevo pensato che non potevo stare a casa tranquillamente ad aspettare che mi venissero a prendere.>>
Ci fu un tempo in cui arrivarono i giorni bui, quelli del labirinto, e poi quei giorni si dileguarono e il buio scomparve per sempre. Ci fu un tempo in cui giovani ribelli con le armi attaccarono lo Stato e colpirono a morte i loro nemici. Poi tornarono nel nulla, proprio da dove erano venuti. Sovversivi e poliziotti, i nemici dell’ordine costituito e i difensori delle regole, quelli che attentano le nostre proprietà, le nostre vite e quelli che ci difendono. Posta così la lotta armata di sinistra sarebbe chiusa ormai da parecchio. Sarebbe riduttivo spiegare così oltre un terzo di secolo di storia contemporanea.

0 Il delitto D’Antona

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

IL DELITTO D’ANTONA

 

Roma.20 maggio 1999.8,20.E’ primavera e il sole si è alzato da poco.Un vento caldo proviene dal mare.Quasi scirocco.Sibila dentro i vicoli,rimbalza sulle finestre dei palazzi signorili, sui vetri degli uffici ancora vuoti,si infila attraverso il vetro abbassato di un furgone Nissan e va a colpire proprio gli occhi di due giovani seduti accanto al lunotto posteriore. Sono lì da diversi minuti,appostati e pronti ad agire.Sul vetro hanno applicato da giorni una sottile pellicola bianca. Attraverso i graffi sulla vernice a gesso possono vedere tutta la strada,controllare il movimento dei passanti. Quello seduto davanti,al posto di guida,carica i proiettili della sua P 38. Nessuno può vederli e riconoscerli,nella loro posizione di tiro.

Via Salaria è caotica come ogni giorno. In città,le macchine che provengono dal raccordo anulare si imbottigliano in un budello stretto,con semafori lunghi un minuto. Fa già caldo e lo scarico dei motori rende l’aria irrespirabile. C’è un traffico disordinato,guidato solo dalla pazienza degli automobilisti. All’angolo con via Adda,la Salaria si stringe di molto. La grande via consolare si trasforma così in una strada stretta,anonima,a senso unico. Da un punto all’altro saranno una decina di metri.Sul lato sinistro, un cartellone pubblicitario rende il marciapiede poco più di un francobollo di asfalto. Pochi centimetri. Prima dell’insegna, si scorgono un palo di ferro e una macchinetta per pagare il ticket del parcheggio. Sul lato destro i negozi non sono ancora aperti ma nei bar già si servono da due ore caffè e cornetti . La gente cammina decisa,verso il ministero del Tesoro e del Bilancio, gli studi di rappresentanza,ambasciate e consolati. Altri aspettano alla fermata dell’autobus. All’altezza del cartellone sono posteggiati due furgoni,uno di fronte all’altro.Il Vanette Nissan è davanti al muro di cinta di Villa Albani,il Ducato accanto ad una profumeria.

Alle 8,23,il professor Massimo D’Antona,51 anni, esce dalla sua abitazione al quinto piano di un elegante palazzo di via Salaria.Da un bacio alla moglie Olga,saluta la figlia Valentina,scende le scale,chiude il portone e si dirige a piedi verso lo studio di via Bergamo,dove ogni giorno lavora e realizza le consulenze per il ministero del Lavoro.Si lascia dietro via Po,rimedia il marciapiede di sinistra e cammina lungo via Salaria in direzione di Piazza Fiume.E’ davanti al negozio di telefonia.Poi attraversa l’incrocio con via Basento, oltrepassa via Adda di dieci metri ed entra in quei pochi centimetri che separano Villa Albani dal cartellone pubblicitario.Dalla sua casa sono 128 passi,non uno di più. D’Antona cammina a passo normale,con la sua borsa in pelle marrone scuro sulla mano destra.

Le 8,30.Quando D’Antona sparisce dalla visuale del furgone, il portellone centrale del Vanette Nissan targato Varese si spalanca.Escono due giovani,avranno 25-30 anni,diranno più tardi alcuni testimoni. Uno di loro indossa giacche chiare tipo k-way e capellini da baseball.Sorprendono alle spalle Massimo D’Antona. Il killer impugna una pistola calibro 38,si assicura la copertura e spara senza silenziatore. Uno,due colpi,che sembrano petardi. D’Antona cerca un disperato tentativo di difesa.Si copre il torace con le braccia e con la borsa. Tre,quattro,in rapida successione. D’Antona perde l’equilibrio. Cinque,sei. L’assassino scarica tutto quello che contiene il tamburo della 38.Spara anche quando D’Antona è a terra e lo raggiunge alla schiena,alle braccia,nella zona lombare. L’ultimo proiettile è al cuore. D’Antona si accascia in terra scivolando lentamente lungo il muro di cinta di villa Albani. L’agguato dura sessanta secondi.Un minuto per uccidere il consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino. Un agguato,un omicidio politico nel centro di Roma. Solo allora il killer ripone il revolver nei pantaloni ed insieme al complice che porta un giubbotto di jeans e una maglia rosa ,si dirige verso via Adda. Veloci come razzi salgono in sella di un motorino,uno di quelli di piccola cilindrata parcheggiato poco prima ,schizzano via e si dileguano nel traffico. Il professore chiede aiuto con una voce flebile,che solo una giovane che gli passa accanto riesce ad udire.Sono le sue ultime parole,incomprensibili,quelle di tutta una vita. Alle 8,35 arriva un’ambulanza chiamata da un uomo con il cellulare.Le condizioni del professore sono disperate.Viene trasportato al Policlinico Umberto Primo.Per quaranta minuti i medici tentano di rianimarlo ma Massimo D’Antona muore alle 9,30.

Degli ultimi istanti di vita di D’Antona rimangono la sua sagoma disegnata da un poliziotto con un gessetto bianco sull’asfalto grigio e una borsa lì accanto,semichiusa. Un cronista che giunge sul luogo dell’ omicidio ha in genere scarse possibilità di movimento. Non è questione di contatti con gli inquirenti. E’ che tutto intorno gli si chiude a riccio ed è difficile conoscere subito alcuni particolari fondamentali per un’indagine.Diceva anni fa un grande poliziotto della squadra narcotici di Milano:”Se fai passare ventiquattro ore dall’omicidio e ancora non hai compreso la dinamica, l’inchiesta può proseguire per mesi”.Ma in via Salaria arrivano gli uomini della polizia scientifica coordinati dal dirigente Alfonso D’Alfonso.Gente preparata,con un passato da segugi dell’antiterrorismo. Il luogo dove D’Antona trova la morte è delimitato da strisce rosse e bianche. I primi poliziotti posizionano piccoli cartelli bianchi con i numeri in nero accanto ai bossoli.1,2,3,4,5,6.Annotano quello che vedono e sentono sopra pagine di block notes che diventeranno verbali.Aprono sacchetti di plastica:con i guanti prelevano decine di mozziconi di sigarette che saranno poi analizzati in laboratorio. Qualcuno estrae da una borsa la videocamera e inizia a girare. In quei momenti un giornalista può solo capire,comprendere e osservare. I primi indizi sono confusi, forse non serviranno neppure allo sviluppo delle indagini ma rappresentano le indicazioni prese a caldo.Perché le prime dichiarazioni di un testimone di un omicidio rappresentano soltanto un punto di vista,una prospettiva limitata alla posizione in cui si trova rispetto al luogo in cui cade la vittima. La visuale è ostacolata da vetture,insegne,persone,cose in movimento.

Dal basso l’occhio vede soltanto alcuni particolari. Meglio piazzarsi in alto.Dal quinto piano di un palazzo di via Salaria la scena del delitto D’Antona è molto più chiara. E’ la somma di tutte le angolazioni possibili. Niente c’è tra l’occhio e il punto esatto in cui è riverso D’Antona.La vista si allarga.Si scorge il cartellone pubblicitario,il marciapiede che si stringe, la macchinetta del parcheggio,due pali di ferro. D’Antona è stato stretto nell’unico segmento di asfalto dove poterlo uccidere. Dall’alto è possibile scorgere la via d’uscita degli aggressori ,via Adda ,e la presenza ingombrante di quei due furgoni.Il Vanette Nissan piazzato vicino al muro di cinta di villa Albani ha il lunotto posteriore verniciato di bianco ed è graffiato in almeno due punti. I killer si erano piazzati da alcune ore ,sorvegliando così il cammino di D’Antona e i suoi possibili spostamenti. Avevano oscurato il lunotto per non farsi riconoscere dall’esterno e segnato la pellicola per ottenere l’esatta traiettoria tra loro e il professore.Nel Ducato parcheggiato davanti ad una profumeria c’è un bloster ai pedali di guida e all’interno si scorgono alcuni attrezzi per la pittura,fusti di vernice,barattoli di colla,una scala.Accanto alla borsa di D’Antona ,i poliziotti trovano subito le tre ogive dei proiettili.Basta una chiamata in centrale e si scopre che i furgoni risultano rubati:il Nissan sottratto nella zona di Porta Portese il 29 aprile,il Ducato sparito l’8 maggio a Montespaccato, alle porte di Roma. Il commando lascia sui furgoni le targhe vere,un indizio utile a chi indaga. Il gruppo che ha agito in via Salaria ha commesso il primo errore di carattere organizzativo,indicativo di un apparato logistico non ancora perfezionato.

Solo dopo aver visto la scena dall’alto e compresi i meccanismi dell’ omicidio si possono ascoltare i testimoni.”Ho sentito dei colpi sordi –dice un signore -sembrava come l’esplosione di petardi. Poi ho visto un uomo allontanarsi in direzione di via Adda”. Una donna che ha il negozio a pochi metri dal luogo del delitto prosegue il racconto.”Sono arrivata verso le 8,30 in auto con mio figlio.Mentre stavamo parcheggiando,abbiamo sentito dei colpi sordi. Così, abbiamo visto un uomo che sparava proprio dietro al cartellone pubblicitario.Poco dopo l’uomo ha infilato la pistola dietro al giubbotto e si è allontanato a piedi verso via Adda”. Le prime intuizioni di chi ha scelto un’altra prospettiva,vengono dunque confermate. I killer di D’Antona hanno utilizzato una calibro 38 (“i colpi sordi”) e hanno rimediato l’unica possibile fuga:via Adda,una piccola strada a senso unico orientata verso la periferia. Il docente viene colpito prima alle spalle, si gira e solo allora uno degli aggressori gli spara: il secondo uomo del commando é di copertura,armato,pronto ad intervenire se la P 38 si fosse inceppata. L’assassino spara sei colpi e quasi certamente non è un professionista: si nota subito una strana imprecisione nel colpire la vittima.”Perché sei colpi?- si lascia scappare subito un investigatore. Il killer sceglie un revolver che non lascia bossoli, evita accuratamente un arma semiautomatica come nello stile dei terroristi negli anni settanta.

La donna non ricorda le caratteristiche dello sparatore ma qualche particolare lo offre.”Ero troppo spaventata.Ricordo solo che aveva un berretto in testa e ,credo fosse vestito di chiaro”. Il figlio aggiunge altri indizi.Dice di aver visto il killer salire su un motorino,con un complice che lo attendeva in via Adda. ”Avevo appena parcheggiato l’auto quando ho sentito dei colpi sordi,molto più silenziosi dei petardi che si sparano a Capodanno. D’istinto mi sono voltato verso il punto da cui provenivano gli spari e ho visto due persone a pochissima distanza dall’avvocato. D’Antona si è accasciato lentamente,scivolando lungo il muro.Chiedeva aiuto con voce flebile. Dopo averlo ucciso i due si sono girati e incamminati con passo tranquillo ma svelto verso via Adda.Avevano il volto scoperto. I due assassini erano alti circa 1,80 e di un’età compresa tra i 25 e i 30 anni,con visi normali.Erano vestiti in modo simile.Uno aveva un capellino da baseball e una giacca tipo k-way di colore chiaro;l’altro portava un giubbotto di jeans e una maglia rosa.Uno di loro ha portato la mano all’altezza della cintura dei pantaloni,come se stesse nascondendo un’arma”.

La custode di un palazzo di via Adda afferma di aver visto proprio davanti al suo portone due ragazzi sui 25-30 anni salire in sella di un motorino di piccola cilindrata di color giallo e allontanarsi a velocità normale. Altri affermano che accanto ai due sparatori c’è una donna.La complice con funzioni di copertura è lontana,forse dall’altra parte della strada.Disegnano un primo identikit:gli occhi grandi e scuri,i capelli castani e lisci,tagliati corti,una piega semplice con una riga in mezzo alla fronte.Alcuni testimoni dicono che,a prima vista,può essere perfino scambiata per un uomo:indossa i pantaloni e porta un berretto da baseball,proprio come l’uomo che impugna la P 38. Dopo il sesto colpo,la complice,secondo le testimonianze,si gira in fretta e fugge a piedi lungo via Salaria.

Una donna filippina che lavora come colf in un palazzo vicino,è convinta che “soltanto uno dei due furgoni utilizzati dagli attentatori ,era stato parcheggiato dalla sera prima in via Salaria” . Lo dice con sicurezza:da quelle parti ci passa ogni sera.E’ il Vanette Nissan, si saprà giorni dopo; il Ducato,invece, è stato parcheggiato di notte davanti alla profumeria. Ecco perché i titolari del negozio,a cui il Ducato copriva la visuale,non hanno segnalato nulla alle forze di polizia. La conferma di questo particolare non di poco conto viene dalle dichiarazioni del regista televisivo Luca Manfredi che proprio sul luogo del delitto D’Antona girava una fiction con Nancy Brilli.Racconta Manfredi:”Era l’ultimo giorno di riprese in via Salaria .Prima di chiudere il lavoro abbiamo girato una scena.Una macchina doveva entrare nella villa ma c’era un furgone chi ci ostacolava.Abbiamo poi saputo che era proprio quello utilizzato dai killer.Un attrezzista della troupe ha notato che era aperto e così lo ha spinto a mano di circa un metro”.Gli investigatori sono certi che oltre ai due killer,nell’area di azione dovevano esserci almeno altre 4 o 5 persone piazzate nei furgoni e lungo la via,con compiti di osservazione ed eventuale copertura. A pochi passi dal luogo dell’omicidio c’è una filiale della Banca di Roma. All’esterno una videocamera nascosta registra in continuazione tutti i movimenti di cose e persone.

La polizia sequestra i filmati degli ultimi cinque giorni. Cerca quel volto che alcuni testimoni dicono di aver visto aggirarsi all’incrocio tra via Adda e via Salaria.E’ un uomo di 45 anni,con i baffi,ben vestito:stava nella sua auto ferma ma con il motore acceso. E’ un basista? Uno che passava da quelle parti per caso? Il lavoro sulle registrazioni filmate risulta comunque faticoso.Le riprese dell’occhio elettronico riguardano il lato opposto al marciapiede in cui è caduto D’Antona. L’orientamento dell’obiettivo fa supporre l’impossibilità di ritrarre la scena del delitto e l’immagine del furgone parcheggiato in quel tratto di strada. Gli inquirenti confidano su quei filmati e tentano di individuare qualche movimento sospetto di persone . Viene anche analizzato il contenuto della memoria del computer portatile che D’Antona portava nella borsa marrone scura:consulenze,documenti di prossima pubblicazione. Le carte non sembrano però utili alle indagini. I reperti vengono portati nei laboratori. Si dovrà attendere l’autopsia sul corpo di Massimo D’Antona. I proiettili della calibro 38 estratti dalle ferite della vittima devono essere comparati con altre armi,per riconoscere le sottili striature che ogni revolver imprime sul piombo.Gli altri indizi sono tutti analizzati nelle stanze fumose della Procura della Repubblica di Roma,nei locali della Questura.E’ già chiaro a molti che quello di Massimo D’Antona è un omicidio politico,un atto terroristico che intende riportare la lancetta dell’orologio a momenti passati e sepolti dalla storia. Passano le ore e gli attentatori si fanno vivi.Alle 17,09 l’agenzia Ansa mette in rete poche righe.Le “Brigate Rosse per la costituzione del partito comunista combattente” rivendicano l’agguato al professore con una risoluzione strategica di 14 fogli su due facciate inviata al Messaggero e al Corriere della Sera. Sono in tutto 28 pagine fitte di righe. Il documento porta al centro una stella a cinque punte e una sigla:Brigate Rosse.E’ realizzato con il computer,non è dattiloscritto come i volantini brigatisti degli anni settanta. Nella parte iniziale c’è tutto il senso dell’azione.

” Il giorno 20 maggio 1999, a Roma, le Brigate Rosse per la Costruzione del Partito Comunista combattente hanno colpito Massimo D’Antona, consigliere legislativo del Ministro del Lavoro Bassolino e rappresentante dell’Esecutivo al tavolo permanente del ” Patto per l’occupazione e lo sviluppo”. Con questa offensiva le Brigate Rosse per la Costruzione del Partito Comunista Combattente, riprendono l’iniziativa combattente, intervenendo nei nodi centrali dello scontro per lo sviluppo della guerra di classe di lunga durata, per la conquista del potere politico e l’istaurazione della dittatura del proletariato, portando l’attacco al progetto politico neo-corporativo del” Patto per l’occupazione e lo sviluppo”, quale aspetto centrale nella contraddizione classe/Stato, perno su cui l’equilibrio politico dominante intende procedere nell’attuazione di un processo di complessiva ristrutturazione e riforma economico- sociale, di riadeguamento delle forme del dominio statuale, base politica interna del rinnovato ruolo dell’Italia nelle politiche centrali dell’i mperialismo.”

Massimo D’Antona viene condannato a morte dai brigatisti perché ritenuto la mente pensante di quel “Patto per l’occupazione e lo sviluppo”,che aveva ideato per l’esecutivo guidato da Massimo D’Alema e per il ministro del Lavoro Antonio Bassolino.

“All’interno di questo quadro si è collocato l’incarico conferito a Massimo D’Antona, dapprima come esponente dell’Esecutivo nella definizione generale del “Patto per l’occupazione e lo sviluppo”, poi come responsabile della sua sede stabile, ossia il Comitato consultivo sulla legislazione del Lavoro, il Comitato ha la funzione dare attuazione alla strutturazione delle politiche neo-corporative, approvata con il Patto nel dicembre del 1998, e cioè alla istituzione di una consultazione continua tra esecutivo e parti sociali………”

Il documento analizza la politica italiana, il governo delle sinistre, la situazione internazionale ,la guerra nella ex Jugoslavia. L’attacco al sindacato,e in particolare alla Cgil è nello stile dei vecchi documenti delle Brigate Rosse degli anni settanta.Una copia quasi conforme,a cose già viste e sentite.

“La linea seguita dalla Cgil, nell’aggressione Nato alla Jugoslavia, è stata quella di fare assumere con gesti concreti una posizione ai lavoratori italiani, nella polarizzazione del conflitto tra Jugoslavia e secessionismo kosovaro-imperialismo Nato, per sfruttare ogni minima possibilità di attiva legittimazione dell’intervento bellico, che viene qualificato dal suo segretario Cofferati, come una “necessità contingente”, in una posizione più generale che preme il governo italiano e che, rivendicando una funzione attiva dell’Europa nell’area balcanica, chiede che l’Europa stessa si attrezzi politicamente, istituzionalmente e militarmente a svolgerla congiuntamente agli Usa……….”

Aggettivi e termini sono certamente cambiati ma il gergo,il gusto per le sigle e per gli assiomi sono gli stessi. E’ identico il tentativo di condurre un ragionamento politico inoppugnabile che non lasci mai spazio ad alcuna contestazione. La ragione degli “eredi” delle Brigate Rosse è una e immutabile, con un vago sentore nostalgico per l’ex blocco sovietico e una critica alla Germania che ha “inglobato” l’ex Ddr, la Repubblica democratica tedesca.

“Nell’affermazione del processo di coesione europea una funzione centrale di spinta è stata svolta dalla Germania, nel suo ruolo di principale potenza economica europea, che si è ulteriormente accentuato con la fine degli equilibri di Yalta, con l’inglobamento dell’ex-Ddr e con l’esportazione di capitali nei paesi dell’est europeo e con l’influenza politica che vi esercita……”

Lo stile e il testo sembrano nati in due tappe. E’ come se le 28 cartelle del documento fossero uscite dalla penna di giovani di oggi, colti, intelligenti, informati della politica nazionale e internazionale, di buona formazione e di buone letture. Una risoluzione scritta a più mani. I giovani “eredi”, prima di scrivere il testo, avrebbero però passato in rassegna tutti gli antichi documenti delle Brigate Rosse, compresi quelli del sequestro e dell’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Poi discusso, per ore, con uno della vecchia guardia degli anni ’70 e ’80. E’ lui che avrebbe lasciato una impronta davvero indelebile sul documento rivendicativo per l’assassinio di Massimo D’Antona. Ci sono le analisi politiche aggiornate fino all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale, termini e aggettivi attuali,che non apparivano nelle risoluzioni strategiche di vent’anni fa. Al posto del vecchio “Sim”,lo Stato Imperialista delle Multinazionali, c’è la “B.I”,la ” Borghesia internazionale” .

“Se da una parte, quindi, la risposta è quella di incrementare le misure repressive generali, rafforzare organici e strumentazioni degli apparati di polizia (vedi pacchetto anticriminalità Diliberto-Jervolino), inasprire le sanzioni anti-sciopero, estendere le campagne di criminalizzazione e la pratica dell’incriminazione delle lotte di settori che non accettano la subordinazione agli interessi della B.I. ma anche alternativamente quella di assorbire e svilire l’opposizione di settori di proletariato, dall’altra, l’istanza di una più forte legittimazione dell’azione statuale viene soddisfatta affiancando al canale di legittimazione istituzionale, politico-rappresentativo, quello negoziale con le parti sociali….”

Ma il continuo ricorso alle maiuscole è davvero qualcosa di più di un’impronta. Non manca una sorta di autocritica al vecchio spontaneismo. Quasi una spiegazione delle antiche sconfitte.Il giudizio sul governo guidato da Massimo D’Alema e sulla politica riformista dei Democratici di sinistra è duro.

“Un ruolo particolare in questi anni è stato svolto dal Pds che ha sostenuto organicamente le politiche di riforma e ristrutturazione economico-sociale e di forzatura degli assetti politici. All’interno del Pds è D’Alema che ha operato alla costruzione degli equilibri politici che hanno sistituito il governo Berlusconi e ricondotto, l’opposizione di classe ad esso, in un ambito funzionale all’esercizio di un ruolo di governo. ……Un ruolo quello di D’Alema, e dei Ds in generale, che viene rilanciato dalla responsabilità assunta, dal suo governo, con il pieno impegno dell’Italia nell’attacco alla Jugoslavia, responsabilità che gestisce le continue forzature con un’articolata tattica di progressive ratifiche parlamentari al coinvolgimento delle forze armate italiane nella infame e folle aggressione al popolo Jugoslavo……”

C’è poi un richiamo all’omicidio di Roberto Ruffilli, il consigliere per i problemi istituzionali dell’allora presidente del Consiglio Ciriaco De Mita,avvenuto il 16 aprile 1988 a Forlì. Il richiamo a quel delitto è già un forte indizio.E’ come se le nuove leve delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente riprendessero il folle progetto di lotta armata proprio da dove lo avevano terminato,sul finire degli anni ’80.

“In questo quadro, De Mita, sia come segretario della Dc, che come Presidente del Consiglio, nell’assunzione della necessità di ridefinizione complessiva della mediazione politica, richiesta dal dover corrispondere ai termini del governo dell’economia che si prospettavano per dare risposta alle spinte della borghesia imperialista e garantire la governabilità del conflitto di classe, tentò di attestare un progetto, e i relativi equilibri politici, che partisse dalla ridefinizione della rappresentanza politica e dell’assetto istituzionale……La concezione che sosteneva questo progetto ruotava intorno alla tesi che il processo controrivoluzionario avesse prodotto una condizione di modificazione dei rapporti di forza tra le classi e una ridefinizione delle forze politiche intorno agli interessi della B.I. L’attacco delle Br-Pcc al progetto di riforma dello Stato, attuato con l’azione contro Ruffili in dialettica con l’opposizione della classe, e le contraddizioni interne al quadro politico-istituzionale legato anche ad altre frazioni della borghesia, impediscono l’affermazione del progetto”.

Oltre all’agguato a Roberto Ruffilli c’è un altro indizio e un legame con il passato. E’ l’attentato al Defence College della Nato,avvenuto a Roma nella notte tra il 9 e il 10 gennaio 1994.Un ordigno di grande potenziale distrusse un’ala intera del palazzo,senza provocare vittime.

“Un processo di rifunzionalizzazione della Nato e del ruolo dei singoli Stati imperialisti in essa, che non è affatto privo di contraddizioni, che si deve imporre sulle resistenze che trova all’interno dei paesi e deve contrastare le tendenze al coagularsi dell’opposizione alla guerra in opzioni offensive e rivoluzionarie; processo contro il quale, in Italia, già nel 1994 i Nuclei Comunisti Combattenti collocarono la propria iniziativa offensiva contro il Nato Defence College, in occasione del Vertice Nato di Bruxelles con cui si sanzionavano le linee del Nuovo Ordine Mondiale……”

La continuità con il passato è espressa nella parte finale del lungo documento.Il piano d’azione dei nuovi brigatisti si snoda attraverso quattro tappe:l’assassinio di Roberto Ruffilli dell’88,il tentato attacco alla sede di Confindustria nel ‘92,l’attentato alla Nato del ’94 e l’uccisione di Massimo D’Antona del ‘99.

“ Un attacco al “cuore dello Stato” che è il portato della dialettica politica tra una linea di continuità-critica-sviluppo del patrimonio comunista in specifico dell’esperienza prodotta dalle Br nel nostro paese e peculiarmente del ricentramento operato dalle B.R.-P.C.C. nella Ritirata Strategica, e il concetto percorso di riaggregazione delle avanguardie rivoluzionarie, in funzione della ricostruzione delle forze rivoluzionarie e in particolare di un’Organizzazione Comunista Combattente che agisca da partito per costruire il Partito.Un processo di aggregazione che costituisce uno stadio peculiare della Fase di Ricostruzione delle Forze Rivoluzionarie, processo che ha visto come passaggio centrale il rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria operato dai Nuclei Comunisti Combattenti, con l’attacco all’accordo sulla politica dei redditi tra governo confindustria e sindacati confederati, nel ’92 con l’attacco contro la sede della Confindustria, e nel ’94 in occasione del Vertice N.A.T.O. di Bruxelles, con l’iniziativa contro il N.A.T.O. Defence College con cui veniva attaccato il disegno di nuovo ordine mondiale e la strategia di “presenza avanzata” e la complessiva rifunzionalizzazione della …”

Come ogni risoluzione strategica,i brigatisti inseriscono nelle ultime righe il loro obiettivo finale:diventare punto di riferimento per cellule e gruppi che agiscono in clandestinità,ma senza organizzazione.

“E’ perciò questo l’obiettivo che le Br-Pcc propongono alle avanguardie rivoluzionarie congiuntamente all’obiettivo della ricostruzione del complesso di strumenti politico-militari-teorici e organizzativi necessari al campo proletario per sostenere lo scontro prolungato con lo Stato per l’affermazione degli interessi generali della classe. Parallelamente, alle forze e istanze rivoluzionarie e antimperialiste della nostra area geopolitica, le Br-Pcc propongono la costruzione del Fronte Antimperialista Combattente per la realizzazione di attacchi convergenti e comuni contro le politiche centrali dell’imperialismo al fine di indebolirne il dominio, quadro entro cui sviluppare i processi rivoluzionari nei singoli paesi”.

 

0 Cile

  • 2 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI EDOARDO CARRASCO RAJA MARAZZINI STEFANO PAIUSCO

CILE 11 SETTEMBRE 1973

DANIELE BIACCHESSI A CONTRORADIO FIRENZE

“Care madri, cari padri delle persone rimaste uccise l’11 settembre 2001 a New York. Sono cileno, mi chiamo Ramon e vivo da molti anni a Londra. Volevo dirvi che forse abbiamo qualcosa che ci unisce. I vostri cari sono stati assassinati come pure i miei. Abbiamo anche una data in comune: 11 settembre. Nel 1970 ci sono state le elezioni in Cile e io votavo per la prima volta. Avevamo un bellissimo sogno: costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del loro lavoro. Così in quel 1970 andammo tutti a votare per Salvador Allende. Insieme…..Madri, padri delle persone uccise l’11 settembre a New York. Presto ricorrerà un nuovo anniversario. Noi vi ricorderemo sempre. Spero vi ricorderete di noi”.

11 settembre 2001”, Ken Loach

Santiago del Cile. 1969. Il palazzo dell’Istituto superiore di commercio, Insuco 2, si erge su due piani, sopra case ancora più basse, e muri lunghi trenta metri, e i mille cantieri aperti della città. Da lontano può apparire come nuovo ma da vicino proprio non è così. L’intonaco quasi non esiste, i mattoni rossi sono a vista, le inferriate arrugginite, le scale interne cadono a pezzi, le stanze umide e fredde. Spesso insegnati e studenti sono costretti a seguire le lezioni in cortile. La scuola rappresenta il fiore all’occhiello dell’istruzione di base cilena. Sta in Avenida España, a pochi passi dal palazzo della Moneda, costruito per ospitare la Zecca poi divenuto il simbolo del potere politico, nel centro della Capitale.

Non sono poveri quei giovani che frequentano Insuco 2. Vivono in gran parte nei quartieri della media borghesia cilena, in luoghi dove la vita non conosce le sofferenze delle poblaciones. Città nelle città, agglomerati cresciuti senza forma e spazio architettonico. Nelle capanne ci piove dentro, le pareti e i tetti sono di cartone. Una fila di baracche allineate lungo sentieri di terra battuta. Se si passa in automobile, d’estate si solleva una polvere rossa fitta, d’inverno le strade si trasformano in un enorme pantano. Le persone accorrono in quegli anni a Santiago del Cile. Provengono da campagne, province, paesi sperduti. Fuggono da fame e miseria, viaggi difficili lungo la Panamericana. Loro conservano due sogni nascosti: un lavoro sicuro e un’abitazione decorosa per la propria famiglia. Quando raggiungono la metropoli ritrovano invece una realtà diversa. L’impiego non c’è per tutti. Allora si arrangiano come possono, s’inventano lavori saltuari, pochi soldi buoni per mettere qualcosa nella pentola di casa, un osso per il brodo, spiccioli per comprare vestiti a quei bimbi che corrono scalzi lungo gli sterrati delle baraccopoli e che gridano al mondo la loro infelicità.

Hector “Mono” Carrasco, a quattordici anni è già adulto e la sua coscienza politica è sviluppata. Viene da una famiglia comunista. Il padre è un sindacalista del settore grafico, la madre è sarta, lavora per gli ambasciatori europei in Cile e insegna a costruire bambole di pezza. All’Insuco 2, Hector studia pubblicità, disegno artistico e comunicazione. Ogni giorno si alza alle sei del mattino. La sua casa sta in Avenida Vicuña Mackenna 4467, cordone industriale di Santiago, ventidue chilometri da Plaza de Armas.

A scuola ci va in autobus, un viaggio dalla periferia al centro città. Hector li conosce bene quei quartieri poveri di Santiago. Per lui e il suo gruppo d’amici, la strada è come una seconda casa. Si gioca a pallone, ci si conosce e si cresce. Intorno a Hector si muove una generazione di ribelli. Sono giovani colti, curiosi, appassionati di letteratura e soprattutto con una spiccata propensione verso l’arte.

“Vidi i volti sporchi e anneriti di quei bambini, con gli stracci addosso, che correvano scalzi nel pantano. Scelsi subito da che parte stare”.

Il giovane “Mono” non ha più dubbi. C’è solo un modo per rendere migliore la vita della gente delle poblaciones: lottare per una società più giusta.

Nel 1969, il Cile è il cortile degli Stati Uniti. L’avvio della nazionalizzazione delle miniere di rame non porta i frutti sperati. I debiti del paese salgono oltre il livello di guardia, le esportazioni servono a pagare gli interessi. L’indipendenza economica resta un sogno: il 60% delle importazioni è legato agli Stati Uniti. La moderata crescita dei consumi si traduce nell’aumento dell’inflazione. Il divario tra città e campagna è notevole. A Santiago sono professori, infermieri, muratori le categorie sfruttate e mal pagate. I minatori di carbone vivono in condizioni disumane. Nelle case degli agglomerati urbani, di poco accanto alle miniere, non scorre neppure una goccia d’acqua. Ci si lava fuori, nei bagni pubblici. La situazione è diversa se si tratta di miniere di rame. In quel caso, le abitazioni sono dotate di cucine a gas, frigoriferi, elettrodomestrici.

La politica entra all’Insuco 2 dalla porta principale. Il vento caldo del maggio francese percorre da mesi migliaia di chilometri, da Parigi tocca Francoforte, Roma, Madrid, attraversa terra, mari e oceani, fino a Santiago del Cile, e s’infila dirompente lungo i corridoi di quella scuola. E’ un vento che porta voci e speranze di ragazzi. Possono sembrare lontane, appartenenti perfino ad altri mondi. Le parole portano impronte differenti ma c’è qualcosa che le unisce e le fa divenire cose vive: il desiderio di cambiare in fretta, di sostituire i valori arcaici delle vecchie società in nuovi modelli di riferimento. Ecco perché, come d’incanto, anche i ragazzi di Santiago comprendono che gli idiomi non sono più barriere insormontabili. Ormai tutti parlano la stessa lingua.

In Cile sono giorni di grande tensione sociale. Nel giugno ’69, i servizi di sicurezza scoprono un centro d’addestramento alla guerriglia vicino a Santiago: vengono alla luce armi e munizioni del Mir, Movimento de Izquierda Rivolucionaria. A Melipilla, non lontano dalla capitale, i contadini occupano 44 haciendas agricole e Arturo Jorge Alessandri, il candidato della destra, non riesce a raggiungere il sud del paese perché i minatori sbarrano la ferrovia al suo passaggio. Il 29 settembre 1969, il reggimento di Yungai, il corpo d’élite dell’esercito, arriva in ritardo al “Te Deum” in onore del presidente della Repubblica. Sei ufficiali sono cacciati. Il generale Viaux, comandante del primo corpo d’armata, occupa una caserma di Santiago per protesta contro le paghe basse dell’esercito. Sono i primi segnali.

I ragazzi dell’Insuco 2 si organizzano. Davanti alla scuola, in prima fila c’è sempre Hector, magro, con quei capelli neri che hanno il colore dell’inchiostro.

“Le lotte erano all’ordine del giorno. In piazza non c’erano solo gli studenti. I professori erano mal pagati, insegnavano per vocazione. Le loro proteste per un salario degno di un essere umano si sono mischiate alle nostre richieste d’autonomia. Avevamo creato Centri Studenteschi nelle principali scuole superiori del Cile. Io ero stato eletto in quell’anno dirigente del Centro all’Insuco 2. Ero già militante della Gioventù comunista. Le nostre lotte non erano però ideologiche, si basavano su rivendicazioni concrete. La scuola era fatiscente, quindi chiedevamo strutture nuove e attrezzate. Partecipai alla più lunga occupazione di una scuola cilena. Durò sei mesi”.

Hector non possiede modelli di riferimento. E’ comunista per tradizione di famiglia e per scelta politica ma non sopporta le dittature e i soprusi. Guarda a Cuba, a Che Guevara, studia i testi del marxismo, ma pensa che non si possono importare altri sistemi economici perché ogni paese è un caso a parte.

“Guardavamo al sistema cubano ma anche alle rivolte europee, al maggio francese. Non può esserci socialismo senza democrazia. L’autonomia universitaria, le elezioni degli organismi interni agli istituti le abbiamo ottenute ben prima dell’Europa”.

Dai televisori in bianco e nero, le immagini che giungono dal Vietnam sono ancora più sfuocate. I B52 americani scaricano tonnellate di bombe al napalm sui villaggi. I contadini sono in fuga nelle campagne, si rifugiano nei nascondigli sotto terra, nei tunnel scavati a mano. Ognuno come può. Piccoli uomini con il cappello di paglia che chiamano vietcong combattono ormai da anni una guerra impari. Da una parte la potenza e la tecnologia, dall’altra l’astuzia e la conoscenza del territorio. In Cile, come in tutto il mondo si organizzano proteste contro l’invasione americana del nord Vietnam. 160 chilometri separano Valparaiso da Santiago. E i cileni intendono compierli in pochi giorni. E’ una marcia che coinvolge migliaia di persone.

“Era un lungo serpentone. In ogni paese c’erano spettacoli. Ricordo i volti sorridenti di Victor Jara e di molti altri artisti cileni. Noi eravamo un gruppo di amici. Con una jeep americana della seconda guerra mondiale seguivamo la marcia. E in quell’occasione ha fatto la sua prima uscita pubblica il gruppo di propaganda murale Ramona Parra, in onore di un’operaia tessile uccisa in una manifestazione nel 1947. Non eravamo ricchi, quindi i nostri strumenti di lavoro erano barattoli di polvere di colore, praticamente terra. Con l’acqua e la farina cotta diventava una sostanza appiccicosa che si attaccava bene ai muri. Si scrivevano parole d’ordine, slogan. Su quella jeep c’era un ragazzo più grande di noi. Lo chiamavamo Fantomas detto “El Fanta”. Si nascondeva dentro il suo impermeabile blu, i capelli rasati. Solo anni dopo scoprimmo che era una spia, un infiltrato. Poi divenne un torturatore. E’ l’anno di Salvador Allende”.

I ragazzi come Hector sanno già molto di Salvador Allende. Nasce il 26 giugno 1908 a Valparaiso, città portuale del Cile. Il padre è Salvador Allende Castro, avvocato e notaio, militante del Partito Radicale. La madre è Laura Gossens Uribe. Nel 1920, il padre viaggia e si porta con sé la famiglia:Tacna, Iquique, Santiago, Valdivia. Fino al 1925 studia al liceo Eduardo. Poi fa piccoli lavoretti. Conosce Juan Demarchi, un anarchico italiano che gli regala i primi libri politici. Sempre nel ’25 arriva la cartolina del militare. Salvador Allende la anticipa di poco: si arruola come volontario nel Reggimento Corazzieri di Vina del Mar.

Viene poi trasferito al reggimento Lancieri a Tacna. Esce con la qualifica di Ufficiale di riserva dell’esercito. Nel’26, si iscrive all’Università di Santiago, facoltà di medicina. I suoi compagni lo eleggono Presidente del Centro Alunni di Medicina. Iniziano i primi studi sul marxismo.

Nel ’29 si iscrive alla massoneria e segue così la tradizione della famiglia. L’anno dopo, è Presidente della Federazione Studenti del Cile e partecipa in modo attivo alla lotta contro la dittatura di Carlos Ibanez. Nel ’31, termina i suoi studi e torna a Valparaiso per assistere il padre infermo. Mentre redige un trattato su “Igiene Mentale e Delinquenza”, svolge la sua pratica professionale. Giugno 1932. Viene proclamata la Repubblica Socialista guidata da Marmaduke Grove. Dopo la fugace esperienza socialista, il nuovo governo comincia la persecuzione degli elementi progressisti. Allende è incarcerato. Mentre rimane in prigione, muore il padre: sulla sua tomba, il giovane medico giura di dedicare la sua vita alla lotta per la libertà del Cile. Il 19 aprile 1933 partecipa alla nascita del Partito Socialista del Cile, insieme a Eugenio Matte Hurtado, Marmaduke Grove, Eugenio Gonzalez, Oscar Schnake. Nel marzo 1936, partecipa alla creazione del Fronte Popular, e diventa Presidente provinciale a Valparaiso. Il Fronte Popular proclama la candidatura di Pedro Aguirre Cerda. Allende è il massimo responsabile della campagna elettorale a Valparaiso. Nel ’42, assume la carica di segretario generale del Partito Socialista. Dieci anni dopo nasce il Frente del Pueblo, l’alleanza tra socialisti e comunisti. Del progetto politico, Allende è uno dei fondatori.

Nel ’57, socialisti e comunisti si associano in un cartello elettorale, il Frap. Allende è il candidato naturale ma alle elezioni del’58 perde contro l’uomo di destra Jorge Alessandri. 1959. Visita La Habana, per conoscere il processo rivoluzionario cubano e conosce Che Guevara e Fidel Castro. Nel ’63, il congresso del Frap lo designa candidato alla Presidenza della Repubblica. Sconfitto nel 1964 da Eduardo Frei Montalva, Allende ottiene quasi un milione di voti. Nel 1969, l’anno della presa di coscienza di Hector e della nuova generazione cilena, Salvador Allende crea Unidad Popular. E’ il cartello delle sinistre che comprende Partito Socialista, Partito Comunista, Mapu(Movimento di azione di unità popolare), la Izquierda Cristiana, il Partito Radicale. Hector aderisce alla coalizione di sinistra. Per vincere.

“Il Cile era diviso. Quando iniziò la campagna elettorale presidenziale nel 1970, ognuno diede il suo contributo per ciò che sapeva fare. Andavamo nei quartieri popolari di Santiago a fare propaganda per Allende. Le iniziative si chiamavano Amanecer Venceremos, la domenica invece Domingos Solidarios. Era un lavoro capillare, casa per casa a distribuire volantini, materiali politici, giornali. Soprattutto si parlava con le persone, dei loro problemi, di come risolverli. Il clima era eccezionale. Sentivamo forte il desiderio di cambiare, di voltare pagina. In quei mesi, in Cile, erano attivi almeno novanta gruppi di propaganda murale. Io ero il responsabile di quello più importante, la Brigada Central. Con me c’erano Mafalda, Chico Richard, Gitano, Natacha, Chepa, Coyote, tutti ragazzi più o meno della mia età. L’attività durò in modo ininterrotto dal luglio al settembre 1970. Bisognava prestare attenzione. C’erano gruppi di fascisti in azione, quelli di Patria Y Libertad. Erano squadristi, gente armata e pronta a sparare. Il nostro lavoro era semplice ma complicato da realizzare. I muri erano lunghi trenta metri. Tutto doveva svolgersi in poco tempo, tre minuti appena. Non uno di più. Ci si presentava con i barattoli di vernice bianco, blu, rosso e verde. Sui lunghi muri si scriveva: ‘Vota Salvador Allende’, ‘Allende tres’ (il numero della scheda), ‘Unidad Popular’. Accadeva da mezzanotte alle sei del mattino. Poi si andava a scuola e al lavoro. Davanti a quei muri, trasformati in cartelloni pubblicitari, tra noi nasceva una grande amicizia, forte e robusta che neppure la morte e la dittatura ha scalfito”.

4 settembre 1970. Un terremoto politico investe l’America Latina. Si conclude lo spoglio delle schede: Salvador Allende, al suo quarto tentativo, conquista la maggioranza relativa alle elezioni presidenziali. Sul Cile si accendono subito i riflettori del mondo. Per la prima volta un socialista diventa capo di un governo nell’emisfero Ovest grazie a una vittoria elettorale, senza una insurrezione armata. Per Allende, votano 1.070.334 persone, il 36,2% dell’elettorato, contro gli 821.501 suffragi (il 27,4 %) raccolti da Rodomiro Tomic, il candidato della Democrazia Cristiana. L’alleanza delle sinistre batte di misura Jorge Alessandri, ex primo ministro sostituito nel ’64 dal democristiano Eduardo Frei. Il candidato della destra raccoglie 1.031.159 voti, 39.175 in meno di Unidad Popular. Allende è in testa, ma di poco. Quella sera, per Hector e i ragazzi di Santiago, quel che conta è la vittoria di Unidad Popular. E questo a loro basta e avanza.

“La sera della vittoria di Allende ero di turno al comitato centrale della Gioventù Comunista in calle Marcoleta 96. C’era pericolo di attacchi di gruppi fascisti di Patria Y Libertad. La radio trasmetteva lo spoglio elettorale. A un certo punto qualcuno gridò e altri si abbracciarono. In pochi minuti Santiago esplose. Migliaia di persone si accalcarono davanti alla sede della Fech, la Federazione Studentesca del Cile. Salvador Allende portava gli occhiali neri e un sorriso straordinario. Sventolava dal balcone la bandiera del Cile. La gente usciva dalle case con le chitarre, era festa ovunque. Nessuno, a quel tempo, comprese il senso della storia. Allende ci disse per la prima volta che gli occhi del mondo erano puntati sul Cile. Il 5 settembre realizzammo il primo murales in Alameda Bernardo O’Higgins, di fronte a Calle Portugal. Lo avevamo dipinto con i colori avanzati dalla campagna elettorale. Era il primo raffigurante volti e mani di persone ”.

Unidad Popular non rappresenta dunque la maggioranza nel paese. Allende deve scendere a patti con il Parlamento, cui spetta il potere di ricusare il capo dello Stato e i ministri, controllato dai democristiani e dalla destra. Allende non ha potere sulla Controleria General de la Republica, responsabile degli atti amministrativi dell’esecutivo e della magistratura. Allende non può contare nemmeno sulla compattezza di Unidad Popular. La via pacifica e parlamentare al socialismo viene osteggiata a sinistra dal Mir, il Movimiento de Izquierda Revolucionaria. La direzione del partito socialista, guidata da Carlos Altamirano, non esclude la “via violenta” mentre Aniceto Rodrìguez, leader dell’ala riformista del partito é in minoranza. L’alleato più fidato di Allende resta il Partito Comunista di Luis Corvalàn. L’interesse internazionale è grande, la via cilena al socialismo affascina scrittori, giornalisti, intellettuali, studenti. Quando raggiungeranno il Cile, Hector e i ragazzi di Santiago li aiuteranno a comprendere il senso di una rivoluzione.

“Nei mesi estivi dopo la vittoria di Allende, in Cile arrivarono ragazzi e volontari da ogni parte del mondo. Tutti erano interessati al nuovo Cile. Volevano scoprire il segreto di questo Paese che si era permesso di costruire un governo diverso ed era andato al potere per vie democratriche. In molti decisero di vivere a Santiago. Erano italiani, argentini, brasiliani e nordamericani. Bisognava dargli da mangiare, da dormire, organizzare il loro lavoro. Conobbi decine di persone straordinarie, curiose, che si portavano dietro passione politica e civile”.

La partita si gioca tra il 15 settembre e il 24 ottobre 1970, quando il Congresso si riunisce per l’elezione del Presidente. “Deve sapere che non lasceremo arrivare in Cile una sola vite o un solo dado, sotto Allende. Se Allende assumerà il potere faremo tutto il possibile per condannare il Cile e i cileni alle più dure privazioni e miserie. Non si faccia illusioni signor Frei”. (Lettera dell’ambasciatore americano in Cile Korry al presidente uscente Frei) . Scrive Carlos Prats, l’unico generale fedele al governo Allende: “Frei ha riunito me, il generale dei carabineros e i comandanti delle forze armate per dirci che l’ascesa al potere di Allende ci farà cadere irreversibilmente nel marxismo”. Fino al 1971, regge la collaborazione tra Unidad Popular e la Democrazia Cristiana. Allende accetta un emendamento alla carta costituzionale che prevede una clausola importante: l’esecutivo garantisce libertà civili, elezioni e libertà di espressione. La Democrazia Cristiana cilena, pur tra contrasti interni, si schiera con i vincitori delle elezioni.

“Track II” é il piano della CIA che prevede il sequestro del comandante in capo dell’esercito René Schneider. Il suo rapimento deve suscitare l’indignazione dell’esercito, l’ammutinamento e la cacciata di Salvador Allende. L’agguato a Schneider però non riesce. Gli assalitori sparano ma il generale si difende ed estrae la pistola. Schneider morirà due giorni dopo. Individuati i cospiratori, il complotto sortisce l’esito opposto: Allende, Frei, i generali delle forze armate sfilano per le vie di Santiago alla testa di un corteo funebre. Il congresso, pochi giorni dopo elegge Allende alla massima carica della Repubblica. È il 3 novembre 1970. Il Cile non è periferia del mondo. Scrive quel giorno il poeta Pablo Neruda: “Dai deserti di salnitro, dalle miniere sommerse di carbone, dalle alture terribili dove si trova il rame che le mani del mio popolo estraggono con fatica disumana è sorto un movimento liberatore di enormi proporzioni che ha portato alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende, perché realizzi atti di giustizia improrogabili”.

Nel Governo socialista entrano volti nuovi e sconosciuti. Quattro ministeri (Finanze, Lavori pubblici, Case e Lavoro) vengono affidati ad operai. Allende lancia il programma dei quaranta provvedimenti. Viene distribuito mezzo litro di latte al giorno ai bambini cileni. Nasce il “Treno della Salute”, l’istruzione primaria diventa gratuita, vengono ridotte le tasse per quella secondaria. 15 luglio 1971. Il Congresso approva la nazionalizzazione del rame e affida ad Allende la questione degli indennizzi. Nel dicembre 1971, il numero di banche e industrie controllate dallo stato è già raddoppiato da 31 a 62, mentre altre 39 imprese risultano requisite. Nelle campagne vengono espropriate 1300 proprietà fondiarie. Il prodotto interno lordo cresce dell’8,6%, la disoccupazione si dimezza nel giro di pochi mesi e l’inflazione scende dal 34 al 22 per cento. Crescono i consumi e le importazioni. La strategia funziona ma il pericolo di un sovvertimento delle istituzioni democratiche è sempre dietro la porta. Così Hector viene inviato a Cuba per una missione segreta.

“All’interno della Gioventù Comunista si formò una struttura semilegale. A Cuba venni inviato dal partito per un corso di arte militare. Bisognava preparare i quadri alla difesa, non certamente all’attacco. La difesa doveva servire da attacchi esterni e interni contro il Governo di Allende. Erano già iniziati scioperi, attentati alle fabbriche, omicidi politici, ferimenti. Il corso durò otto mesi. Ci istruivano a utilizzare armi da guerra, guerriglia urbana, metodi di controspionaggio. Diventai istruttore dal ’72 fino al giorno del colpo di stato. Noi non possedevamo la quantità di armi di cui c’era bisogno per contrastare un golpe. Poi non potevamo allargare questi strumenti perché avevamo scelto una via pacifica. Lo avevamo promesso alla gente che ci aveva votati”.

Fino al dicembre ’71, il ciclo virtuoso sembra inattaccabile. Poi inizia il declino. Gli investimenti sono a quota -71,3%. La caduta del prezzo del rame, a causa della pressione delle multinazionali americane fa precipitare il valore delle esportazioni. In un anno le riserve crollano da 343 a 32 milioni di dollari, le importazioni di macchinari industriali del 22%. Grazie alle pressioni americane sulla Banca Mondiale e sul Banco Interamericano de Desarrollo, i crediti passano dai 300 milioni di dollari all’anno a meno di 30. Il quadro economico peggiora.

Un’inchiesta del settimanale Ercilla rivela che l’azione del Governo Allende è sentita come una minaccia dal 60% della popolazione e che il 77% della classe media non riesce ad acquistare beni di prima necessità. Le donne dei ceti medi e alti organizzano lacosiddetta “marcia delle casseruole”. Nell’agosto ’72, i commercianti al dettaglio dichiarano lo sciopero generale. Poi tocca ai camionisti. Da una parte il Governo, dall’altra Leòn Villarin, segretario del sindacato dei trasporti. Il paese è diviso in due. I commercianti abbassano le serrande, i sostenitori del governo assaltano i negozi chiusi. Medici, avvocati, scuole e università scendono in sciopero, gli imprenditori proclamano la serrata. Gli operai replicano con le occupazioni. Di notte nei quartieri alti si sente forte il suono delle casseruole, mentre i camioneros di Patria y Libertad, gruppo paramilitare di destra, disseminano le strade di bande chiodate. La CIA finanzia i 10 mila camionisti, con oltre un milione di dollari.

1973. Le elezioni parlamentari di marzo offrono alla coalizione di sinistra la stessa percentuale del ’69. Non è abbastanza per consolidare il governo, ma è sufficiente per impedire che la destra chieda la destituzione di Salvador Allende. La campagna elettorale si svolge sotto l’attenta supervisione delle forze armate. Da maggio la situazione precipita. In una riunione di 800 ufficiali della guarnigione di Santiago, il generale Carlos Prats viene fischiato. Allende dichiara lo stato di emergenza per arginare gli scontri tra opposte fazioni. La Democrazia Cristiana sceglie il suo nuovo segretario. È Patricio Alwin, dell’ala destra intransigente. Anche la Chiesa, contraria alla riforma scolastica, si schiera contro il governo. Il 29 giugno c’è il primo tentativo di golpe. Il colonnello Roberto Souper, a capo di un reggimento di blindati, intima la resa della guardia del palazzo della Moneda. Ma l’operazione fallisce. Quando Allende giunge alla Moneda si odono solo spari isolati. L’aria è comunque pesante e non promette nulla di buono. Ci sono strani movimenti tra gli alti vertici delle forze armate. Unidad Popular intende conoscere chi sta dietro alle operazioni coperte. Hector guida in quei giorni la rete di informatori.

“Il colpo di stato non ci trovò impreparati. Avevamo una rete di informatori che ci fornivano notizie, segnali che dall’altra parte si stava preparando qualcosa di grave contro Allende. Eravamo praticamente dappertutto. Un nostro informatore lavorava al club di golf di Santiago. Era un luogo esclusivo, frequentato da alti vertici militari e dall’ambasciatore americano a Santiago. La segretaria del diplomatico si era invaghita di questo ragazzo. Gli passava informazioni riservate sui movimenti di soldi e sui finanziamenti ai golpisti, ai politici di destra che frequentavano l’ambasciata in riunioni private”.

Il 9 settembre 1973 cade di domenica. Allende invita a pranzo i più importanti dirigenti di Unidad Popular e li informa che proporrà un referendum. Poche ore dopo, sempre a Santiago, il generale Augusto Pinochet Ugarte festeggia nella sua casa il compleanno della figlia. Tra gli ospiti c’è il comandante dell’aeronautica Leight. Sono le 17. Suona il campanello. Alla porta ci sono due ufficiali della Marina. Vogliono parlare con Pinochet. Sono l’ammiraglio Huidobro e il capitano Gonzales, vengono da Valparaiso e portano un messaggio del vicecomandante Merino .”Gustavo e Augusto- dice nella lettera Merino- vi comunico che il D.Day è fissato per l’11 settembre a partire dalle 6 del mattino. Se pensate di non poter schierare tutte le forze di cui disponete a Santiago, chiaritemelo sul rovescio del foglio. L’ammiraglio Huidobro è autorizzato a discutere e a mettere a punto ogni dettaglio. Vi saluto con amicizia e con speranza. Merino”. Sul retro c’è un post scriptum indirizzato proprio a Pinochet. “Augusto, questa è l’ultima occasione. Se a Santiago tutto l’esercito non sarà con te fin dal primo momento, per noi sarà la fine. Pepe”. I generali Leight e Pinochet si scrutano, osservano in modo attento il dispaccio, non si perdono neppure una parola. Alla fine, Leight sottoscrive l’accordo. Pinochet esita un istante, poi firma e imprime sul documento il timbro del Comando in Capo dell’Esercito del Cile.

Il 10 settembre. Mancano 36 ore al colpo di Stato. Allende perfeziona alla Moneda il testo del discorso per la convocazione del plebiscito. Il generale Pinochet prende il timone del golpe. Davanti alla spada di O’ Higgins, il padre della patria, fa giurare uno dopo l’altro i generali Brady, Benavides, Arellano e Palacios, e il colonnello Polloni. E’ sera. Allende annulla il suo viaggio ad Algeri alla riunione dei capi di Stato dei cinque continenti. La situazione politica è troppo delicata per allontanarsi da Santiago. Il Presidente esce dalla Moneda che è già buio. Sono gli attimi in cui al quinto piano del Ministero della Difesa, il generale Nicanor Dìaz Estrada entra in azione e ordina lo stato d’allarme di primo grado a partire dalle sei del mattino del giorno dopo. Nella casa presidenziale, Allende riunisce i collaboratori più stretti. Il suo volto è segnato dalla stanchezza. Giungono voci di tradimenti da parte di generali e colonnelli. “Da mesi non dormirei se dovessi dar retta a ogni voce. Domani ci aspetta una giornata dura”, dice Allende al suo consigliere Joan Garcés.
11 settembre 1973. Le quattro del mattino. Le strade di Santiago sono ancora deserte. Il colonnello Julio Polloni raccoglie ingegneri e operatori scelti per eseguire il “Piano silenzio”, interrompere le comunicazioni telefoniche e chiudere i trasmettitori delle radio filo governative. Alle cinque intanto, alla casa presidenziale, Allende riceve una telefonata. Dall’altro capo dell’apparecchio c’è il generale Jorge Urrutia, vice comandante dei Carabinieri. “Le truppe della Marina si stanno radunando nelle strade di Valparaiso, sono già uscite dalle caserme”. L’ordine di Allende è categorico: chiudere subito la strada che collega Valparaiso a Santiago. L’ufficio del viceammiraglio Patricio Carvajal nel Ministero della Difesa si trasforma dalle sei del mattino nel quartiere generale dei golpisti. Si trova a pochi metri dal Palazzo della Moneda, un luogo strategico per controllare gli spostamenti di Allende e dei suoi uomini.

Le sei e mezza. Allende si veste nel modo più informale: pantaloni grigi, giacca di tweed, golf di cachemire a collo alto. Al capitano dei Carabinieri José Munoz, Allende dice: “Andiamo alla Moneda, scelga la strada migliore e più rapida”. Le automobili Fiat 125 blu escono dalla casa presidenziale. Un ufficiale della Polizia Civile osserva la loro manovra a distanza, attiva il suo apparecchio radio e informa il Ministero della Difesa della partenza di Allende. Il golpe è in atto. I blindati dei carabinieri si appostano intorno alla Moneda. Alle sette e trenta, il Presidente entra dal cancello principale della sede del Governo con le auto in carovana, scende dalla vettura e sale per l’ultima volta la scala di marmo che porta al primo piano. La prima chiamata è del leader socialista Carlos Altamirano. “Dissi ad Allende che la Moneda era un luogo pericoloso per guidare le operazioni: c’era una sollevazione della Marina e i generali dell’Esercito e dell’Aviazione non rispondevano al telefono, sembravano volatilizzati”. Allende prende fiato e risponde al senatore socialista: “No, ti sbagli Carlos, il posto del Presidente è il Palazzo della Moneda, nessun altro”. In quel preciso istante, a duecento metri di distanza, i golpisti arrestano il ministro della Difesa Osvaldo Letelier. Nello studio presidenziale, tre telefoni sono collegati direttamente con le radio Magallanes, Corporaciòn e Portales. Alle sette e cinquantacinque, Allende prende il microfono e diffonde la sua prima comunicazione. Annuncia l’infedeltà alla democrazia delle truppe della Marina e chiede ai cittadini di raggiungere i propri posti di lavoro, mantenendo la calma.

“
In ogni caso, io sono qui, nel palazzo del Governo, e resterò qui difendendo il governo che rappresento per volontà del popolo”.

Due minuti dopo, un aereo militare distrugge l’antenna trasmittente di Radio Corporaciòn. Il primo proclama militare viene emesso dalla catena radiofonica della destra alle otto e trenta. La voce dura e sgraziata del tenente colonnello Roberto Guillard impartisce gli ordini. “ Tenendo presente la gravissima crisi sociale e morale che mette in pericolo in Paese, il signor Presidente della Repubblica deve procedere alla immediata consegna del suo Alto mandato alle Forze Armate e ai carabinieri del Cile”. Segue la firma di tutti i generali coinvolti nel colpo di Stato. Allende torna a parlare da Radio Magallanes, in aperta sfida ai golpisti.

“Non darò le dimissioni. Denuncio davanti al Paese l’incredibile atteggiamento di soldati che mancano alla loro parola e al loro impegno. Faccio presente la mia decisione irrevocabile di continuare a difendere il Cile nel suo prestigio, nella sua tradizione, nella sua forma giuridica, nella sua Costituzione”.

Gli aerei militari volano sempre più bassi sopra la Moneda. Allende, i suoi consiglieri, la guardia presidenziale (Gap) è appostata all’interno del palazzo. I Carabinieri e la Polizia Civile presidiano ormai buona parte della città. Il Presidente è ancora seduto nel suo ufficio con il microfono in mano.

“ In questo momento passano gli aerei. E’ possibile che ci bombardino. Però sappiate che restiamo qui per dimostrare, per lo meno con i nostro esempio, che in questo Paese ci sono uomini che sanno compiere il loro dovere…”.

Alla Moneda, giunge la telefonata del viceammiraglio Patricio Carvajal che propone ad Allende un salvacondotto: un aereo per lui e per la famiglia che li possa portare lontani dal Cile. Allende risponde: “ Ma cosa avete creduto, traditori di merda. Mettetevi in vostro aereo nel culo. Lei sta parlando con il Presidente della Repubblica. E il Presidente eletto dal popolo non si arrende”. Allende è preoccupato per le sorti del Paese ma non perde la calma. Prende il fucile Aka e se lo mette in spalla. Poi passa in rassegna le sue truppe di difesa. Diciotto detective, venti uomini del Gap, ministri e collaboratori. Meno di cento persone. Sull’impugnatura dell’ arma, si può scorgere una placca di bronzo con la scritta: “A Salvador, da suo compagno d’armi Fidel Castro”.

La scena si sposta poco dopo nella sala degli addetti militari. Davanti ad Allende, ci sono tre ufficiali golpisti, Sànchez, Badiola e Grez. “ Presidente, devo trasmetterle il messaggio della mia istituzione. La Forza aerea ha preparato un Dc6 con l’ordine di portarla dove lei vorrà. Ovviamente il viaggio include la sua famiglia e le persone che lei ritiene di portare con sé”, dice il comandante Sànchez. Ma Allende è pronto al suo ultimo sacrificio: “No, signori, non mi arrenderò. Dite ai vostri Comandanti che non me ne andrò da qui, che non mi consegnerò. Questa è la mia risposta. Non mi tireranno fuori vivo da qui, anche se bombarderanno la Moneda. E guardate, l’ultimo colpo me lo sparerò qui…E ora andatevene via da qui. Tornate alle vostre Istituzioni, è un ordine ”.

In quelle ore, Hector Carrasco si trova nella sede della Gioventù Comunista.

“In quelle prime ore dell’11 settembre, nelle sede della Gioventù Comunista squillavano i telefoni in continuazione. Nessuno però sapeva cosa stesse accadendo. Le stazioni radio comunicavano notizie frammentarie e i telefoni tornavano a suonare. C’erano due stanze dove normalmente si riunivano i componenti dei gruppi di autodifesa. Mi trovai davanti al responsabile, Galvarino Diaz. Mi disse: ’Santiago brucia, Hector, non ci sono più dubbi. E’ necessario far uscire tutte le armi da qui. Potrebbero arrivare i militari da un momento all’altro, non le devono trovare. Possiamo utilizzare la Fiat 600 di Miriam’. Così iniziò il nostro viaggio a Santiago in quel 11 settembre di trenta anni fa”.

Non c’è tempo da perdere. Il golpe è in atto e i militari attendono solo il momento propizio per arrestare i militanti della Gioventù Comunista. Hector, Miriam, Galvarino e Mao nascondono le armi sotto i sedili della vettura: due Colt 45, una Thompson, tre mitragliette Uzi e quattro bombe a mano. Si dirigono verso i quartieri operai della città. L’obiettivo è trasportare l’arsenale nella poblacion di La Victoria. Il viaggio è lungo e rischioso, i posti di blocco dei militari sono ovunque. Da lontano scorgono un gruppo di soldati con una fascia sul braccio sinistro. Fermano ogni macchina, Monocicletta, persone a piedi e in bicicletta. Loro si fanno ancora più piccoli dentro quella 600. Dieci soldati con i fucili puntati li bloccano, intimano di scendere. Poi si trovano fuori, con le braccia appoggiate alla vettura mentre i soldati iniziano la perquisizione.

“I vostri documenti dove sono? Dove state andando? Da quale zona provenite?”. Hector senteun brivido dietro la schiena e pensa: “Accidenti…la tessera della Gioventù Comunista.. sta nel portafoglio”. “Che cos’è quella tessera azzurra”- gli chiede un ufficiale dell’esercito. Hector risponde con calma: “E’ la tessera d’iscrizione al club degli universitari che si occupano di cultura, sport e ricreazione”. Sul tesserino non c’è il simbolo del Partito, c’è il disegno di una margherita con i colori giallo, blu e azzurri. Hector è convinto di averla fatta franca ma ci sono ancora le armi nell’auto. Un soldato si avvicina a Miriam, capelli biondi, il corpo snello, gli occhi languidi e azzurri. Dalla borsa, lei estrae un porta-documenti verde. Sulla parte esterna è ben visibile lo stemma del Rotary Club, sede di Arica. A quel punto, il militare si mette sull’attenti: “ Signorina, perché non ha detto subito chi era? E cioè la figlia di Don Gustavo? Se lo avessi saputo prima le avrei evitato tutti questi inconvenienti”. Così ordina agli altri militari di interrompere la perquisizione. Miriam è figlia del Presidente del Rotary e i soldati hanno un’ammirazione profonda per quel club.

I ragazzi sono salvi ma il viaggio non si è ancora concluso. Lungo la Panamericana camminano migliaia di persone, a piedi, senza una meta definita. In giro si vedono pochi autobus. In quel preciso momento, Galvarino chiede a Miriam di accendere la radio. E lei gira veloce la manopola. “Siamo in contatto con Radio Magallanes”, urla a gran voce. Dagli altoparlanti si sentono le ultime parole di Salvador Allende. Hector, Miriam, Mao e Galvarino sono ormai lontani. Le loro armi sono già al sicuro.

“…..Lavoratori della mia patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete posto in un uomo che fu solo interprete di grandi aneliti di giustizia, che impegnò la sua parola di rispettare la costituzione e la legge, e così fece. In questo momento definitivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi. Spero che impariate dalla lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero con la loro tradizione (…) Mi rivolgo soprattutto alla donna modesta della nostra terra: alla contadina che credette in noi, all’operaia che lavorò di più, alla madre che conobbe la preoccupazione per i figli. Mi rivolgo ai professionisti, patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la sedizione appoggiata dai collegi professionali, collegi di classe creati anche per difendere i vantaggi di una società capitalista. Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che cantarono e donarono la loro allegria ed il loro spirito di lotta; mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo già da molte ore è presente con molti attentati terroristi, facendo saltare ponti, tranciando linee ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti, di fronte al silenzio di chi aveva l’obbligo di intervenire. Si sono compromessi. La storia li giudicherà. Sicuramente Radio Magallanes, sarà oscurata ed il metallo tranquillo della mia voce non giungerà a voi. Non importa mi sentirete comunque. Sempre sarò con voi, per lo meno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale alla patria. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi colpire e crivellare, ma nemmeno può umiliarsi. Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio ed amaro, nel quale il tradimento pretende d’imporsi. Proseguite voi, sapendo che, non tardi ma molto presto, si apriranno i grandi viali alberati dai quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!…queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, almeno, ci sarà una sanzione morale per punire la fellonìa, la codardia ed il tradimento”. Un silenzio sorprendente resta sospeso nell’aria di Santiago del Cile quando Allende ritiene di aver finito il suo discorso. Il suo ultimo appello al Paese. Poi giunge la morte, improvvisa, fulminea. Gli aerei colpiscono la Moneda, il fumo acre, i blindati dei Carabinieri si fanno sempre più pressanti, i collaboratori di Allende escono dal palazzo. Dentro al palazzo i pochi rimasti con Allende si mettono le maschere antigas, poi sparano dalle finestre. Le pallottole, le bombe, la battaglia, fino a quell’ultima parola del Presidente ascoltata dal detective David Garrido: “Allende non si arrende”. Le quattordici e un quarto.

Allende si uccide con l’ultima pallottola rimasta nel suo Aka. Proprio come ha promesso ai militari infedeli. Si uccide perché non intende dargliela vinta.

 

 

0 Fausto e Iaio

  • 2 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

FAUSTO E IAIO

Il testo è tratto dal libro “Fausto e Iaio” di Daniele Biacchessi (Baldini Castoldi Dalai, 1996)

Live Milano Sala Provincia con Michele Fusiello 14/05/2005(audio-video)

Live Campogalliano Chiesa San Rocco con Michele Fusiello 22/04/2006(audio)

“12 dicembre 1969. Aldo Aniasi” film di Bruno Capuana (audio-video)

Milano. Sabato 18 marzo 1978.

Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un’altalena. Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci. Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio. Loro sono due ragazzi che vestono come una volta: jeans scampanati,camicione a quadretti, giubbotti con le frange, capelli lunghi. Di sabato, a quell’ora, percorrono via Mancinelli, la strada che divide in due il quartiere Casoretto.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato, buio. Trecento metri che mettono paura.

La loro vita scorre come la trama di un film e i ricordi sono rapidi.Quelle giornate passate a suonare al Parco Lambro, sognando la California, l’India, il Messico, sempre lì, pronti ad ascoltare chi torna da mete lontane, ognuno dentro la sua piccola verità. La memoria si rincorre come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young, di Keith Richard e Mick Taylor dei Rolling Stones. Le voci degli amici, delle ragazze, le lunghe discussioni politiche, le feste al Leoncavallo, concerti di jazz di blues, il teatro.

All’altezza del portone dell’Anderson School i passi d’improvviso si fermano. Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano per chiedere aiuto ma intorno a loro c’è il vuoto e la solitudine di Milano. Così due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. Ora i quattro si trovano faccia a faccia. Si fa avanti uno con l’impermeabile bianco e il bavero alzato. “Siete del Centro Sociale Leoncavallo?. Fausto e Lorenzo si guardano, sono increduli. Non rispondono perché non vi è risposta alcuna.

Il senso della loro speranza si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65,sparati da un professionista. Un’esecuzione. Il primo a cadere è Fausto. Poi tocca a Lorenzo. Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio si trova a breve distanza, centrato dal killer mentre tenta una fuga impossibile. Dopo quei colpi sordi la strada si fa ancora più scura e nel buio scappano come sempre gli assassini.

Fausto ha un carattere chiuso ma con Jaio sono un’ unica cosa. Viene da Trento ma a Milano non si trova bene, perché la città e’ troppo grande per un bimbo dagli occhi gentili. Gioca con pochi amici. Poi le medie inferiori in una scuola al Casoretto. In tre anni passa alle superiori. Prima le professionali, poi il liceo artistico.

I pomeriggi li trascorre all’oratorio di Don Perego, proprio come il suo amico Jaio. Ma nei campetti di calcio dura poco. Spesso si porta i libri in metropolitana,di mattina,quando le vetture sono cariche di persone con le mani in tasca.

Con Jaio condivide la passione per il rock. I Rolling Stones sono il suo gruppo preferito. Conosce le loro canzoni a memoria. Politicamente e’ un libertario ma simpatizza per Lotta Continua. Non e’ un militante, non accetta le gerarchie. E’ fuori dagli schemi. E’ un mondo di pace quello che Fausto immagina ma è convinto che una rivoluzione è proprio possibile.

Con la madre Danila ha un rapporto speciale, un profondo legame che li porta a parlare per ore. Fausto le confida tutti i suoi problemi, anche quelli piccoli. Fausto è un timido. Spesso guarda gli altri con quegli occhi rivolti verso il basso. E’ fatto così. Sempre pettinato, vestito con garbo, mai una piega fuori posto. I genitori degli amici lo giudicano un ragazzo per bene.

Lorenzo Iannucci conosce anche gli angoli più nascosti del Casoretto. Lui a Milano ci arriva a nove anni, dal Sud Italia. All’oratorio riesce a convivere con gli amici nonostante il carattere ribelle. Gioca a pallone. Sono gli anni della spensieratezza.

A quattordici anni Jaio si iscrive al professionale. Lorenzo abbandona i biliardini della parrocchia perché c’e’ un mondo fuori che sta cambiando e sente che bisogna fare qualcosa. Ha fretta, come tutti noi del resto a quei tempi. Nel quartiere è uno dei ragazzi più conosciuti ma non è un leader.

Poco prima del marzo 1978, Jaio abbandona la scuola per un umile lavoro. Trova impiego presso un restauratore, dodici ore al giorno, senza libretti, per una manciata di vecchie lire, quelle che possono servire per rendersi indipendente. Suona la chitarra. E’ portato per la musica. Ha un orecchio particolare.

Allegro, sorridente, un sorriso imbarazzante. Sempre preso a far progetti di vita, sogna di comprare una fattoria, vivere in una comune. Ama viaggiare: se avesse tirato su qualche soldo sarebbe andato certamente in India. Veste come gli pare, si cuce perfino i pantaloni larghi addosso. Gli piace mettersi la bombetta, comprata da un amico nei mercatini di Londra. La porta sempre. E balla per ore, senza mai fermarsi. E’ buffo con quella faccia da giovane indiano. Uno splendido indio dai capelli neri.

Non é un arrabbiato, nemmeno un filosofo: alle analisi politiche preferisce la discussione sui problemi concreti, quelli di tutti i giorni. Ma resta un sognatore. Un giorno qualcuno gli chiede: <<Cosa stai pensando>>. E lui risponde:<<Niente, sogno.>>

Due ragazzi di diciotto anni si guardano per pochi secondi,chiudono gli occhi e scoppiano a piangere. Loro,Fausto e Jaio, non li conoscono nemmeno ma la loro morte non da pace.

La notizia dell’omicidio di via Mancinelli fa in breve tempo il giro di Milano. Via Mancinelli è come un fiume in piena. La strada è ricolma, i marciapiedi non riescono a contenere tutti quei giovani. La metropolitana è come un’enorme arca che porta gente dai quartieri più periferici della metropoli.

Si organizza una manifestazione spontanea. Nessuno accetta etichette di gruppo. Le organizzazioni politiche della Nuova Sinistra offrono il loro appoggio ma promettono che nessuno striscione sarà esposto. Il corteo è scomposto, non ha una testa neppure una coda. E loro entrano dappertutto, e gridano, e urlano a gran voce: <<Hanno ammazzato Fausto e Iaio, hanno ammazzato due come noi>>.

Vetrine, macchine, lampioni: tutto viene distrutto in un disordine assordante. Piazzale Loreto, corso Buenos Aires, corso Venezia, Piazza San Babila. E alla fine giù nella grande piazza….piazza Duomo. .La manifestazione termina quando Milano dorme ormai da ore. Molti si danno appuntamento davanti alle scuole. Si stenderanno solo per rimediare qualche minuto di riposo. Ma nessuno avrà sogni tranquilli. Quei due corpi sul selciato diventeranno incubi ricorrenti, visioni notturne che cambieranno la vita.

Una viuzza stretta con poche case, costeggiata da un lungo muro grigiastro. In mezzo quattro transenne delimitano il luogo dove Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli sono stati assassinati. Via Mancinelli vede arrivare ragazzi e ragazze sconvolti dal dolore e dalla commozione. E’ il pianto di una città. Immensi cortei lasciano spazio ad un grande senso di impotenza. Andrà avanti fino al 22 marzo, il giorno dei funerali.

Milano si sveglia con il frastuono dei camion che entrano nelle tangenziali,con l’odore acre dei fumi di scarico,con le colazioni consumate nei bar. Nelle prime ore del mattino il mondo del lavoro si scuote. Gli operai bloccano i cancelli delle fabbriche. Gli studenti fermano le lezioni nelle scuole.

Per Fausto e Jaio e’ stata allestita una camera ardente, in una stanzetta spoglia. Dalla porta principale entrano ed escono in migliaia di ragazzi, i compagni di scuola, gli amici,i vicini di casa, quelli del Casoretto. Non sono condoglianze prestate con noia ma abbracci sinceri.

Poi in chiesa Don Perego inizia la messa. Un ragazzo che avrà vent’anni si avvicina giura che <<se Jaio fosse ancora vivo tirerebbe le palline al parroco.>> Le bare vengono portate via. Jaio viene trasportato al cimitero di Lambrate, Fausto torna nella sua Trento. Ricordo le parole di Danila Tinelli,madre di Fausto.

<<Quel mercoledì 22 marzo non finirò mai di dimenticarlo. Stetti lì senza piangere, tenevo tutto dentro. Mi venivano in mente gli anni vissuti con Fausto, le discussioni, le litigate, lui che mi confidava tutto. Le vacanze a Trento, guardando le montagne e correndo felici nei prati. Era tutto nascosto dentro me,lo conservavo gelosamente, non volevo che nessuno entrasse. Vedevo i volti scuri delle persone, amici di Fausto e Jaio, ragazzini come loro che giocavano per ore da piccoli. La mia vita scorreva davanti .Poi le immagini belle scomparivano e tutto mi sembrava più difficile. Guardavo al futuro con angoscia,il mio piccolo Bruno che si staccava così bruscamente dal rapporto con Fausto,la vita,il lavoro,le difficoltà di farlo crescere bene,la casa troppo piccola,i sogni di cambiamento. Quello che ricordo era tanta gente, con le bandiere rosse che sventolavano e quel vento di marzo che mi portava via tutto, un pezzo della mia vita.>>

Sapete come si riconosce un bravo cronista di nera? E’ uno che non crede mai alle verità ufficiali, compie indagini in silenzio, senza produrre troppo rumore e alla fine giunge alle sue conclusioni.

Mauro Brutto è uno di quelli. Lui lavora all’Unità, cronaca nera. Parte di prima mattina, controlla le sue fonti, verificare ogni particolare. Solo a quel punto scrive. Di sera torna in redazione. Toglie il suo impermeabile. Rimane lì fino a tardi, con la sua luce fissa e migliaia di carte che incolla. Sono appunti. Poi quando pensa di essere alla fine della sua inchiesta li srotola e tutto gli sembra più chiaro.

La sera del 18 marzo 1978, Mauro Brutto è uno dei primi giornalisti a raggiungere via Mancinelli. Ascolta le parole del capo di Gabinetto della Questura di Milano, Bessone:

<<E’ chiaro.Si tratta di un regolamento di conti, una faida fra gruppi della nuova sinistra o inerente al traffico di stupefacenti.>>

Mauro si volta di scatto, e da una rientranza del marciapiede scopre qualcosa che luccica. Un proiettile schiacciato di poco accanto a corpo di Jaio. Nessuno lo nota ma Brutto lo scorge e lo passa alla polizia. Poi corre in redazione e compone il suo articolo:

<< C’é un vuoto di dieci minuti.
Un vuoto già apparso come l’elemento risolutivo del caso.>>

Ma i depistaggi non si fermano. Alcuni inquirenti fanno circolare la voce che è una calibro 32 a uccidere Fausto e Jaio. Mauro Brutto smonta il tentativo di deviare l’indagine verso altre piste.

<< Non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero aver modificato la pistola le cui munizioni,le 7,65, sono facilmente reperibili. I killer hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica. Ecco perché sul luogo dell’omicidio non sono stati trovati i bossoli ed i testimoni hanno sentito colpi ovattati. Un particolare che conferma il livello di professionalità: gli assassini non intendevano rinunciare al vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia. La necessità da parte degli assassini di sfruttare la rapidità di tiro delle automatiche indica che intendevano essere certi di uccidere nel minor tempo possibile per non dare ai testimoni la possibilità di descrivere, anche in modo approssimativo,i loro volti>>

Mauro Brutto indaga senza sosta. Quel fatto di cronaca lo ferisce in modo profondo. E giunge ad un centimetro dalla verità. Fausto e Jaio sono stati uccisi da killer professionisti, un duplice omicidio politico, compiuto due giorni dopo il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Tutto è più chiaro ma gli assassini non danno tregua.

5 novembre 1978. 20,45. Mauro Brutto esce dalla sua macchina ed entra nel bar tabacchi in via Murat 36. Rimane giusto il tempo per comprare due pacchetti di sigarette, beve un aperitivo poi schizza fuori. Supera la prima metà della strada, proprio sulla striscia bianca che divide le carreggiate.Guarda da una parte,c’è una Fiat 127 rossa,attende il passaggio ma nella direzione opposta appare una Simca 1100 bianca che viaggia a 70 chilometri all’ora. La vettura punta su Mauro, lo coglie di striscio,quanto basta per farlo finire sotto le ruote del 127 che lo travolgono e lo uccidono.

Questa almeno resta la versione ufficiale a cui nessuno crede, ancor oggi.

La prima pista imboccata dagli inquirenti è quella di un regolamento di conti di spacciatori di droga. Poi cambieranno versione e parleranno di assassini maturati all’interno dei gruppi di sinistra del quartiere. Ma il sostituto procuratore di Milano Armando Spataro e il poliziotto Carmine Scotti si fanno ormai un’idea precisa: è un duplice omicidio politico maturato negli ambienti della destra eversiva, romana e milanese, altro che regolamento di conti.

Fausto e Jaio fanno parte di una rete di giovani che indagano sullo spaccio di eroina a Milano. Le informazioni devono poi essere inserite in un libro bianco che esce davvero, stampato dai collettivi autonomi milanesi. Non contiene notizie dirompenti, sono ritagli di giornale che ognuno di noi può reperire in biblioteca. La destra extraparlamentare controlla il mercato di droga a Milano ma perché uccidere due ragazzini? No, non può essere quello il movente del duplice omicidio del Casoretto. Ci vuole qualcosa di più, molto di più di una semplice inchiesta di quartiere.

Infatti giunge subito la rivendicazione da Roma, un volantino firmato Brigata Franco Anselmi, in memoria a un camerata ucciso in una rapina di autofinanziamento. E’ una sigla utilizzata dai NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo della destra eversiva responsabile di omicidi, ferimenti e della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti.

Ecco. Solo a quel punto gli investigatori si indirizzano verso la pista politica. Perquisiscono le abitazioni di alcuni fascisti milanesi, inseriscono microspie nei telefoni di bar del quartiere e ascoltano strane conversazioni: chi dice di aver dimenticato un impermeabile bianco in un locale. Verranno trovate pistole e stemmi nazisti ma nessuna prova. Dureranno anni queste indagini. Le carte passeranno negli anni tra le mani di numerosi magistrati e giudici istruttori. Si occuperanno del caso nei ritagli di tempo.

Manca dunque la volontà politica per giungere agli assassini di Fausto e Jaio ma nel silenzio lavorano i giornalisti.

Dopo lo strano incidente dove trova la morte Mauro Brutto, giovani cronisti portano avanti l’inchiesta. E’ cosa complicata avventurarsi oltre la frontiera del nemico, ma loro varcano il confine e scoprono che la base logistica dell’agguato del Casoretto é milanese ma l’operazione viene ideata e organizzata a Roma.

Perché allora giungere così lontano per uccidere due ragazzini di diciotto anni? Per provocare quali reazioni?

Le intuizioni del magistrato Armando Spataro, del poliziotto Carmine Scotti, del giornalista Mauro Brutto giungono sul tavolo del giudice Guido Salvini. Spetta a lui l’arduo compito di ricomporre l’intricato puzzle dell’omicidio di Fausto e Iaio.

Centinaia di interrogatori di collaboratori di giustizia della destra eversiva, un lavoro paziente e attento sui documenti di rivendicazione e sugli atti giudiziari di altri processi, portano Salvini a formulare un’ipotesi:

<<Il delitto fu rivendicato da un volantino a firma “Esercito nazionale rivoluzionario-Brigata Combattente Franco Anselmi e numerosi pentiti già aderenti a gruppi di estrema destra hanno indicato nell’ambiente romano dei Nar il contesto in cui fu preparato l’attentato. Il comportamento degli sparatori riporta inequivocabilmente ad una matrice eversiva di destra: esecuzione a sangue freddo delle due vittime mentre esse si trovavano nei pressi di un centro sociale di sinistra,giovane età degli sparatori,abbigliamento,utilizzo di un sacchetto di plastica per raccogliere i bossoli e non consentire una perizia comparativa con altri episodi analoghi.>>

Tre gli indiziati: Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi. La loro posizione sarà archiviata in modo definitivo il 6 dicembre 2000 dal Giudice delle Udienze preliminari del Tribunale di Milano,Clementina Forleo. Questa è la sua conclusione:

<<Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati(Massimo Carminati,Mario Corsi e Claudio Bracci),appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di uesti elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni.>>

Cosa vuole dire? Si conoscono i possibili autori dell’omicidio ma non ci sono prove. Molti,forse troppi indizi. Ma non prove. Perché l’omicidio di Fausto e Jaio conserva un segreto indicibile, qualcosa che si può sussurrare, ma non gridare ad alta voce.

Il punto “d” del decreto di archiviazione si intitola: ”La pista di via Montenevoso”.

Sì, perché al numero 8 di via Montenevoso c’é un appartamento affittato dalle Brigate Rosse. Viene scoperto il 1 ottobre del 1978. Oltre a dieci terroristi, nel covo gli inquirenti trovano le carte originali del memoriale di Aldo Moro, lettere scritte dallo statista, verbali del suo lungo interrogatorio prima di essere ucciso.

Ma attenzione. Nel 1978, in zona Lambrate, ci sono sei appartamenti utilizzati da Brigate Rosse e Prima Linea. Il quartiere è tenuto sotto controllo da carabinieri, polizia e servizi segreti. Davanti al covo, proprio al primo piano, abita Fausto Tinelli, la finestra della sua camera è a soli sette metri da quella dei brigatisti. Sette metri.

Quando tieni le finestre aperte oltre a vedere quello che fanno nell’appartamento di fronte, senti tutto. Le parole delle persone, la televisione accesa, il segnale orario della radio. All’ultimo piano della casa di Fausto, c’è invece una mansarda trasformata in un mini appartamento. Non ci abita una coppia di anziani maestri in pensione. Lì dentro trovate appostati con moderni e sofisticati apparecchi fotografici muniti di teleobiettivi, agenti dei servizi segreti che controllano da mesi il primo piano di via Montenevoso 8: il covo delle B.R. Alla Commissione Moro, anni dopo, diranno che l’appartamento era stato affittato solo nel luglio del 1978, ma la Danila, la mamma di Fausto è pronta a giurare che già dal gennaio del 1978 vedeva persone entrare in quella mansarda con scatoloni, strane parabole. La Commissione Stragi accerterà che il covo delle Br di via Montenevoso è individuato ben prima del giorno indicato dai carabinieri.

E allora ..Perché uccidere due ragazzini?

Delitti e stragi perfetti nella loro imperfezione.

Corrado Guerzoni, il collaboratore più stretto di Aldo Moro, provò a spiegare un giorno una teoria: quella dei cerchi concentrici.

Prestate attenzione.

“ Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba.

Non accade così.

Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.

Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?

Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.

Poi succede quello che deve succedere.

Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.

Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini.

Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.

E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no.

Anche se si è avviato proprio questo meccanismo.

Per cerchi concentrici.

La memoria è come un film in bianco e nero. A volte viene nascosta, chiusa chiave nei cassetti della storia. Ma altre volte, torna, ritorna, e lascia tracce…. indelebili.

E’ la memoria del marzo 1978.

Nel quadrato di asfalto lasciato dalle transenne, ragazzi di vent’anni lasciavano in quei giorni bigliettini,scritti di getto su fogli a quadretti, carta da lettere, sopra pagine strappate di agende e diari,sul retro di volantini.

Versi di poesie, messaggi di arrivederci, come si fa per gli amici e per chi si vuole bene davvero.

E accanto a quelle parole libere porgevano fiori,regali,cioccolatini.

<<Uno,due,tre. I rintocchi del pendolo,è notte,fantasmi si aggirano per la stanza:i miei pensieri. Orrore, paura e rabbia, tanta rabbia che esplode improvvisa. Accendo la radio,musica,comunicato,frasi di circostanza,tutto è finito, su un marciapiede bagnato di sangue,coperto dai fiori ho lasciato una parte di me.>>

<<Non ce la faremo mai a cambiare perché le macchine continuano a passare,rallentano un poco e vanno,perché siamo in pochi e la gente è senza cuore.>>

<<Bruciati ora,su queste piazze fra queste strade,affermazione negata dall’uomo rinchiuso che fugge dalle tue parole,come un cane a cui vuoi togliere la museruola,per lasciargli abbaiare la sua rabbia e mordere chi lo vuole tenere alla catena.>>

<<Sono qua,seduta su un foglio dove scorre l’inchiostro e mi appare il tuo viso,dolce,allegro.Sono fra mille persone,ognuna è diversa ma ognuna sei tu.Ti vedo in ogni corpo,ti sento in ogni voce,ti cerco in ogni strada. E poi,nell’allegria dell’inchiostro ti ritrovo e ti bacio.Adesso il tuo viso non è più trasparente,adesso ti posso accarezzare,il tuo sorriso è caldo e vicino,i tuoi occhi chiusi sono davanti ai miei.Ti ho con me e domani ti porterò,ti rivedrò in ogni viso,ti cercherò altre volte,nell’allegria di un sorriso:per poi tornare ad avvolgermi nella felicità di ritrovarti ancora con me.>>

<<E questa foto tua,che guardi lontano,un po’ serio.Se te la facessi vedere ora,ti metteresti pure a ridere dicendo che non era venuta bene,che in fondo non eri proprio tu. E Tu,Jaio,dov’eri?Mi tornano in mente tutte le leggende antiche dei greci,quando i vivi si mettono a parlare con i morti.Poi non è più successo.La gente ha iniziato a dire che erano dei pazzi,che era meglio lasciare perdere. Perché bisogna dire che la tua è una morte politica dimenticando chi era Jaio?O dire solo che eri Jaio e dimenticare tutta quella gente sotto il sole e il vento di Milano con le montagne dietro?>>

<<…Ti ho portato in spalla,dentro tutto quel legno.Pensavo che eri tutto sballonzolato,sbattuto di qui e di là.Ora non possiamo più fare progetti insieme.Quando ti ho visto con i capelli tirati indietro,ho capito che non appartenevi più a te stesso. E mi sono messo il cuore in pace.Facevi parte di un rito.Lì all’obitorio. Poi,nel corteo,mentre ti portavo in spalla,eri cambiato.Eri dentro,dentro e dietro agli occhi.Quando ti hanno messo davanti alla chiesa ero un po’ geloso di consegnarti alla gente.Poi ho visto che ti trattavano bene.Non c’era nessuno che fingeva.Ti sono passati tutti davanti,i fiori,i pugni tesi,si vedevano i tendini,le mani serrate.Li ho visti,non fingevano,Jaio,fidati,ti hanno trattato bene.>>

<<Di te conoscevo solo i sogni,il tuo sorriso,i tuoi libri,avevo visto solo i tuoi grandi occhi e la musica che avevi dentro,non ricordo le tue mani,non so chi amavi,di me non conoscevi niente,non volevo scoprirmi.Solo falsità e come vorrei avere i tuoi pensieri verso un cielo stellato e una luna che ha visto e sentito o verso un selciato sporco e una strada buia.Puoi sentire quello che non ti ho mai detto?>>

Fausto e Iaio avevano diciotto anni.

Uccisi come Franco Serrantini, Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Pietro Bruno, Giorgiana Masi, Walter Rossi, Carlo Giuliani.

Oggi conosciamo una verità storica ma non abbiamo ancora giustizia.

Dimenticandoli li uccideremo una volta ancora.

Per chi ama ancora sognare.

0 La fabbrica dei profumi (reading)

  • 2 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

LA FABBRICA DEI PROFUMI

Il testo è tratto dal libro “La fabbrica dei profumi” di Daniele Biacchessi (Baldini Castoldi Dalai, 1995)

Live Milano Leoncavallo con Michele Fusiello 10/12/2005(audio)

Live Milano Palazzo Fast 10/07/2006 con Michele Fusiello (audio-video Cgil)

Live Milano Palazzo Fast 10/07/2006 con Michele Fusiello (audio-video Arcoiris You Tube)

Live Milano Festa Unità con Michele Fusiello 26/08/2006(audio)

 

 

Sabato 10 luglio 1976.

Sono le 12,37. Una nube preme forte verso l’alto, accompagnata da un sibilo violento che rompe quel silenzio d’estate. Proviene dall’Icmesa, una fabbrica chimica posta tra la ferrovia del Gottardo e la superstrada Milano-Meda, non lontano da Seveso.

Un fischio acuto, assordante,giunge dal reparto B dove si produce il triclorofenolo, un composto chimico che serve per la produzione di cosmetici e disinfettanti ospedalieri.

La reazione esotermica spinge la temperatura tra i 350 e i 500 gradi e disintegra la valvola di sicurezza del reattore. Gli operai addetti alla manutenzione degli impianti fuggono soffocati dal fumo acre. Uno di loro, Carlo Galante, entra nella zona del reattore cinque minuti dopo lo scoppio, apre la valvola di raffreddamento ad acqua. Quello di Galante è un gesto di grande coraggio che impedisce una strage.

Una nuvola enorme incombe sopra Seveso e una leggera brezza la trascina in tutto il Nord Italia. Tutti quella mattina la possono osservare ma pochi, pochissimi sanno cosa contiene.

Ci sono catastrofi che non fanno rumore, non spargono sangue, non spezzano vetri, né innalzano macerie. La catastrofe di Seveso è una di quelle.

 

Gli abitanti della zona le hanno dato un nome: fabbrica dei profumi.

Lo stabilimento dell’Icmesa viene costruito nel 1945 su nulla osta del Comando Alleato. E’ una azienda chimica controllata dalla Givaudan, consociata alla multinazionale farmaceutica Hoffmann La Roche.

Avete presente il gioco delle scatole cinesi? Ogni scatola ha una dimensione maggiore dell’altra, contiene la più piccola…e la protegge.

Ognuna è dipendente e autonoma dall’altra.

Se succede qualcosa di spiacevole….ne è responsabile.

Icmesa, Givaudan, Hoffmann La Roche.

E allora compiamo un salto nel passato.

Svizzera, fine dell’Ottocento. Fritz Hoffmann, 28 anni, proviene da una famiglia di mercanti di Basilea. Nel 1898 sposa la ricca Adele La Roche ed entra in possesso del suo patrimonio. La sua è un’idea geniale: produrre farmaci confezionati e pronti all’uso, non materie prime. Inventa la sua prima specialità: lo sciroppo per tosse Thiocal. Poi arriva il Digalen, iniettabile per il cuore. Negli anni il gruppo diventa sempre più potente. Realizza farmaci famosi come il Valium.

Ma la sua forza è finanziaria. Solo i fondatori detengono il potere.

La concorrenza è impotente, vince il regime di monopolio.

Ma il gioco dura poco e la Hoffmann La Roche, poco prima del disastro di Seveso, si trova sotto inchiesta internazionale.

Icmesa, Givaudan, Hoffmann La Roche…teniamoli a mente questi nomi

Qualcuno li ha chiamati i giorni del silenzio.

Dal 10 luglio 1976, in molti sanno cosa è accaduto nel reattore B dell’Icmesa.

Le forze dell’ordine, il Governo, i servizi segreti.

In molti.

Tranne i cittadini.

Sabato 10 luglio.

Poche ore dall’incidente.

L’operaio Galante telefona al dottor Barni. Riferisce ciò che é avvenuto nel reparto B dell’Icmesa.

<<Fatevi la doccia e andatevene a casa>>, consiglia Barni.

Gli operai eseguono l’ordine senza discutere.

Loro non sanno nulla di chimica.

Conoscono solo la formula della miscela e si limitano ad applicare le disposizioni dell’azienda.

Il dottor Barni chiama i Carabinieri di Meda.

Gli abitanti della zona avvertono i primi malesseri.

E intorno, i polmoni degli animali esplodono.

 

Domenica 11 luglio.

Le cinque del pomeriggio.

Il suono del telefono disturba la tranquillità nella casa di Francesco Rocca, sindaco di Seveso.

Il vice ufficiale sanitario gli anticipa la visita improvvisa di due dirigenti dell’Icmesa.

“Hanno parlato di uno scoppio di un reattore dal quale è uscito qualcosa come un diserbante, vogliono avvertire gli abitanti delle case intorno all’Icmesa… “

I dottori Barni e Paoletti, il direttore dell’Icmesa,si precipitano a casa del sindaco Rocca.

Paoletti spiega che il triclorofenolo è un prodotto chimico utilizzato come diserbante e lo si può trovare in drogheria.

Racconta di una reazione incontrollata nel reattore che ha fatto alzare temperatura e pressione fino aprovocare lo scoppio della valvola di sicurezza.

“Sa, noi produciamo triclorofenolo,, ma ciò che è uscito non possiamo saperlo, perché a temperature superiori la sostanza può dare origine ad altri prodotti…”

Solo a quel punto il sindaco Rocca si ricorda di un particolare.

“Ma l’Icmesa è a Meda: bisogna avvertire il sindaco del paese, avvisare le famiglie che vivono lì intorno.”

Sindaco e carabinieri di Meda vengono avvisati 27 ore dopo la fuoriuscita della nube.

Ma Barni e Paoletti dell’Icmesa non fanno riferimento alla probabile fuoriuscita di “altri prodotti” e alla gravità delle conseguenze.

“Si è formata solo una nube di erbicidi”, diranno.

Lunedì 12 luglio.

L’Icmesa scrive una lettera all’ufficiale sanitario di Seveso, il dott. Uberti.

“Non siamo in grado di dare una spiegazione plausibile di cosa possa essere accaduto. Avvertite gli abitanti delle case situate intorno alla fabbrica, di non toccare frutta e ortaggi:”

In molti sono a conoscenza di ciò che è accaduto all’Icmesa.

Ma l’Icmesa sembra ignorare ogni cosa.

Così gli operai tornano al lavoro.

Chiedono di essere informati.

Viene sospesa la riunione mensile tra proprietà e consiglio di fabbrica.

Martedì 13 luglio

La direzione dell’Icmesa riceve il consiglio di fabbrica. E’ una riunione di soli dieci minuti.

Non si parla di rischi.

Gli operai iniziano una loro indagine.

Vogliono conoscere gli effetti della diossina.

Mercoledì 14 luglio

Si effettuano prelievi di erbe e piante.

Il materiale inquinato raccolto dai tecnici dell’Icmesa giunge nei laboratori di Zurigo.

E in serata i tecnici di laboratorio della Givaudan La Roche, già conoscono la quantità di diossina uscita dal reattore.

I referti delle analisi che mostrano in pubblico parlano di una fuoriuscita di soli 300 grammi di diossina. Ma sarà vero?

Giovedì 15 luglio

Riunione generale al municipio di Seveso.

C’è il sindaco di Meda.

Ci sono i dirigenti dell’Icmesa ed il dott. Uberti, l’ufficiale sanitario di Seveso.

Viene ipotizzata l’immediata evacuazione.

I sindaci sono d’accordo.

Il viceprefetto di Milano sarebbe già pronto.

Ma i dirigenti dell’Icmesa non fanno cenno ai 300 grammi di diossina.

I carabinieri di Meda, di propria iniziativa, inviano un fonogramma al pretore di Desio.

<<La nube si è formata a causa della rottura del disco di sicurezza del reattore. L’ufficiale sanitario di Seveso, il dott. Uberti, dopo un accurato controllo, ha dichiarato che la nube di vapore aveva raggiunto i 40 metri di altezza.>>

Intorno all’Icmesa, gli animali muoiono.

13 bambini vengono ricoverati.

Il volto di due bambine di Seveso, le sorelle Senno, sarà sfigurato dalla cloracne. La loro fotografia, giorni dopo, farà il giro del mondo e diventerà l’immagine di quella catastrofe.

Altre 44 persone vengono sottoposte ad urgenti cure mediche.

Venerdì 16 luglio

Gli operai bloccano la fabbrica.

Chiedono chiarezza, chiedono di conoscere la verità sulla contaminazione.

In serata le amministrazioni di Meda e Seveso emettono un’ordinanza.

Divieto di avvicinarsi ad ortaggi e animali.

Mantenere la più scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti usando acqua potabile come detergente.

Ma, attenzione, la diossina non è solubile, non si scioglie nell’acqua come lo zucchero.

Lo scrivono tecnici inglesi, americani e vietnamiti, lo sostengono importanti riviste scientifiche.

E poi…E poi c’è un precedente.

L’incidente del 1968 alla Dow Chemical di Bolsover in Gran Bretagna. Anche in quel caso si verificò la rottura di una valvola di sicurezza e la fuoriuscita di diossina

I sindaci decidono la recinzione della zona, i cartelli segnalano l’inquinamento.

Il dott. Uberti autorizza l’accesso di squadre di operai dell’Icmesa per incenerire il materiale contaminato.

Gli operai si rifiutano.

Viene così evitato un ulteriore disastro.

 

Sabato 17 luglio, sette giorni dopo.

Giungono i referti delle analisi.

Solo ora si presenta l’ipotesi di una possibile formazione di quantità di rilievo di 2.3.7.8. tetracloroparabenzodiossina, Tcdd.

 

Domenica 18 luglio.

Ai responsabili dell’Icmesa viene contestata l’ipotesi di inquinamento da diossina.

Viene ordinata la chiusura dei reparti produttivi.

Vengono messi i sigilli alle porte di accesso del reparto B e finalmente il direttore del reparto chimico dell’Icmesa ammette la presenza di diossina.

Il sindaco di Seveso ordina alla popolazione di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona infestata.

Martedì 20 luglio

L’ispettorato provinciale del lavoro, tramite il capo servizio chimico,il dott. Riboldi, procede agli accertamenti, ma trova i sigilli sulle porte del reparto B.

Non si può passare.

La visita è concitata. Riboldi contesta all’Icmesa la violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Comprende l’entità del disastro.

Ribaldi informa l’assessore regionale alla sanità, Rivolta, del suo sopralluogo.

 

Mercoledì 21 luglio

Il pretore di Desio emette il mandato provvisorio di arresto a carico di Herwig von Zwel, responsabile tecnico dell’Icmesa e Paolo Paoletti, direttore di produzione.

L’imputazione é disastro colposo.

E giungono le prime ammissioni di Zwel e Paoletti: con il procedimento chimico per la produzione del triclorofenolo vi era la possibilità che si determinasse Tccd, però il sistema era collaudato.

Ma all’Icmesa c’è penuria di strumenti e assenza totale di dispositivi di allarme di sicurezza.

Il reattore è sprovvisto di una registrazione continua di temperatura.

C’è solo un manometro indicatore della pressione.

Intanto in municipio a Seveso, si tiene un incontro riservato.

S riuniscono il sindaco Rocca, l’assessore regionale Rivolta e le autorità sanitarie.

Ormai niente può essere tenuto nascosto.

A 11 giorni dal disastro viene costituita una commissione di esperti.

I comuni di Cesano Maderno e Desio adottano provvedimenti analoghi a quelli di Seveso e Meda.

La Regione Lombardia emette il primo comunicato ufficiale, ordina disinfezioni e disinfestazioni.

La situazione precipita.

I giornalisti vogliono sapere, vogliono informare l’opinione pubblica.

L’assessore alla sanità Rivolta tiene la prima conferenza stampa.

“Assessore, c’è la possibilità che il fiume Certesa che corre parallelo alla fabbrica dell’Icmesa, sia rimasto inquinato?”

“Escludo nel modo più categorico questa possibilità.”

 

Giovedì 22 luglio

Inizia il censimento degli animali.

Vengono inviati in colonia 80 bambini.

Il consiglio regionale si riunisce e le opposizioni vogliono sapere cosa è successo realmente.

Giunge un comunicato della Prefettura:

“Non esiste in atto alcuna nube di gas tossico e non risulta accertata l’estensione oltre i comuni di Seveso e Meda”.

 

Venerdì 23 luglio

Giunge un altro fax della prefettura.

“Gli esperti universitari hannosottolineato che non sono da ritenersi necessarie o impellenti altre misure.”

 

L’amministratore delegato della Givaudan-La Roche, dichiara al Corriere della Sera:

”Solo mercoledì 14 luglio siamo venutia conoscenza che nel 1968 vi fu un’esplosione simile a quella avvenuta a Meda”.

Sabato 24 luglio

Le autorità sono al lavoro.

Carta topografica alla mano, matite e righelli, è il sindaco di Seveso a parlare:

“Esimi colleghi, su questa planimetria abbiamo individuato due zone a rischio: l’area “San Pietro”, che denomineremo zona A, di cui disponiamo l’immediata evacuazione e una vasta area a sud dell’Icmesa che denomineremo zona B.”

La Givaudan- La Roche parla di una generica contaminazione, ma qualcuno si ribella davvero.

E’ Laura Conti, consigliere regionale del Pci.

Lei in quei giorni, è molto vicina agli abitanti di Meda e Seveso.

Porta il suo sostegno, parla con la gente, cerca una verità e lavora affinché le persone non si sentano abbandonate.

Quattordici giorni di silenzio e di omissioni.

Per coprire che cosa?

La zona del disastro, circondata da filo spinato, è protetta da 6 posti di blocco.

Ma la zona è enorme ed è impossibile impedire che qualcuno possa entrare per manipolare prove importanti.

Chi sono quei personaggi misteriosi che cercano prove, informazioni nella zona contaminata?

Chi sono…….

 

Avete presente cos’è un grammo di diossina?

Polvere, polvere invisibile.

Nel reparto B dell’Icmesa si produce il triclorofenolo.

Si rompe la valvola di sicurezza e la temperatura sale tra i 350 e i 500 gradi.

E allora..cosa succede al triclorofenolo quando la temperatura raggiunge questi livelli così elevati?

Succede che….si trasforma.

 

Il 10 luglio 1976, all’ Icmesa si è formata la diossina più tossica tra quelle conosciute nella chimica.

TETRACLORODIBENZOP-DIOSSINA

TCDD

Le sue proprietà sono devastanti, i danni sono irreversibili.

Una sostanza che danneggia tessuti grassi, fegato, reni, sistema cardiocircolatorio e nervoso centrale.

La Tcdd è cancerogena ed ha proprietà mutagene.

Interviene sul corredo cromosomico degli individui e sui feti, diminuisce la fertilità e la capacità riproduttiva, produce difetti alla nascita e danni embrionali. Influisce sul patrimonio immunitario degli individui.

Un solo grammo di diossina può contaminare migliaia di persone.

 

La diossina è ancora lì, nel reattore dell’Icmesa.

Bisogna smaltirla.

Subito e…..in silenzio.

L’operazione è guidata da Luigi Noè, vicepresidente dell’Enea e responsabile dell’ufficio speciale di Seveso.

Con lui lavorano gli uomini della Mannesmann, alla quale la Givaudan affida l’incarico di trasferire la diossina.

A questo punto della storia, compare in scena il vero protagonista di questa tragica messinscena.

Bernard Paringaux.

Lui è francese.

Si occupa da tredici anni di eliminazione e distruzione di rifiuti industriali.

Conosce bene le industrie europee che operano nel settore, le disposizioni legislative di ogni stato.

Ma lui è legato ai servizi segreti.

Paringaux deve ora cercare una soluzione immediata.

Perché il tempo…… stringe.

Novembre 1981.

Paringaux giunge in Italia di nascosto per studiare il problema.

Si aggira in incognito nei pressi di Meda e Seveso.

Poi entra all’Icmesa e verifica i materiali inquinati che dovrà far sparire.

Torna in Francia e prepara un progetto che propone alla Mannesmann.

Noè e i vertici della Givaudan sono al corrente del piano di Paringaux.

Per non sbagliare viene redatto uno studio di fattibilità il 3 maggio 1982.

Il progetto di Paringaux viene approvato dallo studio Wadir e timbrato dalla Mannesmann.

Tutto secondo le regole internazionali.

Nulla di illegale.

Qui, proprio qui, inizia il viaggio dei fusti.

10 settembre 1982.

Le 6 del mattino.

All’Icmesa arriva un camion.

Operai in tuta bianca e mascherine protettive caricano 41 fusti.

Il contenuto è descritto nelle bolle di accompagnamento:

“ 150 tonnellate di residui solidi e scarti industriali contenenti prodotti aromatici clorurati come Tcdd, Tcdf e Tcb provenienti da Meda”.

Luigi Noè guida la spedizione.

Verso la frontiera di Ventimiglia.

Nel tardo pomeriggio l’operazione è conclusa.

I fusti sono ora nelle mani di Paringaux.

Pochi giorni dopo.

Paringaux comunica di aver sistemato i fusti in un magazzino in Francia.

Intende trasferirli in una discarica controllata in Europa.

19 maggio 1983. La Hoffmann La Roche mostra fusti ad Anguicort-Le Sart vicino a San Quentin in Francia

Due anni dopo a Basilea la Hoffmann La Roche smaltisce i 41 fusti davanti alle telecamere e alla stampa di tutto il mondo.

Ma c’è qualcosa di strano.

I fusti, come gli uomini, dimagriscono e ingrassano.

Sembra incredibile ma è andata proprio così.

Al momento della partenza, i fusti hanno un diametro di 60 centimetri e pesano complessivamente6 tonnellate e mezzo.

Paringaux li fa trovare a Basilea e ….sono più piccoli e più pesanti.

Il loro diametro misura 56,5 centimetri.

3 centimetri e mezzo in meno.

Dei nani.

Ma Paringaux è un vero prestigiatore.

I 41 fusti vengono pesati e…..sono ingrassati di 20 quintali.

Com’è possibile?

Per comprendere cosa è accaduto compiamo un passo indietro.

30 agosto 1982.

Riunione straordinaria in Regione.

Sul tavolo sono seduti Luigi Noé, dirigenti dell’Icmesa e della mannesman e naturalmente il prestigiatore Paringaux..

C’è una piccola variazione al progetto iniziale.

Dice Bernard Paringaux:

“Mi chiesero di anticipare i tempi, eseguire un primo prelevamento…avevano fretta, bisognava fare presto…”

 

Poi preciserà meglio davanti alla commissione di inchiesta regionale su Seveso.

“Dovevo anticipare i tempi, avevano fretta…”

9 settembre 1982, un giorno prima del viaggio verso la frontiera di Ventimiglia.

Le 6 del pomeriggio.

Paringaux arriva all’Icmesa e carica 82 fusti, 41 con le scorie di Seveso, 41 con rifiuti innocui.

I fusti falsi prendono la strada per San Quentin in Francia dove ha sede una ditta di Paringaux, mentre i fusti veri, quelli che nascondono diossina, proseguono il viaggio, attraversano la Francia, la Germania Ovest, e terminano la loro corsa nella discarica di Schomberg, Germania dell’Est.

A questo punto Paringaux trasferisce i fusti falsi ad Anguicort-Le Sart, vicino a San Quentin e aspetta.

Inzia il suo braccio di ferro.

Vuole soldi.

Finalmente, dopo qualche trattativa, giunge l’accordo.

Paringaux riceve una grossa somma di denaro ed il 19 maggio 1982 fa ritrovare i 41 fusti finti ad Anguicort-Le Sart.

Nel 1985, la Hoffmann chiude la farsa.

O meglio, crede di aver chiuso la farsa.

Perché i documenti di viaggio fanno emergere menzogne e falsità.

Per nascondere….il mistero di Seveso.

 

Avete presente cos’è un grammo di diossina?

Polvere, polvere invisibile.

All’Icmesa si produce tricolorofenolo, un disinfettante ospedaliero. Così almeno sostiene l’azienda.

Ma la sostanza è instabile.

Oltre i 153-156 gradi si trasforma.

Man mano che la temperatura sale produce una quantità sempre maggiore di diossina.

Nella fabbrica il manometro è bloccato sui 200 gradi. Sempre e comunque. Non scende mai sotto quella temperatura.

Vuol dire che il triclorofenolo che viene prodotto dal 1969 al 1976 all’Icmesa è sporco, inquinato di sostanze tossiche e non può essere impiegato come disinfettante ospedaliero.

Ci sono le prove.

Sono contenute nell’archivio dell’Ufficio Speciale di Seveso, nascosto dal 1976 al 1992 in un sotterraneo del Palazzo Pirelli, sede della Regione Lombardia.

Migliaia di fogli, stipati in centinaia di faldoni, ordinati in modo minuzioso, protocollati da numeri progressivi in codice e catalogati all’interno di un vecchio computer.

C’è una corrispondenza tra il direttore dell’Icmesa Paoletti e i dirigenti di Givaudan e La Roche.

Il giorno dell’incidente non sono usciti 300 grammi di diossina.

Molto di più.

Tra i 15 e i 18 chilogrammi.

L’azienda è a conoscenza dell’entità del disastro fin da sabato 10 luglio 1976.

Nei giorni successivi all’incidente, funzionari dell’esercito americano raggiungono Seveso.

Realizzano prelievi in una zona estesa.

La contaminazione è rilevante e coinvolge gran parte della Lombardia.

Poi emerge un documento inquietante siglato Nato.

Il tricolorofenolo dell’Icmesa è uno dei due componenti del cosiddetto Agent Orange, il defoliante utilizzato dall’esercito americano nella guerra del Vietnam.

Non una produzione legale, ma un’arma chimica.

Incidente fortuito oppure dovuto ad una produzione di sostanze pericolose, tossiche, destinate alla guerra chimica?

E’ il mistero che ancor oggi circonda il disastro.

Dice oggi Jorg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan di Ginevra:

<<L’ Icmesa veniva chiamata “Dreckfabrik”, “Fabbrica sporca”, ben prima della catastrofe. Questo perché non si erano fatte le opere di sicurezza e di modernizzazione normalmente richieste, i controlli erano evitabili… così il reattore per il triclorofenolo era sprovvisto di un meccanismo di sicurezza che non facesse salire la temperatura oltre i 170°…  l’esplosione del reattore è avvenuta sabato, quando la fabbrica era ufficialmente chiusa… la produzione di una variante del triclorofenolo, che serve per l’Agente Orange é un’erbicida vietato perché usato per bombardamenti bellici, richiede una temperatura superiore a 170°>>

Sambeth ricompone i tasselli e arriva ad una conclusione.

Nella “Dreckfabrik” durante i fine settimana ci potrebbe essere stata, di nascosto da tutti, una produzione di materiale illegale, ma richiesta da più parti… per armi chimiche.

A distanza di 30 anni vi è una giustizia penale, solo parziale.

Ma la Corte di Cassazione ha dato ragione agli abitanti della zona che chiedevano di essere risarciti per danni morali e fisici. Leggo un passo dalla sentenza civile del 2002:

<<In caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo, il danno morale lamentato dai soggetti che si trovano in una particolare situazione (in quanto abitano e/o lavorano in detto ambiente) e che provino in concreto di avere subito un turbamento psichico (sofferenze e patemi d’animo) a causa dell’esposizione a sostanze inquinanti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loto vita, è risarcibile autonomamente anche in mancanza di una lesione all’integrità psico-fisica (danno biologico di altro evento produttivo di danno patrimoniale, trattandosi di reato plurioffensivo che comporta, oltre all’offesa all’ambiente ed alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli, pregiudicati nella loro sfera individuale».

Chi inquina non resta almeno impunito.

 

Trent’anni dopo Seveso le cose stanno cambiando.

Cittadini, sindacati, imprese.

La loro coscienza ambientale è maggiore.

Ma spesso manca la volontà politica.

Oggi si può e si deve fare di più.

Oggi ci sono leggi europee ed italiane che obbligano aziende e amministrazioni pubbliche ad informare le persone sui rischi ambientali.

Si chiamano Seveso 2 e Seveso 3.

Sono direttive, regole.

Valgono per tutti.

Oggi un cittadino può chiedere al proprio comune di residenza le informazioni su uno stabilimento chimico ad alto rischio ambientale insediato sul suo territorio: la produzione, le tipologie degli impianti, le misure adottate per ridurre la possibilità di incidenti.

Oggi un lavoratore può conoscere nei dettagli le misure di sicurezza e di prevenzione, i piani di emergenza interni ed esterni, le sostanze pericolose presenti nello stabilimento, materie prime, prodotti, sottoprodotti, residui.

Oggi un azienda chimica ad alto rischio ambientale dovrà rispettare le regole.

Come l’articolo 5 della Seveso 2.

<<Il gestore è tenuto a prendere tutte le misure idonee a prevenire gli incidenti rilevanti e a limitarne le conseguenze per l’uomo e per l’ambiente, nel rispetto dei principi del presente decreto e delle normative vigenti in materia di sicurezza ed igiene del lavoro e di tutela della popolazione>>

Oggi non potranno più esserci giorni del silenzio.

Oggi basta solo..applicare le leggi.

Lo possiamo fare, è un nostro diritto.

Seveso 10 luglio 1976.

Trent’anni dopo.

Per non dimenticare

 

0 La fabbrica dei profumi

  • 1 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

LA FABBRICA DEI PROFUMI

 

Nel luglio 1976,una nube si formò nel cielo di Seveso. Non era una delle solite nubi che preannunciano temporali d’estate.Portava veleno e lo spargeva in mezza Lombardia. C’era diossina,la più potente delle sostanze venefiche esistenti nella chimica. Fin dalle prime settimane ci fu chi, abbracciando la tesi dell’incidente, si prodigò alla minimizzazione. Dicevano che non era successo nulla di grave. Qualcuno si spingeva più in là. Scriveva che la diossina forse non era neppure velenosa. Spesso, gli ottimisti e i contrari a ogni allarmismo erano proprio tra coloro che detenevano le leve del potere,nazionale e locale. Altri avvertirono che quella nube poteva essere foriera di catastrofe. Si determinò così un clima di confusione e di incertezza,nel quale le informazioni filtravano a fatica,si contraddicevano.

Il libro “La fabbrica dei profumi”, (Baldini Castoldi Dalai, 1995), analizza la dinamica dell’incidente, i racconti degli abitanti, le verità negate per anni, rimaste nei cassetti degli archivi della Regione Lombardia. Non solo. Porta nuovi particolari:il ruolo dei servizi segreti italiani, francesi e belgi, l’assoluta negligenza delle autorità locali, il viaggio dei fusti di diossina finiti probabilmente nella discarica di Schoemberg,nella ex Rdt, la quantità di veleno che risulta essere più alta di quanto ammesso ufficialmente dalla Hofmann La Roche,proprietaria dell’Icmesa di Seveso.

L’ho chiamato un crimine di pace. Quello di Seveso non era stato affatto un incidente, non prevenibile e non prevedibile. A Seveso é stato provocato un disastro ambientale. Il dolo é stato accertato dalla sentenza del Tribunale di monza. la popolazione é stata esposta a conseguenze negative come cloracne e aborti spontanei. Altri problemi ben più gravi sono ancora in corso di accertamento. Tra gli effetti non qualificabili vanno considerati quelli dovuti alle cause:la popolazione é stata gettata in un clima di confusione ed incertezza. Si è scatenata la paura, si sono messi in moto processi di rimozione per soffocare le passioni. Ed é vero che a Seveso gli effetti acuti non hanno dimensione di una tragedia. Per esplosioni simili a Bhopal morirono migliaia di persone, a Chernobyl si continua a morire e, secondo un rapporto tenuto per anni segreto, saranno milioni le persone che perderanno la vita a causa delle radiazioni nucleari del reattore russo. Sarebbe errato giudicare la gravità dell’evento dai suoi effetti immediati ed evidenti. In realtà posso affermare che si é trattato di una fortuna nella sciagura. Ci si poteva aspettare di peggio. Proprio per questo, il pessimismo iniziale non andava affatto considerato “ingiustificato allarmismo” ma un atteggiamento scientificamente corretto. Nulla autorizza a scartare l’ipotesi che incidenti come quello di Seveso, accaduti in tutto il mondo, si caratterizzino per la scarsità di effetti acuti e per la gravità di quelli cronici a lungo termine.

Così la potenza devastante della diossina andrebbe giudicata non dal numero esiguo di persone colpite da cloracne ma dalle centinaia di uomini e donne che potrebbero essere stati contaminati in modo irreparabile, fatto che sarà possibile valutare solo tra qualche anno. Chi ha voluto chiudere in fretta l’affare dell’Icmesa di Seveso trascura la mia ipotesi che poi é quella di tanti giornalisti e scienziati che si sono occupati del caso. Quelli che ho chiamato i giorni del silenzio hanno reso difficile, forse perfino impossibile stabilire un nesso causale tra l’azione criminosa e le sue conseguenze materiali. Chi operò depistando e soffocando ogni verità, si fece complice e autore di quella tragedia. Coprì le tracce, operando contro l’umanità e la scienza: apparati dello Stato, ministri, autorità locali,politici di Governo. Nomi vecchi e nuovi lavorarono per evitare che la popolazione venisse a conoscenza della verità.

La fabbrica dei profumi era l’Icmesa. Così la chiamavano gli abitanti di Seveso: faceva prodotti aromatizzati, profumi, almeno ufficialmente. Dopo ciò che avvenne nel luglio del ’76, la definizione assume connotati di amara ironia. Il libro vuole ricordare come una tragedia si può trasformare in un’esperienza importante per una comunità, da cui trarre conclusioni di carattere internazionale. Non una vicenda locale. Anzi, un monito per chi intende produrre senza tener conto dell’ambiente e dell’uomo, a Seveso come a Bhopal, in Val Bormida come a Cesano Maderno.

Un monito per le autorità che privilegiarono la logica economica sopra ogni altra: non solo nel senso di misurare stanziamenti e incarichi, ma anche nella gestione degli interventi allo scopo di non turbare l’assetto della zona. Non era la salute a dover essere considerata. Per il governo prima venivano le diverse attività economiche. Non va dimenticato che a prevalere sulla considerazione della salute furono la parola governabilità e il perseguimento degli equilibri politici. In molte circostanze, così come quasi in tutto il mondo, si preferì glissare sulla gravità e sulle possibili conseguenze dell’evento, piuttosto che rischiare di far esplodere la crisi delle istituzioni regionali. L’atteggiamento depistante non poteva che incidere sulle misure concrete da prendere nell’immediato. Così gli effetti acuti furono affrontati in ritardo e determinarono due conseguenze:compromettere ulteriormente la credibilità dell’intervento dei tecnici e danneggiare la successiva ricerca sugli effetti cronici.

Il libro affronta il dibattito sulla possibilità che a Seveso si producessero armi chimiche. Dalle testimonianze riportate posso trarre un’ipotesi,confermata dalla relazione della Commissione regionale d’inchiesta. All’Icmesa si produceva triclorofenolo altamente diossinato. La Tcdd, o diossina di Seveso, ha proprietà teratogene e cancerogene, non poteva servire per ciò che la Givaudan diceva di produrre,disinfettanti ospedalieri e cosmetici. Il prodotto impuro era assemblato all’Icmesa ma venduto in Svizzera, poi girato a Vernier e negli Stati Uniti dove, con molte probabilità, veniva miscelato con altri composti chimici fino a farlo divenire il micidiale Agent Orange. Il prodotto aveva un nome:Weedonet ovvero 2.4.5.T. La seconda commissione d’inchiesta della Regione Lombardia é arrivata a questa conclusione. Rimangono ancora molti interrogativi.

“La fabbrica dei profumi” è un libro contro i crimini ambientali. Storie di uomini,donne e bambini, di avvocati che hanno speso parte della loro vita per una giusta causa, di magistrati caparbi, di scienziati rimasti purtroppo inascoltati. Storie di persone, raccontate per non dimenticare.

0 La Storia e la Memoria

  • 1 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

LA STORIA E LA MEMORIA

 

Live Bologna Stazione Centrale versione solista 29/09/2004 (audio-video)

Live Cesano Bergamasco Teatro Comunale con Michele Fusiello 10/04/2005 (audio)

Live Genova Teatro della Corte con Michele Fusiello 23/07/2005(audio-video)

Live Porto San Giorgio Piazza della Stazione con Michele Fusiello 25/04/2006(audio)

Live Tito (Potenza) versione solista 13/07/2006(audio)

Live Avola con Michele Fusiello 2/12/2007(video)

Live Avola con Michele Fusiello 2/12/2007(audio)

 

Agosto 1944. Sant’Anna di Stazzema è un piccolo paese di montagna in provincia di Lucca, in Toscana. La storia parte da una fotografia in bianco e nero, leggermente sfuocata. Ritrae un gruppo di piccoli che giocano festosi davanti al parco della scuola. Cantano e ridono felici, si tengono per mano e compiono un girotondo. Le bambine vestite di bianco, con i grembiuli puliti e i cappellini in testa. I bambini con la camicia, i pantaloni corti e le bretelle.

<<Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.>>

Poco prima avevano scritto i loro sogni su fogli di carta. Poche righe, frasi di bambini che vivono spensierati dentro i loro giochi mentre intorno la guerra dei grandi distrugge e divide il mondo.

<<Sogno, sogno di fare il dottore per aiutare le persone. Sogno, sogno di vedere il mare perché da quassù è lontano. Sogno, sogno di diventare vecchio come mio nonno. Sogno di fare il pane con mia nonna. Sogno, sogno e ancora sogno di correre nel bosco con il mio cagnolino>>

Ma il 12 agosto 1944, quei sogni di bimbi vennero infranti da qualcosa più grande di loro, qualcosa che aveva a che fare con la morte e la violenza dei grandi. I razzi illuminarono il cielo di rosso. Poi apparvero i soldati nazisti delle SS. Entrarono a Sant’Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera. Bruciarono le case e alla fine si contarono 560 morti. In pochissimi riuscirono a sopravvivere da quel massacro.

Se andate a Sant’Anna di Stazzema c’è una lapide nella piazza principale:

<<In questo luogo la guerra ha strappato i bimbi dai girotondi.>>

Quella fotografia di bambini che corrono e ridono senza preoccuparsi delle cose del mondo, conserva ancora oggi il senso della storia e della memoria. Ancora oggi, dopo che il tempo è passato. Scriveva Cesare Pavese:

<<Ora che ho visto che cos’è la guerra, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: <E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?> Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Non mi pare che gli altri lo sappiano. Poiché lo sanno unicamente i morti, soltanto per loro la guerra è finita davvero.>>

Sapete quante cose si possono stipare in un armadio? Provate ad immaginare. Un armadio rimasto dimenticato dentro un palazzo del Cinquecento, a Roma, sede della Procura Generale Militare. Un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuse a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto. Nel maggio 1994, alcuni operai stavano compiendo lavori nel palazzo. Si accorsero della presenza di quell’armadio. Lo aprirono e venne fuori ciò che restava della memoria italiana.

695 fascicoli, stipati uno sull’altro. Un registro composto da 2273 voci annotava il contenuto di quel materiale in modo rigoroso, preciso, ordinato. C’erano le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti. C’erano i nomi dei colpevoli. Al numero 1, l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma. In testa Herbert Kappler, seguito dai nomi di altri assassini. C’era Erich Priebke e Carl Hass. E c’erano quelli che colpirono a Marzabotto, Fivizzano e a Sant’Anna di Stazzema e in centinaia di paesi e città italiane tra il 1944 e il 1945. Tutto ordinato con una puntigliosità quasi encomiabile in una storia di vera ingiustizia, la più tremenda ingiustizia che un popolo possa subire. Fu una carneficina. Nazisti e fascisti, SS e repubblichini di Salò fecero migliaia di vittime. Gente senza armi, civili in fuga dalla guerra. Per lo più donne, bambini e vecchi, piccoli ancora in fasce. Non furono rappresaglie. La loro esatta definizione è omicidi. Come è stato possibile nascondere per tutto quel tempo una verità così importante e scomoda? Chi ha deciso lo spostamento di quei fascicoli?

Sapete qual’è la verità? Quei fascicoli rimasti sepolti per quasi 50 anni portavano due timbri: Comando alleato e Comando tedesco. Archiviati per sempre in nome del trattato di Yalta e della spartizione del mondo. Un silenzio colpevole dei Governi italiani che si sono avvicendati fino al 1994 e che in nome di quegli accordi hanno tenuto nascosto la storia del paese ai loro cittadini. Ma qualcuno nel 2005 conserva inchieste e processi sulle stragi nazi-fasciste in Italia dal ‘44 al ’45. E’ il Procuratore Capo di La Spezia Marco De Polis. Un giorno mi ha raccontato:

<<Pochi mesi fa ho sentito come persona informata dai fatti un signore. Nascosto in un bosco vicino a Marzabotto, aveva visto mitragliare la propria madre e la sorella insieme ad altre 170 persone. Chiuderemo le indagini entro l’anno se non muoiono prima gli imputati. Cerco di non pensarci troppo ma la verità è che sto facendo una Norimberga italiana, con sessant’anni di ritardo. Due anni fa, prima di cominciare le indagini, avrei detto che tutto questo lavoro non aveva molto senso. L’esercizio obbligatorio della funzione penale, avrei detto da magistrato. Poi ho conosciuto i superstiti, le vittime. E i loro carnefici. E ho cambiato idea. Questo lavoro enorme è utile. E’ civile. E’ un modo per rendere onore al dolore di persone che non hanno avuto la possibilità di avere giustizia dallo Stato.>>

Le bombe portano messaggi. Spesso sono nascosti, velati, non dichiarati. A volte non vengono neppure compresi. Del resto gli attentati in tempo di pace mettono paura, dividono il Paese, chiudono il dialogo tra le forze politiche e parlamentari, bloccano lo sviluppo di una democrazia compiuta, colpiscono vittime innocenti, fanno sentire tutti più vulnerabili, e soprattutto spengono le luci delle case. Ogni bomba però contiene un’impronta digitale indelebile. Non è sempre agevole giungere al suo Dna ma spesso ci si riesce. Servono laboratori, perizie, professionalità. Ci vuole comunque tempo, pazienza e molta fortuna. Poi quell’impronta lasciata su ogni ordigno diventa un marchio di fabbrica. Il messaggio delle bombe scoppiate in Italia dal 1969 ad oggi è qualcosa di più di una prova. Ora non servono analisi. Basta solo voler capire.

Aula bunker di San Vittore. 30 giugno 2001. La campanella del processo alla storia squilla alle 16,05. In quell’attimo che precede la lettura della sentenza, è come udirle le emozioni che si rincorrono nell’aula. Le speranze dei familiari delle vittime, dell’accusa e della parte civile, le angosce e i dubbi degli avvocati della difesa.

Strage di Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, 16 morti, 88 feriti. 32 anni dopo. Il Presidente della seconda Corte d’Assise di Milano, Luigi Martino è un uomo con i capelli grigi. Di cose ne deve aver viste prima di quel processo. Per mesi ascolta neofascisti, uomini legati ai servizi segreti, generali, faccendieri. Martino legge la sentenza.

I militanti di Ordine Nuovo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni condannati all’ergastolo. Due anni a Stefano Tringali, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per il collaboratore di giustizia Carlo Digilio.

Eppure solo anni dopo quella sentenza viene ribaltata. I pentiti riconosciuti credibili nel processo di primo grado, ora per i giudici del secondo grado e della Cassazione mentono. Perché a distanza di così tanti anni non si vuole fare luce sulle stragi italiane? Quali verità indicibili sono dietro a quegli attentati?

Mi chiedete fatti e nomi?

Il 12 dicembre 1969 esplode una bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, 16 morti e 88 feriti. Un’altra viene collocata nella sede della Banca Commerciale. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti. Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati. Tra loro ci sono il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda. Pinelli cade dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio. Anni dopo i giudici scriveranno che Pinelli fu colpito da un malore attivo. Che coraggio….Valpreda viene rinchiuso in carcere fino al 1972. Innocente. Passano gli anni e la magistratura imbocca la pista giusta. Le valigette che contengono l’esplosivo del’69 sono state acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura, fascisti di Padova. Emerge un piano che deve sfociare in un tentativo di colpo di Stato militare.

E qualcuno lo organizza davvero, la notte dell’8 dicembre 1970. E’ il principe Junio Valerio Borghese.

Il 22 luglio 1970 esplode una bomba sul treno Freccia del Sud a Gioia Tauro ma gli inquirenti dicono che è stato un incidente. Non si faranno indagini fino al 1993. La bomba è stata invece collocata da due criminali calabresi simpatizzanti del MSI.

E ancora. 31 maggio 1972. Vincenzo Vinciguerra è un militante di Ordine Nuovo. Organizza un attentato contro i carabinieri. Chiama i militari al telefono: sta andando a fuoco una macchina. I carabinieri giungono a Peteano di Sagrado. Si avvicinano ad una cinquecento imbottita di tritolo. Aprono la portiera ..tre carabinieri saltano in aria.

7 aprile 1973. Il fascista Nico Azzi si fa scoppiare tra le gambe un ordigno sul treno Torino-Roma. Alcuni testimoni lo avevano visto girare tra le carrozze con in mano una copia del quotidiano Lotta continua.

17 maggio 1973. Gianfranco Bertoli, vi ricordate dice di essere anarchico ma appartiene ai servizi segreti. Lancia una bomba a mano davanti alla Questura di Milano. 4 morti.

Mi avete chiesto fatti e nomi. Scrive il neofascista Vincenzo Vinguerra, vi ricordate, reo confesso della strage a Peteano di Sagrato,in Friuli. Scrive qualcosa che oggi possiamo solo sussurrare, ma non gridare ad alta voce.

Allora sussurriamo……..

“ Le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969, appartengono ad un’unica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno.”.

Mi avete chiesto fatti e nomi, eh…Adesso tutto è più chiaro?

Brescia, 28 maggio 1974. Il cielo non promette nulla di buono. Entrano in Piazza della Loggia diecimila sindacalisti, operai, studenti, disoccupati, giovani e vecchi, volti di gente comune. I manifestanti attendono un cenno, un gesto il segno di una civile protesta contro una violenza che dura ormai da settimane. Lo hanno giurato: quegli attentati, quelle bombe devono proprio finire. Parla Franco Castrezzati della Cisl. Sono le 10 e 12 minuti. La pioggia inizia a battere fitta su mille ombrelli aperti, sugli impermeabili, sui giubbotti. Le sue saranno parole ingoiate di traverso.

“Amici e compagni, lavoratori, studenti, siamo in piazza perché questi ultimi tempi una serie di attentati di chiara marca fascista ha posto la nostra città all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano che hanno rapporti con gli attentatori di Piazza Fontana e del direttissimo Torino- Roma, vengono pure alla luce bombe, armi, tritolo, esplosivi di ogni genere. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi e obietti precisi. A Milano…. State fermi…state calmi, state calmi. State all’interno della piazza, il servizio d’ordine faccia cordone intorno alla piazza, state all’interno della piazza. Invitiamo tutti a portarsi sotto il palco, venite sotto il palco, state calmi, lasciate il posto alla Croce Bianca, lasciate il passo, lasciate il passaggio delle macchine, tutti in piazza della Vittoria, tutti in piazza della Vittoria”.

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Otto morti. Novantaquattro feriti, alcuni gravi. Cinque insegnanti, due operai, un pensionato. Neanche un sorriso, un sospetto, una parola, nemmeno una frazione di tempo, quanto basta per accorgersi che in un cestino dei rifiuti, sotto i portici della piazza, c’è chi ha piazzato poco prima un ordigno di alto potenziale. Alla fine moriranno sul colpo, nel giorno in cui dalla polvere nera e giallastra c’è chi vede perfino volare una bicicletta. Va su, verso il cielo, sembra uno strano mostro di metallo. Si alza oltre lo sguardo delle persone, poi si schianta sull’asfalto.

80 chilometri separano Firenze da Bologna. In treno sono circa un’ora di cammino ma durano un’eternità. Ci puoi vedere un mondo dentro quelle lunghe gallerie, spesse di un buio intenso. Alla fine di un tunnel ce n’è un’altro ancora. Da Vernio a San Benedetto Val di Sambro c’è una galleria, diciotto chilometri, la più lunga d’Italia.

Il 4 agosto 1974 era una giornata di sole, di caldo. Io ero al mare, seduto su una sdraio. Guardavo l’orizzonte lontano, c’era chi faceva il bagno, chi leggeva, qualcuno ascoltava la radio. E in quell’agosto di 30 anni fa, un brano musicale venne interrotto bruscamente e andò in onda la sigla dell’edizione straordinaria del giornale radio. Dentro un vagone di seconda classe è scoppiata una bomba ad alto potenziale. E’ accaduto proprio nel tunnel ferroviario di San Benedetto Val di Sambro. 12 morti e un centinaio di feriti.

Quel giorno nessuno entrò più in acqua, mio padre si mise le mani nei capelli e iniziò a fumare, i bambini smisero di gridare. Un lungo silenzio.

Per la strage sul treno Italicus, a oggi non vi é ancora giustizia alcuna.

Ci sono silenzi così pieni di rumori che spesso si annullano a vicenda. Frasi, azioni, gesti, sguardi, la vita si è congelata, ibernata, come quelle statue di gesso che non hanno colore, stanno lì immobili, ti guardano, non hanno più un’anima ma parlano. Cosa contengono due minuti di tempo dopo una strage? Ci sono silenzi in cui le parole non dette suonano ancora più forte. Frasi che risuonano nella testa, chiare e rotonde, pizzicano in gola, sul fondo della lingua, premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, contro il palato. Silenzi in cui le parole si trasformano in urla soffocate. Come vite sospese che non sono più corpo e spazio. D’inverno, ci sono mattine fredde e livide in cui un urlo è più acuto e veloce di un giorno di nebbia fitta. D’estate ci sono certe giornate di primo agosto, limpide, calde, dove non c’è ragione perché un urlo non possa fare lo stesso. E sul mare, quando il sole si riflette sull’acqua, sulla spiaggia giungono le voci di barche lontane alcune miglia, un urlo corre sul riverbero e salta come i sassi lanciati sulle onde. Quell’urlo lontano, straziante, indifeso, giunge come un fischio acuto. E compie il giro del mondo. In molti lo percepiscono, forte e chiaro, potente come una bomba. Nulla sarà più uguale a prima.

2 agosto 1980, stazione di Bologna. Sergio Secci ha 24 anni. La sera prima telefona ai suoi genitori, Torquato e Lidia: “Stasera sono a una festa. Domani vado su in Alto Adige, a Bolzano, prendo l’espresso delle 8,18 a Bologna”. Ha la voce tranquilla, distesa, calma ma quel giorno Sergio non riesce a prendere il treno. Uno stupido ritardo di pochi minuti. Si reca all’ufficio informazioni e scopre che un altro convoglio sta per arrivare. E’ annunciato alle 10,50. Attende la sua coincidenza.

Anche Roberto Procelli è a Bologna. Viene da San Leo di Anghiari,Arezzo. E’ partito soldato. 121 Battaglione di artiglieria a Bologna. Ora si trova lì, sotto la pensilina, ad aspettare il suo treno di ritorno. Si mette sotto il vecchio orologio della stazione. Lancette che segnano il tempo, e treni in arrivo, e nuove partenze.

Lo può vedere quel fiume di gente, di treni in transito che si intersecano lungo binari affollati, di grida di venditori di panini e bibite. Del resto è il 2 agosto e un Paese vuole andare al mare. Le carrozze sono stipate fino all’inverosimile. C’è chi entra dalle porte. Enormi valige passano dentro a pochi centimetri di finestrini aperti. Una ressa. In biglietteria c’è una coda che non si vedeva da tempo, tutti spingono, i posti sono pochi, chi ha prenotato, chi non avrà mai un biglietto quel giorno.

I bambini non conoscono le regole degli adulti. Figuriamoci in una stazione d’agosto, in mezzo a quel chiasso è come sentirli. Scappano, si nascondono poi si riprendono e si rincorrono. Una danza che può andare avanti fino all’infinito. “Dai…..non mi prendi….non sai correre”. I genitori non riescono proprio a tranquillizzarli. Ci sono i fratelli danesi Eckhardt, 14 anni e Kai Mader ,8 anni, un bambinone dalla faccia tonda. Margherete Mader, 39 anni, è la loro madre. I bambini corrono….corrono….senza sosta.

Nella sala entra un uomo con una borsa-valigia in mano, di quelle con la cerniera e piedini metallici. Si guarda intorno, tutti parlano, fumano, leggono. Non badano a quello che accade. Non prestano granché attenzione. Nessuno lo vede, nessuno lo scorge tra tanti volti. Un sospetto, una circostanza, una testimonianza. Niente. L’uomo piazza la valigia sul tavolino portabagagli, a cinquanta centimetri dal suolo, accanto al muro portante della sala, il timer è già azionato, puntato su dei numeri, 10,25.

Dieci minuti. Poi la strage. Venti, venticinque chilogrammi di esplosivo gelatinato Compound B, di tipo militare, compresso in una valigia, di aspetto normale. 10,25. Un vento forte spazza via ogni cosa, un tornado violento, più forte di un terremoto, qualcosa che ha il sapore della morte e di cose bruciate, di vecchi boati, e urla, e grida, polvere, fumo, odore di braccia. Una sala d’aspetto di seconda classe si è sbriciolata come fanno quei castelli di sabbia quando c’è l’alta marea, è entrata in quella di prima classe e ha travolto ogni cosa.

Centinaia di metri cubi di terra, travi lunghe duecento metri, pensiline in acciaio, traversine, sassi, binari troncati di netto, frammenti di rotaie, enormi blocchi di cemento armato ridotti a minuscoli pezzetti, con dentro uomini, donne, bambini, ragazzi, anziani, due carrozze del treno straordinario 13534 Ancona-Basilea, il ristorante Cigar, e ancora speranze, discorsi, progetti, sogni di una vacanza promessa solo per un’estate. Un onda lunga di tutto questo si é riversata in meno di un secondo nella piazza della stazione, verso il binario 1, infilata laggiù nel sottopassaggio. Un mondo compatto, fatto di cose e persone che poco prima erano vive, è venuto giù, sfaldato e si è dissolto. E in quel macello l’orologio si è fermato. 10,25. 85 morti, 200 feriti.

Strage alla stazione di Bologna. Sentenza della Corte di Cassazione.

Ergastolo per i neofascisti dei Nar Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Sette tribunali accertano che sono gli autori della strage. Dai 7 ai 10 anni di carcere per il capo della loggia P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, i vertici del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Sono i personaggi che hanno depistato le indagini.

Provate a chiedermi dove sono queste persone…

Oggi sono tutti sostanzialmente liberi

23 dicembre 1984. Manca poco a Natale.

Il Rapido 904 corre lungo la tratta Napoli-Milano. Gli scambi incrociano i binari, poi li separano e ancora li incrociano. Tu tu tu tum

Le carrozze sono stracolme di persone. Le valige non si riescono nemmeno a contare. Invadono i corridoi, fin quasi dentro i bagni. Ci sono i sacchetti con i regali impacchettati. Ci sono i salumi, i formaggi del Sud, il pane buono, quello fatto in casa, i dolci poche ore prima sfornati. Nei portafogli qualcuno porta le fotografie dei nipotini e dei figli più grandi da mostrare orgogliosi ai parenti lontani. I bimbi più piccoli piangono. Le madri li accarezzano di poco accanto.

Chi legge, chi dorme, chi guarda fuori dai finestrini appannati. Tu tu tu tum

Il Rapido 904 é come un mulo, solo le stazioni e i semafori rossi possono fermarlo. Di chilometri ne deve avere macinati tanti prima di quella sera.Tu tu tu tum

Alla Stazione di Firenze le porte si aprono e si chiudono. L’altoparlante annuncia un lieve ritardo ma tutto sembra normale in quella tranquilla serata di fine dicembre. Nessuno, proprio nessuno nota un uomo sulla quarantina con in mano una grande valigia. Buon natale..Buon natale….Soprattutto buon viaggio….La deposita in fretta nella carrozza e svanisce nel nulla. Il treno riparte. Sono le 18,35. Tu tu tu tum

Il treno lascia la stazione di Firenze Santa Maria Novella, sfiora Prato con i capannoni del tessile e si avvia verso il tratto appenninico. Il sole é già tramontato da due ore. In alcuni scompartimenti c’é chi ride e chi discute di calcio e di politica. A tratti intermittenti, la luce fa affiorare paesaggi montani che sanno di terra incolta, pascoli liberi, cascinali. Tu tu tu tum

Il Rapido 904 sembra inarrestabile. Alle 18,55 imbocca la galleria tra Vernio e San Benedetto Val Di Sambro. Dentro il tunnel, il buio é intermittente. Ogni cento metri le luci delle fotoelettriche rendono tutto più inquietante. Le 19,08. Tu tu tu tum

Il comando a distanza innesta l’esplosivo contenuto nella grande valigia posta nella carrozza centrale del Rapido 904 Napoli-Milano. La forza d’urto é impressionante. La deflagrazione crea uno squarcio enorme nel vagone. La gente urla come impazzita, apre le portiere, si incammina a piedi lungo la galleria, qualcuno si inerpica perfino lungo la scalinata che dal tunnel porta quasi al paese di San Benedetto Val Di Sambro. Alla fine si conteranno 15 morti, 267 feriti.

Si ma chi erano?

Erano vittime innocenti. Nomi di persone comuni, colpite mentre compivano gesti usuali, quotidiani. Nomi e cognomi, messi in fila uno dopo l’altro, servono a ricordarci che la memoria a volte ritorna e lascia tracce spesso indelebili.

“………3,7,6,8,14,16,19,20,21,23,24,44,66,72. Anni vissuti che non sono numeri per statistiche. Scoprono che quella targa ha un’anima e a volte parla. Quelle parole spezzate è come se volassero. Ancora oggi, dopo che il tempo ha fatto il suo corso. Intorno a Bologna i treni compiono gli stessi percorsi. Sul primo binario c’é un signore con il grembiule bianco che vende panini e caffè. La locomotiva decelera, frena, si ferma, scarica passeggeri mentre altri rimangono affacciati al finestrino. Proprio come il 2 agosto 1980. Se ti metti dall’altra parte del vetro della sala d’aspetto puoi osservare i volti di chi passa veloce e di quanti si fermano e ricordano. Laura è un’insegnante di Modena. Tiene per mano due bimbi. Quel viaggio è una promessa mantenuta. Sull’Appennino Tosco-Emiliano, a Porretta Terme c’è un campeggio. I bambini scendono dal treno e Laura li porta a bere al bar. Quaranta minuti li separano dalla coincidenza con il locale Bologna-Firenze. Passano cantando davanti a quella lapide ma Laura si ricorda che oggi è il 2 agosto. E si mette proprio davanti a quella lista di nomi che non ci sono più e che non ha mai conosciuto. Ales, Alganon, Avati, Barbaro, Basso, Bandouban, Bergianti, Bertasi, Betti, Bianchi, Bivona, Bonora, Bugamelli, Burri…….. Sono 85 i morti della strage. A quei bimbi che vanno in vacanza, Laura racconta:

“Era un giorno d’agosto proprio come oggi. Qui c’erano centinaia di persone che andavano in vacanza, come noi adesso. A un certo punto lo scoppio di bomba li ha travolti, uccisi. Molti di loro erano bimbi, come voi”.

I due fanciulli la stanno ad ascoltare, in silenzio, impietriti. Uno si mangia le unghie, l’altro guarda verso i binari. Per pochi secondi hanno la sensazione di non essere immortali. Laura rimane ancora sotto la pensilina del primo binario ma l’altoparlante annuncia il treno per Firenze. Così prende i bambini e se ne va. Spariscono dietro all’angolo dell’ala della stazione dove partono i treni locali. Almeno Laura ha gli occhi della memoria”.

Alla memoria delle vittime di tutte le stragi

Per non dimenticare

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