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Category: Pagine

0 GIOVANNI E NORI

  • 21 Febbraio 2014
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

 

GIOVANNI E NORI UNA STORIA DI AMORE E RESISTENZA

Daniele Biacchessi (voce narrante, testo, regia)

Gang (voce, chitarre)

Gaetano Liguori (pianoforte)

 

 

Quanto è lungo il cammino di una vita?

Quanto è tortuoso, complicato, imprevedibile?

Spesso è lo specchio di quello che volevamo essere da giovani e siamo oggi.

E se avessimo scelto di camminare in modo coerente, senza venderci al migliore offerente, senza fare compromessi imbarazzanti, senza barattare le nostre idee, la nostra sarebbe una vita straordinaria.

Ogni mattino ci potremmo guardare davanti ad uno specchio ed essere orgogliosi di quello che siamo.

 

Questa è una storia di coerenza che parte da lontano.

Giovanni Pesce nasce il 22 febbraio 1918 da Visone d’Acqui, in provincia di Alessandria.

Giovanni ha una madre, Maria Bianchin, cattolica praticante; un padre, Riccardo Pesce, uno scalpellino; tre fratelli, Gilfredo, Luigi e Ilio.

Da Visone, la famiglia se ne va in pochi anni.

Riccardo è un socialista, un antifascista.

In Italia, il fascismo sta diventando regime e la famiglia Pesce si trasferisce nel Sud della Francia, a La Grand’- Combe, distretto del Gard

 

Giovanni è ormai diventato Jeanu.

La cantina gestita dalla madre Maria è una stanza con sedie e tavoli, una stufa a carbone, due scaffali con stoviglie, bottiglie, bicchieri, grandi pentole e il paiolo di rame per rimestare la polenta. E lì, Jeanu ascolta i racconti dei minatori italiani, polacchi, algerini, tedeschi, slavi, francesi. Molti di loro sono fuggiti dai loro paesi per ragioni politiche.

Per i minatori della Grand’- Combe i ritmi di lavoro sono esasperanti, senza le più elementari norme di sicurezza e igieniche, multe inflitte senza alcun motivo, minacce di espulsione dalla Francia.

I minatori sono costretti a vivere in baracche di legno e di mattoni, in lunghe file uguali, separate da divisori. La loro vita fuori dalla miniera si snoda intorno a sei metri quadrati per riposare, raccogliersi, ricordare.

In otto e più persone, ammassate in soli sei metri quadrati.

C’è chi si ubriaca per dimenticare, chi litiga e si azzuffa nelle capanne, chi cade stremato dalla stanchezza, chi russa e parla nel sonno, chi respira rotolando per la silicosi. E Jeanu è sempre lì vicino, al loro fianco.

 

Nella miniera Giovanni lavora per quattro anni e mezzo. Il primo impatto è forte. Jeanu si avvia all’imboccatura della galleria, sale con tre minatori su un vagoncino preceduto e seguito da decine di carrelli, infine viene inghiottito nel tunnel, fino giù, alla miniera.

Lui vuole stare lì.

E’ una sua decisione. Sente quella scelta come un dovere, per stare vicino agli amici e ai compagni che lavorano dentro il pozzo.

Jeanu non è più un ragazzo, è ormai diventato Giovanni, un uomo tra gli uomini, i migliori che avesse mai conosciuto.

 

In Italia le camice nere di Benito Mussolini hanno assassinato Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola Pietro Gobetti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, occupato il Parlamento, chiuso i giornali, i partiti, tutte le voci libere, costretto gli oppositori al carcere o all’esilio.

Per Giovanni inizia una stagione di presa di coscienza politica.

Diventa un comunista. Ora Giovanni sa esattamente da che parte stare.

 

Giovanni Pesce è ancora in Francia e a Milano, il 27 agosto 1923, nasce Onorina Brambilla.

Cresce nel rione dei Tre Furcei, a Lambrate, in una casa operaia, di ringhiera.

La famiglia Brambilla in un appartamento di due stanze, piccolo e ordinato. Il bagno è sul balcone, in comune con gli altri inquilini dello stabile. Nell’ingresso c’è una cucina e un divano che all’occorrenza diventa un letto. E’ il luogo preferito da Onorina: ci vive, ci dorme, così di notte può leggere fino a tardi senza disturbare la sua famiglia. 

Onorina ha una sorella di nome Wanda che vive con padre e madre nell’altra stanza, accanto ad un armadio con lo specchio e un secchio di rame per lavarsi. Nel pomeriggio le due bimbe restano sole, i vicini le tengono d’occhio. Giocano in cortile intorno ad un grande ceppo di cemento che diventa la loro cucina immaginaria, il loro gioco preferito.

I genitori di Onorina sono operai e antifascisti. Il padre Romeo è socialista e rifiuta la tessera del Partito nazionale fascista. La madre Maria insegna alle figlie Onorina e Wanda la fierezza delle loro condizioni economiche e sociali, il senso critico sullo stato delle cose, il perenne dubbio sulla demagogia e sulla propaganda del regime fascista.

Perché per Maria ribellarsi ai soprusi della dittatura è cosa giusta e doverosa.

 

Cosa significa la parola solidarietà?

Avere uno sguardo sempre proiettato sul mondo.

Senza la curiosità di osservare il mondo con altri occhi non c’è solidarietà.

Oggi questo valore si sta perdendo, in pochi lo praticano davvero, ma c’è stato un tempo dove noi conoscevamo tutto dell’Algeria e il colonialismo francese, di  Corea, Cambogia e Vietnam e delle guerre americane, del Cile di Salvador Allende e del colpo di stato di Pinochet pilotato dalla Cia.

Eravamo solidali con gli altri popoli.

E molti anni prima di noi c’era anche chi rischiava la vita perché altri popoli potessero ancora vivere nella libertà.

 

E’ il 16 febbraio 1936.

Le notizie che provengono dalla Spagna sono travolgenti.

Il Frente popular vince le elezioni.

Il successo della sinistra crea forti aspettative tra operai e contadini, ma provoca la reazione violenta dei settori più conservatori della società spagnola, di Esercito e Chiesa.

Così inizia la guerra civile spagnola.

Per tre anni si combattono il governo repubblicano eletto dagli spagnoli e le forze nazionaliste guidate da Francisco Franco.

Gli insorti pensano ad una guerra lampo da vincere in un mese. Nei loro piani c’è la immediata presa di Madrid e Barcellona e la conquista di buona parte delle città, ma non fanno i conti con la popolazione che si schiera subito a fianco del governo repubblicano e con i volontari delle Brigate internazionali.

Vi aderiscono militanti e leader italiani come il socialista Pietro Nenni, i comunisti Palmiro Togliatti, Luigi Longo, l’azionista Carlo Rosselli, l’anarchico Camillo Berneri, il repubblicano Randolfo Pacciardi.

Vi aderisce anche Giovanni Pesce.

 

Il 17 novembre 1936, Giovanni parte dalla stazione di Alès insieme ad altre venti persone, verso la battaglia, verso la guerra civile spagnola.

Giovanni raggiunge Figueras.

Poi è alla stazione di Barcellona, quando i volontari repubblicani sono accolti da una folla in festa: ci sono donne, vecchi, bambini, ci sono i rappresentanti delle istituzioni, i ragazzi con i fazzoletti, le donne dai mille sorrisi e abbracci portano doni, uomini arrampicati sugli alberi. Di stazione in stazione, una folla immensa li applaude, li saluta, offre cibo, vino, calore, passione e impegno civile.

 

Riparte verso le tappe della sua istruzione militare, verso la guerra teorica.

La prima fermata è Albacete.

E’ un porto di mare dove approdano operai, contadini, minatori, anziani e giovani. Giovanni incrocia militanti comunisti, anarchici, socialisti, repubblicani. Sono uomini che hanno abbandonato la casa e l’azienda, miseri braccianti del Mezzogiorno di Italia, della Croazia, delle pianure d’Ungheria, minatori tedeschi. Il professore dell’Università Sorbona di Parigi e il minatore della Grand’ – Combe dividono una gavetta per mangiare, un po’ di paglia per dormire, un fucile per combattere. Tutti lasciano affetti, ambizioni, passioni.

Giovanni si sposta a trenta chilometri, alla Roda, per ultimare le esercitazioni. Ormai è un uomo pronto per la guerra e parte per il fronte.

Il suo battesimo di fuoco è a Boadilla del Monte, non lontano da Madrid.

Con il fucile strappato ad un nemico segue i compagni mentre i fascisti si ritirano a causa dell’avanzata dei francesi. Intorno a Giovanni c’è la tempesta: gli aerei fascisti cadono in picchiata contro le forze repubblicane e i volontari delle Brigate internazionali. Giovanni vede i primi morti in battaglia, ascolta le urla dei feriti, annusa il sapore del sangue.

 

Metro dopo metro, di battaglia in battaglia, nel fango, nella polvere, con il vento contrario, con il freddo che gli entra nelle ossa, Giovanni agguanta i fronti di Majadahonda, Arganda e Rio Jarama.

Scrive le pagine epiche della guerra civile spagnola.

Giovanni Pesce, Domenico Tomat e Ivo Faleschini piazzano le mitraglie sulla strada dal Rio Jarama verso Madrid, sparano all’impazzata contro i marocchini del Tercio che avanzano a cavallo con le loro divise lucide, con le sciabole sguainate, e impediscono ai franchisti di entrare a Madrid con un anno di anticipo.

 

E lui andava avanti, sguardo fisso, un moschetto in mano, poche munizioni, ma andava avanti, sotto la pioggia, con il sole che spaccava le pietre, con il vento che gli modellava il volto. Lui andava avanti.

Dopo la vittoria sul rio Jarama è la volta della mitica battaglia di Guadalajara.

Giovanni parte con la seconda compagnia, sotto la pioggia. sui camion sobbalzanti nel buio, il freddo indurito dal vento. La compagnia si mette in marcia verso Brihuega, dopo alcuni giorni di assalti riesce a sfondare le linee nemiche, i fascisti fuggono sotto i colpi degli aerei repubblicani. In centinaia vengono fatti prigionieri.

Dopo Guadalajara, Giovanni arriva a Brunete.

Viene raggiunto da una pallottola trapassante nella gamba.

E lui andava avanti, sguardo fisso, un moschetto in mano, poche munizioni, ma andava avanti, sotto la pioggia, con il sole che spaccava le pietre, con il vento che gli modellava il volto. Lui andava avanti.

 

Giovanni ritorna nella mischia: destinazione Huesca, in Aragona, svariati chilometri a est di Madrid.

La battaglia è difficile, ardua, impossibile.

Nella battaglia di Saragozza, a Farlete, Giovanni viene colpito da diverse schegge al torace e alla schiena

E lui andava avanti, sguardo fisso, un moschetto in mano, poche munizioni, ma andava avanti, sotto la pioggia, con il sole che spaccava le pietre, con il vento che gli modellava il volto. Lui andava avanti.

 

 

Giovanni torna ancora al fronte.

Le truppe repubblicane iniziano la traversata del fiume Ebro.

E’ l’ultima grande battaglia della guerra civile spagnola.

Inizia un terrificante bombardamento a tappeto intorno all’Ebro.

Gli ordigni franchisti e fascisti, sollevano un inferno di polvere, schegge, pietre.

Giovanni emerge sull’onda d’urto provocata dallo scoppio di una bomba di elevata potenza, sputa sangue, troppo sangue.

Viene portato all’ospedale di Barcellona.

I garibaldini affrontano per settimane senza interruzione bombardamenti aerei e attacchi della fanteria, in una resistenza eroica sulla sierra, fino alla definitiva sconfitta.

Quando Giovanni viene dimesso, le Brigate internazionali sono ormai sciolte.

E’ la vittoria del fascismo e del nazismo, l’inizio della Seconda guerra mondiale.

 

Onorina Brambilla vive nella Milano fascista. E’ impiegata alla società metallurgica Paronitti che produce macchine utensili. E’ una ragazza volonterosa, disponibile, dimostra una grande capacità di apprendimento. Così dopo tre mesi di tirocinio, viene assunta a tempo indeterminato a soli 14 anni. Onorina si fa subito voler bene, sarà per quel volto solare, quel sorriso sereno e felice. I colleghi scherzosamente la chiamano Topolino.

Lei non ha ancora una coscienza politica sviluppata. Certo, e’ cresciuta in quartiere operaio, da una famiglia socialista e antifascista, ma la prima vera prova resta l’ambiente in cui lavora.

Fra le sue colleghe c’é Delfina Della Bitta, addetta all’archivio. Le due ragazze diventano subito amiche. Un giorno Delfina le confida di essere comunista. Le lunghe conversazioni e i libri presi in prestito alla biblioteca del Circolo filologico in via Clerici, le aprono la coscienza sul piano culturale e politico. 

L’amicizia tra Onorina e Delfina diventa sempre più forte, la relazione più intima. Le due ragazze si fidano e non nascondono le proprie idee, la visione di un mondo nuovo, il sogno di un’umanità libero diventano sempre più simili, ma c’è bisogno di un esempio concreto, di qualcuno che davvero possa rappresentare quell’idea. Non è facile durante un regime spietato, una dittatura feroce come il fascismo di Benito Mussolini, perché nelle case e nei posti di lavoro anche i muri a volte sanno ascoltare.

Un giorno Delfina le presenta Giulio Pastore, un operaio specializzato, alto e robusto, taciturno. E’ un veterano del Partito comunista italiano. Pastore ha alle spalle anni di carcere e di confino, ma nonostante il suo passato di antifascista, in fabbrica è uno dei migliori e i padroni non possono fare a meno di lui. Pastore risponde con calma a tutte le domande delle ragazze. Le racconta storie di uomini e donne che non si arrendono e non rinnegano i loro ideali. Descrive a Delfina e Onorina la brutta malattia della dittatura fascista: le persecuzioni, gli orrori, il carcere, l’esilio.

Nel 1941 Onorina se ne va dalla Paronitti. Lei è ormai un’impiegata efficiente, una segretaria esperta, una veloce stenodattilografa. Infatti, trova un altro posto in una ditta che produce binari per le ferrovie. Si aggira tra i capannoni, i macchinari, gli attrezzi, incrocia i primi operai ribelli milanesi.

 

Giovanni rientra in Francia e il Paese è cambiato.

Per molti italiani come lui inizia l’epoca del ritorno in patria clandestino.

Giovanni sceglie la via più semplice, quella in treno.

Dopo alcuni giorni viene arrestato dalla polizia fascista.

Viene condannato dal Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato, e nell’estate 1940 trasferito al confino di Ventotene con il peso di una condanna di cinque anni.

Giovanni ha 22 anni e sembra abbia già vissuto una vita intera.

Parte da Torino scortato da due carabinieri, sosta per una notte nel carcere milanese di San Vittore.

Poi, dalla stazione centrale di Milano, riprende la marcia verso il penitenziario di Gaeta.

L’ultima tappa è Ventotene.

 

E’ un’isola delle Pontine a sud di Ponza, non lontana da Santo Stefano. E’ un lembo di terra lungo 2.700 metri e largo meno d’un terzo. L’unica altura è la Punta dell’Arco. L’isola è costellata da spiagge, caverne, strapiombi. D’estate il caldo è torrido, d’inverno soffiano forti venti di tramontana. La flora è tipicamente mediterranea con ulivi, gelsi, fichi d’india, agave, robinia e fiori colorati e profumati.

Ci sono due o tre negozi, la farmacia, la chiesa di Santa Candida. Le vie hanno nomi che sanno di mare e terra: Granili, Ulivi, Calanave. Le case degli abitanti sono tutte ad un piano, il tetto bianco di calce, i colori a volte tenui. Per due volte la settimana il traghetto postale trasporta persone, viveri, provviste di ogni tipo, condizioni del mare permettendo.

Per lunghi anni, Ventotene diventa la casa di circa 800 confinati antifascisti.

A Ventotene arrivano cattolici, socialisti, repubblicani, militanti di Giustizia e libertà, anarchici.

Giovanni vive in uno dei dodici padiglioni confinari in tufo e cemento: settanta persone ammassate in pochi metri quadrati che dormono sopra brande sfatte, coperte e lenzuola sporche e lacerate, in un’autentica bolgia.

Alle prime luci dell’alba c’é la sveglia. Il caffè arriva in camera ma è brodaglia nerastra. Il latte è poco e non basta per tutti. Dalle 8:00 del mattino i confinati iniziano a passeggiare lungo le vie dell’isola, non più di due alla volta: dopo qualche minuto ognuno si scambia il compagno, così le notizie, le discussioni, i documenti, le decisioni politiche girano per tutta la comunità. Tutto avviene intorno a piazza Castello, un forte borbonico, un semplice spiazzo di terra battuta.

A pranzo e cena i prigionieri mangiano nelle sette mense autogestite di via Granili: pastasciutta, verdure coltivate negli orti, qualche volta carne, di domenica e alle feste comandate c’è il dolce.

 

Ed è proprio nell’isola di Ventotene che avviene la mutazione genetica di Giovanni Pesce.

Per quel giovane proletario italiano, emigrato in Francia, ex minatore, l’esperienza carceraria diventa fondamentale alla sua formazione culturale. A Ventotene Giovanni Pesce incontra Umberto Terracini, di cui diventa grande amico, e Camilla Ravera.

Tra i molti intellettuali presenti a Ventotene, Giovanni Pesce fa subito amicizia con Eugenio Curiel.

Intanto la fine del regime fascista si avvicina, lenta ma inesorabile.

 

24 luglio 1943, ore 17:00.

Inizia la riunione del Gran consiglio del fascismo, organismo costituzionale e direttorio politico del Partito nazionale fascista.

Alle 3:00 di notte del 25 luglio, viene approvato l’ordine del giorno dei gerarchi Giuseppe Bottai, Dino Grandi e Galeazzo Ciano. Prevede la restituzione dell’alto Comando al re.

Benito Mussolini viene destituito e subito arrestato.

25 luglio 1943, ore 22:45. Il popolo italiano apprende dalla radio che il re ha assunto il Comando supremo delle forze armate e Pietro Badoglio è a capo del governo militare del Paese con pieni poteri. Benito Mussolini viene condotto per tre giorni alla caserma della Legione allievi carabinieri, nel quartiere Prati di Roma. Poi trasferito via mare nelle isole di Ventotene, Ponza, Maddalena. Infine rinchiuso in una cella a Campo Imperatore, in Abruzzo, sorvegliato da 250 uomini tra carabinieri e guardia di finanza.

Ovunque, le manifestazioni di piazza salutano la caduta del regime fascista.

Anche a Ventotene i confinati radunati in piazza Castello applaudono la caduta del fascismo.

Si alzano canti da stadio, qualcuno sventola la bandiera rossa e il tricolore, in molti gridano «Viva l’Italia libera».

I simboli del regime fascista e la rete di controllo si dissolvono in pochi giorni. Viene tolto il filo spinato e i confinati possono finalmente camminare liberi per tutta l’isola.

Giovanni Pesce si imbarca il 23 agosto 1943 e torna in treno nella sua Visone d’Acqui.

 

8 settembre 1943, ore 19:45: dopo cinque giorni di trattative, Pietro Badoglio annuncia l’armistizio dai microfoni dell’Eiar. La reazione e’ modesta e l’intero quartier generale dell’esercito italiano viene spazzato via in pochi attimi perché lasciato solo a combattere contro una forza ben più grande e attrezzata, quella tedesca.

9 settembre, ore 5:10. Il Re, la famiglia reale e Pietro Badoglio, seguiti da un corteo composto da generali e funzionari, abbandonano Roma, diretti a Pescara, dove li attende una corvetta che li trasporta in Puglia. L’Italia è ormai occupata da ore dai nazisti. L’esercito regolare muore schiacciato da una guerra più grande delle sue possibilità militari, lasciato a sé stesso nelle ore dell’agonia, dal re e dal Comando supremo militare. Gli ufficiali di professione attendono ordini che non arriveranno mai. I soldati sfondano le porte, escono dalle camerate, abbandonano le caserme, le armi pesanti e leggere, tutti i loro mezzi, barattano per pochi soldi ogni abito borghese, ogni via di scampo, ogni ritorno a casa. L’Italia si trasforma in un’immensa retrovia dove i soldati fuggono e si nascondono nelle case di famiglia, nei boschi, nelle valli, tra sentieri impervi, piccoli borghi e rifugi di montagna.

Allora inizia la Resistenza.

Per i ribelli saranno anni lunghi, difficili, febbrili.

Prendere e sotterrare armi dappertutto: nei boschi, nelle baite di montagna, negli scantinati dei palazzi delle città, perfino nelle tombe dei piccoli cimiteri. Trasportarle con carri riempiti di segatura, coperti di fascine, di fieno.

Procurarsi farina, lardo, pane, benzina. Scambiare sale con olio e olio con munizioni. Cercare vestiti, scarpe, calzettoni di lana, tagliare legna, cuocere cibo per centinaia di persone, fabbricare letti con tronchi di pino e sacchi di paglia e di foglie, curarsi dalla scabbia, dai pidocchi. Sparare precisi senza consumare colpi inutili, tenere le armi in sicurezza, abbandonare e conquistare postazioni, fuggire da attacchi improvvisi del nemico, sganciarsi dai rastrellamenti, lanciarsi in dirupi scoscesi, bui e spaventosi, con zaini pesanti, sotto piogge torrenziali e nevicate, sotto il caldo sole di agosto. Fare i turni di notte in mezzo alla nebbia fitta, ascoltare i rumori dei boschi, dove anche il più impercettibile fruscio può rappresentare un pericolo, girare rasenti ai muri delle case, mischiarsi alla folla delle piazze nelle città. Stampare giornali clandestini, distribuirli attraverso camioncini coperti da cassette di frutta e verdura, nelle sporte delle donne, nelle carrozzelle dei bambini, nei carrelli da negozio.

E ancora comprendere il linguaggio della povera gente, capire i loro bisogni, i dialetti, gli sguardi solitari dei montanari. Decifrare i segreti di città grigie, morte quando scende la sera ed entra in vigore il coprifuoco, dove per le strade si incontrano solo le pattuglie tedesche e fasciste con le loro camionette. E infine vivere nel silenzio di case senza acqua, luce e riscaldamento, in città dove le razioni delle tessere annonarie sono appena al livello della mera sussistenza, dove ci si muove di notte come gatti tra migliaia di case distrutte dai bombardamenti e di giorno nella paura di essere arrestati, incarcerati, torturati, fucilati senza alcun processo e senza aver diritto ad un avvocato che possa difenderli.

 

Tedeschi e fascisti cercano Giovanni Pesce ovunque e l’arresto lo sfiora di un soffio nella casa della zia Celeste, a Visone d’Acqui.

Raggiunge Torino, inizia la guerra dei Gap.

 

A Torino, Giovanni Pesce prende il nome di battaglia Ivaldi. 

Compie sopralluoghi con la sua bicicletta.

Mette a fuoco l’intera rete viaria della città, controlla vicoli, strade, sbocchi laterali. Impara a memoria l’ubicazione delle caserme, dei comandi fascisti e nazisti, dei depositi degli autoveicoli, dei locali pubblici frequentati da ufficiali delle SS.

Deve subito agire, dare un segnale chiaro ai torinesi.

 

Il 23 dicembre 1943, la prima azione e’ contro il maresciallo della Milizia Aldo Morej.

Giovanni spara con due pistole, tre colpi alla schiena e il quarto alla tempia, lo uccide e poi fugge con la sua bicicletta tra il parapiglia generale e torna nella base.

 

Il secondo colpo di mano e’ un attentato dinamitardo contro un locale gremito di tedeschi e fascisti E’ il 2 gennaio 1944. Andrea si accende una sigaretta, attiva la miccia con la brace. Giovanni deposita l’ordigno sul davanzale. Antonio, in funzione da palo, li attende alle biciclette. Dopo pochi secondi si sente forte e chiaro il boato fragoroso della bomba. I tre partigiani sono già lontani, pedalano tranquilli in corso Stati Uniti.

 

Il terzo attacco e’ a dir poco temerario. Il 12 gennaio 1944, Giovanni ha l’ordine di eliminare due ufficiali nazisti sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele. Dal caffè di fronte escono i due tedeschi, Giovanni si avvicina e li ammazza con dodici colpi precisi. E due. D’improvviso si volta, intorno la gente fugge, dal caffè escono altri due nazisti con le machine pistole in pugno che corrono verso di lui. Giovanni sta per sparare, ma le armi non hanno più proiettili. Gira l’angolo di via Gioberti, cambia i caricatori. Intanto i due tedeschi gli sono sempre addosso, Giovanni esce allo scoperto, preme il grilletto e li elimina. E quattro. Ne arrivano altri di corsa, non sono lontani, Giovanni gli scarica addosso un intero caricatore, qualcuno resta ferito anche in modo grave, infine raggiunge la bicicletta di Antonio, si confonde nel traffico urbano e torna nel suo rifugio.

Il lavoro dei gappisti di Giovanni Pesce e’ febbrile. L’obiettivo e’ essere in pochissimi, meno di dieci, e sembrare in migliaia agli occhi del nemico e della popolazione. E’ la tecnica della guerriglia. All’orrore delle deportazioni, delle torture, delle fucilazioni  nazifasciste, i partigiani rispondono con il terrore.

 

Giovanni Pesce diventa il ricercato numero uno. Sulla sua testa pesano otto taglie record per quegli anni, per un ammontare di oltre 100mila lire. Ma lui è ineffabile, colpisce e diventa un fantasma, uccide il nemico e si mischia alla folla della città, come un operaio o un artigiano qualsiasi. Ormai e’ la vera primula rossa dell’antifascismo italiano.

 

Il blitz e’ fissato la notte tra il 16 e il 17 maggio 1944.

Una stazione radio Eiar sul fiume Stura, in Corso Giulio Cesare, disturba le trasmissioni di Radio Londra. Gli antifascisti non possono ascoltare i commenti del colonnello Harold Stevens e i messaggi in codice rivolti ai partigiani, preceduti dalla nona sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Le parole escono monche dall’apparecchio, spesso incomprensibili, lontanissime. I fruscii coprono le emissioni sonore. È così ogni sera. Bisogna fermare il disturbo, rendere in chiaro Radio Londra. Lo chiedono gli inglesi, lo vuole il partito.

Giovanni Pesce, Giuseppe Bravin, Francesco Valentino e Dante Di Nanni disarmano nove carabinieri di guardia dentro la stazione radio ma non li uccidono. I miracolati avvertono i camerati e i partigiani vengono sorpresi da un intero reparto nemico.

Dall’alto del ponte della strada per Milano, almeno cento tedeschi sparano con ogni arma contro i quattro partigiani, inquadrati dai riflettori manovrati dai genieri. Per i gappisti l’unica via di salvezza sta alle spalle dei tedeschi, cioè verso il ponte. A pochi metri dallo sbarramento, i quattro aprono anch’essi il fuoco. La reazione improvvisa sconcerta il nemico. Si apre un piccolo varco e i quattro passano, ma d’improvviso tornano a splendere gli occhi accecanti dei riflettori.

 

I partigiani sono tutti feriti.

Giuseppe Bravin e Francesco Valentino vengono catturati.

Del gruppo, Giovanni riesce a salvare se stesso e Dante Di Nanni, colpito gravemente da sette proiettili al ventre, alla testa e alle gambe.

 

L’ultimo viaggio di Dante Di Nanni è tortuoso.

Torino è piena di posti di blocco di fascisti e nazisti, ma Giovanni conosce i percorsi meno battuti, le strade secondarie, gli anfratti segreti della città. Prima porta il ragazzo in una cascina, poi, attraverso un carretto guidato da un contadino, nella sua base di via San Bernardino 14, in borgo San Paolo a Torino. Pesce chiama un medico antifascista che visita Di Nanni e ordina il suo immediato ricovero in ospedale.

Così lascia il ragazzo, esce dalla base e va ad organizzare il trasporto del ferito.

Poco dopo, in via San Bernardino 14, arrivano i fascisti e i nazisti avvertiti da un delatore.

Dante Di Nanni organizza la sua ultima battaglia solitaria, uno contro cento. Nove morti tra fascisti e nazisti, diciassette feriti: tutti uccisi dal ragazzo in una girandola di colpi precisi.

 

Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il Gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato gridando Viva l’Italia. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio”.

Milano è rasa al suolo dai bombardamenti degli aerei alleati. La città è in fiamme: colpiti Duomo, Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Scala, Sant’Ambrogio e molte chiese, la Pinacoteca di Brera, gran parte dei teatri, le principali fabbriche, l’Archivio di Stato. Sono ridotti i trasporti pubblici urbani. Interi quartieri sono devastati, alcune famiglie rimangono sepolte vive negli scantinati sotto immensi cumuli di macerie. Tra 1200 e 2000 vittime. Per molti non vi è neppure il conforto di un funerale. 184  bambini e 19 maestre muoiono durante un attacco aereo alleato nella scuola elementare Francesco Crispi del quartiere popolare di Gorla, il 20 ottobre 1944.

 

Milano e’ spopolata.

200mila milanesi sono sfollati altrove, in prevalenza sono operai. La borghesia e’ invece riparata nelle campagne, nelle valli lombarde, in riva ai laghi.

 

Milano è affamata.

Il costo della vita diviene elevatissimo grazie alla fissazione del tasso di cambio lira- marco nel rapporto di dieci a uno. La razione di pane giornaliera scende a 150 grammi a persona. I buoni del Tesoro perdono ogni valore. La borsa nera arricchisce gli speculatori, mentre la maggioranza della popolazione vive con un terzo del minimo della sopravvivenza. Mancano zucchero, sale, scarpe, carburante. Mettere in tavola cibo ogni giorno costa ormai fatica.

 

Milano e’ senza lavoro.

12mila licenziamenti colpiscono senza distinzioni le principali fabbriche della città. La difesa del posto di lavoro e del salario divengono necessità vitali, per operai e impiegati. È mera lotta alla sopravvivenza.

 

Milano è impaurita. I muri della città sono tappezzati di ordinanze e divieti dei nazifascisti con la minaccia di dure rappresaglie. Circolare a piedi o in bicicletta può essere un rischio per i civili. Per gli antifascisti sono mesi di torture, interrogatori, assassini, fucilazioni. Dal binario 21 della stazione centrale partono ogni giorno i carri merci carichi di oppositori al regime fascista e all’occupazione nazista ed ebrei, trasferiti nei campi di concentramento in Germania e Polonia. Molti di loro mai più ritorneranno.

 

Milano è disseminata di luoghi dell’orrore dove sono attive le compagnie di ventura, i contabili della morte del fascismo e del nazismo.

Walter Rauff e Theodor Saevecke, funzionari della (Sipo-Sd), risiedono all’hotel Regina.

La X Mas del principe Junio Valerio Borghese occupa gli uffici di piazza Fiume, oggi piazza della Repubblica.

La legione autonoma mobile Ettore Muti è al palazzo Carmagnola in via Rovello 2, oggi Piccolo Teatro, e alla caserma Salinas di Pasquale Cardella, in via Tivoli 1, oggi Istituto scolastico Schiaparelli.

Nel carcere di San Vittore, si mettono in evidenza il maresciallo Helmuth Klemm e il caporalmaggiore Franz Staltmayer, detto la Belva o il porcaro, sempre con il frustino in mano e un inseparabile cane lupo.

Sempre a San Vittore operano i tenenti Manlio Melli e Dante Colombo, agenti dell’Ufficio politico investigativo (Upi), alle dipendenze del maggiore Ferdinando Bossi.

Il Reparto speciale di Polizia di Pietro Koch è invece a Villa Fossati, Villa Triste, in via Paolo Uccello 17-19.

 

In questo tragico clima vive Onorina Brambilla nel quartiere milanese di Lambrate.

Le case sono attrezzate con rifugi di fortuna, protetti da sacchi di sabbia e con uscite di soccorso verso l’esterno.

Dipinti sui muri ci sono cerchi neri con scritte bianche (Us, uscita di soccorso), ma sono insufficienti a proteggere la popolazione dai bombardamenti devastanti.

E allora, di sera e di notte, anche Onorina e la sua famiglia si nasconde nei rifugi a tenuta stagna con le porte blindate.

Li chiamano Rifugi civili.

Quando apri la porta, dentro ci puoi vedere un mondo fatto di cose e persone.

La donna che allatta il figlio, il nonno con la coperta addosso, la madre di famiglia che prepara il thermos con il caffè di cicoria.

C’è chi si porta la valigetta con le lettere dei figli dal fronte.

Una sera, in un rifugio affollato della zona, Onorina non riesce a trattenere la rabbia, sale sul tavolo e grida a tutti. «È ora di finirla con questa guerra!».

 

Anche per Onorina Brambilla giunge il tempo delle scelte.  Durante gli scioperi del 1943 nelle fabbriche milanesi, Onorina trasporta i volantini che inneggiano alla ribellione. Con la madre Maria, nome di battaglia Tatiana, Onorina aderisce ai Gruppi di difesa della donna, una rete antifascista formata da sole donne. Onorina distribuisce «l’Unità»  clandestina. Sono le sue prime azioni da resistente.

 

Il dramma sul fiume Stura, la morte di Dante Di Nanni, il ferimento, l’arresto e l’impiccagione dei compagni di battaglia Giuseppe Bravin e Francesco Valentino, segnano un solco profondo nel cammino di Giovanni Pesce.

Tedeschi e fascisti conoscono il suo nome di battaglia Ivaldi.

Non può stare a Torino un minuto in più, il nemico potrebbe arrivargli addosso da un momento all’altro, far cadere l’intera rete dei Gap.

 

Si trasferisce a Milano dove prende il Comando del 3° Gap, con il nome di battaglia Visone.

Come a Torino, Giovanni si informa sulla rete viaria di Milano, sulle sue vie di comunicazione, stazioni ferroviarie, ponti, strade, autostrade, vicoli, piazze, comandi e ritrovi dei nazifascisti, su tutte le vie di fuga possibili. Poi pensa a costruire basi sicure.

Di giorno in giorno Giovanni costruisce la rete cospirativa.

Poi passa all’azione.

E sulle vie partigiane milanesi, Giovanni incrocia Onorina Brambilla. E’ l’incontro decisivo. Giovanni la chiama subito confidenzialmente Nori e diventa la sua staffetta partigiana, nome di battaglia Sandra.

Tra Giovanni e Nori inizia ben presto una storia d’amore che durerà l’intera vita.

 

Sono i mesi dei drammi, dell’atto temerario, della solitudine. Perché il gappista è un anonimo, vive tappato in casa, trascorre solo lunghe ore, giorni, settimane. Sente aleggiare intorno la paura e ne scopre i mille volti. E’ sempre teso, all’erta. Prima di quella con il nemico deve vincere la battaglia di nervi con se stesso. Perché una cosa é combattere in montagna, in cui un ribelle crede di avere le spalle al sicuro. Vede arrivare il nemico, sceglie lui il momento dell’azione. Ben diversa è la vita in città. Il ribelle é isolato, non ha le spalle al sicuro, non ha compagni che lo aiutano, non può avere contatti con la propria famiglia, moglie, fidanzata. Gli unici rapporti consentiti sono quelli con il Comando, ma non diretti: tutto deve avvenire tramite le reciproche staffette che fissano gli appuntamenti e si accordano sulle azioni. Chi non rispetta le regole è perduto. Molti gappisti vengono arrestati e fucilati perché parlano direttamente o indirettamente con la loro compagna. Non è cosa per tutti. E’ vita grama. Per combattere in una città come Milano ci vogliono persone con caratteristiche particolari, che ragionano con sentimento, intelligenza, arguzia, curiosità, ma posseggono una forte coscienza morale, una grande motivazione politica. Nonostante le misure di massima vigilanza adottate e sperimentate con successo da Giovanni, Milano è anche un crocevia di spie e delatori al servizio del nemico.

Giovanni Jannelli, nome di battaglia Arconati, é una spia al servizio del nemico: nel suo portafoglio conserva la tessera delle Ss numero 44, con tanto di foto e firma di un funzionario nazista. Arconati è riuscito a conquistare la fiducia dei partigiani milanesi grazie ai suoi modi affabili ed eleganti.

Dispone di depositi di armi e di un gruppo pronto all’azione.

Così Giovanni lo incontra a Milano, ma Arconati parla ad alta voce, a volte a sproposito, fa troppe domande.

Più che un incontro tra partigiani sembra un vero e proprio interrogatorio.

E Giovanni si insospettisce.

 

Alle 17:30 del 12 settembre 1944, Giovanni deve vedere Arconati in Piazza Argentina: gli vuole proporre la consegna di un pacco d’armi. Nello stesso giorno, in via Ponzio 35, vicino alla piscina, cade in uno scontro a fuoco con i fascisti il gappista Olivero Conti Romeo e viene ferito Antonio Sironi, poi ricoverato al Policlinico.

A quel punto, Giovanni preferisce liberare subito Sironi dal Policlinico prima che possa venire arrestato e invia le staffette Sandra e Narva in Piazza Argentina per comunicare ad Arconati lo slittamento dell’incontro.

L’appuntamento è una trappola.

Le staffette vengono arrestate.

Nori viene torturata al Comando delle Ss di Monza, inviata nel carcere San Vittore e inghiottita nel campo di transito e di polizia di Bolzano- Gries.

Il primo impatto di Nori con Bolzano è un pugno nello stomaco.

Il campo è circondato da un muro di cemento con rotoli di filo spinato dispiegati lungo i quattro lati, all’angolo dei quali sorgono garitte di legno con guardie armate munite di mitragliatrice.

Ci sono le baracche, i prigionieri, le mura, i reticolati.

Il cibo é una disgustosa brodaglia.

Le condizioni generali sono insalubri: topi, pidocchi, scarafaggi  corrono dappertutto.

La divisa del campo é una casacca con pantaloni di tela da imballaggio bianco sporco e sulla schiena spicca una grande croce rossa: detenuta politica.

A Nori le viene assegnato il numero di matricola 6087, col triangolo rosso dei politici e viene destinata al blocco F.

Gli aguzzini infliggono ai prigionieri le punizioni più dure, anche per futili motivi: calci, colpi di randello, frustate.

Le torture si svolgono nei blocchi, nella palazzina del Comando, nelle celle di punizione, stanzette di cemento, buie e gelate.

Nori è ormai imprigionata nella macchina dell’orrore nazista.

 

Giovanni Pesce viene spedito a dirigere i partigiani della Valle Olona, dopo l’arresto di Nori. Poi a dicembre torna alla guida dei suoi Gap.

Il 16 dicembre 1944, Benito Mussolini è atteso a Milano. Giovanni apprende la notizia dalla radio, dalle prime pagine dei giornali e dalla serrata propaganda degli apparati del regime. Il duce è in difficoltà perché sul piano militare la guerra è ormai persa. Così intende motivare i suoi repubblichini e rivitalizzare la metropoli lombarda, fortemente scossa dagli ultimi sviluppi del conflitto bellico, nella fallace speranza di un rilancio politico.

Il programma ufficiale, improvvisato in poche ore,  prevede un suo discorso al teatro Lirico e il giorno dopo la sua presenza al corteo che sfila nel centro di Milano, da corso Garibaldi a piazza Castello.

Giovanni vuole colpire il duce a tutti i costi.

Ma come fare?

Mussolini si muove sempre scortato dalla Guardia nazionale repubblicana, dalle Brigate nere, dalla X Mas del principe Junio Valerio Borghese, dalla legione autonoma mobile Ettore Muti.

Allora Giovanni fissa un appuntamento in corso Venezia con Dante Conti e Italo Busetto.

La discussione diventa aspra, perché un‘azione dinamitarda di quelle dimensioni può provocare certamente numerose vittime tra i civili.

Il partito è incerto, poi diventa indisponibile.

Giovanni raggiunge comunque il teatro Lirico, capisce che non c’è margine per l’operazione e cerca quindi una soluzione alternativa.

Il teatro Lirico quel giorno è stracolmo e il duce sprona con forza i fascisti milanesi.

Come previsto, il 17 dicembre 1944, Mussolini sfila in mezzo al corteo delle camice nere armate fino ai denti e ai fascisti milanesi che urlano slogan lugubri e agitano bandiere, labari e gagliardetti. I gappisti seguono l’adunata da lontano: attraversano in modo rapido via Cusani, Foro Bonaparte, e sbucano in piazza Luca Beltrami, dove migliaia di persone attendono il duce con trepidazione.

Mussolini parla dalla torretta di un mezzo corazzato in piazza Cordusio. Appena terminato il discorso, saluta la folla e percorre via Dante a bordo di una macchina scoperta che procede a passo d’uomo.

Giovanni e i suoi partigiani riprendono la marcia di avvicinamento, mantenendo la debita distanza di sicurezza.

Percorrono a piedi  via Pozzone, via Rovello, via S. Tommaso, fino all’angolo di via Dante.

La folla è sempre più impetuosa e vibrante.

Una donna riesce perfino a rompere il cordone di sicurezza  ed a consegnare personalmente un mazzo di fiori a Mussolini. Il rischio che l’azione provochi vittime innocenti tra la popolazione è altissimo.

Giovanni non dispone di un rifugio in quella zona dove può nascondersi nei momenti successivi all’attacco.

Non c’è nulla da fare.

Con rammarico, rinuncia all’impresa.

 

 

E’ l’ultimo inverno prima della fine della seconda guerra mondiale.

I primi mesi del 1945 sono i peggiori.

A Milano, la luce, il gas e l’acqua vengono erogati solo per qualche ora al giorno e non tutti i giorni.

Diminuiscono le razioni alimentari. Tutto è limitato: pane nero, carne, latte, caffè di cicoria, capi di abbigliamento, sigarette, sale. Per acquistare ci vogliono i bollini delle tessere nominative. La razione individuale di pane giornaliera scende fino a 100 grammi. Non è sufficiente avere la tessera perché spesso mancano i prodotti. Davanti ai negozi permangono file interminabili e milanesi resistono anche quando suona l’allarme aereo. Poi ci sono le mense collettive che somministrano un pasto caldo per 5 lire: zuppa di verdura, un pezzo di mortadella, poco altro.

Nelle case il freddo è pungente, entra nelle ossa e non fa dormire. I geloni gonfiano i piedi. Qualcuno gira con pantofole di stoffa perché non riesce neppure a infilarsi le scarpe.

Si soffre la fame, il freddo, si sfidano le bombe e le persecuzioni nazifasciste, ma nessuno intende mollare.

 

 

16 marzo 1945.

La strada verso la Liberazione è ormai segnata.

Mancano soltanto 40 giorni, ma gli ultimi colpi del fascismo sono brutali. Alla fabbrica aeronautica Caproni di Milano, si distingue per efferatezza Cesare Cesarini, tenente colonnello onorario della legione autonoma mobile Ettore Muti e capo dell’ufficio personale della fabbrica aeronautica milanese di Taliedo.

Cesare Cesarini è il dobermann del fascismo, una specie di gigante, l’immagine della prepotenza e del terrore.

Assiste agli arresti, ordina la schedatura dei lavoratori e consegna gli elenchi ai nazisti.

Ma quel giorno di marzo, Cesare Cesarini incontra sul suo cammino il gappista Giovanni Pesce Visone.

È il giorno della sua morte.

 

Sono le 7:20 e mi scopro impaziente e tranquillo. Da piazza Grandi spunta Cesarini. Non ho bisogno di muovermi. È lui stesso che mi viene incontro col passo tracotante, di chi non vuole nessuno sul suo cammino. Ma sulla sua via ci sono io, il figlio dell’operaio piemontese fuggito in Francia per non subire la prepotenza dei Cesarini di ieri e di oggi. Gli sbarro la strada. Gli spiano in faccia le due rivoltelle e la sua faccia rivela soltanto stupore. Non avrebbe mai creduto possibile che qualcuno osasse fermarlo. Gli grido forte, perché gli operai che sono attorno sentano: ‘Cesarini, hai finito di deportare i lavoratori della Caproni’. Sparo. Tenta di mettere mano alla fondina ma è già a terra assieme a uno dei suoi accompagnatori. L’altro cerca di togliersi di spalla il mitra, ma non fa in tempo. Le mie armi sono scariche. Grido: ‘Giustizia è fatta, insorgete contro il fascismo’. La gente che, al rumore degli spari, si è gettata a terra, si alza e applaude. Alcuni gridano: ‘Hanno ucciso Cesarini, evviva’. È il momento di fuggire. La strada è libera.

 

Nel frattempo Giovanni sta già organizzando l’insurrezione a Milano, gli ultimi spari verso la democrazia, verso la libertà conquistata.

 

E’  l’alba del 24 aprile.

In piazza Castello, a Milano, Giovanni Pesce incontra Franco Conti della Pirelli: «Siamo alla stretta finale, tra poche ore sarà dato l’ordine dell’insurrezione. Questa volta ci siamo, questa volta è scontro aperto».

Conti è commosso, emozionato, assicura che alla Pirelli gli operai sono pronti da ore.

Giovanni guarda piazza Castello e la città non è più la stessa.

Un ragazzo canta e fischietta mentre pedala con la sua bicicletta.

Uomini e donne camminano verso i luoghi di lavoro con la testa alta, non più ricurvi, impauriti e rassegnati come poche settimane prima.

Sente odore di primavera e di libertà.

Perché tutto quello che sta per accadere a Milano non può che avvenire in primavera, soltanto in primavera.

E in quei minuti che sembrano eterni, Giovanni ritorna indietro con i ricordi della sua vita, come fosse un film in bianco e nero che sta prendendo colore, mentre si avvia la tanto attesa Liberazione.

I giorni dell’infanzia passati con la famiglia a Visone d’Acqui, l’immigrazione in Francia, il lavoro in miniera, la guerra civile spagnola, la ritirata, il ritorno a La Grand’-Combe, il viaggio di ritorno in Italia, l’arresto, il carcere, il confino di Ventotene, la sua crescita culturale e politica, i libri proibiti dal regime letti e divorati.

E ancora la guerra dei Gap a Torino e Milano, le notti e i giorni consumati a guardare il soffitto e studiare cartine topografiche delle città, il senso di solitudine e di sconfitta, i volti delle decine di compagni e amici uccisi in battaglia in Spagna e in Italia.

E infine la paura, la rabbia, le mille azioni, i colpi di mano, la morte sfiorata di un soffio, il volto della sua Nori torturata a Monza e segregata da mesi nel campo di concentramento di Bolzano, la cui sorte conosce solo attraverso le lettere che gli legge Maria, la mamma di Nori.

Non c’è più tempo per i ricordi, perché Giovanni va di fretta, deve liberare l’Italia e c’è ancora un gran lavoro da fare.

Soprattutto deve salvare gli impianti, gli stabilimenti, le fabbriche, perché il giorno dopo la Liberazione, il Paese deve mettersi in moto e ricostruirsi una dignità offesa e calpestata dal fascismo.

Non si può fermare, neanche per un attimo, perché tutto è in movimento, tutto gira velocemente..

E’ una forza inarrestabile.

E’ la forza della Liberazione.

E allora si parte

Luigi Longo fa recapitare un bigliettino a Pietro Secchia: «La và a minuti».

Così Secchia mobilita tutte le staffette, ogni mezzo di collegamento e predispone migliaia di copie dell’ordine dell’insurrezione destinato alle formazioni garibaldine.

Il Comitato di liberazione Nazionale Alta Italia dirama l’ordine dello sciopero generale a partire dal 25 aprile.

Tutto deve cadere in poco tempo nelle mani partigiane, in azioni simultanee: edifici governativi, commissariati di polizia, istituti economici, banche, sedi direzionali di fabbriche e società, stazioni, telegrafi, comandi, ritrovi fascisti, redazioni di giornali.

Il funzionamento dei servizi pubblici deve riprendere immediatamente sotto la gestione degli insorti e nell’interesse di tutta la popolazione.

Le staffette girano per Milano in bicicletta e portano ai distaccamenti l’ordine del piano insurrezionale.

Tutto è pronto.

Sono ore concitate.

 

Il sole sorge finalmente nel giorno dei giorni.

Il 25 aprile 1945, la ribellione di Milano al fascismo e al nazismo parte all’alba.

Leo Valiani del Partito d’Azione scrive l’ordine decisivo a matita su un biglietto.

Quel foglietto va subito ad accendere i fuochi dell’insurrezione milanese in tutte le fabbriche e i quartieri della città.

Alle ore 8:00 precise, nel collegio dei salesiani di via Copernico si riunisce il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia (Clnai), e proclama l’insurrezione.

Assume tutti i poteri civili e militari, scioglie i reparti armati fascisti, assicura il trattamento di prigionieri di guerra a quelli tedeschi.

E ancora nomina le commissioni di giustizia per la funzione inquirente, i tribunali di guerra e le corti d’assise popolari per quella giudicante al palazzo di Giustizia.

 

Alle 13:00, inizia lo sciopero generale.

Le colonne di manifestanti si formano ovunque.

Le fabbriche milanesi sono presidiate dagli operai in armi.

Ogni reparto, ogni ufficio ha insediato il suo gruppo organizzato, il suo Cln aziendale.

Sparano i cecchini, sparano i fascisti dalle autocolonne in fuga, sparano i partigiani.

 

Per Giovanni, il lavoro è febbrile.

Il 25 aprile è un giorno che vale cento anni.

Si mette in cammino per la città perché vuole verificare di persona se tutti i comitati clandestini hanno messo in pratica l’ordine di occupazione delle fabbriche.

Giovanni ha cento itinerari, cento istruzioni da dare agli operai, cento informazioni da ricevere e da trasmettere.

 

Intanto Mussolini fugge via da Milano, abbandonato dai suoi stessi alleati, e in città, la sera del 25 aprile, avviene qualcosa di unico, straordinario, indimenticabile e poco conosciuto.

Nonostante sia ancora in vigore il coprifuoco, alcuni patrioti compiono un piccolo grande miracolo.

Nelle case dei milanesi brillano le luci delle lampadine.

Tutto d’improvviso si illumina come in una sorta di rito magico:gli appartamenti, i reparti delle fabbriche, i lampioni delle strade e delle piazze.

Il lavoro paziente, delicato e pericoloso delle squadre operaie delle Sap, iniziato mesi prima, ha permesso di salvare gli impianti di produzione dell’energia elettrica, le grandi centrali della Valtellina della Aem, quelle che distribuiscono la corrente al capoluogo lombardo.

 

Il 26 aprile 1945, di mattina, il 4° battaglione della guardia di finanza occupa il palazzo della prefettura in corso Monforte di Milano. L’azionista Riccardo Lombardi è il nuovo prefetto della città. Il socialista Antonio Greppi varca il portone di Palazzo Marino. È il primo sindaco della Milano democratica. Dalla stazione radio di Morivione il comandante delle Brigate Matteotti, Corrado Bonfantini, annuncia la liberazione di Milano.

 

 

Il 30 aprile 1945, i tedeschi se ne vanno a gambe levate dal campo di concentramento di transito e polizia di Bolzano.

Prima di andarsene, i nazisti spalancano i portoni del lager e consegnano ai detenuti un documento che attesta la loro uscita.

A quel punto, i deportati attendono solo l’arrivo degli americani, ma c’è chi pensa di anticipare la fuga.

Il viaggio di trasferimento di Nori verso Milano inizia il 1 maggio 1945.

Sotto la fitta neve, con alcuni compagni come Carlo Milanesi, si inerpica sul passo della Mendola, attraversa la Val di Non e il passo del Tonale.

Gli scampati dal lager di Bolzano si fermano la notte presso i contadini ai quali chiedono qualche patata, latte e polenta, riparo nelle stalle.

Sono stanchi, denutriti, malmessi, i vestiti sono degli stracci, non posseggono una lira.

Saranno aiutati dai partigiani cattolici delle Fiamme verdi.

Nei loro posti di ristoro di Ponte di Legno verranno curati, lavati, rifocillati, messi in piedi.

Finalmente un pullman li trasferisce a Lovere.

Poi, il 7 maggio 1945, Nori raggiunge Milano in treno.

Saluta i suoi compagni di detenzione e, come se tutto fosse normale, prende il tram numero 7, raggiunge la sua abitazione a Lambrate, in via Alfonso Corti 30.

Il primo abbraccio è con la sorella Wanda.

Sul terrazzo di ringhiera, Nori e Wanda attendono il ritorno di Giovanni e della madre Maria dalla manifestazione dei partigiani in Piazza Duomo, quella che anticipa la loro definitiva smobilitazione dell’8 maggio con la consegna delle armi alle forze alleate.

Nori rivede Visone mentre sfila in corteo, in pochi secondi è già in strada.

Visone allarga le braccia, grida di gioia, corre veloce verso Nori.

Si abbracciano, sono emozionati, piangono, ridono, e ancora piangono per interminabili minuti, finalmente si baciano.

Arrivano i gappisti di Giovanni, gli amici, i compagni e i vicini di casa di Nori.

Inizia la grande festa al comando dei Gap.

L’incubo della guerra è finito.

Riprende la loro storia di amore e di Resistenza, ma questa volta in tempo di pace.

 

Giovanni Pesce ci lascia il 27 luglio 2007.

Onorina Brambilla Pesce ci abbandona il 6 novembre 2011.

Ai loro funerali, folle immense di cittadini milanesi hanno voluto rendere omaggio alla loro immutata coerenza.

Oggi Visone e Sandra riposano entrambi al Famedio del Cimitero maggiore, il tempio dei cittadini illustri della città di Milano.

Forse un giorno ci diranno che tutto quello che avete ascoltato stasera non è mai accaduto. Per questo ho narrato la storia di due italiani, Giovanni Pesce, nomi di battaglia  Ivaldi Visone e Onorina Brambilla, nome di battaglia  Sandra, detta Nori. Vi ho raccontato questa storia per metterla in sicurezza, per salvarla dall’oblio, per curarla dalle ingiurie del tempo e difenderla da ogni revisionismo, per portarla fino ad oggi e consegnarla indenne alle nuove generazioni, che nulla sanno, perché nulla è scritto nei loro libri di testo. Perché la memoria di Giovanni e Nori e quella della Resistenza non vadano mai smarrite.

0 IL SOGNO ITALIANO

  • 10 Ottobre 2013
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

IL SOGNO ITALIANO

di Daniele Biacchessi

Voci narranti e recitanti Daniele Biacchessi e Tiziana Di Masi

Musiche di Massimo Priviero- Gaetano Liguori – Michele Fusiello

Una produzione Associazione “Ponti di memoria”

 

Quella che andiamo a raccontare è la vita di un uomo che scorre lungo oltre novant’anni di Storia italiana.

E’ una piccola storia nella grande Storia.

E’ la storia di un sogno coltivato fin da bambino, di una speranza maturata già da ragazzo, di una scelta precisa, di una scelta di campo compiuta da adulto.

E’ la storia di una rivoluzione umana, di una rivolta e di una ribellione che non si è mai spezzata.

E’ una storia di un desiderio di cambiamento, di un’idea mai sopita.

E’ la storia di un’indignazione mai cancellata dalle ingiurie degli anni.

Questa è la storia di una vita, che vale per tutti.

Questa è la storia di un sogno italiano che non si è mai frantumato.

Per chi c’era, per chi non c’era, per chi non era ancora nato.

Questa è una storia raccontata a chi deve ancora nascere.

Per costruire Ponti di memoria.

Perché nulla vada dimenticato.

Un vecchio cammina per le strade di Milano.

E’ estate, c’è poca gente in giro.

Quel vecchio ha oltre novant’anni.

E’ ormai stanco, si appoggia ad un bastone di legno scuro.

La sua barba è bianca, le rughe gli ricoprono il volto che pare una statua scolpita dal vento.

Le gambe e il corpo sono incurvati, la schiena è piegata, gli occhi restano quasi socchiusi, due minuscole fessure che inquadrano la strada.

Il vecchio porta un cappello di paglia, giacca e pantaloni di lino bianchi, una borsa.

E’ stanco, ma cammina adagio e tira avanti con la testa bassa.

Così il vecchio si siede su una panchina di un giardinetto.

Ad un tratto si sente un colpo forte.

Puummmm.

Il pallone sfiora di poco la testa del vecchio.

Il suo cappello di paglia cade in terra.

Gran parte dei ragazzi si nascondono subito dietro ai cespugli, ridacchiano per qualche minuto, poi se la danno a gambe.

Ma il più grande capisce di aver spaventato il vecchio, lo raggiunge, raccoglie il cappello di paglia, recupera il pallone finito a qualche metro. Poi si siede con lui sulla panchina e gli chiede scusa.

Gli pare suo nonno che se ne è andato da poco.

E scorrono i suoi ricordi.

D’improvviso, al ragazzo viene in mente quando ascoltava in silenzio i racconti del nonno davanti al camino, quelle storie che sapevano di vento e di sale, di amori, di amicizie, di guerre e di speranze.

Ora sono seduti vicini sulla panchina verde di un giardinetto.

Il vecchio prende la borsa, la apre e ne tira fuori un libro, un piccolo libretto di una trentina di pagine. Glielo porge. “Questo è per te, se lo vuoi. L’ho scritto io qualche anno fa. No, in libreria non lo troverai mai. L’ho fatto stampare personalmente. E ogni tanto lo regalo. Tienilo. E leggilo se vuoi.”. Il ragazzo prende il libro, legge il titolo in copertina: “Ponti di Memoria”. Sfoglia la prima pagina: “Un Sogno Italiano”. Sotto, una piccola dedica che recita: “Dedicato al figlio che non ho mai avuto”.

Sono uno degli ultimi ancora vivo.

Ero il più giovane, avevo diciotto anni.

In Europa regnava il fascismo e il nazismo.

In Italia e in Germania, Benito Mussolini e Adolf Hitler avevano arrestato, torturato, ucciso militanti dell’opposizione: intellettuali, parlamentari, sindacalisti.

I loro soldati assaltavano le camere del lavoro, bruciavano i libri in piazza.

Ormai controllavano tutto e per noi antifascisti c’era solo l’esilio.

Vivevo da anni in Francia con la mia famiglia di Emigranti, povera gente partita dal Veneto per cercar fortuna.

La mia presa di coscienza iniziò prima in Francia e poi in Spagna durante gli anni della guerra civile.

Il Governo progressista spagnolo del Frente Popular era stato eletto dai cittadini.

In modo legittimo, con elezioni libere.

Era formato da cattolici, repubblicani, socialisti, comunisti.

Ma i miliziani guidati da Francisco Franco si rivoltarono contro i repubblicani e inizio’ la guerra civile.

Spagnoli contro spagnoli.

Un bagno di sangue tra fratelli.

Mussolini e Hitler erano al fianco di Franco con soldati, munizioni, armamenti di ogni tipo.

Cosa potevamo fare noi giovani?

Dovevamo andare in Spagna e combattere il fascismo.

Era il 1936.

Quando arrivai in Spagna venni inquadrato nelle Brigate Internazionali.

C’erano persone arrivate da tutto il mondo.

C’erano uomini leggendari che avrebbero fatto la Storia, scrittori come Dos Passos, George Orwell, Ernest Hemingway, intellettuali e politici americani, francesi, inglesi, naturalmente italiani come Luigi Longo, Giovanni Pesce, Guido Picelli, quello che organizzo’ le barricate a Parma.

Ci trovammo tutti insieme.

E tutti insieme avevamo un sogno: fermare il fascismo, bloccare il nazismo, distruggere ogni dittatura, portare ovunque l’idea della democrazia..

Forse, se avessimo vinto non si sarebbe arrivati alla seconda guerra mondiale.

E invece no.

E invece abbiamo perso.

Ricordo la battaglia della valle del fiume Ebro dove i miei amici venivano uccisi al mio fianco.

E io andavo avanti, sguardo fisso, un moschetto in mano, poche munizioni, ma andavo avanti, sotto la pioggia, con il sole che spaccava le pietre, con il vento che ti modellava il volto.

Io andavo avanti.

Ah…la guerra civile in Spagna.

1,4 milioni di morti, 500mila case distrutte, 183 città gravemente devastate, 500mila

esiliati, 1,2 milioni di persone incarcerate.

Gran parte dei combattenti antifascisti vennero internati nei campi di concentramento in Francia.

Lì tornai, dopo mille peripezie, vicino alla mia famiglia di migranti veneti.

Intanto Mussolini attaccava la Grecia, infilandosi in un tunnel senza alcuno sbocco, in conflitti sempre più costosi e fallimentari sul piano militare, come quelli in Libia, Tunisia, Africa Orientale, Russia, mentre gli italiani pativano freddo, miseria, fame, morte.

Cosa potevo fare?

Tornai in Italia e i fascisti mi arrestarono.

Feci il giro delle carceri.

Ventotene, Ustica, Ponza.

Oggi sono isole dove d’estate si fa il bagno, ma allora eravamo tutti rinchiusi in penitenziari, con piccole finestre dove da lontano si sentiva solo il rumore del mare.

Scoppiò la seconda guerra mondiale.

L’Italia fascista era a fianco della Germania nazista e del Giappone.

Poi gli angloamericani bombardavano le nostre città.

Erano quasi tutte rase al suolo.

Per tre anni rimasi in carcere, fino al 25 luglio 1943 quando cadde il fascismo.

Ovunque, le manifestazioni di piazza salutavano la caduta del regime fascista.

Ci liberarono e iniziai a vagare per l’Italia.

La sera dopo mi ritrovai a Torino quando l’avvocato Duccio Galimberti, durante un comizio, disse che “la guerra continuava fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista”.

A me era tutto chiaro.

Anche dopo l’armistizio dell’8 settembre.

Andai sopra le montagne di Demonte, in provincia di Cuneo.

Divenni partigiano di Giustizia e Libertà.

Per la prima volta noi ragazzi avevamo la possibilità di pensare al destino del nostro Paese.

Eravamo quasi tutti ignoranti, non avevamo studiato, ma in quei venti mesi in montagna abbiamo avuto le prime illuminazioni, in quei mesi cominciavamo a capire tante cose.

Durante il fascismo eravamo stati indottrinati a suon di retorica e di nazionalismo.

Improvvisamente ci aprivamo alla cultura.

Leggevamo i libri di Pietro Gobetti e Carlo Rosselli. E tutto ciò avveniva in un momento in cui ognuno di noi pensava a come cavarsela, a come portare a casa la pelle.

Eravamo in azione giorno e notte.

Prendevamo e sotterravamo armi dappertutto: nei boschi, nelle baite di montagna, negli scantinati dei palazzi delle città. Ci procuravamo farina, lardo, pane, benzina. Scambiavamo sale con olio e olio con munizioni. Cercavamo vestiti, scarpe, calzettoni di lana, tagliavamo legna, cuocevamo cibo per centinaia di persone, fabbricavamo letti con tronchi di pino e sacchi di paglia e di foglie, ci curavamo dalla scabbia, dai pidocchi.

E poi sparavamo precisi senza consumare colpi inutili, tenevamo le armi in sicurezza, abbandonavamo e conquistavamo postazioni, fuggivamo da attacchi improvvisi dei nazifascisti, ci sganciavamo dai rastrellamenti, ci lanciavamo in dirupi scoscesi, bui e spaventosi, con zaini pesanti, sotto piogge torrenziali e nevicate, sotto il sole caldo di agosto, organizzavamo imboscate contro il nemico, il fuoco concentrico contro l’autista, le coperture laterali, l’arresto dei soldati, la fuga.

Come un lavoro a tempo pieno.

All’inizio eravamo in pochi, gruppi sparsi, bande e poco piu’.

Poi diventammo un esercito.

Eravamo certi che la nostra presenza tra i ribelli fosse questione di pochi mesi, perché sarebbero intervenuti subito gli anglo-americani e ci avrebbero liberati.

E invece no.

E invece la nostra guerra andò avanti fino al 25 aprile 1945, fino ai giorni della Liberazione e della libertà conquistata.

In montagna, di sera davanti al fuoco dei nostri bivacchi di montagna, sognavamo e parlavamo di un paese migliore. Un paese democratico, solidale, dove i diritti dell’uomo non venivano calpestati, dove le condizioni dei lavoratori fossero migliori, dove c’era vera giustizia sociale.

Era il sogno di quella parte di italiani che aveva combattuto fascismo e nazismo e che voleva costruire da subito un paese libero, senza più guerre.

Per noi, pur nell’esultanza del sogno che avevamo lungamente atteso, non era facile cambiare vita, abitudini, riacquistare in pochi minuti, in qualche ora, la disinvoltura, la naturalezza che il futuro ci prometteva, noi che l’insurrezione l’avevamo preparata quando ancora le divise tedesche della Wehrmacht torreggiavano insolenti dai carri armati che sembravano invincibili.

Il ragazzo continua a leggere. Legge e intanto tira gli occhi verso la parte opposta dei giardini, dove ancora scorge la sagoma di quello strano vecchio che gli sembra immobile, assopito nel suo pezzo d’ombra di platano, al riparo dal caldo. Chissà perchè quei racconti non stanno scritti in nessun suo libro di testo scolastico. Chissà perché.

Due italiani. Due italiani con tante generazioni in mezzo seduti ai lati di un giardino pubblico. Entrambi protetti, all’ombra di un grande platano.

Il racconto scritto dal vecchio è serrato, come fosse la sceneggiatura di un film in bianco e nero, una pellicola dove non c’è posto per cose melense, futili, inutili.

Il vecchio lo scorge di lontano e in cuor suo gli ha già perdonato quel pallone che gli ha sfilato il suo cappello di paglia.

Pensa che se quel ragazzo resta lì a leggere il suo racconto, forse c’è un motivo.

Del resto, perché uno di quindici anni deve stare lì a sorbirsi le storie di un vecchio che neppure conosce. Chissà.

Forse perché gli ricorda qualcuno, magari suo nonno.

Forse……

Finita la guerra pure l’aria pareva più pura, persino la natura più bella; quanta fiducia negli uomini, quanta speranza che fosse sorta l’era della buona volontà, dei disinteressati, con le ambizioni oneste, per cui gli alti uffici fossero un dovere e una missione.

Ma fu lo spazio d’un solo mattino……

Perché gran parte delle città del nord erano distrutte.

Perché ponti, strade, impianti, fabbriche, case, beni artistici erano danneggiati in modo grave.

Perché le condizioni di vita della popolazione erano difficili: miseria, fame, disoccupazione ovunque.

L’economia che riprendeva con grande lentezza e l’Italia che restava divisa in due.

Nella parte settentrionale e centrale, vi erano sogni e speranze di grande cambiamento.

I cittadini, pur nella povertà assoluta, non intendevano tornare all’Italia liberale precedente al fascismo. Volevano in sostanza una democrazia più aperta.

Ma al Sud, la società era rimasta ferma, immobile: le classi dirigenti tradizionali, appoggiate dagli alleati, avevano mantenuto il loro predominio politico e sociale.

Qualcosa doveva pur cambiare nella Storia e nella mia vita.

Al referendum gli italiani scelsero la Repubblica contro la monarchia.

Venne varata la Costituzione. Il pilastro della nostra democrazia nata dalla Resistenza. Ed io venni assunto alla Fiat di Torino, come operaio specializzato.

Mi sposai, non ebbi figli e dunque neppure nipoti.

Le aspettative di cambiamento sfociarono in durissime lotte sociali.

I braccianti del Sud chiedevano una riforma agraria.

Gli operai del Nord chiedevano diritti e un salario più equo.

Le lotte vennero invece represse dalle forze dell’ordine.

Ci furono morti, feriti, stragi in varie parti del paese.

In Sicilia, a Portella della Ginestra, il 1 maggio 1947, gli uomini del bandito Salvatore Giuliano spararono contro una manifestazione del sindacato, proprio nel giorno della festa dei lavoratori. 11 morti, 27 feriti.

Già in quei giorni, tutti i nostri sogni vennero disattesi.

Diceva Manfredi nel libro “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa:

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Proprio così, tutto deve cambiare perche’ nulla cambi.

Così è accaduto in Italia, fino agli anni del boom economico, quando a tutti ci pareva di esser perfino ricchi.

 

Dalla metà degli anni Cinquanta tutto iniziò a girare velocemente.

Fin dal 1953, il piano Mashall aveva dato la prima spinta al paese.

Quattro anni dopo l’Italia entrò nel Mercato Comune.

Nel giro di pochi anni l’Italia si posizionò al settimo posto tra i paesi più industrializzati.

Si registrò una crescita dei settori tessile, nella siderurgica, nella meccanica, nella chimica, nell’ edilizia.

Vennero scoperte nuove forme di energia.

Nella pianura padana, Enrico Mattei sviluppò le tecnologie che permisero di scoprire il metano.

L’acciaio veniva esportato a basso costo perché basso era il costo del lavoro.

Tutti assumevano, tutti compravano, tutti consumavano.

La televisione, la macchina, la casa in affitto e poi comprata col mutuo, le vacanze al mare e in montagna.

Ci pareva di essere ricchi, noi popolo di poveracci e di sconfitti che solo pochi anni prima eravamo in gran parte disoccupati e dovevamo lasciare il paese per cercare lavoro e fortuna nel mondo: negli Stati Uniti, in Argentina, in Venezuela

Ma..c’è un ma…..

E’ vero…il boom aveva fatto entrare nel mondo moderno del benessere un numero maggiore di italiani, ma erano pur sempre una minoranza.

Un quarto della popolazione aveva raggiunto un livello di vita decente, secondo i modelli di vita dell’Europa occidentale, ma la maggioranza rimaneva ben al di sotto di questo standard e una parte notevole viveva ancora sotto i limiti della sopravvivenza.

E poi le campagne si spopolavano, i costumi si modificavano in modo brusco, il consumismo diventava sfrenato e la speculazione edilizia trasformava le nostre città in giungle di asfalto.

E oltre 9 milioni di cittadini delle zone del Sud migrarono verso le grandi città del Nord. Alla Fiat di Torino, dove lavoravo io, i dialetti si mischiavano.

E proprio nelle grandi città nascevano le grandi contraddizioni.

Alla rapida ascesa dei consumi privati non corrispose la qualità dei servizi nella sanità, nei trasporti. Le case popolari diventavano un miraggio, e i diritti erano sempre pochi.

Il malcontento divenne sempre più forte, fino alle lotte studentesche del 1968 e all’autunno caldo degli operai nel 1969.

Il 1969 è stato l’anno degli scioperi, dei cortei di operai e studenti in tutto il paese.

Le rivendicazioni del salario garantito e di un lavoro per tutti degli operai, il diritto allo studio chiesto da milioni di giovani delle scuole medie superiori e delle università.

Tutto avveniva nel triangolo industriale: Torino, Milano, Genova.

Lì le lotte diventavano più calde.

Il 1969 è stato l’anno delle bombe.

Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne contarono 145, una ogni tre giorni.

Per 96 la responsabilità accertata era dell’estrema destra.

Il 15 aprile ne scoppiava una nell’ufficio del Rettore dell’Università di Padova.

Il 9 aprile a Battipaglia venivano uccisi 2 lavoratori e 119 persone arrestate.

Il 25 aprile, alla Fiera di Milano,un ordigno ad alto potenziale provocava il ferimento di venti persone.

In agosto venivano piazzati dieci ordigni sui treni:otto esplodevano e colpivano dodici passeggeri.

Un clima incandescente sul piano politico.

Il 12 dicembre scoppiava una bomba nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, in piazza Fontana.

17 morti e 88 feriti.

E proprio nel momento di maggiore cambiamento sociale, la strage di piazza Fontana ci faceva diventare vecchi.

Ma l’Italia reagiva, non restava a guardare.

L’Italia si indignava e scendeva in piazza, come sempre.

Si fermavano tutte le fabbriche per i funerali delle vittime.

Le inchieste si indirizzarono verso gli anarchici, ma la bomba era stata messa dai fascisti di Ordine Nuovo.

Veniva arrestato il ballerino anarchico Pietro Valpreda e il ferroviere Giuseppe Pinelli, pure lui anarchico, volava dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio.

Il fascismo di ieri, quello che avevo combattuto in Spagna e sui monti intorno a Cuneo, si trasformava nel fascismo del presente, due facce della stessa medaglia.

E ad oggi, per la strage di piazza Fontana non vi è alcuna giustizia.

Giunsero gli anni Settanta e io diventavo più vecchio.

Dopo il boom e il miracolo economico arrivò il tempo delle ristrutturazioni aziendali.

Migliaia di persone persero il lavoro e dovettero riciclarsi in altri settori.

Come me, da operaio specializzato ad artigiano.

La crisi petrolifera fece il resto.

La chiamarono “Austerity economica”.

Era il 1973.

Mi ricordo che le auto non potevano circolare di domenica, i programmi televisivi chiudevano alle 23, l’illuminazione stradale e commerciale era ridotta, le luci erano fioche.

Le biciclette ebbero il loro momento di gloria e sfilavano silenziose fra le macchine immobili. A poco a poco, strani mezzi di locomozione, improbabili tandem, monopattini piuttosto che calessi a pedali, s’impossessavano dell’asfalto cittadino.

Tutto pareva strano ma gli italiani riscoprivano l’umanità e la solidarietà.

Tornammo un popolo di poveracci, sconfitti e per di più illusi dal boom economico.

Intanto le lotte sindacali e le manifestazioni studentesche diventavano ancora più dure.

E la polizia tornò a sparare contro giovani e operai.

A Milano, Torino, Genova, Roma, ovunque, per tutti gli anni Settanta.

Decine di persone assassinate, senza giustizia.

Ma ad uccidere non fu solo la polizia.

Entrò in scena la destra eversiva, coperta dai servizi segreti e da pezzi dello Stato.

Stragi, tentati colpi di stato, piani eversivi.

La notte dell’8 dicembre 1970 il principe Junio Valerio Borghese tentava un colpo di Stato ma veniva fermato in extremis.

Il 22 luglio 1970 esplodeva una bomba sul treno Freccia del Sud a Gioia Tauro.

Il 31 maggio 1972, Ordine Nuovo organizzava un attentato contro quattro carabinieri.

Il 17 maggio 1973, Gianfranco Bertoli lanciava una bomba a mano davanti alla Questura di Milano. 4 morti.

Il 28 maggio 1974, un bomba scoppiava in un cestino dei rifiuti a Brescia, in Piazza della Loggia . 8 morti, 94 feriti.

Il 4 agosto 1974, dentro un vagone di seconda classe del treno Italicus esplodeva una bomba ad alto potenziale. 12 morti, 100 feriti.

Fino alla strage più grave, quella del 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna.

85 morti, 200 feriti.

Per la quasi totatlita’ di queste stragi i tribunali non vollero condannare i responsabili, i cui nomi erano gia’ scritti nelle inchieste dei magistrati.

Nessuna giustizia, ma una verita’ storica.

I fascisti, protetti dagli apparati dello Stato, colpirono vittime innocenti per fermare le idee di cambiamento che venivano espresse da larga parte dei cittadini.

 

Anche nella sinistra radicale c’era chi inneggiava alla violenza armata.

Dicevano di ispirarsi a noi partigiani, ma era solo demagogia.

Noi combattevamo il fascismo e il nazismo in un paese occupato sul piano militare, dove non uscivano i giornali, i partiti di opposizione erano messi al bando, i loro militanti uccisi, incarcerati oppure costretti al confino.

Brigate Rosse, Prima Linea, Formazioni Comuniste Combattenti e decine di gruppi della lotta armata erano solo degli assassini che spesso colpivano personaggi progressisti e democratici, riformisti.

In dieci anni ci fu in Italia un escalation di morti e di feriti.

131 persone furono uccise dal terrorismo di sinistra. Oltre 2000 feriti.

Caddero uno dopo l’altro magistrati, guardie carcerarie, poliziotti, carabinieri, giornalisti, politici.

L’attacco al cuore dello Stato arrivo’ la mattina del 16 marzo 1978.

Le Brigate Rosse rapirono il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e liquidarono gli uomini della sua scorta a Roma, in via Fani.

Per 55 giorni i brigatisti trattarono il rilascio di Moro, ma nello Stato e tra i maggiori partiti prevalse il partito della fermezza.

Il corpo senza vita di Moro venne fatto trovare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, tra via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano, e piazza del Gesu’, sede della Democrazia Cristiana.

Ogni giorno radio e televisione facevano la cronaca della carneficina.

Li chiamarono gli anni di piombo.

Nella notte della Repubblica tutti avevano paura.

Il buio del labirinto fini’ solo verso il termine degli anni Settanta, quando lo Stato arresto’ gran parte dei terroristi di sinistra grazie a leggi speciali e di polizia, l”utilizzo spregiudicato dei pentiti, la repressione, il carcere duro nell’isola sarda dell’Asinara.

Poi, con gli anni Ottanta, il riflusso annullo’ l’impegno civile.

Alla Fiat di Torino scattarono i licenziamenti politici.

La direzione della casa automobilistica invio’ lettere di licenziamento a sindacalisti e ai maggiori protagonisti delle lotte operaie degli anni Settanta. Fu un colpo al cuore ai diritti.

La fabbrica venne occupata per settimane dai lavoratori che presidiavano i cancelli giorno e notte.

Poi avvenne quello che in pochi si attendevano: quaranta mila tra impiegati e quadri dirigenti scesero in piazza per fermare l’occupazione degli operai. E ci riuscirono.

Il Partito Comunista Italiano e la Cgil persero il referendum sulla scala mobile.

Nel Partito Socialista, vecchi capi storici come Riccardo Lombardi e Pietro Nenni vennero messi da parte.

Emergevano nuovi leader come Bettino Craxi che condiziono’ con i suoi comportamenti la politica italiana per oltre un decennio.

Il segretario del Pci Enrico Berlinguer sollevo’ la questione morale e critico’ duramente i compromessi tra affari e politica, sempre piu’ marcati e piu’ evidenti.

Berlinguer mori’ durante un comizio a Padova.

Andai ai suoi funerali che si trasformarono nella piu’ grande e imponente manifestazione di popolo mai avvenuta in Italia.

Milioni di persone sfilarono lungo le strade e le piazze di Roma.

Avevamo preso treni, macchine, navi, aerei per l’ultimo saluto ad un politico onesto e coraggioso. Ogni tanto mi capita di pensare a quel partito dove sono stato iscritto per tanti anni. Quanta gente diversa ci ho visto dentro. Uomini che sognavano l’Unione Sovietica insieme a quelli che volevano solo un paese occidentale più giusto e più democratico. Quante contraddizioni, quante discussioni, quanti sogni. In tutto questo, in mezzo a tanti errori, il vero grande desiderio di un paese più giusto, più democratico, più civile, dove il lavoro fosse un valore che serviva per riscattarsi e migliorare la propria vita e quella degli altri. E dunque per rendere migliore questo nostro paese.

Vennero nuovi tempi e vennero anche nuovi governi gestiti da una classe politica che seguiva soprattutto le logiche della spartizione di potere ed affari.

E infatti giravano molti, troppi soldi e non si sapeva da dove arrivasse tutta quella improvvisa ricchezza. Anzi, lo si seppe qualche anno dopo. Ricchezza, costruita sui debiti, meglio, costruita su quel debito pubblico che da vent’anni impedisce alle nuove generazioni di costruirsi un futuro. Ma in quel periodo la Borsa inizio’ a tirare e perfino i ceti medi investivano in azioni.

Tutti sembravano piu’ ricchi, con belle macchine e doppia casa, ma come sempre era solo apparenza.

 

La sveglia arrivo’ il 17 febbraio 1992.

Sembrava uno dei tanti arresti per corruzione.

Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, una casa di riposo per anziani, veniva trovato con le mani nella marmellata.

E la marmellata era una tangente consegnata da un imprenditore di una societa’ di servizi.

In pochi pensarono che Chiesa, in realta’, era uno dei collettori di mazzette che agiva per conto dei banditi che comandavano. Lui, come tanti altri, era una delle tante pedine di un sistema piu’ complesso e perfettamente oleato di finanziamento illecito della politica attraverso appalti pubblici e privati.

La chiamarono Tangentopoli.

Nome in codice, Operazione Mani pulite.

In pochi mesi, il pool dei magistrati di Milano titolari delle indagini sulla corruzione, arrestarono e misero sotto accusa centinaia tra politici, imprenditori, funzionari dello Stato, faccendieri, manager di grandi aziende.

Un terremoto di proporzioni devastanti.

I corrotti resistettero per qualche mese ma poi gran parte di loro dovette ammettere davanti ai magistrati i reati contestati.

Personaggi di primo piano dell’economia entravano con la loro valigetta nel carcere di San Vittore e uscivano dopo aver vuotato il sacco.

Il sistema crollo’ in breve tempo e tutti i partiti piu’ importanti della prima repubblica dovettero sciogliersi.

Tutti pensammo che qualcosa stesse davvero cambiando.

Una rivoluzione epocale.

C’era in noi la speranza che una nuova classe politica pulita e onesta prendesse il posto di quella vecchia e corrotta.

E invece anche questa volta nulla cambio’.

Anzi, torno’ il terrore.

Il 23 maggio 1992, in piena Tangentopoli, la mafia colpi’ lo Stato.

Cinquecento chilogrammi di esplosivo, inseriti in un canale di scolo dell’autostrada Palermo – Trapani, uccisero il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.

Il 19 luglio 1992, tocco’ al giudice Paolo Borsellino in via D’Amelio, sempre a Palermo.

Ma anche in quei giorni l’Italia non abbasso’ la testa.

Un moto d’indignazione percorse il paese.

Manifestazioni imponenti si tennero a Palermo e in tutta Italia.

La mafia alzo’ di nuovo il tiro.

Nel 1993, colpi’ a Roma, in via Fauro, a Firenze in via dei Georgofili, in via Palestro a Milano.

E ancora a Roma contro le chiese del Velabro e del Laterano.

Morti, feriti, chiese e opere d’arte distrutte.

Ma gli italiani non si lasciarono intimorire.

La mafia sembro’ piu’ isolata, scattarono le indagini, vennero arrestati i boss responsabili delle stragi.

Tutto sembrava cambiare.

E invece no.

Una nuova classe politica nasceva dalle ceneri della vecchia ormai demolita dalle inchieste.

 

L’uomo si era perfino costruito un mausoleo dove mettere il suo cadavere da morto.

Aveva messo in piedi un impero televisivo dal nulla.

Aveva accumulato un numero imprecisato di quattrini attraverso la speculazione edilizia e il malaffare.

Alla fine si era fatto un partito a sua immagine e somiglianza.

C’era l’inno, sventolavano le bandiere azzurre, le campagne elettorali si svolgevano all’americana, e il magnate, insultava dai teleschermi gli avversari che chiamava nemici e dava del coglione a chi votava contro di lui.

I militanti del suo partito erano come lui, invasati e populisti, ma erano italiani.

Gli uomini in completo blu, cravatta azzurra e camicia bianca.

Le donne belle, appariscenti, possibilmente bionde, vestite in modo elegante.

Le sue gaffe fecero il giro del mondo.

Si rideva per non piangere.

Voleva incontrare Alcide Cervi, il padre dei sette fratelli uccisi nel 1944 dai fascisti, che era morto molti anni prima.

Diceva che Ventotene era un gran bel luogo di vacanza e si dimenticava che per molti anni gente come me era stata rinchiusa in carcere in quell’isola.

Sosteneva che i comunisti mangiavano i bambini, ma frequentava un ex capo del servizio segreto russo diventato oligarca.

Dava del capo’ al presidente del gruppo socialdemocratico all’Europarlamento.

Trasformava le sue residenze in bordelli a cielo aperto dove prostitute si vestivano da suora o infermiera per soddisfare i suoi desideri.

Governava il nostro paese per 17 anni con l’appoggio di ex fascisti da lui sdoganati e dei leghisti. La Lega. Partita per cambiare l’Italia con l’idea del federalismo e diventata un partito che col tricolore vuole pulirsi il culo. Partita dalla difesa dell’identità locale e arrivata all’odio per gli extracomunitari possibilmente da ributtare in mare. Un brutto film. Un brutto film sostenuto dall’idea più stupida e più antidemocratica che un uomo possa partorire e cioè quella che si possa governare un paese come si dirige un’azienda. Infatti ne arrivò un fallimento.

Ma gli italiani lo amavano e lo votavano.

E diventavano sempre piu’ poveri, perdevano il lavoro, chiudevano le fabbriche, i consumi si fermavano, anzi regredivano, la disoccupazione giovanile raggiungeva livelli record, i diritti dei lavoratori diminuivano.

Nel pieno della piu’ grave crisi economica del dopoguerra, proprio la crisi, non gli italiani, lo caccio’ via.

Oggi che sono quasi alla fine dei miei giorni mi chiedo che ne sara’ dell’ Italia.

E vivo un presente dove la gente non vede futuro.

Ma il futuro e’ la somma del passato e del presente.

Il futuro e’ imprescindibile da quello che sei stato e da quello che sei ora.

Segui il comportamento del nostro popolo.

Nel ventennio di tanto tempo fa quasi tutti erano fascisti.

Dopo la liberazione, quasi tutti divennero democratici.

Poi in gran parte divennero democristiani e loro alleati.

Italiani che denunciavano il malaffare ma votavano, complici e sudditi, per chi lo gestiva.

Poi negli anni Novanta diventarono tutti anti partiti, inneggiando ai magistrati anticorruzione. E simboli e capi di quei partiti furono fatti fuori o costretti a lasciare il campo alle seconde linee cresciute dietro di loro.

Allora trovarono un nuovo eroe, ricco, famoso, potente.

E lo votarono. E vennero ancora una volta fregati.

 

E oggi?

Oggi gli italiani pensano che i partiti sono tutti uguali e che non ci sono differenze tra chi e’ stato responsabile dei disastri del paese e chi ha combattuto con ogni mezzo la corruzione, il degrado, gli scempi ambientali, la spartizione delle cariche pubbliche, le mafie, i poteri occulti.

Ma non sono tutti uguali. No, non siamo tutti uguali.

Non e’ colpa nostra se i giovani dovranno lavorare per anni senza un futuro e senza la prospettiva di una pensione.

Non è colpa nostra se manager di Stato prendono stipendi da miliardari e, se sbagliano, vengono mandati a casa con lauta buona uscita.

Non siamo noi quelli che chiudevano gli occhi quando il debito pubblico si ingigantiva, quando le pensioni si abbassavano, quando il tasso di disocupazione saliva, quando solo una casta di amici degli amici si spartiva il potere con il malaffare.

Non siamo noi che abbiamo venduto il sogno di un paese migliore. Non siamo noi che ve l’abbiamo rubato. Non è con le mie mani che è stato ammazzato il futuro che vi è stato tolto. Non è nella nella mia storia di resistente, di emigrante, di operaio, di contadino, di artigiano e anche di vecchio scrittore di memoria che potrai trovare il male. E non è neppure dentro ai tanti errori della mia vita che troverai il male. Perché, se scaverai dentro di me, troverai soltanto un uomo che ha lottato e vissuto in nome di un sogno. E questo sogno era il sogno chiaro e pulito di un paese migliore. E, come ultima cosa, ti direi che spenderei ancora il poco tempo che mi resta proprio per costruire insieme a te questo sogno.

Ma, sappi che saper sognare vuol dire anche saper resistere e saper gridare.

Il ragazzo ora alza gli occhi da quel piccolo libro che ha appena finito di leggere. Ora cerca con lo sguardo il vecchio dall’altra parte dei giardini pubblici, ma ormai da qualche minuto lui se n’è andato.

E’ quasi sera.

Il ragazzo cammina verso casa sua, in una mano c’è un pallone e nell’altra c’è un libro.

Nella sua testa e nel suo cuore forse un giorno ci sarà un sogno. Lo stesso sogno di quel vecchio. Lo stesso sogno dei ponti. I ponti della memoria.

 

 

 

 

 

 

0 Quel giorno a Cinisi

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GAETANO LIGUORI

QUEL GIORNO A CINISI STORIA DI PEPPINO IMPASTATO

 


Live Ponteranica con Gaetano Liguori 1 parte 15/01/2009(video)

Live Ponteranica con Gaetano Liguori 2 parte 15/01/2009(video)

Live Ponteranica con Gaetano Liguori 3 parte 15/01/2009(video)

Live Cinisi Forum Antimafia con Gaetano Liguori 07/05/2006(audio)

Live Modena Teatro Tenda con Gaetano Liguori 01/10/2006(audio)

Live Torino Circolo dei Lettori con Gaetano Liguori 05/09/2007(audio)

 

Ha braccia forti e un corpo allungato, come il suo volto.

Capelli mai pettinati, e baffi, e barba.

E uno sguardo che osserva lontano.

Al di là delle persone e dei fatti, al di là della sua stessa terra.

E’ uomo curioso, Giuseppe Impastato, Peppino.

A Cinisi c’è nato e cresciuto.

5 gennaio 1948.

Il padre, Luigi Impastato, è un commerciante, amico di mafiosi.

Lo zio, Cesare Manzella, è un capomafia ucciso nel 1963 nel corso di una guerra tra clan.

E’ giovane Peppino.

Lui ha fatto un giuramento.

“Così, come mio padre, non ci diventerò mai”.

Rompe con il padre Luigi e avvia un’attività politica di contrasto a Cosa Nostra.

Fonda il circolo “Musica e Cultura”.

Cineforum, concerti e soprattutto dibattiti.

Molti dicono che è matto, ma altri giovani del paese si uniscono a lui.

Siamo nel 1976.

Insieme ad un gruppo di amici mette su una radio libera.

La chiama Radio Aut.

Piccola emittente che denuncia le illegalità, i progetti criminali, gli affari della mafia.

Nel 1978 decide di candidarsi come indipendente nelle liste di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali.

Ma a quell’appuntamento non arriverà mai.

9 maggio 1978.

Sono le ore 1,40.

Il macchinista del treno Trapani-Palermo, Gaetano Sdegno, è un onesto lavoratore.

Quella tratta di ferrovia siciliana che sfila tra le campagne e i coltivi la conosce bene.

Località “Feudo”, territorio di Cinisi.

Il macchinista avverte uno scossone, ferma la locomotiva e osserva il binario:é tranciato.

Così avverte il dirigente della stazione ferroviaria che, alle 3,45 chiama al telefono i carabinieri.

Arrivano sul posto.

Compiono il primo sopralluogo.

Il binario è divelto per un tratto di circa 40 centimetri e nel raggio di 300 metri sono sparsi resti di una persona.

E’ Giuseppe Peppino Impastato.

Sul posto accorrono decine di paesani curiosi.

I compagni di Impastato vengono tenuti a distanza.

Ciò che rimane del corpo di Peppino viene raccolto in un sacco di plastica e portato via.

Lo stesso 9 maggio il procuratore aggiunto Gaetano Martorana invia un fonogramma al procuratore generale in cui parla di “attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda”. Scriveva il magistrato:

<<Verso le ore 0,30-1 del 9.5.1978, persona allo stato ignota, presumibilmente identificantesi in tale Impastato Giuseppe, si recava a bordo della propria autovettura Fiat 850 all’altezza del Km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo, per ivi collocare un ordigno dinamitardo, che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore.>>

Depistaggio numero 1.

E’ notte e avviene un fatto strano.

Il tratto di binario tranciato dall’esplosione viene subito riparato.

Ma come… di fretta… e poi al buio…

Si vogliono cancellare prove importanti.

Depistaggio numero 2.

A venti metri dal binario tranciato, i carabinieri trovano una Fiat 850.

E’ di proprietà di Peppino Impastato.

Dal cofano socchiuso esce un cavo telefonico collegato con i morsetti alla batteria. Nell’auto c’è una matassa di venti metri di cavo.

Proprio la distanza che separa il veicolo dai binari.

Guarda che combinazione…

Depistaggio numero tre

La pista seguita dai carabinieri e dalla polizia è l’attentato terroristico.

Sì perché a Roma, in via Caetani, in quel 9 maggio 1978, viene trovato il corpo senza vita di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse.

Peppino per le autorità è un estremista, una testa calda.

Quindi un fiancheggiatore.

Depistaggio numero quattro.

I carabinieri perquisiscono le case della zia, Fara Bartolotta, della madre, Felicia Bartolotta, e dei compagni di Peppino.

Requisiscono i libri, numeri di “Lotta continua”, il libro di Erich Fromm: Anatomia della distruttività umana.

In casa della zia trovano la lettera in cui Peppino parla dei suoi propositi di suicidio, scritta mesi prima.

Depistaggio numero cinque.

Non vengono perquisite le case dei mafiosi.

Soprattutto quella di Don Tano Badalamenti che si trova proprio a… cento passi da quella Peppino.

Ma i compagni di Peppino non ci stanno.

Sanno che quella delle forze dell’ordine è una verità di comodo.

Sui muri di Cinisi appare già un manifesto:

“Peppino Impastato è stato assassinato. Il lungo passato di militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli assassini e dalle “forze dell’ordine” per partorire l’assurda ipotesi di un attentato terroristico. Non è così! L’omicidio ha un nome chiaro: mafia. Mentre ci stringiamo intorno al corpo straziato di Peppino, formuliamo una sola promessa: continuare la battaglia contro i suoi assassini.

Democrazia Proletaria”.

Depistaggio numero sei

10 maggio. Nel giorno del funerale a cui partecipano migliaia di persone, in gran parte venute da palermo e dai paesi vicini, viene presentato un rapporto del maggiore dei Carabinieri Subranni: Peppino Impastato è morto compiendo un attentato terroristico.

Ma come……Nel dicembre del 1977, proprio i carabinieri di Cinisi avevano scritto che Peppino e i suoi compagni facevano manifestazioni di piazza ma non erano ritenuti “capaci di compiere attentati”.

11 maggio.

La battaglia tra verità e menzogna è appena iniziata.

Gli amici di Peppino presentano un esposto e proseguono le ricerche.

Il giorno dopo, al prof. Del Carpio consegnano frammenti del corpo di Peppino e una pietra macchiata di sangue.

La pietra la trovano all’interno del casolare nei pressi del binario, dove Peppino era stato portato, già tramortito.

Una pietra con macchie di sangue era già stata consegnata al maresciallo dei carabinieri di Cinisi dal necroforo comunale che ha raccolto i resti del corpo di Peppino. La pietra non è mai stata ritrovata.

Di sera, i compagni di Peppino organizzano un comizio e indicano una pista da seguire: il mandante dell’omicidio è il boss Don Tano Badalamenti.

Lo urlano a gran voce, perché tutto il paese senta quel nome chiaro e forte.

Le finestre delle case del corso sono chiuse.

“Se queste finestre non si apriranno l’attività di Peppino è stata inutile”, dice Umberto Santino, del Centro siciliano di documentazione, concludendo il comizio.

12 maggio. Si costituisce a Palermo, presso il Centro siciliano di documentazione già esistente, il Comitato di controinformazione “Peppino Impastato”.

14 maggio. Elezioni amministrative. Peppino viene eletto con 260 voti di preferenza. A Cinisi, Democrazia Proletaria ha il 6 per cento dei voti.

Ma la Democrazia Cristiana ha 2.098 voti, balza dal 36,2% del 1972, al 49%.

Depistaggio numero sette.

16 maggio. Entra in scena l’informazione.

Il “Giornale di Sicilia” pubblica passi della lettera in cui Peppino manifesta propositi di autodistruzione.

Passa così la tesi del suicidio nel compimento di un attentato.

La madre di Peppino e il fratello Giovanni presentano un esposto alla Procura. E’ un fatto storico di rottura con la cultura mafiosa, particolarmente significativo perché proveniente da una famiglia di mafia.

Sì perché la mafia Peppino non l’aveva a “cento passi” ma proprio dentro la sua casa.

30 maggio. Depistaggio numero otto.

Gli amici di Peppino presentano un nuovo esposto ma il maggiore dei carabinieri Subranni, invece di indagare conferma la tesi: Impastato si suicida mentre compie un attentato terroristico.

28 ottobre. Vengono effettuate le perizie balistiche per accertare il tipo di esplosivo impiegato per fare saltare Giuseppe Impastato.

6 novembre 1978

E’ la svolta.

La magistratura non crede alle tesi dei carabinieri.

Il sostituto procuratore trasmette gli atti all’ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato, a carico di ignoti.

Il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo è Rocco Chinnici.

Gennaio 1979. Su sollecitazione del rappresentante del Comitato di controinformazione, Umberto Santino, Democrazia Proletaria si costituisce parte civile. Avvocati: Umberto Terracini, Ambrogio Viviani (presidente della Commissione giustizia), Francesco Tassone. Solo quest’ultimo svolgerà qualche attività.

La magistratura si muove.

10 febbraio. Comunicazione giudiziaria a Giuseppe Finazzo,indiziato per l’omicidio di Impastato.

14 febbraio. Arresto di Giuseppe Amenta, per falsa testimonianza.

Non solo la magistratura, anche la società civile vuole la verità sull’omicidio di Peppino Impastato.

Nell’aprile 1979. Si formano comitati di controinformazione a Castellammare, Partinico, Caltanissetta. Il Comitato di controinformazione di Palermo propone una manifestazione nazionale per il 9 maggio, primo anniversario dell’assassinio. 2000 persone ricorderanno la figura di Impastato. Non un terrorista, ma un uomo che lottava contro la mafia.

27 maggio 1980. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici dispone una perizia tecnica sulle denunce di Impastato relative ad abusi edilizi. In seguito questa pista verrà abbandonata.

In estate, chiude Radio Aut, la voce di Peppino e dei suoi compagni. Nel 1980 il Centro siciliano di documentazione viene intitolato a Giuseppe Impastato.

Dal 1981 al 1983 la guerra di mafia in corso tra Badalamenti e i suoi alleati e i “corleonesi” e i loro alleati provoca a Cinisi molti omicidi. Conflitti tra mafiosi, che coinvolgono uomini di Badalamenti, si svilupperanno anche negli Stati Uniti.

Siamo nel maggio 1984.

Ordinanza-sentenza istruttoria, del consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso il 29 luglio 1983, poi completata e firmata dal suo successore Antonino Caponnetto.

Impastato è stato ucciso dalla mafia, per il suo impegno di denuncia e di lotta, ma che non si possono individuare i responsabili del delitto. Nessun cenno al lavoro dei compagni di Peppino e del Centro Impastato. Per loro gli assassini hanno nome e cognome e l’inchiesta deve rimanere aperta.

I magistrati Falcone e Sciacchitano si recano negli Stati Uniti ma non ottengono l’estradizione di Badalamenti.

Settembre 1984. Il pentito Tommaso Buscetta ricostruisce la composizione della mafia di Cinisi. Gaetano Badalamenti sarebbe stato il capo fino ai primi mesi del 1978, dopo sarebbe stato sostituito da un reggente, Nino Badalamenti.

15 Novembre 1984. Gaetano e Vito Badalamenti e Pietro Alfano vengono estradati dalla Spagna negli Stati Uniti. Nell’ottobre 1985 inizia a New York il processo Pizza Connection. Don Tano è l’imputato di maggior spicco.

1986.

Il Centro Impastato pubblica il volume La mafia in casa mia e il dossier Notissimi ignoti. Raccogliendo la storia di vita della madre di Peppino riemerge un particolare dimenticato: il padre di Peppino, in seguito a un incontro con Badalamenti, si era recato negli Stati Uniti e parlando con una parente le avrebbe detto: “Prima di uccidere Peppino, debbono uccidere me”. Il libro e il dossier vengono presentati alla magistratura e sulla loro base si chiede la riapertura dell’inchiesta.

Il 1987 è l’anno della giustizia.

Tano Badalamenti è condannato a 45 anni di reclusione per Pizza Connection.

Nel 1988, l’inchiesta sull’omicidio di Peppino si riapre finalmente. Il giudice Falcone si reca negli Stati Uniti e interroga Badalamenti.

Il 9 maggio 1989, a Cinisi il Centro Impastato colloca una lapide sulla facciata della casa della madre di Peppino:

“A Giuseppe Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Il Centro Impastato ricorda il suo contributo di idee e di esperienze nella lotta contro il dominio mafioso”.

Siamo nel 1990. Si fanno sempre più insistenti le voci di un’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Peppino. Quell’anno, online casino il ministro dell’Interno Antonio Gava rispondendo, con due anni di ritardo, a un’interrogazione dell’allora deputato di Democrazia Proletaria Guido Pollice, sostiene che non risulta che Impastato sia stato ucciso dalla mafia e che pertanto non spetta ai familiari l’indennizzo previsto per le vittime di mafia. Il Centro Impastato chiede le dimissioni di Gava.

La battaglia tra giustizia e omissioni si fa incalzante.

Nel 1992 il sostituto procuratore De Francisci archivia l’inchiesta. Esclude la responsabilità di Badalamenti e si ipotizza quella dei corleonesi, avversari di Badalamenti. Il Centro Impastato ribadisce la responsabilità di Badalamenti.

1994. L’avvocato dei familiari e del Centro Impastato, Vincenzo Gervasi, presenta una richiesta di riapertura delle indagini: si chiede che vengano interrogati sul delitto Impastato alcuni mafiosi collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Palazzolo, legato a Badalamenti.

1996. Una buona notizia. L’inchiesta si riapre formalmente ma la madre di Peppino, Felicia, si rivolge al Presidente della Repubblica per farsi riconoscere l’indennità per le vittime di mafia.

1997. Il gip del Tribunale di Palermo Renato Grillo emette un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Gaetano Badalamenti come mandante del delitto Impastato.

1998. Peppino Impastato è una vittima di mafia anche per lo Stato. Ci sono voluti vent’anni per capirlo ma le cose in Italia funzionano così. Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo vengono rinviati a giudizio.

2000. Anche il Parlamento si muove.

La Commissione parlamentare antimafia approva all’unanimità la relazione sul “caso Impastato”, presentata dal relatore senatore Giovanni Russo Spena, in cui si riconoscono le responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini sul delitto Impastato.

5 marzo 2002.

La Corte condanna il mafioso Vito Palazzolo a 30 anni di carcere per l’assassinio di Giuseppe Impastato. Il giudice a latere Angelo Pellino, estensore della sentenza, scrive:

<<Sulle indagini grava l’intollerabile sospetto di un sistematico depistaggio o comunque di una conduzione delle stesse viziata da uno sconcertante coacervo di omissioni negligenze ritardi mescolati ad opzioni investigative preconcette che ne avrebbero condizionato ed alterato la direzione e lo sviluppo.>>

E’ una sentenza importante perché riconosce il ruolo dei familiari, dei compagni di Impastato, e del Centro siciliano di documentazione che ha dato un “prezioso contributo, nel corso degli anni, alla raccolta sistematica di un prezioso materiale informativo”.

11 aprile 2002.

Ventiquattro anni dopo.

Le 17,15.

A Palermo esce la Corte.

Ergastolo a Don Tano Badalamenti.

E’ il mandante dell’assassinio di Peppino Impastato.

Leggo un passo delle conclusioni della sentenza.

“….Grazie alle dichiarazioni dei collaboratori, non solo si è potuto restringere il cerchio della responsabilità alla cosca di Cinisi, ma anche è rimasto accertato che Badalamenti Gaetano, avvalendosi delle prerogative di capo di detta famiglia, decise l’omicidio e la sua esecuzione con quelle particolari modalità, essendo il maggiore interessato sia all’eliminazione del Giuseppe Impastato, che alla successiva messa in scena dell’attentato; cosicché il composito quadro indiziario, per la sua gravità, precisione ed univocità, impedisce ogni altra lettura alternativa”.

Va bene… direte voi… Don Tano Badalamenti.

E i responsabili dei depistaggi?

Scrive la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giuseppe Impastato.

“E’ ancora tutto da scrivere il capitolo del rapporto tra mafiosi e forze dell’ordine. E quando finalmente lo si scriverà si potrà vedere che è popolato da noti capimafia che con i carabinieri trattano, si accordano, fanno dei patti. Un doppio gioco, ma alla luce del sole”.

Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia politica, quella che non fa rumore, che si nasconde nei gangli vitali delle nostre istituzione e colpisce ancora oggi.

Le sue idee, gli scritti, le poesie qualcuno li ha raccolti davvero.

Un mare di gente a flutti disordinati s’è riversato nelle piazze, nelle strade e nei sobborghi. È tutto un gran vociare che gela il sangue, come uno scricchiolio di ossa rotte. Non si può volere e pensare nel frastuono assordante; nell’odore di calca c’è aria di festa.

Appartiene al suo sorriso l’ansia dell’uomo che muore, al suo sguardo confuso chiede un po’ d’attenzione, alle sue labbra di rosso corallo un ingenuo abbandono, vuol sentire sul petto il suo respiro affannoso:è un uomo che muore.

Lunga è la notte e senza tempo. Il cielo gonfio di pioggia non consente agli occhi di vedere le stelle.Non sarà il gelido vento a riportare la luce, né il canto del gallo né il pianto di un bimbo. Troppo lunga è la notte, senza tempo,infinita.

Dimenticare Peppino sarebbe come ucciderlo due volte.

0 La Historia Y La Memoria

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

LA HISTORIA Y LA MEMORIA

Rappresentato in versione solista nel tour Cuba 2004: L’Avana, Trinidad, Niquero, Santiago.

 

Live Cuba Avana Parque Almendares versione solista 19/04/2004(audio video)

 

Agosto del 1994. Santa Anna di Stazzema es un pequeño pueblecito
de montaña, en la Provincia de Lucca, en Toscana. La historia
parte de una foto en blanco y negro, un poco desteñida, refleja
un grupo de pequeños que juegan alegres delante al parque de la
escuela. Cantan y rièn felices, se tienen de la mano y hacen una
rueda: Las niñas vestidas de blanco, con los delantales limpios
y los sombreritos en la cabeza. Los niños con la camisa, los
pantalones cortos y las trabillas.

<< Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti
giù per terra>>

Momentos antes habìan escrito sus sueños en hojas de papel.
Pocas lineas, frases de niños que viven despreocupados dentro de
sus juegos mientras alrededor la guerra de los grandes destruye y
divide el mundo.

<<Sueño, sueño de hacerme mèdico para ayudar a las
personas. Sueño de ver el mar porque desde acà arriba està
lejos. Sueño, sueño de llegar a viejo como mi abuelo. Sueño de
hacer el pan con mi abuela. Sueño, sueño y aùn sueño que
corro en el bosque con mi perrito>>

Pero el 12 de agosto de 1944, esos sueños de niños vinieron
quebrantados de algo màs grande que ellos, algo que tenìa que
ver con la muerte y la violencia de los grandes. Los cohetes
iluminaron el cielo de rojo. Despuès llegaron los soldados
nazistas de las SS de la 16ma divisiòn Himmler.

Entraron a Santa Anna di Stazzema acompañados de italianos
facistas con camisa negra.Quemaron las casas, destruyeron las
iglesias, el municipio. Al final se contaron 560 muertos. Pocas
personas lograron sobrevivir a esa matanza.

Si ustedes van a Santa Anna di Stazzema hay una targa en la plaza
principal :

<< En este lugar la guerra arranccò a los niños de las
rondas.>>

Aquella foto de niños que corren y rien sin preocuparse de las
cosas del mundo, conserva aùn hoy el sentido de la historia y de
la memoria. Todavìa hoy, despuès del tiempo que ha pasado.
Escribìa Cèsar Pavese:

<< Ahora que he visto que cosa es la guerra, sé que todos,
si un dìa se terminara, deberìan preguntarse : < Y de los caìdos
que hacemos? Porque estan muertos? Yo no sabrìa que cosa
responder. No ahora, al menos- No me parece que los demàs lo
sepan. Porque lo saben solo los muertos, solamente para ellos la
guerra se acabò de verdad.>>

Saben ustedes cuantas cosas se pueden amontonar en un armadio?
Prueben a imaginarlo. Un armadio que se ha quedado olvidado
dentro un edificio del año ‘500, a Roma, sede de la
Fiscalia General Militar. Un armadio con las puertas contra la
pared, serradas a llaves, protegido de una reja y un candado. En
mayo del 1994 algunos obreros estaban trabajando en dicho
edificio, se dieron cuenta de la presencia de ese armadio. Lo
abrieron y saliò a la luz lo que quedaba de la memoria italiana.

695 fascìculos, amontonados unos arriba de los otros. Un
registro compuesto de 2273 voces anotaba el contenido de aquel
material en modo riguroso, preciso, ordenado. Estaban los
testimonios de los sobrevividos a los estragos de los nacistas y
de los fascistas. Estaban los nombres de los culpables. Al nùmero
1 la massacre de las Fosas Ardeatine en Roma. A la cabeza Herbert
Kappler, seguido del nombre de otros asesinos. Estaba Erich
Priebke y Carl Hass. Y estaban aquellos que golpearon a
Marzabotto, Fivizzano y a Santa Anna di Stazzema y en centenares
de pueblos y ciudades italianas entre el 1944 y el 1945. Todo
ordenado con una puntillosidad casi encomiable en una historia de
verdadera injusticia, la injusticia màs tremenda que un pueblo
pueda sufrir. Fuè una carniceria. Nazista y fascista, SS y
“republiquinis” de Salò hicieron miles de victimas.
Gente sin armas, civiles que huìan de la guerra. La mayor parte
mujeres, niños y ancianos, pequeños en pañales todavìa. No
fueron represalias. La exacta definiciòn es homicidios. Como fu
posible esconder por todo este tiempo una verdad tan importante e
incomoda? Quièn decidiò el traslado de aquellos fasciculos?

Saben cual es la verdad? Esos fascìculos que se quedaron
sepultados por casi cincuenta años traìan dos cuños: Comando
aleado y Comando Alemàn. Archivados para siempre en nombre del
tratado de Yalta y de la reparticiòn del mundo. Un silencio
culpable de los gobiernos italianos que se alternaron hasta el
1994 y que en nombre de aquellos acuerdos han tenido escondido la
historia del paìs a sus ciudadanos. Pero alguièn en el 2004
conserva las investigaciones sobre los estragos nazi- fascistas
en Italia desde el 1944 al 1945. El Fiscal General de la Spezia
Marco de Polis. Un dìa me contò:

“ unos meses atràs escuchè un testigo de los hechos.
Escondido en un bosque cerca de Marzabotto, viò ametrallar a su
madre y la hermana junto a otras 170 personas. Terminaremos las
investigaciones en este año, si antes no mueren los imputados.
Trato de no pensar en eso demaciado, pero la verdad es que estoy
haciendo una Norimberga italiana, con 60 años de atraso. Dos años
atràs, antes de comenzar las investigaciones, hubiera dicho que
todo este trabajo no tenìa mucho sentido. El ejercicio
obligatorio de la funciòn penal, hubiera dicho como magistrado.
Despuès conocì los sobrevivientes, las victìmas y sus verdugos.
Y cambiè idea. Este enorme trabajo es ùtil. Es civil. Es un
modo para rendir homenaje al dolor de personas que no tuvieron la
posibilidad de tener justicia de parte del Estado.

Las bombas traen mensajes. Muchas veces estan escondidos.
Velados, no declarados. A veces ni siquiera se entienden. Del
resto los atentados en tiempo de paz meten miedo, dividen el paìs,
cierran el diàlogo entre las fuerzas polìticas y los
parlamentarios, blocan el desarrollo de una democracia cumplida,
golpean victìmas inocentes, hacen sentir a todos màs
bulnerables, y sobre todo apagan las luces de las casas. Cada
bomba, però, contiene una huella digital imborrable. No siempre
es fàcil llegar al su còdigo genètico, pero a menudo se logra.
Sirven laboratorios, pericias, profesionalidad. De todas maneras
se necesita tiempo, paciencia y mucha suerte. Luego aquella
huella que se queda en cada artefacto se convierte en una marca
de fàbrica. El mensaje de las bombas estalladas en Italia desde
el 1969 hasta hoy es algo màs que una prueba. Ahora no sirven anàlisis.
Es suficiente querer entender.

Aula de maxima seguridad de la càrcel de San Victore, 30 de
junio 2001. La campana del proceso a la historia suena a las 4.05
pm. En aquel momento que antecede la lectura de la sentencia, es
como oir las emociones que se siguen en el aula. Las esperanzas
de los familiares de las victìmas, de los acusados y de la parte
civil, las angustias y las dudas de los abogados defensores.

Estrago de Plaza Fontana, 12 de diciembre 1969, 16 muertos, 88
heridos. 32 años despuès. El Presidente de la segunda Corte de
Assise de Milano, Luigi Martino es un hombre con el pelo gris.
Debe haber vito muchas cosas antes de aquel proceso. Por meses ha
escuchado neofascistas, hombres unidos a lo Servicios Secretos,
generales, maniobreros. Martino leè la sentencia.

Los militantes de Orden Nuevo (organizaciòn facista), Delfo
Zorzi, Carlo Marìa Maggi, Giancarlo Rognoni condenados a cadena
perpetua. Dos años a Stefano Tringali por complicidad con Zorzi.
Absoluciòn para el colaborador de la justicia Carlo Digilio.

Sin embargo solo tres años despuès esa sentencia viene cambiada.
Los arrepentidos reconocidos como creibles en el proceso de
primer grado, ahora para los jueces de segundo grado mienten.
Porquè despuès de tantos años no se quiere hacer luz sobre los
estragos italianos? Cuales verdades indecibles estan detràs de
esos atentados?

Me piden hechos y nombres?

El 12 de diciembre de 1969 estalla una bomba en el Banco Nazional
de la Agricultura en Milàn, 16 muertos y 88 heridos. Otra viene
colocada en la sede del Banco Comercial. Posee las mismas carcterìsticas
de la primera pero no estalla. Otros ordiños vienen colocados en
el pasaje subterràneo del Banco Nazional del Trabajo en Roma.
Trece heridos. Bombas de potencia elevada golpean el Altar de la
Patria y el ingreso del Museo del Risorgimiento en Roma. Cuatro
heridos. Los investigadores encaminan las investigaciones hacia
los anàrquicos. Ochenta detenidos y arrestados. Entre ellos
estaban el ferroviario Giuseppe Pinelli y el bailarìn Pietro
Valpreda. Pinelli se cayò del cuarto piso de la Fiscalìa de
Milano durante un interrogatorio. Años despuès los jueces
escribirìan que Pinelli tuvo un patatùs. Que corage…Valpreda
fue encerrado en una càrcel hasta el 1972. Inocente. Pasan los años
y la magistratura toma la pista justa. Los portafolios que
contienen el explosivo del 69 fueron comprados por Franco Freda y
Giovanni Ventura, fascistas de Padova. Aflora un plan que debe
terminar en un intento de golpe de Estado militar.

Y alguièn lo organiza realmente, la noche del 8 de diciembre de
1970. Es el princìpe Junio Valerio Borghese. Repartos del ejèrcito
estan ya operativos, asì como hombres de Avanguardia Nacional y
de Orden Nuevo pero el ministro del Interior Mariano Rumor no da
el via libre. Años despuès se supo que Licio Gelli, Gran
Maestro de la logia Masonica P2 tenia que raptar el entonces
Presidente de la Repùblica Giuseppe Saragat.

El 22 de julio de 1970 estalla una bomba en el tren “Flecha
del Sur” en Gioia Tauro pero los investigadores dicen que ha
sido un accidente. No se haràn investigaciones hasta el 1993. La
bomba fue colocada por dos criminales calabreses. El dinero
provenìa del Comitè de acciòn de la provincia de Reggio,
formado por representntes y parlamentares del Msi.

Y aùn. 31 de mayo de 1972. Vincenzo Vinciguerra es un militante
de Orden Nuevo. Organiza un atentado contra los carabinieres.
Llama los militares por telèfono: se està quemando una màquina.
Los carabinieres llegan a Peteano di Sagrato. Se acercan a una màquina
modelo 500 rellenada de triol. Abren la puerta… tres
carabinieres saltan en aire.

7 de abril 1973. El fascista Nico Azzi hace estallar entre sus
piernas un ordiño en el tren Torino- Roma. Algunos testigos lo
habìan visto caminando entre los vagones con una copia del periòdico
“Lucha Continua” (periodico de la izquierda extrema) en
la mano.

17 mayo de 1973. Gianfranco Bertoli, se acuerdan que decìa que
era anàrquico pero pertenecìa a los servicios secretos. Tira
una granada delante de la Fiscalìa de Milan. 4 muertos. El
proyecto debìa terminar en otro intento de golpe de Estado en el
1974.

Me pidieron hechos y nombres. Algunos los he revelados. Es el
neofascista Vincenzo Vinciguerra, se acuerdan?, reo confeso en el
estrago a Peteano di Sagrato, in Friuli.

“Los estragos que han ensangrntado Italia a partir del 1969,
pertenecen a una unica matriz organizativa. Dicha estructura
obedece a una lògica segùn la cual las direcciones salen de
Aparatos inseridos en las Instituciones y para la exactitud en
una estructura paralela y secreta del ministerio del Interior.
”.

Me pidieròn hechos y nombres, eh… Ahora està todo màs claro?

Brescia, 28 de mayo de 1974. El cielo no promete nada bueno.
Entran en la Plaza de la Logia diezmil sindicalistas, obreros,
estudiantes, desempleados, jòvenes y ancianos, caras de gente
comunes. Los manifestantes esperan una seña, un gesto el señal
de una protesta civil contra una violencia que ya dura desde
semanas. Lo han jurado: aquellos atentado, aquellas bombas se
tienen que acabar. Habla Franco Castrezzati de la Cisl. Son las
10.12 am. La lluvia inizia a caer copiosa sobre miles de paraguas
abiertos, sobre los impermiables sobre los chalecos. Las suyas
seran palabras atragantadas.

“Amigos y compañeros, trabjadores, estudiantes, estamos en
la plaza porque en estos ultimos tiempos una serie de atentados
de clara marca fascista ha puesto nuestra ciudad a la atenciòn
preocupada de todas las fuerzas antifascistas. Y asì han venido
a la luz hombres de primer orden que tienen relaciones con los
atentadores de Plaza Fontana y del tren Torino – Roma,
vienen tambièn a la luz bombas, armas, tritol, explosivos de
todo tipo. Nos encontramos de frente a tramas entretejidas
secretamente de quièn tiene los meios y los objetivos precisos.
A Milano… Esten parados… este tranquilos, esten tranquilos.
Esten en la parte interior de la plaza, el servicio de orden haga
un cordon alrededor de la plaza, esten al interno de la plaza.
Inviamos a todos a dirigirse debajo del palco, vengn debajo del
palco, esten tranquilos, dejen el puesto a la Cruz Blanca, dejen
el paso, dejen el pao a las màquinas, todos en Plaza de la
Victoria, todos en Plaza de la Victoria”.

Plaza de la Logia, 28 de mayo 1974. Ocho muertos. 94 heridos,
algunos graves. Cinco maestros, dos obreros, un jubilado. Ni
siquiera una sonrisa, una sospecha, una palabra, ni siquiera una
fracciòn de tiempo, cuanto basta para darse cuenta que en un
cesto de la basura, debajo de los pòrticos de la plaza, hubo quièn
colocò poco antes un ordiño de alto potencial. Al final morirìan
al instante, en el dìa en que del polvo negro y amarillento hubo
quièn viò volar incluso una bicicleta. Va para arriba, parece
un extraño monstruo de metal. Se alza màs allà de las miradas
de las personas, despuès se destroza en el asfalto.

80 kilometros separan Florencia de Boloña. En tren es màs o
menos una hora de camino, pero dura una eternidad. Puedes ver un
mundo dentro aquellos tùneles, anchos de una oscuridad intensa.
Al final de un tunel hay otro màs. Desde Vernio a San Benedetto
Val di Sembro hay un tunel, dieciocho kilometros, la màs larga
de toda Italia.

El 4 de agosto de 1974 era un dìa soleado, caluroso. Yo estaba
en la playa, sentado en una tumbona. Miraba el horizonte lejano,
habìa quièn se bañaba, quien leìa, alguièn escuchaba la
radio. Y en aquel agosto de 30 años atràs, un fragmento musical
fuè interrumpido bruscamente y mandaron en honda la sintonìa de
la ediciòn extraordinaria del noticiero radio. Dentro un vagòn
de segunda clase ha estallado una bomba de alto potencial. Sucediò
propio en el tunel ferroviario de San Benedetto Val di Sembro. 12
muertos y un centenr de heridos. Aquel dìa màs nadie entrò en
el agua, mi padre se puso las manos en la cabeza e iniciò a
fumar, los niños dejaron de gritar. Un largo silencio. El mismo
que advertimos el 23 de diciembre de 1984, siempre a San
Benedetto Val di Sembro en el tren ràpido 904. 15 muertos.

Por los estragos en los trenes Italicus y 904, aùn hoy no se ha
hecho justicia.

Hay algunos silencios tan llenos de ruidos que muchas veces se
anulan recìprocamente. Frases, acciones, gestos, miradas, la
vida se ha congelado, hibernada, como aquellas estatuas de yeso
que no tienen color, estan ahì immobiles, te miran, ya no tienen
un alma pero hablan. Que cosa contienen dos minutos de tiempo
despuès de un estrago? Hay silencios en los que las palabras no
dichas suenan màs fuertes. Frases que retocan en la cabeza,
claras y redondas, pellizcan la garganta, en el fondo de la
lengua, aprietan fuerte sobre la laringe y chasquean, sonoras y
sin voz, contra el paladar. Silencios en los cuales las palabras
se transforman en gritos sofocantes. Como vidas suspendidas que
no son màs cuerpo y espacio. En invierno, hay muchas mañanas frìas
y grises en las que un grito es màs agudo y màs veloz que un dìa
de neblina espesa. En verano hay ciertos dìas de primero de
agosto, transparentes, calurosas, donde no hay razòn para que un
grito no pueda hacer lo mismo. Y en el mar, cuando el sol se
refleja en el agua, a la playa llegan las voces de barcos lejanos
algunas millas, un grito corre sobre el reflejo y salta como
piedras lanzadas entre las olas. Aquel grito lejano, desgarrador,
indefenso, llega como un silbido agudo. Y hace el giro del mundo.
Muchos lo perciben, fuerte y claro, potente como una bomba. Nada
serà ya igual que antes.

2 de agosto de 1980, estaciòn de Boloña. Sergio Secci tiene 24
años. La noche antes llama por telèfono a sus padres, Torquato
y Lidia: “ esta noche estoy en una fiesta. Mañana voy para
arriba en Alto Adige, a Bolzano, cojo el expreso de las 8.18 am a
Boloña. Tiene la voz tranquila, serena, calma pero aquel dìa no
logra coger el tren, Un estupido atraso de pocos minutos. Se
dirige a la oficina de informaciòn y descubre que otro tren està
por llegar. Està anunciado para las 10.50 am. Espera el
transbordo.

Roberto Procelli tambièn està en Boloña. Viene de San Leo di
Anghiari, Arezzo. Saliò de alì soldado. 121 Batallòn de
artillerìa en Boloña. Ahora se encuentra ahì, debajo de la
marquesina a esperar su tren de regreso. Se pone debajo del viejo
reloj de la estaciòn. Manecillas que marcan el tiempo, y los
trenes en llegada y las numerosas salidas.

Puede ver ese rìo de gentes, de trenes en trànsitos que se
intersectan a traves de los andenes atestados, de los gritos de
vendedores de bocaditos y bebidas. Del resto es el 2 de agosto y
un Paìs quiere ir al mar. Los vagones estan abarrotados hasta el
inverosimil. Hay quièn entra por la puertas. Enormes malets
pasan dentro a pocos centìmetros de las ventallinas abiertas.
Una multitud. En la billeterìa hay una cola que no se veìa
desde hace tiempo, todos empujan, los asientos son pocos, quièn
ha reservado, quien no tendrà nunca un billete ese dìa.

Los niños no conocen las reglas de los adultos. Imaginense en
una estaciòn en agosto, en medio a ese alboroto es como
sentirlos. Escapan, se esconden despuès se cogen y se ensiguen.
Una danza que puede seguir hasta el infinito. “ Dale… no
me coges… no sabes correr”. Los padres no logran
tranquilizarlos. Hay dos hermanos daneses Eckhardt, 14 años y
Kai Mader, 8 años, un niñote de la cara redonda. Margherete
Mader, 39 años, es su madre. Los niños corren… corren … sin
parar.

En la sala entra un hombre con una bolsa- maleta en la mano, de
esas con el ziper y las patas metàlicas. Mira alrededor, todos
hablan, fuman, leen. No se dan cuenta de lo que ocurre. No
prestan mucha atenciòn. Nadie lo ve, nadie lo distingue entre
tantas caras. Una sospecha, una circunstancia, un testimonio.
Nada. El hombre coloca la maleta en la mesita porta. Equipajes, a
cincuenta centìmetros del suelo, al lado de la pared portante de
la sala, el timer està ya activado, puntado en los nùmeros, 10.25
am.

Diez minutos. Luego el estrago. Veinte, venticinco kilogramos de
explosivo gelatinado Compound B, de tipo militar, comprimido en
una maleta de aspecto normal. 10.25 am. Un fuerte viento barre
cada cosa, un tornado violento, màs fuerte que un terremoto,
algo que tiene el sabor de la muerte y de cosa quemadas, de
viejos estruendos, y gritos, polvo, humo, olor de brazos. Una
sala de espera de segunda clase se ha desmenuzado como hacen lo
castillos de arena cuando la marea està alta, entrò en aquella
de primera clase y arrasò con todas las cosas.

Centenares de metros cubos de tierra, vigas largas docientos
metros, marquesinas de acero, traviesas, piedras, andenes
troncados de neto, fragmentos de raìles, enormes bloques de
cemento reducidos pequeños pedacitos, con dentro hombres,
mujeres, niños, muchachos, ancianos

“…………3,7,6,8,14,16,19,20,22,23,24,44,66,72. Años
vividos que no son nùmeros para estadisticas. Descubren que
aquella targa tiene un alma y a veces habla. Aquellas palabras
despedazadas es como si volaran. Todavìa hoy, despuès que el
tiempo ha seguido su curso. Alrededor de Boloña los trenes hacen
los mismos recorridos. En el primer andèn està un señor con el
delantal blanco que vende bocaditos y cafè. La locomotora
descelera, frena, se para, descarga pasajeros mientras otros se
quedan pegados a las ventanillas. Propio como el 2 de agosto de
1980. Si te pones de la otra parte del cristal de la sala de
espera puedes observar las caras de los que pasan veloces y de
cuantos se paran y recuerdan. Laura es una maestra de Modena.
Tiene cogidos de las manos dos niños. Ese viaje es una promesa
mantenida. Encima del Apenino Tosco – Emiliano, en Porretta
Terme hay un campismo. Los niños se bajan del tren y Laura los
lleva al bar a que tomen algo. Cuarenta minutos los separan del
transbordo con el local Boloña – Firenze. Pasan cantando
delante a aquella làpide, pero Laura se recuerda que hoy es 2 de
agosto. Y se pone propio delante a la lista de esos nombres que
ya no existen y que no han conocido nunca. Ales, Algano, Basso,
Banduan, Bergianti, Bertasi, Betti, Bianchi, bivona, Bonora,
Bugamelli, Burri…. Son 85 muertos del estrago.

A aquellos niños que van de vacaciones, Laura les cuenta: “
Era un dìa de agosto propio como hoy. Aquì estaban centenares
de persona que iban de vacaciones, como nosotros ahora. De
momento el estallido de una bomba los aplastò, muertos. Muchos
de ellos eran niños, como ustedes” Los dos muchachitos la
escuchan en silencio, petrificados. Uno se come las uñas, el
otro mira hacia los andenes. Por pocos segundos tienen la sensaciòn
de no ser inmortales. Laura se queda aùn bajo la marquesina del
primer andèn pero la bocina anuncia el tren para Firenze. Y asì
coge a los niños y se va. Desaparecen detràs del àngulo del
ala de la estaciòn donde salen los trenes locales. Al menos
Laura tiene los ojos de la memoria”.

Para no olvidar, gracias

0 Milano e la Memoria

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

MILANO E LA MEMORIA

Foto Roberto Agostini Roma

Live Milano Museo di Storia Contemporanea Daniele Biacchessi quadro su Piazza Fontana 09/05/2008(audio)

Live Milano Museo di Storia Contemporanea Daniele Biacchessi quadro su Luigi Calabresi 09/05/2008(audio)

Live Milano Museo di Storia Contemporanea Daniele Biacchessi e Gaetano Liguori quadro su Walter Tobagi 09/05/2008(audio)

 

PIAZZA FONTANA

Il 1969 è l’anno degli scioperi, dei cortei di operai e studenti in tutto il paese.

Le rivendicazioni del salario garantito e di un lavoro per gli operai, il diritto allo studio chiesto dai giovani delle scuole medie superiori e delle università.

Torino, Milano, Genova, il triangolo industriale.

E’ lì che le lotte diventano più calde.

7.507.000 persone coinvolte in conflitti di lavoro per 302.597.000 ore di produzione perdute a causa di scioperi.

E’ l’anno delle bombe.

Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno 145, una ogni tre giorni.

Per 96 la responsabilità accertata è dell’estrema destra.

Il 15 aprile ne scoppia una nell’ufficio del Rettore dell’Università di Padova.

Il 9 aprile a Battipaglia vengono uccisi due lavoratori e 119 persone sono arrestati.

Il giorno dopo ci saranno manifestazioni in tutta Italia, accompagnate da violenti scontri con la polizia.

Il commissariato di Battipaglia viene dato alle fiamme.

Il 25 aprile, alla Fiera di Milano, un ordigno provoca il ferimento di venti persone.

In agosto vengono piazzati dieci ordigni sui treni: otto esplodono e colpiscono dodici passeggeri.

A Pisa, il 27 ottobre, durante una manifestazione contro i colonnelli greci, uno studente di sinistra rimane ucciso da un candelotto lacrimogeno lanciato dalla polizia.

Il 19 novembre, a Milano, negli scontri di piazza muore il poliziotto Antonio Annaruma.

Si è appena insediato il secondo governo a guida Mariano Rumor.

Il suo vice è Paolo Emilio Taviani.

Ministro degli Esteri Aldo Moro, all’Interno c’è Franco Restivo.

Un monocolore Dc.

Capo del Sid è l’ammiraglio Eugenio Henke.

Al vertice della polizia c’è Angelo Vicari.

Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat.

Il Pci italiano sta all’opposizione.

12 dicembre 1969.

Mancano 13 giorni a Natale.

E’ quasi sera ma Milano è illuminata a giorno.

I grandi magazzini sono sfavillanti.

Le compere e gli acquisti.

Le luminarie addobbano il centro che sembra un carnevale.

Migliaia di persone stipate in pochi metri tra Corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo e Piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine.

Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste, le vendite di beneficenza e quelle private.

Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza.

La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala.

Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”.

C’è ressa davanti al Rivoli per il film: “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del signore”.

Il freddo entra nelle ossa.

I giovani stanno tutti in Galleria Passerella da Fiorucci per gli ultimi arrivi alla moda.

Tutti noi italiani ci sentivamo felici, immortali, allegri, innocenti.

Ad un tratto, un boato rompe quella strana ubriacatura invernale.

Eravamo già vecchi, colpiti alla schiena, feriti nel nostro stesso orgoglio.

“ Una bomba, è stata una bomba ”.

Tutto avviene in meno di un secondo.

Il salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana diventa un mattatoio.

Chi organizza quell’attentato ha ben presente il risultato finale.

A quell’ora c’è il mercato del venerdì.

E’ un appuntamento conosciuto quello dei fittavoli, coltivatori diretti e imprenditori agricoltori che provengono da ogni parte della Lombardia e del Piemonte.

Sette chilogrammi d’esplosivo vengono compressi in una cassetta metallica, poi inseriti dentro ad una valigetta nera, tipo ventiquattro ore.

Collocata proprio al centro del salone dove gli agricoltori contrattano i loro affari.

La gelignite verrà attivata da un timer.

Un luogo strategico, un orario scelto con cura, per fare uno scempio di vittime innocenti.

Il paese è attonito, martoriato.

Nessuno crede alle immagini che la televisione trasmette.

Frammenti di guerra, scene che sembrano venire da lontano, da un altro paese.

Strage di Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, 17 morti, 88 feriti.

32 anni dopo.

Ci sono silenzi così pieni di rumori che spesso si annullano a vicenda.

Frasi, azioni, gesti, sguardi, la vita si è congelata, ibernata, come quelle statue di gesso che non hanno colore, stanno lì immobili, ti guardano, non hanno più un’anima ma parlano. Cosa contengono due minuti di tempo dopo una strage?

Ci sono silenzi in cui le parole non dette suonano ancora più forte.

Frasi che risuonano nella testa, chiare e rotonde, pizzicano in gola, sul fondo della lingua, premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, contro il palato.

Silenzi in cui le parole si trasformano in urla soffocate. Come vite sospese che non sono più corpo e spazio.

D’inverno, ci sono mattine fredde e livide in cui un urlo è più acuto e veloce di un giorno di nebbia fitta.

D’estate ci sono certe giornate di primo agosto, limpide, calde, dove non c’è ragione perché un urlo non possa fare lo stesso. E sul mare, quando il sole si riflette sull’acqua, sulla spiaggia giungono le voci di barche lontane alcune miglia, un urlo corre sul riverbero e salta come i sassi lanciati sulle onde.

Quell’urlo lontano, straziante, indifeso, giunge come un fischio acuto. E compie il giro del mondo.

In molti lo percepiscono, forte e chiaro, potente come una bomba. Nulla sarà più uguale a prima.

Quell’urlo che racchiude gli ultimi gesti di Pietro Dendena, Eugenio Corsini, Giulio China, Carlo Gaiani, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni.

Gli sguardi di Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Luigi Perego, Oreste Sangalli, Carlo Silva.

Le parole di Attilio Valé, Angelo Scaglia, Calogero Galarioti.

LUIGI CALABRESI

Mercoledì 17 maggio 1972.

Ore 7, 30.

Milano si alza con la sveglia puntata, alla stessa ora, quella di sempre.

Lo speaker della radio racconta le notizie del giorno: le tensioni internazionali tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il presidente americano Richard Nixon in visita a Mosca, la guerra del Vietnam, lo sciopero di trecentomila statali, un operaio di Dalmine cade da un’impalcatura.

Siamo nel mezzo di una settimana come tante.

I taxisti si recano alla solita fila in Stazione Centrale, portano uomini di affari negli aeroporti, borse zeppe di carte, agende, appuntamenti.

C’è la metropolitana stracarica di persone, la linea 1, quella che va da Sesto San Giovanni a Lotto.

I filobus 90 e 91, che percorrono la circonvallazione esterna, sono presi d’assalto. Corrono in ogni direzione, ognuno per la propria strada.

Vanno via, veloci con le mani ficcate in tasca, il bavero alzato e il giornale tra le braccia. Poi consumano le colazioni in fretta, un cappuccino, una pasta, il biglietto del tram. Alle 9 i mezzi pubblici sono già quasi vuoti.

Milano è ormai dentro alle fabbriche .

Si sente da lontano il respiro affannoso degli altiforni di Sesto, i torni e le frese della Falck, il carico e lo scarico dei camion della Pirelli Bicocca, i rumori metallici della Breda.

Anche i telefoni degli uffici del centro iniziano a squillare.

Sono le 9, 15.

Un suono acuto: è il ricevitore della centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della Questura.

La voce, lontana e metallica, giunge dalla radio di un equipaggio della squadra volante della polizia.

“C’è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini, bisogna trasportarlo all’Ospedale San Carlo”.

Alla Centrale chiedono spiegazioni, fatti, nomi.

“E’ il commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola, sta sanguinando dal capo, chiamate altre vetture, che arrivino subito, fate presto, non si può perdere un attimo”.

La Centrale Operativa da l’allarme ma ormai è troppo tardi.

Il commissario Calabresi cade tra la sua Cinquecento rossa e una Opel Kadett, parcheggiate con la parte anteriore accostata allo spartitraffico.

Lascia una moglie, Gemma, due figli, Mario e Paolo e un terzo che deve ancora nascere, Luigi.

Nessuna organizzazione terroristica rivendica l’omicidio.

Quando il killer lo uccide, Luigi Calabresi ha 35 anni.

E’ il vicedirettore dell’Ufficio politico della Questura di Milano.

Calabresi viene da Roma.

E’ laureato, si presenta come un liberal che vota per i socialdemocratici, sempre con i suoi eleganti maglioni dolcevita.

E’ cattolico.

E’ un uomo colto. Legge Cesare Pavese, Maritain, Edgar Lee Masters, la letteratura russa.

Quando arriva a Milano, sul finire degli anni Sessanta, controlla l’attività dell’arcipelago dei gruppi della sinistra e della destra extraparlamentare.

In Questura, Luigi Calabresi risponde sempre ai suoi superiori, Marcello Guida e Antonino Allegra, che a loro volta dipendono dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

Luigi Calabresi si trova al centro dell’inchiesta più complessa della storia dello stragismo italiano, quella della bomba del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano.

Dopo l’eccidio, la polizia dirige le indagini verso gli anarchici.

Ventisette militanti del circolo Ponte della Ghisolfa di Milano vengono arrestati.

Viene indiziato l’anarchico Pietro Valpreda.

In quelle ore Luigi Calabresi invita l’anarchico Pino Pinelli, a seguirlo in Questura per una breve testimonianza.

Calabresi e Pinelli si conoscono bene.

Si scambiano libri, condividono letture.

Si stimano.

Calabresi guida la macchina, Pinelli lo segue in bicicletta verso la Questura.

Sembra una formalità…….

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Pino Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano.

Cade proprio dalla finestra balcone dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi. Assistono alla scena i sotto-ufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e il tenente dei carabinieri Lo Grano.

Luigi Calabresi è uscito da alcuni minuti ed è a colloquio con Antonino Allegra.

Il quotidiano Lotta Continua avvia una campagna stampa contro Calabresi, ritenuto responsabile materiale della morte di Pinelli.

Secondo il giornale, il commissario avrebbe ucciso Pinelli con un colpo di karatè alla nuca, poi lo avrebbe scaraventato dalla finestra per simulare il suicidio.

Nel 1975, il giudice Gerardo D’Ambrosio confermerà che Luigi Calabresi non era presente nell’ufficio.

Anni dopo, per l’omicidio di Luigi Calabresi saranno arrestati i vertici di Lotta Continua: Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi.

Nei processi, saranno tutti condannati in via definitiva.

Pietro Valpreda non era l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana.

Pino Pinelli non ha mai avuto giustizia.

Luigi Calabresi è morto innocente.

Così funzionano le cose in Italia.

Nel paese della vergogna.

WALTER TOBAGI

Milano.

Mercoledì 28 maggio 1980.

E’ una fredda mattina di maggio.

Il giornale radio scandisce i titoli delle notizie della giornata:

I NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, uccidono a Roma l’agente di polizia Franco Evangelista davanti al liceo classico <<Giulio Cesare>>.

Il pentito di Prima Linea Roberto Sandalo coinvolge con le sue confessioni l’esponente della sinistra della Democrazia Cristiana, Carlo Donat Cattin, padre di Marco, terrorista latitante, il Presidente del Consiglio Francesco Cossiga e il ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

Scioperi spontanei alla Fiat Mirafiori di Torino e in tutte le aziende dell’indotto dopo l’annuncio della cassa integrazione per 78 mila lavoratori.

Ore 8, via Solari.

Davanti all’abitazione di Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, è appostato Manfredi De Stefano, nome di battaglia Ippo. Non è armato. Nell’operazione, a lui vengono assegnati compiti precisi: osservare ogni movimento nella zona, verificare se il cronista anticipa i suoi spostamenti mattutini, attendere gli altri cinque componenti del commando. Le auto per le vie di fuga sono già parcheggiate nei punti concordati dal piano operativo.

Ore 9,45, Porta Genova.

La Brigata 28 marzo si compone nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Marco Barbone (Enrico), è il capo militare. Nel giaccone porta una calibro 9 corto con silenziatore montato e una 38 special Smith & Wesson. Mario Marano (Fabio), è armato con una 7,65. Francesco Giordano (Paolo o Cina), carica la sua 357 Magnum. Daniele Laus (Gianni) infila nelle tasche una 38 special. Paolo Morandini (Alberto) è in bicicletta, disarmato. Il gruppo si avvia verso la casa del giornalista.

Ore 10, via Solari.

Il traffico è caotico a quell’ora. I mezzi pubblici di superficie sostano e poi ripartono secondo un programma stabilito. Chi acquista i quotidiani all’edicola, chi si trova nei negozi del quartiere. Nei giardini del parco Solari i cani annusano il prato bagnato e gli alberi in fiore.

La pioggia batte fitta sugli ombrelli aperti.

Tutto sembra normale, ma qui la normalità è solo apparente.

De Stefano si incontra con gli altri del gruppo, abbandona la zona e si reca ad Arona. Barbone e Marano raggiungono l’edicola vicino all’abitazione di Tobagi. Morandini è in bicicletta nei pressi della fermata del tram, proprio di fronte al portone. Giordano, con funzioni da palo, si trova pochi metri indietro rispetto alla posizione di Barbone e Marano, sulla via Solari.

Ore 11,10.

Walter Tobagi esce di casa.

Devia a destra in via Andrea Salaino.

Si porta sul lato sinistro della strada.

Fermiamo la scena.

Via Andrea Salaino.

Alcuni negozi, una fabbrica, un ristorante, una scuola, palazzi signorili e vecchie case popolari.

Barbone con una calibro 9 corto e Marano con una 7,65 silenziata si trovano dietro a Tobagi, quattro o cinque metri di distanza.

Sono in movimento ma i loro passi sembrano felpati.

Il giornalista invece non si accorge di nulla, non si volta indietro, non nota niente di sospetto intorno, una circostanza che possa attirare attenzione. Lui cammina verso il garage di via Valparaiso. Ora è all’altezza di una trattoria in quei pochi centimetri di marciapiede che separano le siepi da una macchina in sosta.

Alcuni colpi di pistola calibro 7,65 fermano il cammino di Walter Tobagi, uno dei migliori giornalisti italiani.

Poche ore dopo giunge la rivendicazione:

<<Oggi, mercoledì 28 maggio, un nucleo armato della Brigata 28 marzo ha eliminato il terrorista di Stato Walter Tobagi, presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti. Onore ai compagni caduti per il comunismo. Individuare e colpire i tecnici della casino online controguerriglia psicologica. Niente resterà impunito. Unificare il movimento rivoluzionario costruendo il Partito Comunista Combattente>>

<<Nel Corriere, Walter Tobagi ci entra come uomo di Craxi. Si pone subito come caposcuola di questa tendenza intelligente degli apparati della controguerriglia psicologica, e su queste capacità ha costruito la sua carriera. Ma il ruolo senza dubbio più rilevante lo giocava all’interno del sindacato della corporazione:preso il volo dal Comitato di redazione CORSERA dal 1974, si è subito posto come dirigente capace di ricomporre le contraddizioni politiche esistenti fra le varie correnti. Questa capacità gli ha consentito di giungere al posto di comando del sindacato in uno dei poli più pregnanti dal punto di vista politico>>

Prima di Walter Tobagi era toccato a Carlo Casalegno.

E dopo Casalegno a molti altri giornalisti, feriti alle gambe, colpiti perché avevano il coraggio di scrivere ciò che vedevano, senza filtri, liberamente.

Oggi di Walter Tobagi restano le sue parole.

Quelle che solo leggerle, pesano come macigni. Ancora oggi.

Il giorno dopo l’uccisione del giudice Emilio Alessandrini, assassinato daPrima Linea, Walter Tobagi scrive:

<<…Sarà per quella faccia mite, da primo della classe che ci lascia copiare i compiti, sarà per il rigore che dimostra nelle inchieste, Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui ‘tutti si possono fidare, che non combina sciocchezze, (…) era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudici progressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli.

Il terrorista mira a colpire personaggi che hanno ancora credibilità, la parte buona del sistema, che reagiscono con il ragionamento e senza isterismi cercano di <<Cerco <<Non sono le parole tonanti ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all’impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, l’umile passo dopo passo sono l’unica strada percorribile per chi vuole elevare per davvero la condizione dei lavoratori. Ecco la lezione che le dure repliche della storia ripetono ancora una volta.>>

Poi c’è un appunto, un bigliettino, un messaggio da consegnare alle nuove generazioni e alla storia:

<<Che cos’è la paura? Camminare per strada e sobbalzare ad ogni macchina che ti passa vicino, guidare l’automobile e spaventarsi ad ogni moto che ti si affianca. L’altra mattina 30 gennaio, è stata ritrovata una scheda con il mio nome nella borsa tipo 24 ore lasciata da un terrorista in viale Lombardia. Provo una sensazione di angoscia. Questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi toccò di scrivere di brigatisti. L’assassinio di Emilio Alessandrini vuole dire che non valgono più le regole di un anno fa. Nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere, forse è una suggestione, il giornalista che come carattere e come immagine è più vicino al povero Alessandrini. Se toccasse a me, la cosa che mi spiacerebbe di più è di non avere trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa.>>

0 I ventitré giorni della città di Alba

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

I VENTITRE GIORNI DELLA CITTA’ DI ALBA

Dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio

 

 

 

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Live Venezia Biblioteca Civica in versione solista 24/01/2008(audio – video)

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Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.

Nel 1944, l’Italia è divisa dalla Linea Gotica, il fronte di guerra dove sono attestate le forze militari naziste e della Repubblica sociale italiana, le truppe anglo-americane.

La linea taglia in due il nostro paese, da Massa Carrara a Pesaro, si estende per una lunghezza di trecentoventi chilometri.

Gli uomini di Hitler sono in ritirata dopo gli sbarchi delle forze alleate in Sicilia, il 9 luglio 1943, e ad Anzio, il 20 gennaio 1944.

Roma e Firenze sono state liberate.

Nazisti e repubblichini hanno già compiuto stragi efferate contro civili a Sant’Anna di Stazzema, Montesole -Marzabotto, Fivizzano e in centinaia di piccoli borghi.

Ma il Nord del paese non è tutto occupato da nazi-fascisti.

Dall’estate del 1944, esistono zone libere in Piemonte, nelle Langhe ad esempio, in Lombardia, in Emilia, in Friuli.

Sono oasi di democrazia in territorio nemico.

Il movimento partigiano è in massima espansione.

Gli alleati sferrano un attacco frontale lungo la Linea Gotica.

In molti sperano in un’immediata liberazione del paese.

Ma le operazioni militari alleate non riescono a fondare le linee naziste.

L’azione fallisce e cinque divisioni germaniche, affiancate dalle brigate nere e da altre formazioni repubblichine iniziano la loro brutale controffensiva.

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.

Ai primi d’ottobre, il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani dalle colline (non dormivano da settimane, tutte le notti quelli scendevano a far bordello con le armi, erano esauriti gli stessi borghesi che pure non lasciavano più il letto), il presidio fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l’incolumità dell’esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò.

I repubblicani passarono il fiume Tanaro con armi e bagagli, guardando indietro se i partigiani subentranti non li seguivano un po’ troppo dappresso, e qualcuno senza parere faceva corsettine avanti ai ca­merati, per modo che, se da dietro si sparava un colpo a tradimento, non fosse subito la sua schiena ad incas­sarlo. Quando poi furono sull’altra sponda e su questa di loro non rimase che polvere ricadente, allora si fermarono e voltarono tutti, e in direzione della li­bera città di Alba urlarono: – Venduti, bastardi e traditori, ritorneremo e v’impiccheremo tutti! – Poi dalla città furono visti correre a cerchio verso un sol punto: era la truppa che si accalcava a consolare i suoi ufficiali che piangevano e mugolavano che si sentivano morire dalla vergogna. E quando gli parve che fossero consolati abbastanza tornarono a rivolgersi alla città e a gridare: – Venduti, bastardi…! – eccetera, ma sta­volta un po’ più sostanziosamente, perché non erano tutti improperi quelli che mandavano, c’erano anche mortaiate che riuscirono a dare in seguito un bel pro­fitto ai conciatetti della città.

I partigiani si cacciarono in porte e portoni, i borghesi ruzzolarono in cantina, un paio di squadre corse agli argini da dove apri un fuoco di mitraglia che ammazzò una vacca al pascolo sull’altra riva e fece aria ai repubblicani che però marciaron via di miglior passo.

Allora qualcuno s’attaccò alla fune del campanone della cattedrale, altri alle corde delle campane dell’al­tre otto chiese di Alba e sembrò che sulla città pio­vesse scheggioni di bronzo. La gente, ferma o che cam­minasse, teneva la testa rientrata nelle spalle e aveva la faccia degli ubriachi o quella di chi s’aspetta il sol­letico in qualche parte. Così la gente, pressata contro i muri di via Maestra, vide passare i partigiani delle Langhe. Non che non n’avesse visti mai, al tempo che in Alba era di guarnigione il II Reggimento Caccia­tori degli Appennini e che questi tornavano dall’aver rastrellato una porzione di Langa, ce n’era sempre da vedere uno o due con le mani legate col fildiferro e il muso macellato, ma erano solo uno o due, mentre ora c’erano tutti (come credere che ce ne fossero altri an­cora?) e nella loro miglior forma.

Fu la più selvaggia parata della storia moderna: so­lamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e in­torno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col grosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mor­morare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini pre­sero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restas­sero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città.

A proposito dei capi, i capi erano subito entrati in municipio per trattare col commissario prefettizio e poi, dietro invito dello stesso, si presentarono al bal­cone, lentamente, per dare tutto il tempo ad un uscie­re di stendere per loro un ricco drappo sulla ringhiera. Ma videro abbasso la piazza vuota e deserti i balconi dirimpetto. Sicché la guardia del corpo corse in via Maestra a spedire in piazza quanti incontrava. A spin­toni ne arrivò un centinaio, e stettero con gli occhi in alto ma con le braccia ciondoloni. Allora le guardie del corpo serpeggiarono in quel gruppo chiedendo tra i denti: – Ohei, perché non battete le mani? – Le batterono tutti e interminabilmente nonché di cuore. Era stato un attimo di sbalordimento: su quel balcone c’erano tanti capi che in proporzione la truppa doveva essere di ventimila e non di duemila uomini, e poi in prima fila si vedeva un capo che su dei calzoncini corti come quelli d’una ballerina portava un giubbone di pelliccia che da lontano sembrava ermellino, e un altro capo che aveva una divisa completa di gomma nera, con delle cerniere lampeggianti.

Intanto in via Maestra non c’era più niente da vedere: giunti in cima, i partigiani scantonarono. Una torma, che ad ogni incrocio s’ingrossava, corse ai due postriboli della città, con dietro un codazzo di ragaz­zini che per fortuna si fermarono sulla porta ad atten­dere pazientemente che ne uscisse quel partigiano la cui divisa o la cui arma li aveva maggiormente impressionati. In quelle due case c’erano otto professioniste che quel giorno e nei giorni successivi fecero cose da medaglie al valore. Anche le maitresses furono bravis­sime, riuscirono a riscuotere la gran parte delle tariffe, il che è un miracolo con gente come i partigiani abituata a farsi regalar tutto.

Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e ben­zina. Non senza litigare tra loro con l’armi fuor di si­cura, scovarono e si presero una quantità d’automobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di gui­da nel viale di circonvallazione. Per le vie correvano partigiani rotolando pneumatici come i bimbi d’una volta i cerchi nei giardini pubblici. A conseguenza di ciò, la benzina dava la febbre a tutti. In quel primo giorno e poi ancora, scoperchiavano le vasche dei di­stributori e si coricavano colla pancia sull’asfalto e la testa dentro i tombini. – Le vasche sono secche, sec­che da un anno, – giuravano i padroni, ma i partigiani li guardavano in cagnesco e dicevano di vedere i ri­flessi e che quindi la benzina c’era. I padroni cercavano di spiegare che i riflessi venivano da quelle due dita di benzina che restano in ogni vasca vuota, ma che la pompa non pescava più. Allora i partigiani riempivano di bestemmie le vasche e lasciavano i padroni a tapparle. Benzina ne scovarono dai privati, pochissima però, la portavano via in fiaschi. Quel che trovarono in abbondanza fu etere, solvente ed acquaragia coi quali combinarono miscele che avvelenarono i motori.

Altri giravano con in mano un elenco degli ufficiali effettivi e di complemento della città, bussavano alle loro porte vestiti da partigiani e ne uscivano poi bar­dati da tenenti, capitani e colonnelli. Invadevano su­bito gli studi dei fotografi e posavano in quelle divise, colla faccia da combattimento che spaccava l’obiet­tivo.

Intanto, nel Civico Collegio Convitto che era stato adibito a Comando Piazza, i comandanti sedevano da­vanti a gravi problemi di difesa, di vettovagliamento e di amministrazione civile in genere. Avevano tutta l’aria di non capircene niente, qualche capo anzi lo confessò in apertura di consiglio, segretamente si fa­cevano l’un l’altro una certa pena perché non sape­vano cosa e come deliberare. Comunque deliberarono fino a notte.

Quella prima notte d’occupazione passò bianca per civili e partigiani. Non si può chiuder occhio in una città conquistata ad un nemico che non è stato bat­tuto. E se il presidio fuggiasco avesse cambiato idea, o avesse incontrato sulla sua strada chi gliel’avesse fatta cambiare, e cercasse di rientrare in Alba quella notte stessa? I borghesi nell’insonnia ricordavano che la sera, nel primo buio, quel pericolo era nell’aria e stranamente deformava le case e le vie, appesantiva i rumori, rendeva la città a momenti irriconoscibile a chi c’era nato e cresciuto. E i partigiani, che in collina riuscivano a dormire seduti al piede d’un castagno, sulle brande della caserma non chiusero occhio. Pensavano, e in quel pensare che a tratti dava nell’incubo, Alba gli pareva una grande trappola colle porte già abbassate. Era l’effetto del sentirsi chiusi per la prima volta; le ronde che viaggiavano per la città nel fresco della notte erano molto più tranquille e spensierate.

Non successe niente, come niente successe negli ot­to giorni e nelle otto notti che seguirono. Accadde solo che i borghesi ebbero campo d’accorgersi che i partigiani erano per lo più bravi ragazzi e che come tali avevano dei brutti difetti, e che in materia di governo civile i repubblicani erano più competenti di loro. Accadde ancora che uno di quei giorni, all’ora di pranzo, da Radio Torino si sentirono i capi fascisti del Piemonte alternarsi a giurare che l’onta di Alba sarebbe stata lavata, rovesciata la barbara domina­zione partigiana eccetera eccetera.

La mattina del 24 ottobre, le scolte sul fiume che di buonora pescavano colle bombe a mano facendo una strage di pesci che ancor oggi i pescatori se ne lamentano, videro sulla strada Alba-Bra avanzarsi un nuvolone di polvere e da questo usciva un tuono di motori. Spiando negli intervalli tra un pioppeto e l’al­tro, contarono una dozzina di grossi camion e un paio di piccoli carri armati.

Su Alba suonò la sirena municipale, i civili s’incantinarono e la guarnigione corse agli argini che già sul fiume s’incrociavano i primi colpi.

La repubblica stabili un fronte di non più di mezzo chilometro, disteso tra un pescheto e un arenile, e cercò di far forza nel punto migliore per il guado, immediatamente a valle del ponte bombardato dagli inglesi. Ma i partigiani concentrarono le mitraglie e quando quelli si presentarono al pulito, fecero una salva che li ricacciò tutti nei cespugli. Finché mandarono avanti uno di quei carri armati che si calò nel greto come un verme. Facendo fuoco da tutti i suoi buchi, entrò nella prima acqua alta due palmi, ma un mortaista partigiano azzeccò un colpo da 81 che rovinò giusto sul carro che fece poi molte smorfie per tornarsene via. E dopo un altro po’ di bordello tanto per prorogare il pranzo ai partigiani, all’ora una po­meridiana la repubblica se ne andò, ma non cosi in fretta che una squadra partigiana non guadasse il fiu­me e arrivasse al sedere della retroguardia, e se non la catturarono tutta fu perché persero tempo a raccat­tare le armi che quelli gettavano.

La sirena suonò il finis, e fu un bel pomeriggio con in piazza Umberto I il sole e la popolazione tutta ad aspettare i partigiani che tornavano dagli argini can­tando la famosa canzone che dice:

O tu Germania che sei la più forte, Fatti avanti se ci hai del coraggio, Se la repubblica ti lascia il passaggio, Noi partigiani fermarti saprem!

Si dichiarò il pomeriggio festivo, la gente riempi i caffè e offriva le bibite ai partigiani. Fecero accender le radio sulla stazione di Torino e siccome Radio To­rino taceva, gridavano: – Parla adesso, parla adesso! – e la presenza di tante signore e signorine patriote non era un motivo per cui non si dovesse dar forte del fottuto a quelli di Radio Torino.

Ma la sera e la notte molti pensarono che era forse meglio che i partigiani non l’avessero date tanto sec­che ai fascisti, perché poteva darsi che si dovesse poi pagare il conto.

L’indomani, da Radio Torino parlò il federale di tutto il Piemonte e, sorvolando sul fatto d’armi del giorno precedente, disse che Alba sarebbe stata riconquistata alla vera Italia ad ogni costo e quanto prima. Tutti in Alba lo ascoltarono e, partigiani per primi, presero le sue parole interamente sul serio. Le pat­tuglie notturne sugli argini furono triplicate; era un servizio che portava l’esaurimento nervoso, col fiume che di notte fa migliaia di rumori tutti sospetti e sul­l’altra riva luci che s’accendono e si spengono. Una parte dei borghesi lasciò la città dicendo ai vicini che andavano a passare un po’ di giorni in campagna, e nessuno si ricordò d’obiettare che non era più la sta­gione.

Ma verso la fine d’ottobre piovve in montagna e piovve in pianura, il fiume Tanaro parve rizzarsi in piedi tanto crebbe. La gente ci vide il dito di Dio, ve­niva in massa sugli argini nelle tregue di quel diluvio e studiava il livello delle acque consentendo col capo. Pioveva notte e giorno, le pattuglie notturne rientra­vano in caserma tossendo. Il fiume esagerò al punto che si smise d’aver paura della repubblica per comin­ciare ad averne di lui. Poi spiovve decisamente, ma il fiume rimase di proporzioni più che incoraggianti. Sugli argini, a tutte l’ore, conveniva parecchia gente, quasi tutti oziavano perché non c’era più la costanza di lavorare in quello stato di cose, e tra quella gente c’erano vecchi soldati della guerra del ’15 che esaminavano il Tanaro e facevano paragoni con il Piave.

Lo stesso giorno che spiovve, il Comando Piazza, per certe vie note a lui solo, venne a sapere che i re­pubblicani avrebbero attaccato, attaccato agli ordini di generali e non più tardi del 3 novembre. Il Coman­do provvide a far minare qualche tratto d’argine, ad allagare dei prati tra il fiume e la città deviando un canale d’irrigazione e a far preparare le liste dei civili da reclutare per la costruzione di barricate alle porte della città. Altro non gli riusci di fare perché gli portò via un gran tempo il dare udienza ad una infinità di gente che aveva cose importantissime da riferire; era­no per lo più commercianti ambulanti che battevano i mercati dell’Oltretanaro presidiati dalla repubblica e sapevano adocchiar tutto guardando in terra. Cosi si seppe tra l’altro che sulla collina di Santa Vittoria avevano già postati i cannoni da 149 prolungati coi quali, in caso di difesa irragionevolmente protratta, avrebbero spianato la città di Alba, e che a monte di Pollenzo c’era ormeggiata una flottiglia di barconi per il passaggio del fiume.

Ma la notizia più interessante e sicura la portò al Comando un prete della Curia: si trattava che i capi fascisti chiedevano un colloquio in zona partigiana e si auguravano che per il bene della città di Alba i capi ribelli lo concedessero. I capi partigiani non dissero di no e il giorno fissato si recarono con scorta al punto stabilito, alquanto distante dalla città che era il noc­ciolo della questione. I capi fascisti, i più terribili nomi di quella repubblica, arrivarono tagliando il fiu­me con un barcone e siccome quella traversata poteva rappresentare una prova generale, i partigiani sull’al­tra sponda rimasero malissimo a vedere con che sicu­rezza quel barcone passò il fiume gonfio. Sbarcarono, e mentre i più salirono a riva col fango alto agli stivali, alcuni vecchi e grassi s’impantanarono irrimediabil­mente. Si videro allora i partigiani della scorta calarsi in quel fango, caricarsi i gerarchi sulle spalle e riar­rampicarsi poi a depositarli sul solido. I gerarchi ringraziarono, offrirono sigarette tedesche, quindi s’ap­partarono coi parigrado partigiani.

Fu un lunghissimo parlamentare che fece crescer la barba alla scorta, ma alla fine si restò come se niente fosse stato detto. I fascisti non vollero dire che non avevan voglia di riprendersi Alba con la forza, i partigiani non vollero dire che non si sentivano di difen­derla a lungo, e da queste reticenze nacque la bat­taglia di Alba. I capi fascisti infangatissimi ripartirono col loro barcone dicendo: – Arrivederci sul campo, – i partigiani risposero: – Certamente, – e stettero a guardare se quelli per caso non facessero naufragio. Non lo fecero.

La mattina del primo di novembre, i comandanti di tutte le squadre della guarnigione furono convocati al Comando Piazza e poi congedati all’ora di mezzogior­no dopo aver sentito parlare di difesa a capisaldi, di massa di manovra, di collegamenti a vista e cosi via. Insomma ne uscirono con le idee confuse, ma poiché nessuno si decise a fare il primo, non tornarono sui loro passi a farsele, se possibile, chiarire. Lungo la strada di ritorno ai singoli accantonamenti, pagarono questa conservazione di prestigio con dei tremendi interrogativi di coscienza. Due sole cose erano ben chiare, e cioè che la repubblica avrebbe attaccato al­l’alba dell’indomani e che avrebbe cercato di passare sul ponte sospeso di Pollenzo, quel ponte che i partigiani non erano riusciti a rompere semplicemente perché era guardato dai tedeschi che alloggiavano fin dall’armistizio in quel castello reale, in numero suffi­ciente per infischiarsi di tutti i partigiani delle Langhe.

Il dopopranzo le squadre, tempestando di domande i loro capi, uscirono di città e infilarono la strada Alba-Gallo tirando a mano dei carretti sui quali avevano caricato le mitragliatrici e le casse delle munizioni. Si fermarono dove i capi dissero di fermarsi, presero vi­sione del tratto di fronte loro assegnato e, lasciateci le sentinelle, andarono a trovarsi tutt’insieme sull’aia della cascina di San Casciano che era in metà giusta delle posizioni. Su quell’aia grande come una piazza si trovarono insieme i duecento uomini sui quali pesò quasi interamente la battaglia di Alba. Fecero un coro di O tu Germania che sei la più forte,: celiarono in tutti i modi e senza pietà sul fatto che l’indomani era il due di novembre giorno dei morti ed ebbero an­che lo spettacolo. Due polacchi, disertori della Wehr­macht e partigiani badogliani, ubriachi marci, fecero segno a tutti di stare a vedere, andarono a collocare due bottiglie vuote sul muretto in fondo all’aia, sbandando tornarono all’altro termine, puntarono i loro fucili tedeschi e le due bottiglie laggiù volarono in polvere. Tutti applaudirono e pensarono che domani in quei mirini ci sarebbe stata carne di fascisti. Così fecero sera e tornarono ciascuna squadra alla cascina più prossima alla rispettiva posizione.

Là cenarono a pane e salame e poi si riposarono. Per le finestre videro farsi notte di colpo e sentirono che faceva un freddo crudo. Fuori rumoreggiava il fiume, dentro si udiva solo respirare, il massimo ru­more era quello dei zolfini sfregati per le sigarette. Il fatto è che tra loro non c’era un adulto, quelli che avevano fatto il soldato nel Regio Esercito erano forse cinque ogni cento. Nel buio di quella vigilia di battaglia, molti di quei minorenni che, per non aver mai voluto tirare alle galline, non avevano mai sparato il fucile, si domandavano ora se sparare poteva esser complicato e se il colpo faceva male alle orecchie. Poi pensavano a quelli che aspettavano per l’indomani sul presto, ammettevano che quelli sparare sapevano, e allora si tastavano la pelle o anche solo la camicia.

Poco prima di mezzanotte arrivò un portaordini del Comando Piazza ad avvisare che il posto di medicazione era dietro il cimitero e che il servizio sanitario lo prestavano volontariamente gli studenti albesi in medicina e farmacia. Si senti un singhiozzo nel buio, ma mezz’ora dopo che il portaordini se n’era andato, per il fatto e la fortuna che erano tutti ragazzi, s’erano già tutti addormentati nelle stalle e sui fienili. E s’addormentò anche qualche sentinella.

La mattina del 2 novembre ci fu per sveglia un boato, verso le quattro e mezzo. I partigiani a dormire sui fienili trascurarono le scale a pioli e saltaron giù da due e più metri. Solo per una formalità i comandanti mandarono a vedere se c’era rimasto qualcuno addor­mentato. Parti una pattuglia dei più vecchi a vedere cos’era successo. Tornò che erano già tutti in trincea e riferì che un uomo, un borghese, era passato per il campo minato ed era subito saltato in aria ed era là morto. Tutti alla notizia sorrisero e qualcuno disse che era pronto a scommettere che la repubblica non veniva. C’era chi gli avrebbe scommesso contro, ma non ebbe il tempo perché, mentre ai campanili di Alba battevano le cinque, sul fiume scoppiò un rumore da non sapere se erano gli uomini a farlo o la terra o Dio, il rumore che comincia le battaglie, e dalla collina dei Biancardi la mitragliera partigiana prese a far pom pom, si vedevano le sue pallottole traccianti sprofon­darsi nei pioppeti del fiume e niente più.

I repubblicani avevano passato il fiume sul ponte sospeso di Pollenzo con tutta fanteria e vicino al pun­to dove presero terra, una pattuglia di quattro parti­giani, stanca di far la guardia su e giù, s’era ritirata in un casotto di pesca e stavano col lume acceso a far dei giri a poker. Arrivarono loro, non corsero spiegazioni, li ammazzarono colle carte in mano.

Su Alba suonò la sirena municipale e i partigiani in trincea s’irritarono per quel fracasso superfluo e gri­davano verso il Comando Piazza, quasi da laggiù po­tessero sentirli: – State tranquilli che abbiamo sen­tito, state tranquilli che siamo in allarme!

Si sentivano assai meglio che la notte, e tutti attenti e seri osservavano la traiettoria della loro mitragliera, le nuvolette delle mortaiate dei fascisti che mettevano un colpo sopra l’altro come tanti scalini per arrivare in cima alla collina dei Biancardi, e facevano conget­ture molto sensate. Uno spettacolo che assorbiva tutt’intera la loro attenzione, e fu un peccato che una staffetta venisse a disturbarli col trasferimento, spiegando che non era più necessario vegliare sugli argini e che tutti dovevano adesso portarsi sulla linea di San Casciano, perpendicolare alla strada Gallo-Alba che era evidentemente la direttrice d’attacco del nemico. Nel momento che si mossero, prese a piovere, una pioggia pesante che marcì la terra al punto che quando arrivarono dopo non più di dieci minuti di cammino e posarono le mitraglie, la terra cedeva sotto i treppiedi.

Quella era la linea principale e correva giusto a filo del muro di cinta della cascina di San Casciano. Dal finestrone della torretta della cascina si sporse un co­mandante con sul petto i binoccoli e gridò ai nuovi arrivati: – Ricordatevi che non si spara se non ve lo dico io. E non fumate, razza d’incoscienti! – urlò a certuni che pur ascoltandolo attentamente s’eran mes­si a fumare colle mani a cupola sulle sigarette perché la pioggia non le marcisse.

Tutti tenevano d’occhio la traiettoria della mitragliera di Villa Biancardi, convinti che stava facendo un bel lavoro e che a quest’ora i fascisti non erano già più vergini di morti. Di quando in quando studiavano il terreno davanti a loro e smuovevano di continuo i piedi per non trovarseli al momento buono imprigionati nel fango che cresceva come se avesse il lievito dentro. Di colpo la mitragliera obliquò paurosamente il tiro, cercava di battere i piedi della sua collina, e nella trin­cea di San Casciano un partigiano che sembrava com­petente disse: – Significa che le sono spuntati sotto senza farsi notare -. La mitragliera lasciò partire un rafficone lunghissimo, frenetico, poi tacque. Dopo due minuti erano tutti persuasi che a Villa Biancardi era veramente finita, nemmeno le mortaiate scoppiavano più sul fianco della collina.

Mancava poco alle sette, e il partigiano competente disse: – Mah! Adesso entra in batteria la mitragliera di Castelgherlone -. Tutti guardarono a Castelgherlone, una grande villa rustica sul versante a sinistra: si vedeva la tozza canna della mitragliera sporgere d’un palmo dall’ogiva della torre. A San Casciano quel comandante coi binoccoli s’affacciò al finestrone e disse: – Tocca a noi, – e nient’altro.

Ma aspettarono un pezzo, i repubblicani nemmeno si sentivano, e i partigiani, siccome non li sentivano, speravano di vederli. Ma per quanto sforzassero gli occhi tra quella pioggia e il verde, non li vedevano. Tanto che dopo un po’ qualcuno, a forza di non vederseli davanti, pensò di voltarsi a guardare se per caso non gli erano già dietro. Macché, pareva che aves­sero abbandonato la campagna per mettersi al riparo da quella grande acqua. Perché pioveva come in prin­cipio, e le armi si arrugginivano a vista d’occhio.

Per i partigiani che cominciavano a guardarsi in fac­cia fu un sollievo sentire a un certo punto la mitragliera di Castelgherlone aprire il fuoco. Rafficava piut­tosto spesso e i suoi traccianti cadevano piuttosto obli­qui nella pianura. Dall’angolo di caduta calcolarono che la repubblica non era più distante di trecento metri. Allora si misero bene a posto loro e le armi, obbligando le palpebre a non battere guardavano fissi avanti a sé e con le orecchie tese fino al dolore aspet­tavano che dal finestrone quello dei binoccoli dicesse qualcosa. Seguitò a non dir niente, finché un mino­renne perse la testa e sparò e cinque o sei altri l’imi­tarono, mirando nel verde all’altezza dei ginocchi di nessuno.

La risposta ci fu, repentina e diretta come il rivoltarsi d’un cane che pare che dorma e gli si pesta la coda; una gran salva complessa e ordinata che passò alta un metro sulla trincea di San Casciano e si schiac­ciò contro il muro del cimitero.

Stavolta c’erano, proprio di fronte, e si tirarono su dalla molle terra e spararono con tutte le armi, avendo i mirini accecati dal fango. Ora finalmente si vedevano, verdi e lustri come ramarri, ognuno col suo bra­vo elmetto, e il primo doveva essere un ufficiale, stava tutto diritto e si passava una mano sul viso per toglierne la pioggia. Un attimo dopo, era ancora diritto, ma le sue due mani non gli bastavano più per tampo­narsi il sangue che gli usciva da parecchi punti della divisa.

C’erano di qua mitragliatrici americane e di là tedesche, e insieme fecero il più grande e lungo rumore che la città di Alba avesse sino allora sentito. Per circa quattro ore, per il tempo cioè che i partigiani tennero San Casciano, fischiò nei due sensi un vento di pallottole – che scarnificò tutti gli alberi, stracciò tutte le siepi, spianò ogni canneto, e fece naturalmente dei morti, ma non tanti, una cifra che non rende neanche lontanamente l’idea della battaglia.

Così, dalle sette fino alle undici passate, quei dilet­tanti della trincea inchiodarono i primi fucilieri della repubblica, uomini che sbalzavano avanti e poi s’accucciavano e viceversa a trilli di fischietto, assaltatori ammaestrati.

Un po’ dopo le undici, in un riposo che sembrava si fossero preso i fascisti, quelli giù a San Casciano videro affacciarsi tra gli alberi di Castelgherlone un par­tigiano, e verso di loro faceva con le braccia segnali disperati. Come vide che da basso non lo capivano, si scaraventò giù per il pendio mentre, forse per fermare proprio lui, i fascisti riprendevano a sparare. Quel partigiano arrivò scivoloni nel fango e disse che la repubblica, visto che al piano non passava, s’era trasportata in collina, in faccia a Castelgherlone, preso il quale, avrebbe aggirato dall’alto San Casciano. Portarsi tutti in collina e spicciarsi, adunata a Cascina Miroglio, perché Castelgherlone l’abbandonavano a momenti. Lui tornò su, i partigiani saltarono fuori dalla trincea, sgambavano già nel fango verso la collina senza aspettarsi l’un l’altro, a certuni scivolavano dalle spalle le cassette delle munizioni e non si fermavano a raccoglierle, quelli che seguivano facevano finta di non vederle.

Il pendio di Cascina Miroglio è ben erto, i piedi sulla terra scivolavano come sulla cera, unico appiglio l’erba fradicia. Qualcuno dei primi scivolò, perse in un attimo dieci metri che gli erano costati dieci mi­nuti, finiva contro le gambe dei seguenti oppure questi per scansarlo si squilibravano, cosi ricadevano a grappoli improperandosi. Qualcuno, provatosi tre o quattro volte a salire e sempre riscivolato, scappò per il piano verso la città e fu perso per la difesa.

Arrivarono sull’aia della cascina vestiti e calzati di fango. A Cascina Miroglio c’era il Comandante la Piazza, un telefono da campo che funzionava e i mez­zadri inebetiti dalla paura che porgevano macchinal­mente secchi d’acqua da bere.

Marciando piegati in due arrivarono per la vigna gli uomini della mitragliera di Castelgherlone. Ma la grande arma non veniva con loro, l’avevano lasciata perché le si era rotto un pezzo essenziale. Gli altri, a quella vista, si sentirono stringere il cuore come se, girando gli occhi attorno, si fossero visti in cento in meno.

Era mezzogiorno, chi s’affacciò colle armi alle fine­stre, chi si postò dietro gli alberi, altri fra i filari spo­gli della vigna. E spararono alla repubblica quando sbucò dal verde di Castelgherlone. Piombò una mortaiata giusto sul tetto e il comignolo si polverizzò sul­l’aia. Un partigiano venne via dalla finestra per andare a raccogliere sul pavimento la mezzadra che c’era ca­scata svenuta.

Difesero Cascina Miroglio e, dietro di essa, la città di Alba per altre due ore, sotto quel fuoco e quella pioggia. Ogni quarto d’ora l’aiutante si staccava dal telefono e si sporgeva a gridare: – Tenete duro che vi arrivano i rinforzi! – Ma fino alla fine arrivarono solo per telefono.

In quel medesimo giorno, a Dogliani ch’è un grosso paese a venti chilometri da Alba, c’era la fiera autun­nale e in piazza ci sarà stato un migliaio di partigiani che sparavano nei tirasegni, taroccavano le ragazze, bevevano le bibite e riuscivano con molta facilità a non sentire il fragore della battaglia di Alba.

Che così fu perduta alle ore due pomeridiane del giorno 2 novembre 1944.

Fu il Comandante la Piazza a dare il segno della ritirata, sparò un razzo rosso che descrisse un’allegra curva in quel cielo di ghisa. Parve che anche i fascisti fossero al corrente di quel segnale, perché smisero di colpo il fuoco concentrato e lasciavano partire solo più schioppettate sperse.

Tutti avevano già spallato armi e cassette, ma non si decidevano, vagabondavano per l’aia, al bello sco­perto. Pensavano che Alba era perduta, ma che faceva una gran differenza perderla alle tre o alle quattro o anche più tardi invece che alle due. Sicché il Coman­dante fu costretto a urlare: – Ritirarsi, ritirarsi o ci circondano tutti! – e arrivava di corsa alle spalle dei più lenti, come fanno le maestre coi bambini delle elementari.

Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che lag­giù tremava come una creatura.

Qualcuno senza fermarsi raccattò una manata di fango e se la spalmò furtivamente sulla faccia, come se non fossero già abbastanza i segni che era stata dura. È che la via della ritirata passava per dove la città dà nella campagna: li c’erano ancora molte case e si sperava che ci fosse gente, donne e ragazze, a vederli, a vederli cosi. Ma quando vi sbucarono, nel viale del Santuario quant’era lungo non c’era anima viva, e questo fu uno dei colpi più duri di quella terribile giornata. Soltanto, da una portina uscì una signora di più di cinquant’anni, al vederli scoppiò a piangere e diceva bravo a tutti man mano che la sorpassavano, finché da dietro un’imposta il marito la richiamò con una voce furiosa.

Tagliarono il viale del Santuario e andando contro l’acqua che ruscellava giù per la stradina, attaccarono a salire la collina di Belmondo che è il primo gradino alle Langhe. A mezza costa si fermarono e voltarono a guardar giù la città di Alba. Il campanile della cat­tedrale segnava le due e dieci. Gli arrivò fin lassù un rumore arrogante, guardando a un tratto scoperto di via Piave videro passarci due carri armati, e poi altri due, ciascuno con fuori dell’orlo una testa con casco. Oh guarda, così avevano i carri e non li hanno nem­meno adoperati.

I partigiani ripresero a salire, era spiovuto, i fascisti entrarono e andarono personalmente a suonarsi le campane.

Così andò a finire la battaglia di Alba.

Il 2 novembre 1944.

I repubblichini, rafforzati da una divisione tedesca e dai reparti fascisti del Piemonte e della Liguria, scatenano l’assalto contro il movimento partigiano.

Dal 12 novembre al 20 dicembre ebbe inizio la battaglia delle Langhe.

100 morti e altrettanti feriti nella sola divisione “Garibaldi Langhe”.

Oltre 2000 tra morti e feriti, nelle file del nemico.

Ma i partigiani subirono un duro colpo e temporaneamente furono dispersi nel lungo inverno del 1944.

Si diedero appuntamento a febbraio per la lunga marcia verso quella che Beppe Fenoglio descrisse come “primavera di bellezza”, la fine della dittatura, la fine dell’occupazione, l’inizio di una nuova stagione di speranze.

Accadeva in Italia 62 anni fa.

Per non dimenticare, grazie.

0 Il Sogno e la Ragione

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GAETANO LIGUORI MICHELE FUSIELLO

IL SOGNO E LA RAGIONE

Foto Spot Agency Teatro Politeana Poggibonsi

 

Live Poggibonsi Teatro Politeama con Gaetano Liguori , Michele Fusiello e Alessandro Rossi 17/05/2008(acquista e-shop)

Live Poggibonsi Teatro Politeama con Gaetano Liguori , Michele Fusiello e Alessandro Rossi 17/05/2008 (foto di scena)

 

Per me il ’68 è un sogno.

Avevo solo 11 anni.

Nel’68, mi ricordo, la tv era in bianco e nero.

Uno strano bussolotto di metallo con un vetro verde e concavo davanti.

Non c’era il telecomando, solo l’interruttore.

Si vedeva un solo canale, il primo.

Quando si vedeva………

Perché non era mica come oggi, con l’antenna centralizzata, con i padelloni per ricevere i satelliti.

 

A casa mia l’antenna era vicina all’apparecchio.

E ognuno faceva come gli pareva.

Uno si alzava e muoveva l’antenna, le righe orizzontali sparivano.

Poi qualcun altro si alzava, passava accanto al filo e le righe tornavano, più grandi di prima.

Si poteva andare avanti per ore.

Una lotta.

Certe volte la valvola si scaldava e l’immagine si ingrandiva, poi si stringeva, e ancora si ingrandiva.

Ci voleva tanta pazienza.

E c’erano le manopole del contrasto e del volume, quelle di plastica, quelle che a furia di girarle ti restavano in mano e non si vedeva, né sentiva più niente.

Una lotta impari.

Per farli funzionare quegli strani aggeggi bisognava essere dei veri esperti.

Roba da scuola Radioelettra Torino.

 

Quando ero malato e non potevo andare a scuola, con mia nonna vedevo Non è mai troppo tardi.

Alle 12 in punto, appariva Alberto Manzi, un maestro, con la sua penna nella mano.

La sua era una mano piccolina, nera su foglio bianco, che insegnava a milioni di italiani come leggere e scrivere.

Mia nonna annuiva e prendeva appunti sulla carta del pane.

 

 

Di pomeriggio, alle 17,30, si vedeva La tv dei ragazzi.

I rulli dei tamburi introducevano una marcetta che scandiva una sfilata di bambini stilizzati che si tenevano per mano, come a comporre uno straordinario girotondo.

C’era Angelo Lombardi, “L’amico degli animali”.

Parlava con cani, gatti, leoni, serpenti.

Aveva la faccia da buono.

E Paolo Poli raccontava fiabe per bambini.

Poi c’erano I viaggi di Gulliver.

La sigla iniziava così:

“…….voglio girare tutte le strade del mondo …”

Come si può scordare Giovanna la nonna del corsaro nero?

“Nonnetta sprint, più forte di un bicchiere di gin”.

Lei che viveva bizzarre avventure nei mari del Sud insieme al suo maggiordomo Battista e all’irresistibile mozzo Nicolino, con quei fondali finti, fatti di cartapesta.

C’era di tutto a La tv dei ragazzi.

Uno degli appuntamenti fissi era Orizzonti della scienza e della tecnica.

Il primo aereo a decollo verticale, i radiotelescopi, i viaggi spaziali, i cervelli elettronici, quelli ingombranti che occupavano lo spazio di un appartamento.

 

Poi c’erano i telefilm.

Ivanhoe, cavaliere senza macchia e senza paura che si batteva contro gli uomini di Giovanni Senza Terra e lo Sceriffo di Nottingham, aspettando il ritorno di re Riccardo Cuor di Leone.

Thierry La Fronde giustiziere francese ai tempi della guerra dei cento anni. Come Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri.

I Compagni di Baal, fantomatica setta che agiva nella malavita francese.

 

E chi può dimenticare le commedie musicali?

Il Quartetto Cetra di Non cantare spara? Eh…?

Il Quartetto eseguiva le sue canzoni tra saloon, banditi, sparatorie e cazzotti vari in un vero clima da spaghetti western.

 

E gli sceneggiati?

Tino Buazzelli era Nero Wolf, Gino Cervi Il commissario Maigret, Ubaldo Lay il mitico Tenente Sheridan.

 

E i quiz? Lo sport preferito degli italiani.

Chissà chi lo sa di Febo Conti.

Non si vinceva niente.

Ogni sabato pomeriggio si sfidavano due classi delle medie inferiori.

Mi ricordo quella che veniva da Valmadrera.

C’erano sempre loro.

“Squillino le trombe, entrino le squadre”, gridava Febo Conti.

 

Non sopportavo Lassie e Rin tin tin.

Tutte le puntate erano la ripetizione di se stesse, come Il grande fratello.

Mi faceva ridere Alberto Lupo che leggeva le poesie, che duettava con Mina, che era sempre presente in tutti i programmi comici e drammatici.

Alberto Lupo con la voce profonda, le basette tenebrose, le dolcevita in cotone, i movimenti teatralmente misurati.

 

Ad un certo punto, mia madre mi guardava e diceva:

“Dopo Carosello….. a letto”

Ma come fai a perderti certe cose…

“A letto ……che domani si va a scuola”

Avveniva tutte le sere, tranne il sabato e la domenica, quando alle 20,30 andava in onda La freccia nera.

“La freccia nera fischiando si scaglia e la sporca canaglia il saluto ti dà”.

 

D’estate si poteva guardare la tv fino a tardi.

Ricordo che c’era uno strano tipo di nome Gennaro, in completo azzurro, una sorta di Mago Zurlì napoletano, travestito da arbitro internazionale.

Ma non di calcio.

Era l’arbitro di Giochi senza frontiere, un guazzabuglio di corse a ostacoli, giochi a base di acqua e sapone dove i concorrenti scivolavano e si andavano a schiantare contro castelli di polistirolo, cuscini, piume.

Le squadre venivano da ogni parte d’Europa.

E ti chiedevi..

Come sarà fatto un francese, e un tedesco, e un olandese?

Che vita faranno? Quali sono le loro abitudini?

Scoprivi lingue diverse, pronunce che ti facevano sognare luoghi lontani, anime e colori diversi che però stavano insieme.

 

Quando c’era la partita di calcio, di sera, i giocatori sembravano dei piccoli punti in movimento che si muovevano in funzione delle righe orizzontali e anche verticali di quell’antenna maledetta………

Da lontano, a Gianni Rivera non gli vedevi la riga dei capelli sempre ben pettinati come se ci fosse un parrucchiere personale che lo seguiva anche in campo.

Signorina, lo chiamava Gianni Brera, ma come giocava… come giocava…con la palla faceva quel che voleva.

Da fermo bloccava il pallone, con una finta spiazzava l’altra squadra, lanciava a 75 metri, esattamente sulla testa di Pierino Prati.

Il calcio, eh..?

C’era la gara per chi conosceva a memoria le formazioni.

Quella del Milan era come una antica filastrocca…

Cudicini, Anquilletti, Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati.

Poi c’era quella dell’Inter:

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso.

Le formazioni le si imparava a scuola o all’oratorio, quando si scambiavano le figurine con gli amici.

Le figu…..le mitiche figu…quelle che vincevi o perdevi giocando a muretto.

Le figu….ce lo …manca…ce lo ……….manca….

Lo scudetto della Fiore, la Fiorentina, era introvabile.

Per averlo un giorno dovetti sborsare dieci Pizzaballa, cinque Chiarugi, tre Bulgarelli e due De Sisti.

Mi indebitai per sempre.

C’è ancora gente che mi rincorre chiedendomi dov’è finito Pizzaballa?

Peggio di un mutuo suprime.

 

Di sera, quando ero a letto e la tv non si poteva più vedere, tenevo la luce spenta e accendevo la radio.

Non c’erano più le immagini in bianco e nero e i sogni diventavano a colori.

Si, a colori, perché con la radio puoi inventarti il tuo mondo attraverso il timbro della voce del conduttore.

Mi piaceva smanettare la manopola della radio di notte, a volume basso, con l’orecchio destro sul woofer, per captare ogni spostamento delle onde.

La modulazione di frequenza non era ancora occupata dalle radio private e di notte, le onde medie ti portavano in casa suoni lontani misti a forti fruscii, idiomi affascinanti, bella musica.

Amavo il rock e la Rai si rifiutava di trasmetterlo.

La chitarra di Jimi Hendrix uscì una notte dall’altoparlante di una vecchia radio valvolare attraverso Radio Caroline, un’emittente che trasmetteva dal canale della Manica.

Radio Caroline era sempre in movimento perché girava l’Europa sopra una nave.

I dj me li immaginavo vestiti di nero, con la benda nera su occhio, a bordo di una vecchia imbarcazione con la bandiera dei pirati.

 

I singoli, i 45 giri, si infilavano nei mangiadischi dai colori improbabili ( arancione, rosa fucsia).

Con quegli arnesi si riusciva perfettamente a tranciare i solchi del vinile.

Praticamente erano delle seghe elettriche musicali.

 

I dischi si infilavano anche nei juke box dei bar.

Una rivoluzione, 50 lire, tre canzoni.

Ogni tanto un 45 giri s’incantava.

Altre volte andava a 33 giri mentre le persone bevevano di mattina il cappuccino che gli andava di traverso.

 

Ai primi posti della hit parade di Lelio Luttazzi c’era Azzurro di Adriano Celentano, La bambola di Patty Pravo, Angeli Negri di Fausto Leali, Applausi dei Camaleonti, Ho scritto t’amo sulla spiaggia di Franco I e Franco IV, Luglio di Riccardo del Turco.

 

Sergio Endrigo e Roberto Carlos con Canzone per te vincevano il Festival di Sanremo del’68.

Solo l’anno prima al festival se ne era andato Luigi Tenco, un poeta.

Ancora oggi c’è chi cerca una verità su quella morte improvvisa e oscura.

 

Nelle sale cinematografiche gli italiani si accalcavano per 2001 odissea nello spazio di Stanley Kubrick, C’era una volta il west di Sergio Leone, Rosmary’s baby di Roman Polansky, Hollywood Party di Black Edwards, Banditi a Milano di Carlo Lizzani, sulla Banda di Pietro Cavallero e Sante Notarnicola.

 

Nei bar c’erano flipper colorati.

La biglia di ferro compiva giri virtuosi e la macchina emetteva dei rumori, come fossero ruggiti. Se appena la scuotevi si bloccava, andava in tilt e ti fregava la monetina.

E i biliardini?

I giocatori di plastica avevano magliette di squadre vere.

Qualcuno frullava, altri facevano ganci mirabolanti che sfondavano la porta dell’avversario.

Le partite duravano ore.

I baristi erano contenti di tutto questo sciame di ragazzini.

 

Nel ’68, il Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat.

Presidente della Camera Sandro Pertini.

Presidente del Senato Amintore Fanfani.

 

In Italia, la Democrazia Cristiana era il primo partito, seguito dal Partito Comunista e dal Partito Socialista.

All’inizio dell’anno, Aldo Moro era Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri Amintore Fanfani, Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani.

Alla fine del ’68, il timone passa dalle mani di Aldo Moro a quelle di Giovanni Leone e Mariano Rumor.

Uomini diversi, nessun cambiamento.

Un monocolore democristiano.

Stesse facce, stesse parole, stessi risultati economici.

 

Nel ’68 lo stipendio di un operaio specializzato era di 110mila lire al mese.

L’affitto medio di un appartamento a Milano e Roma ammontava a 35 mila lire al mese.

La Fiat 500 lusso costava 525 mila lire.

Una tazza di caffè al bar costava 50 lire.

Un litro di benzina 75 lire.

Il 27 del mese era un miraggio.

 

Proseguiva l’onda lunga del boom demografico.

4 milioni e mezzo di bambini erano iscritti alle scuole elementari, quasi 2 milioni i ragazzi delle medie inferiori, 1 milione e mezzo andavano alle superiori, 500 mila all’Università.

Mancavano 33 mila aule.

Ma il 9% degli italiani erano analfabeti che si guardavano Non è mai troppo tardi e imparavano i verbi dalla televisione.

 

Nel ’68 avevo le idee un po’ confuse, ma sapevo già da che pare stare.

Mio padre era stato partigiano.

E mio nonno non aveva mai preso la tessera del partito fascista durante il ventennio.

Ne andava fiero.

 

Appena finito di mangiare il nonno si alzava dalla sedia e si piazzava in un divano vicino al fuoco, gli uomini sparecchiavano, le donne lavavano i piatti. Il nonno accendeva la pipa, poi prendeva un bicchiere e si versava la grappa, guardava i bambini, cioè noi, e con voce forte diceva: «Allora…».

Iniziava così una storia del passato, quando sul crinale dell’appennino tosco – emiliano si combatteva la guerra.

Prato liberata dagli americani, Bologna ancora in mano ai nazifascisti, e in mezzo c’erano i partigiani del gruppo Stella Rossa, tutti comunisti.

Il nonno descriveva in modo minuzioso le serate a lume di candela passate ad ascoltare clandestinamente i messaggi in codice di Radio Londra, lo scalpiccio di stivali dei soldati nazisti sulla ghiaia, fuori dalle case, il vento forte che passava tra i vetri, gli spari, le urla, la morte.

I giornali che mancavano, la tessera del pane, la fame, il freddo, le sirene del coprifuoco, i bombardamenti, le notti passate nei bunker pregando di vedere l’alba.

Ogni sera la storia che il nonno raccontava era così uguale ma così diversa. C’era sempre un elemento in più che rendeva il suo racconto affascinante e mai noioso: un taglio di luce particolare, un gioco di ombre, un temporale, il chiarore delle stelle, un odore, soprattutto la passione civile.

Sapevo da che parte stare.

 

Non ho fatto il ’68.

Avevo 11 anni.

Per questo, forse, stasera ne posso parlare.

 

Per me il ’68 è una fotografia in bianco e nero.

Una famiglia riunita la vigilia di Natale, davanti a una fetta di panettone.

Mia madre sul balcone, con le braccia conserte, mentre da Sesto San Giovanni sfilano migliaia di tute bianche: sono gli operai della Pirelli e della Breda in sciopero.

Una città del nord, una fabbrica, turno A, le sette del mattino, il freddo che entra nelle ossa e non fa respirare, i lavoratori che scendono dai pullman, un volantino nelle mani, si infilano sotto la tettoia, inghiottiti dai cancelli.

Mio padre che torna dall’officina.

E’ stanco, deluso, sfiduciato, mostra la sua busta paga, gli hanno portato via 7 mila lire.

Una moto che passa accanto a un muro con sopra scritto a vernice bianca, “Il Vietnam è in fabbrica”.

 

Per me il ’68 è un treno di pendolari, volti scuri, poche parole, nessun saluto, un giornale letto in fretta.

E’ un tram alle 7 del mattino, gente che corre e l’autista che chiude le porte in faccia.

 

Per me il ’68 è Tito Stagno.

In televisione, per 28 ore, racconta lo sbarco dell’uomo sulla Luna.

Sembra un film, un libro, un fumetto di fantascienza, come quelli di Urania.

Ma è tutto vero.

Immagini in bianco e nero, distese di crateri, pianure, deserti, un uomo con la tuta bianca che cammina sulla polvere, una navicella spaziale pronta a ripartire per la terra.

 

Per me il ’68 è il leader del Movimento Studentesco, Mario Capanna, che impreca contro le signore impellicciate della Milano bene che entrano al Teatro La Scala, il 7 dicembre, il giorno della prima, disposte a spendere in pochi minuti lo stipendio di un operaio di un mese.

Per me il ’68 è sempre Mario Capanna che si rivolge ai poliziotti:

“Siete tutti meridionali. Ad Avola avete sparato sui vostri padri, sui vostri fratelli meridionali. Il potere vi usa, ribellatevi.”

La polizia che carica gli studenti a valle Giulia, Roma.

Gli studenti che invece di scappare tirano sampietrini e bottiglie molotov contro le forze dell’ordine.

Per me il ’68 sono le parole di Pierpaolo Pasolini:

“Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri”.

 

Per me il ’68 è Don Enzo Mazzi che parla alla sua gente del quartiere Isolotto di Firenze, dopo essere stato allontanato dall’arcivescovo Florit.

Don Mazzi che conserva il suo dissenso, rimanendo al suo posto.

Un uomo di chiesa che resta vicino alla povera gente.

 

Per me il ’68 è Daniel Cohn Bendit vicino a un cartello stradale, con un megafono in mano parla agli studenti durante il maggio francese.

Una strada di Parigi e cento macchine ribaltate, poi bruciate che si trasformano subito in barricate.

I fascisti che si scontrano con i compagni all’Università di Roma, i banchi e gli armadi tirati giù dal quarto piano, il sangue dei feriti.

 

Per me il ’68 è l’ultimo istante di vita del reverendo Martin Luther King, ucciso da un sicario, sul balcone del Motel Lorraine di Memphis, davanti alla stanza 306.

Solo cinque anni prima aveva detto davanti a centinaia di migliaia di persone:

 

“ I have a dream, ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali.”

 

Per me il ’68 sono i sogni di Bob Kennedy espressi nelle ultime parole prima di essere ucciso da un killer:

 

“Amore, saggezza, solidarietà per coloro che soffrono, giustizia per tutti, bianchi e neri. Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché….. Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no.”

 

Per me il ’68 è un treno che attraversa l’America.

Trasporta la salma del senatore democratico Bob Kennedy, nel suo ultimo viaggio.

Il lavoro si ferma in tutto il paese.

Non si può stare in casa, guardare la televisione, ascoltare la radio.

Bisogna esserci, stare lì, mentre il treno nero attraversa l’intera nazione.

 

Centinaia, migliaia, migliaia di migliaia, si accalcano lungo le strade ferrate d’America, in un passaparola interminabile:

Tutti alla stazione..tra un’ora passa il treno di Bobby…

 

Per me il ’68 è una casa bianca, un ruscello, una madre con due figli che salutano come se Bob Kennedy fosse un generale di un’armata di diseredati.

Una famiglia sulle rotaie, il padre con un mazzo di fiori in una mano, mentre l’altra si asciuga le lacrime.

Ragazzi di colore sopra un treno merci, una donna nera che piange ….mentre il treno prosegue, di chilometro in chilometro, di stazione in stazione, verso la destinazione finale.

Vai..Vai, verso il sud, attraversa gli stati, verso il nord..vai..vai..

Decine di persone con una bandiera americana e altre ferme in mezzo alla campagna, e altre ancora disseminate lungo l’autostrada di ferro.

Lui, lei, avranno quarant’anni, i loro cinque figli, schierati in orizzontale in posizione di riposo.

Poi un cartello..so long Bobby.

Infine solo il vuoto di quella morte senza senso.

 

Per me il ’68 è un carro armato russo che invade piazza San Venceslao, a Praga.

Poi curva su Staromeska nemesti, passa sotto l’orologio del ‘400, e tira dritto verso il castello, quello di Kafka, all’assalto del palazzo, mentre Alexander Dubceck e Ludvick Svoboda, tentano la strada del socialismo democratico.

Il ’68 è un giovane che sventola la bandiera cecoslovacca sopra un blindato con la stella rossa.

 

“Libertà a Dubceck, abbasso i russi, tornate a casa, non vi vogliamo”.

 

E’ Jan Palack che si brucia sotto i portici della città vecchia.

E’ Gustav Husak che parla da dittatore nell’unico canale televisivo disponibile, a nome di un governo fantoccio, invoca leggi speciali e di polizia, il coprifuoco, la soppressione della stampa libera.

 

Per me il ’68 è il rumore assordante degli aerei B52 americani che bombardano le pianure del Vietnam.

Le urla dei ragazzi con i cartelli che marciano contro la guerra.

Le canzoni di Joan Baez e di Bob Dylan, le poesie di Jack Rubin e Lawrence Ferlighetti, i concerti dei Greateful Dead e dei Jefferson Aiplane nei saturday afternoon di San Francisco.

I giovani che bruciano le cartoline di precetto davanti ai distretti militari americani.

Il ’68 è l’offensiva del capodanno del Tet, 50 mila vietcong all’assalto di 500 mila marines.

Migliaia di morti.

Le immagini raccapriccianti del massacro nel villaggio di My Lai.

Neonati, bambini, ragazzi, donne, vecchi.

La foto della strage di civili vietnamiti trucidati dalla furia del tenente Calley.

I bambini con le mani alzate che fuggono dal loro paese in fiamme, colpito da bombe al napalm.

 

Per me il ’68 sono i reporter della televisione americana Cbs che mostrano al mondo l’orrore, le sofferenze e le distruzioni della guerra in Vietnam.

 

“Qui è Morley Safer della Cbs. Ci troviamo alla periferia del villaggio di Cam Ne, con elementi del primo battaglione del 9 marines. Stavamo entrando nel villaggio quando….potete vedere e sentire direttamente quello che è accaduto. Ecco cos’è in sostanza la guerra del Vietnam. I marines stanno bruciando la capanna di questa coppia di vecchi…”

 

Per me il ’68, sono le lettere dal Vietnam spedite da soldati americani, poco dopo stanati e uccisi a uno a uno dai vietcong nella giungla.

Ragazzi d’America di diciotto anni, muscoli e faccia quadrate, bianchi e neri, ricchi e poveri, di ogni ceto sociale, di ogni classe.

Diciotto anni, tutti di leva, pochi riservisti.

Diciotto anni, un fucile in spalla, scarpe grosse ,sporche di fango.

Diciotto anni, lunghe marce, la pioggia, le paludi, le zanzare.

Diciotto anni, figli della nuova America, partiti ordinati e puliti, tornano a casa dentro una bara avvolta della bandiera stella e strisce, con una bella medaglia d’oro sul petto e un bel funerale militare.

L’inno, il saluto, i discorsi, la retorica.

Poi un solo grande silenzio.

Diciotto anni, tornare dal Vietnam, senza un lavoro, senza una fidanzata, con un piede e una mano di meno..e sentirsi ancora fortunati….

 

Per me il ’68 è Città del Messico, Piazza delle tre culture, la polizia reprimeva una manifestazione del movimento studentesco, sparava sulla folla, centinaia di morti, migliaia di feriti.

Per me il’68 è Città del Messico, Olimpiadi, davanti alle tv di tutto il mondo, sul podio dei 200 metri, i pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos, faccia scura, rivolta in basso, in senso di sfida e di disprezzo, contro le discriminazioni razziali.

 

Per me il ’68, erano quelli che suonavano il rock sognando di essere a San Francisco.

Suonare nelle cantine umide d’estate, fredde d’inverno, con la muffa sul soffitto, in quei luoghi angusti ricoperti di contenitori delle uova color cacca di piccione, usati come fossero pannelli acustici.

Suonare rock con le chitarre elettriche Fender Stratocaster rigorosamente bianche, gli amplificatori Marshall neri, le valvole saturate, con la batteria, il basso, i primi sintetizzatori, i mitici moog, gli organi Hammond come quelli suonati dai padri del r&b.

 

Per me il ’68 erano quelli che scappavano da casa e si univano alle prime comuni.

Quelli che lasciavano i letti puliti, ordinati, le cene alle feste comandate, i soldi nel portafoglio, la macchina nuova, il lusso, per dormire in case occupate, giacigli di fortuna.

Erano i giovanotti con i capelli lunghi, che facevano arrabbiare parrucchieri e benpensanti.

 

Per me il ’68 erano le persone depresse o senza memoria, rinchiusi dentro i manicomi, insultati, legati a letti di contenzione, denigrati, picchiati, torturati, imbottiti di pastiglie di psicofarmaci, resi innocui da punture di sedativi ed elettroscock.

Per me il ’68 era Franco Basaglia che all’ospedale di Trieste trovava per loro i motivi di un esistenza meno infelice.

 

Per me il ’68 erano tutti quelli che si rifiutavano di andare a militare, di servire la Patria, anni prima della legge sul servizio alternativo civile e per questo venivano rinchiusi nel carcere militare di Gaeta e di Peschiera.

Per me il ’68 erano gli antimilitaristi che venivano processati da tribunali fasulli, senza avvocati di difesa, in processi così identici a quelli istruiti in una qualsiasi dittatura militare sudamericana, composti sempre da un generale, uno psicologo, un prete e un maresciallo dei carabinieri.

Tribunali da dittatura militare ma….democratici.

 

Per me il ’68 erano le donne che cercavano la loro emancipazione, dentro e fuori la famiglia, che si ribellavano alle violenze dei mariti, che lottavano per una legge giusta, quella del divorzio, sei anni prima del referendum, in tempi da caccia alle streghe.

Per me il’68 erano le minigonne delle ragazze che finalmente scoprivano le loro gambe.

 

Per me il ’68 era tutto questo e molto di più.

Qualcosa che forse, nel tempo, ci siamo scordati di capire.

Per paura di guardarci fino in fondo nello specchio, e voltare pagina davvero

 

Sono cronache del ’68.

L’anno del sogno e della rivolta, della passione civile e della violenza, delle grandi conquiste sociali e della dura risposta dello Stato.

 

14/15 gennaio.

Sicilia: terremoto del Belice. Almeno trecento vittime.

L’Italia è sconvolta e riscopre la solidarietà.

Come nell’alluvione del 1966 a Firenze.

15 gennaio, Roma: manifestazione di studenti dellUniversità Cattolica in piazza San Pietro.

18/19 gennaio, Brema (Germania): gravi scontri tra studenti e polizia.

Un morto e molti feriti.

25 gennaio, Firenze, Siena, Livorno e Pisa: occupazioni delle università.

26 gennaio, Milano: primo sciopero dei studenti medi, occupato il Liceo Berchet.

30 gennaio, Firenze: polizia carica gli studenti. Dimissioni del rettore.

30 gennaio, Vietnam: offensiva del Tet sferrata contro i marines americani da nordvietnamiti e vietcong.

 

2 febbraio, Roma: occupate le Università di Lettere e Architettura.

8 febbraio, Francia: prima barricata al Quartiere latino di Parigi.

28 febbraio, Milano: alla Statale occupate le Università di Lettere, Legge e Scienze.

Gran parte degli atenei sono bloccati.

 

1 marzo. Roma: a Valle Giulia la polizia carica gli studenti che si rivoltano contro le forse dell’ordine.

Centinaia di ragazzi arrestati e feriti, uomini delle forze dell’ordine all’ospedale.

 

8 marzo, Polonia: rivolta studentesca.

16 marzo, Roma: gruppi di fascisti assaltano l’Università di Lettere.

Respinti a Legge lanciano mobili sugli studenti.

Viene ferito Oreste Scalzone.

Lo stesso giorno in Vietnam: massacro di civili nel villaggio di My Lai.

 

22 marzo, Francia: occupata l’università di Nanterre.

Nasce il ”movimento 22 marzo” di Daniel Cohn-Bendit.

25 marzo, Milano: ”Battaglia di Largo Gemelli” all’Università Cattolica con scontri violenti tra studenti e polizia.

Due giorni dopo in Unione Sovietica: l’astronauta Iuri Gagarin muore in un incidente.

30 marzo, Stati Uniti: il presidente Johnson annuncia la sospensione dei bombardamenti sul Nord Vietnam.

4 aprile, Stati Uniti: a Memphis (Tennessee) e’ ucciso Martin Luther King.

 

6 aprile, Torino: migliaia di studenti partecipano ai picchetti degli operai della Fiat in sciopero.

19 aprile, Valdagno: operai abbattono la statua del conte Marzotto.

11 aprile, Germania: a Berlino il leader studentesco Rudy Dutschke viene ferito a colpi di pistola da un imbianchino neonazista.

29 – 30 aprile, Stati Uniti: bloccate le lezioni in molte università.

Almeno 2 milioni di studenti sono in agitazione contro il razzismo e la guerra.

Francia: a Parigi comincia il Maggio francese.

6 maggio, Francia: a Parigi gli studenti che tentano di occupare la Sorbona si scontrano con la polizia.

10 maggio, Francia: ”Notte delle barricate” al Quartiere latino.

13 maggio, Francia: lo sciopero generale blocca la Francia.

A Parigi manifestano in 800.000.

Gli studenti rioccupano la Sorbona.

14-16 maggio, Francia: scioperi spontanei nelle fabbriche.

A Parigi occupati il teatro Odeon e l’Accademia di Francia.

18 maggio, Stati Uniti: a Berkeley in migliaia solidarizzano con gli studenti che hanno rifiutato di partire per il Vietnam.

19 maggio, Francia: lo sciopero coinvolge 2 milioni di francesi.

Si blocca il paese. Interrotto anche il Festival di Cannes.

Lo stesso giorno in Italia: elezioni politiche: crollo (-5,4%) del Psu (Psi e Psdi insieme), crescono Dc e Pci, 4,5% al Psiup.

24 maggio, Francia: gli studenti si scontrano con la polizia nelle principali citta’.

A Parigi un morto tra i manifestanti.

30 maggio, Francia: De Gaulle scioglie le Camere.

A Parigi sfilano 600.000 persone della ”maggioranza silenziosa”.

Stesso giorno a Milano: un centinaio di artisti occupa la Triennale.

3 giugno, Roma: la polizia sgombera l’Università.

5 giugno, Stati Uniti: a Los Angeles (California) viene ucciso Bob Kennedy.

 

7 giugno, Milano: gli studenti assediano la sede del Corriere della Sera di via Solferino.

Il sit-in si trasforma in un duro scontro con la polizia.

10 giugno, Roma: l’Italia vince il campionato europeo di calcio.

16 giugno, Francia: a Parigi la polizia sgombera la Sorbona.

20 giugno, Venezia: artisti ritirano le opere della Biennale per protesta contro le cariche di polizia a San Marco.

23 giugno, Francia: i gollisti stravincono le elezioni anticipate.

13 agosto, Grecia: Panagulis fallisce un attentato contro Papadopulos.

20 agosto, Cecoslovacchia: ingresso delle le truppe del Patto di Varsavia per stroncare la ”primavera di Praga” di Dubcek.

 

28 agosto, Venezia: Zavattini, Pasolini, Pontecorvo guidano la contestazione dei registi alla mostra del cinema.

 

7 settembre – Portogallo: il dittatore Salazar lascia.

Potere a Caetano.

14 settembre, Parma: Duomo occupato da cattolici del dissenso. In nottata sgombero della polizia.

3 ottobre, Messico: nella capitale, a Piazza delle tre culture, la polizia spara sugli studenti. Centinaia di morti.

17 ottobre, Messico: alle Olimpiadi, clamorosa protesta degli atleti neri Usa Smith e Carlos, sul podio con il pugno chiuso nero.

 

18 ottobre, Roma: si espande il movimento degli studenti medi’.

6 novembre, Richard Nixon viene eletto presidente degli Stati Uniti.

2 dicembre, Avola la polizia spara sui braccianti.

2 morti, decine di feriti. Sul selciato si conteranno centinaia di proiettili sparati dalle forze dell’ordine e dai mafiosi.

7 dicembre, Milano: gli studenti contestano la prima della Scala.

31 dicembre, Marina di Pietrasanta (Lu): contestato il Capodanno alla Bussola, famoso locale della Versilia.

Soriano Ceccanti, ferito da un colpo di pistola, resta paralizzato per sempre.

 

Per me il ’68 è tutto questo, e molto, molto altro ancora.

Ma c’era un prima e un dopo.

 

Prima gli studenti non potevano affiggere manifesti nella scuola.

Dopo le scuole erano composte da manifesti, non da mattoni.

Prima gli studenti non potevano riunirsi in assemblea.

Dopo i presidi chiamavano la polizia per sgomberare le assemblee.

Prima si studiavano piani arcaici, quasi medievali, imposti dal ministero dell’Istruzione.

Dopo per tutti c’era il sei politico.

Oggi nei libri di testo non c’è scritto nulla della Resistenza, nulla delle stragi italiane, nulla della mafia, nulla della storia contemporanea.

 

Prima un operaio lavorava oltre 40 ore, a cottimo, straordinari non pagati, stipendi da terzo mondo. Moriva schiacciato dalle presse.

Dopo il sindacato e consigli di fabbrica difendevano i diritti dell’operaio.

Oggi l’operaio muore ancora schiacciato dalle presse.

 

Prima i giovani studenti giornalisti del periodico La Zanzara del liceo milanese Parini venivano processati per un’inchiesta su sesso e gli adolescenti.

Dopo si professava l’amore libero.

Oggi ci continua fortunatamente a trombare.

 

Prima una donna per abortire doveva andare a Londra, pagare in sterline nella totale solitudine.

Prima una donna per abortire doveva rivolgersi alle mammone, alle santone, ai maghi e poteva morire sotto i ferri.

Dopo c’è stata la legge 194.

Oggi c’è la caccia alle streghe.

Oggi un ex sessantottino, ex comunista, ex socialista, ex anticlericale come Giuliano Ferrara presenta liste antiabortiste, e la polizia a Napoli, entra in una clinica e sequestra il feto.

 

Prima i depressi venivano chiamati matti e richiusi nei manicomi, picchiati, legati, torturati dagli elettroscock.

Dopo c’è stata la legge 180, i manicomi sono stati chiusi.

Oggi quelle persone erano meno infelici.

 

Prima la Rai era controllata dai partiti.

Dopo la Rai era ancora in mano ai partiti.

Oggi la Rai è proprietà di tutti i partiti.

 

Prima c’erano bustarelle, corruzione, scandali, appalti truccati ma per la televisione tutto andava bene.

Dopo c’erano bustarelle, corruzione, scandali, appalti truccati e i giornalisti della televisione, con le loro inchieste, facevano cadere i governi.

Oggi i giornalisti della televisione, tranne pochi, leccano il culo ai potenti.

 

Prima i magistrati chiudevano le indagini sugli omicidi di mafia nei polverosi cassetti del cosiddetto Porto delle nebbie.

Dopo i magistrati venivano ammazzati dalla mafia.

Oggi la mafia controlla il 50% dei capitali finanziari del nostro paese.

 

Prima la polizia sparava sugli studenti. Uccisi Ardizzone e Rossi.

Dopo la polizia ha continuato a sparare sugli studenti. Uccisi Serrantini, Saltarelli, Franceschi, Varalli, Zibecchi, Bruno, Masi.

Dopo la polizia ha costituito il suo sindacato democratico.

Oggi, nel 2001 a Genova, la polizia ha continuato a sparare sui manifestanti uccidendo Giuliani.

 

Prima la violenza politica erano le molotov e i sampietrini degli studenti.

Dopo la violenza politica erano le pistole. Le organizzazioni della lotta armata di sinistra hanno ucciso 131 persone, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, giornalisti. 2000 i gambizzati.

Oggi, nel 1999 e nel 2002, le Brigate Rosse hanno ucciso Massimo D’Antona e Marco Biagi.

 

Prima del ’68 c’era stata la strage di Portella della Ginestra.

Dopo il ’68, le bombe hanno ucciso vittime innocenti a Milano, in Piazza Fontana e davanti alla Questura, a Brescia in Piazza della Loggia, a san Benedetto Val di Sambro sui treni Italicus e Rapido 904, a Bologna, alla stazione.

Oggi per quelle stragi non vi è alcuna giustizia.

 

Per me il ’68 è tutto questo, e molto, molto altro ancora.

Il’ 68 era fatto da persone che avevano bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo.

Erano disposti a cambiare ogni giorno, perché sentivano la necessità di una morale diversa.

Come diceva Giorgio Gaber, forse era solo una forza, un volo, un sogno.

Perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una.

Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in corpo solo.

 

0 Reading Letterari

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

READING LETTERARI


 

“La menzogna letteraria è una sorta di vendetta contro la menzogna ufficiale. Quella si che è un inganno. Diciamo che la letteratura propone una bugia innocente per rispondere alla grande truffa dell’interpretazione della verità che ci offre il potere”

Live Radio Popolare Olly Night Giuliano Nava 27/08/11(audio)

Live Villa Potenza “Io so” Pierpaolo Pasolini con Gang 23/10/10(video)

Live Milano Biblioteca Braidense “Milano e la memoria” sulla Resistenza con Michele Fusiello 10/10/09(audio)

Live Milano Per Fausto e Iaio 18/03/09(audio)

Live Stazione di Bologna “Songs from the rooms” con Antonio Rigo Rghetti e Robby Pellati 03/07/08 (audio)

Live Bologna “Ad alta voce 2007”, D aniele Biacchessi legge “Un eroe borghese ” di Corrado Stajano (video)

Daniele Biacchessi legge “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia (video)

Daniele Biacchessi legge Farheneit 451 di Ray Bradbury (audio)

Daniele Biacchessi legge Nada di Jean-Patrick Manchette (audio)

Daniele Biacchessi legge Un attimo..vent’anni (audio)

 

 

 

0 Punto Zero

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

PUNTO ZERO

Testi di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti

 

Live Vercelli Salone Dugentesco Festival Poesia Civile 15/11/08 (audio)

“Dobbiamo andare e non fermarci mai.”

“Per andare dove, amico?”

 

 

“Non lo so, ma dobbiamo andare”.

Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio.

Come è strano essere lontani da casa quando la distanza è un intero continente e non sai neanche più dove sia la casa tua e la casa>> che ti resta è quella che hai in testa.”

Non fate periodi che separino frasi-strutture già confuse arbitrariamente da falsi punti e da timide virgole per lo più inutili, ma servitevi di un energico spacco che separi il respiro retorico (come il musicista di jazz prende fiato tra le varie sonate).

Beat è il viaggio dantesco il beat è Cristo il beat è Ivan il beat è qualunque uomo qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato.

Un sassofonista cosa fa? Fa un bel respiro e poi soffia nel suo strumento fino a costruire una frase unica con il suo fiato. Così io separo le mie frasi come fossero respiri diversi della mente.

L’UOMO CHE CAVALCAVA LE PAROLE

Is it the voice, of the Fourth person Singular

E’ LA VOCE della 4 persona singolare

Is it the voice, within the voice of the turtle

è la voce, dentro alla voce della tartaruga

Is it the face, Behind the face of the race

è la faccia, dietro la faccia della razza

Poetry is made of night though

LA poesia è fatta di pensieri notturni

If it can tear it self away from illusion

Se può strapparsi via dall’illusione

It wil not be disowned, Before the done

non sarà ripudiata, prima dell’alba

Poetry is made by evaporating

La poesia è fatta evaporando

The liquid laughter of youth

La risata liquida della giovinezza

Poetry is a book of light at night

La poesia è un libro di luce di notte

Dispersing clouds of unknowing

che diffonde nuvole di non sapere

It hears the whisper of Elephants

sente il sussuro degli elefanti

And seas how many angels dance On the head of a pin

e guarda quanti angeli danzano sulla testa di uno spillo

And how many angels and devils dance on the head of a phallus

E quanti angeli e diavoli danzano sulla pinta di un fallo

It is a humming a keening

è un ronzio, un lamento

A laughing a sighing at dawn

una risata un singhiozzo all’alba

A wild soft laughter

e una morbida risata selvaggia

It is the final gestalt of the immagination

è la gestalt finale

Poetry should be emotion

La poesia dovrebbe essere emozione

Recollected in emotion

Ricordata ..nell’emozione

L’UOMO DAL CILINDRO A STELLE E STRISCE

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate della mia nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,

che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette

che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,

che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,

che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,

che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,

che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso

con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire,

incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo,

solidità Peyota di corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce regale luce della mente,

che si incatenavano ai subways in corse interminabili dal Battery al santo Bronx pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo,

che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di Bickford fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel desolato Fugazzi ascoltando lo spacco del destino al jukebox all’idrogeno,

che parlavano settanta ore di seguito dal parco alla stanza al bar a Bellevue al museo al ponte di Brooklyn,

schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai

gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai

davanzali dall’Empire State giù dalla luna, farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti

e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks

di ospedali e carceri e guerre, intieri intelletti rigurgitati in un richiamo totale per

sette giorni e notti con occhi brillanti, carne

da Sinagoga sbattuta per terra, che svanivano nel nulla Zen New Jersey lasciando

una scia di ambigue cartoline del Municipio di

Atlantic City, straziati da sudori Orientali e scricchiolii d’ossa

Tangerini e emicranie Cinesi nel rientro dalla steppa in una squallida stanza mobiliata di Newark, che giravano e giravano a mezzanotte tra i binari

morti chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati, che accendevano sigarette in carri merci carri merci

carri merci strepitanti nella neve verso fattorie

solitàrie nella notte dei nonni, che studiavano Piotino Poe Sangiovanni della Croce

telepatia e cabala del bop perché il cosmos

vibrava istintivamente ai loro piedi nel Kansas, che stavano soli per le strade dello Idaho in cerca di

visionari angeli indiani che erano visionari angeli

indiani, che credevano di essere soltanto matti quando Baltimore luccicava in un’estasi soprannaturale, che sobbalzavano in limousine col Cinese dell’ OkIaho-

ma sotto l’impulso di inverno mezzanotte luce

stradale provincia pioggia,

che indugiavano affamati e soli a Houston in cerca di jazz o sesso o minestra, e seguivano il brillante Spagnolo per chiacchierare sull’America e l’Eternità, causa persa, e cosi si imbarcavano per l’Africa,

che scomparivano nei vulcani del Messico non lasciando che l’ombra dei jeans e la lava e ceneri di poesia sparse nella Chicago caminetto,

che riapparivano sulla West Coast indagando sul f.b.i. barbuti e in calzoncini con grandi occhi pacifisti sexy nella pelle scura distribuendo volantini incomprensibili,

che si bucavano le braccia con sigarette protestando contro la nebbia di tabacco narcotico del Capitalismo,

che diffondevano manifesti Supercomunisti in Union Square piangendo e spogliandosi mentre le sirene di Los Alamos li zittivano col loro grido, e gridavano giù per Wall e anche il ferry di Staten Island gridava,

che crollavano piangendo in palestre bianche nudi e tremanti davanti al macchinario di altri scheletri,

che mordevano i poliziotti nel collo e strillavano di felicità nelle camionette per non aver commesso altro delitto che la loro intossicazione e pederastia pazza tra amici,

che urlavano in ginocchio nel subway e venivano trascinati dal tetto sventolando genitali e manoscritti,

che si lasciavano inculare da motociclisti beati, e strillavano di gioia,

che si scambiavano pompini con quei serafini umani, i marinai, carezze di amore Atlantico e Caribbeo,

che scopavano la mattina la sera in giardini di rose e sull’erba di parchi pubblici e cimiteri spargendo il loro seme liberamente su chiunque venisse,

che gli veniva un singhiozzo interminabile cercando di ridacchiare ma finivano con un singhiozzo dietro un tramezzo dei Bagni Turchi quando l’angelo biondo & nudo veniva a trafiggerli con una spada,

che perdevano i loro ragazzi d’amore per le tre vecchie streghe del fato la strega guercia del dollaro eterosessuale la strega guercia che strizza l’occhio dal grembo e la strega guercia che sta li piantata sul culo a spezzare i fili d’oro intellettuali del telaio artigianale,

che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra un amante un pacchetto di sigarette una candela e cadevano dal letto, e continuavano sul pavimento e giù per il corridoio e finivano svenuti contro il muro con una visione di fica suprema e sperma eludendo l’ultima sbora della coscienza,

che addolcivano le fiche di milioni di ragazze tremanti al tramonto, e avevano gli occhi rossi la mattina ma pronti ad addolcire la fica dell’alba, natiche lampeggianti sotto i granai e nude nel lago,

che andavano a puttane nel Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver — gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti, in poltrone traili

ballanti di vecchi cinema, su cime di montagna in caverne o con cameriere secche in strade familiari sottane solitarie alzate & solipsismi particolarmente segreti nei cessi dei distributori di benzina, & magari nei vicoli intorno a casa,

che dissolvevano in grandi cinema luridi, si spostavano in sogno, si svegliavano su una Manhattan improvvisa, e si tiravano su da incubi di cantine ubriachi di Tokay spietato e da orrori di sogni di ferro della Terza Strada & inciampavano verso l’Ufficio Assistenza,

che camminavano tutta la notte con le scarpe piene di sangue su moli coperti di neve aspettando che una porta sullo East River si aprisse su una stanza piena di vapore caldo e di oppio,

che creavano grandi drammi suicidi in appartamenti a picco sullo Hudson sotto azzurri fasci antiaerei di luce lunare & le loro teste saranno incoronate di alloro nell’oblio,

che mangiavano stufato d’agnello dell’immaginazione o ingoiavano rospi nel fondo fangoso dei fiumi di Bowery,

che piangevano sulle strade romantiche coi carretti pieni di cipolle e musica scassata,

che sedevano in casse respirando al buio sotto il ponte, e si alzavano per fare clavicembali nelle loro soffitte,

che tossivano al sesto piano di Harlem incoronati di fiamme sotto il cielo tubercolare circondati da teologia in cassette da frutta,

che scarabocchiavano tutta la notte in un rock and roll su incantesimi da soffitta destinati a diventare nella mattina giallastra strofe di assurdo,

che cuocevano animali marci polmoni cuori code zampe borsht & tortillas sognando il puro reame vegetale,

che si buttavano sotto furgoni di carne in cerca di un uovo, .

che buttavano orologi dal tetto per gettare il loro voto all’Eternità fuori del Tempo, & per un decennio dopo le sveglie cadevano ogni giorno sul loro capo,

che si tagliavano i polsi tre volte di seguito senza seguito, rinunciavano ed erano costretti ad aprire negozi di antiquariato dove credevano di invecchiare e piangevano,

che venivano arsi vivi nei loro innocenti vestiti di flanella sulla Madison Avenue tra esplosioni di versi di piombo e il frastuono artificiale dei ferrei reggimenti della moda & gli strilli alla nitroglicerina dei finocchi della pubblicità & l’iprite di sinistri redattori intelligenti, o venivano investiti dai taxi ubriachi della Realtà Assoluta,

che si buttavano dal ponte di Brooklyn questo è successo davvero e se ne andavano sconosciuti e dimenticati tra la foschia spettrale di Chinatown minestra vicoli & autopompe, neanche una birra gratis,

che cantavano disperati dalle finestre, cadevano dal finestrino del subway, si buttavano nello sporco Passaic, saltavano su negri, piangevano lungo tutta la strada, ballavano scalzi su bicchieri rotti spaccavano nostalgici dischi Europei di jazz tedesco del ‘30 finivano il whisky e vomitavano rantolando nel cesso insanguinato, nelle loro orecchie gemiti e l’esplosione di colossali sirene,

che rotolavano giù per le autostrade del passato andando l’un l’altro verso l’hotrod-Golgotha di veglia solitudine-prigione o l’incarnazione del jazz di Birmingham,

che guidavano est – ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’Eternità,

che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & aspettavano invano, che vegliavano a Denver & meditavano senza compagni a Denver e infine se ne andavano per scoprire il Tempo, & ora Denver ha nostalgia dei suoi eroi,

che cadevano in ginocchio in cattedrali senza speranze pregando per l’un l’altro salvezza e luce e seni, finché l’anima si illuminava i capelli per un attimo,

che si sfondavano il cervello in prigione aspettando criminali impossibili dalla testa bionda e il fascino della realtà nei loro cuori che cantavano dolci blues a Alcatraz,

che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o la fossa,

che chiedevano prove di infermità mentale accusando la radio di ipnotismo & venivano lasciati con la loro pazzia & le loro mani &. una giuria incerta,

che al ccny buttavano patate in insalata ai conferenzieri sul Dadaismo e poi si presentavano sui gradini di pietra del manicomio con teste rapate e discorsi arlecchineschi di suicidio, chiedendo un’immediata lobotomia,

e invece venivano sottoposti al vuoto concreto o insulina metrasol elettricità idroterapia psicoterapia terapia educativa ping pong e amnesia,

che in malinconica protesta rovesciavano un unico simbolico tavolo da ping pong, riposando un poco in catatonia,

ritornando anni dopo proprio calvi eccetto una parrucca di sangue, e lacrime e dita, al visibile destino da pazzo delle corsie delle città-manico-mio dell’Est,

fetidi corridoi di Pilgrim State Rockland e Greystone, litigando con gli echi dell’anima, rockrollando nella mezzanotte solitudine-panca dolmen-rea-mi dell’amore, sogno della vita un incubo, corpi ridotti pietra pesanti come la luna,

con mamma finalmente …, e l’ultimo libro fantastico scaraventato dalla finestra, e l’ultima porta chiusa alle 4 del mattino e l’ultimo telefono sbattuto in risposta contro il muro e l’ultima stanza ammobiliata svuotata fino all’ultimo pezzo di mobilia mentale, una rosa di carta gialla attorcigliata su una gruccia di fil di ferro nell’armadio, e perfino essa immaginaria, nient’altro che un pezzetto di speranza nell’allucinazione –

ah, Carl, mentre tu non sei al sicuro io non sono al sicuro, e ora sei davvero nel totale brodo animale” del tempo –

e che dunque correvano per le strade gelate ossessionati da un lampo improvviso dell’alchimia dell’uso dell’ellisse il catalogo il metro & i piani vibranti,

che sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo & lo Spazio mediante immagini contrapposte, e

intrappolavano l’arcangelo dell’anima tra 2 immagini visive e univano i verbi demenziali e sistemavano insieme il sostantivo e il trattino della coscienza sobbalzando alla sensazione del Pater Omnipotens Aeterni Deus

per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa umana e fermarvisi di fronte muti e intelligenti e tremanti di vergogna, ripudiati ma con anima confessa per conformarsi al ritmo del pensiero nella sua testa nuda e infinita,

il pazzo vagabondo e angelo battuto nel Tempo, sconosciuto, ma dicendo qui ciò che si potrebbe lasciar da dire nel tempo dopo la morte,

e si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz all’ombra tromba d’oro della banda e suonavano la sofferenza per amore della nuda mente d’America in un urlo di sassofono elai elai lamma lamma sabacthani che faceva tremare le città fino all’ultima radio

col cuore assoluto della poesia della vita macellato dai loro corpi buono da mangiare per mille anni.

L’UOMO CHE NON SOPPORTAVA LA GUERRA

I primi albori di vita sulla terra

La prima luce del primo mattino

La prima stella della sera

Il primo uomo sulla luna visto da lontano

Il primo viaggio di Ulisse a occidente

La prima barriera dell’ultima frontiera

Il primo tic dell’orologio atomico della paura

Il primo tanto caro Casa-Dolce-Casa

Il dolce profumo di caprifoglio a mezzanotte

Il primo nero libero, libero dalla paura

Il sapore dolce della libertà

Il primo sublime orgasmo

Il primo Buon Selvaggio

Il primo invasore bianco

Il soave odore del successo

Il primo hotdog con senape su un campo di baseball

Il primo home run allo Yankee Stadium

L’unico gioco in città, di cui fidarsi

Il primo canto d’amore e quaranta urla di disperazione

La prima donna bella e pura

La prima erezione e la prima Resurrezione

Il primo viaggio all’estero del poeta esordiente

I primi teneri germogli di maggio

Il lieto fine dell’ipocrisia

Il primo convoglio al Donner Pass

L’ultimo grido di Mark Twain! sul Mississippi

I primi germogli verdi dell’erba nuova

Il Primo e Ultimo Chance Saloon

Il primo grido di gioia nella luce del mattino

L’urlo lontano dei treni perduti nel libro della notte

Il primo pensiero del mattino dopo la notte brava

L’ultima luna che affonda

L’ultimo dei Moicani e l’ultimo bufalo

L’ultimo «scendi giù dolce carro»

Il primo hippy diretto alle colline

L’ultimo bohémien col basco

L’ultimo capellone di North Beach che ha qualcosa da dire

Il primo vero amore sul tuo cammino

L’ultimo Wobbly e l’ultimo Anarchico Cattolico

L’ultimo Sinistroide paranoico

L’ultimo voto nelle ultime elezioni

L’ultima mano beccata nell’ultimo barattolo dei biscotti

L’ultimo cowboy dell’ultima frontiera

Gli ultimi cinque centesimi con la testa di bufalo

L’ultimo reduce della Abraham Lincoln Brigade

L’ultima drogheria di quartiere

L’ultima lucciola che brilla nella notte

Il primo aereo a colpire il World Trade Center

L’ulltimo aereo a colpire il World Trade Center

La nascita della grande paranoia nazionale

Lo scoppio della Terza Guerra Mondiale

(la Guerra Contro il Terzo Mondo)

Il primo viaggio all’estero di un presidente ignorante

L’ultimo fiume che scorre libero

L’ultima benzina e l’ultimo petrolio sulla terra

L’ultimo sciopero generale

L’ultimo nazista

L’ultimo arabo

L’ultima vergine

L’ultimo fidelista

L’ultimo sandinista

L’ultimo zapatista

L’ultimo prigioniero politico

L’ultima aquila di mare

L’ultima scolatura di champagne

L’ultimo treno della stazione

L’ultima e unica grande nazione

L’ultima Grande Depressione

Le ultime volontà & testamento

L’ultimo assegno di disoccupazione

La fine del vecchio New Deal

Il nuovo Comitato per le attività non americane

L’ultimo politico incline all’onestà

L’ultimo giornale indipendente

che pubblica notizie e scatena un putiferio

L’ultima parola e l’ultima risata e l’ultimo Urrà

L’ultimo spettacolo e l’ultimo valzer

L’ultimo biscazziere di un casinò fluviale

L’ultimo Milite Ignoto

L’ultimo americano innocente

L’ultimo americano Ignorante

L’ultimo Grande Amante

Le ultime patatine col ketchup a portar via

L’ultimo New Yorker

L’ultimo treno di mezzanotte a tornare a casa

L’ultima sillaba del tempo registrato

L’ultima estasi lunga e spensierata

L’ultima libreria indipendente autonoma nel giudizio

L’ultima speranza migliore per l’umanità

L’ultima corda e l’ultimo violino

L’ultima goccia d’alcol

La coppa che tracima per prima

L’ultima volta che ho visto Parigi

L’ultimo trattato di pace e l’Ultima Cena

I primi dolci segnali di primavera

Il primo dolce uccello della gioventù

Il primo dente da latte e l’ultimo dente del giudizio

Le ultime elezioni non comprate

L’ultima libertà d’informazione

L’ultimo Internet gratis

L’ultima radio con libertà di parola

L’ultima rete televisiva non venduta

L’ultimo politico genuino

L’ultimo jeffersoniano

L’ultimo luddista di Berkeley

L’ultimo Succo della Questione

La fine della Previdenza Sociale

L’ultima auto a benzina

La prima bella serata quieta e libera

La spiaggia al tramonto con nudi adagiati

gli amanti avvinghiati

L’ultima riunione del Consiglio

L’ultimo Libro Bianco

L’ultimo terrorista nato dall’odio e della povertà

Il principio del Tempo dell’Utile Consapevolezza

La bandiera incompiuta degli Stati Uniti

Il prolungato ruggito dell’oceano che decresce

La nascita di una nazione di pecore

Il sonno profondo profondo del booboisi

L’ultimo elettore che si è preso la briga di votare

Il primo Presidente scelto da una Corte Suprema

L’inizio del dominio dei super-ricchi

L’onda sommersa del fascismo positivo

L’inizio di guerra e cupidigia senza fine

L’inizio dell’America imperiale

Il primo forte grido di America über alles

che riecheggia nei vicoli della libertà

L’ultimo lamento per la democrazia perduta

Il trionfo totale della

Plutocrazia totalitaria

Falcia falcia falcia

Falcia il popolo

E quelle erbacce troppo selvatiche

Nei nostri campi verdi

Falcia falcia quei germogli selvatici

Se vuoi una bella festa in giardino con bella gente

Falcia falcia quelle erbacce rigogliose

Annienta la tua vanità, uomo, annienta

i germogli troppo selvatici e i troppo selvatici virgulti

Falcia rampicanti e voci selvatiche & ribelli

gli arditi volontari

Falcia il grano alieno

Falcia i folli introversi

Gli ammutoliti amanti della soggettività

Falcia falcia i selvaggi gli spiriti selvaggi

i topi del deserto e i sabotatori

i solitari selvaggi e alienati

che giocherellano con i loro baffi

e tramano rivoluzioni in miseri scantinati

Falcia falcia tutti gli strambi e i liberi pensatori

I poeti dallo sguardo esaltato

Agitatori improvvisati e filosofi da strapazzo agli angoli delle strade

Eccentrici smisurati

Visionari strafatti

Esuli in patria!

America del melting pot!

L’UOMO DALLE MILLE STRADE POSSIBILI

La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che io e mia moglie ci separammo.

Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto.

Con l’arrivo di Dean Moriartry ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire.

Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente sulla strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles.

Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico.

Mi interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo così ingenuo e dolce di insegnargli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva.

A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty.

Tutto ciò accadeva molto tempo fa, quando Dean non era ancora quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero.

Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava venendo a New York per la prima volta; si diceva che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou. Un giorno stavo bighellonando per la Città Universitaria e Chad e Tim Grey mi dissero che Dean abitava in un appartamento senza acqua calda corrente nell’East Harlem, la Harlem spagnola.

La chiesa sta facendo squillare con le campane una malinconica Kathleen spazzata dal vento nei quartieri miserabili del vizio, mentre io mi sveglio tutto mesto e inebetito, gemebondo dopo l’ennesima sbornia e gemebondo soprattutto perché ho rovinato il mio “ritorno segreto” a San Francisco ubriacandomi stupidamente mentre mi nascondevo nei vicoli con i vagabondi per poi marciare fino a North Beach e farmi vedere da tutti benché Lorenz Monsanto ed io ci fossimo scambiati lettere interminabili e avessimo stabilito che sarei arrivato di nascosto, che lo avrei chiamato al telefono servendomi di un nome in codice come Adam Yulch o Lalagy Pulvertaft (scrittori anche loro) e poi lui segretamente mi avrebbe portato in macchina alla sua capanna nei boschi di Big Sur dove sarei rimasto solo e indisturbato per sei settimane, limitandomi a spaccar legna, attingere acqua, scrivere, dormire, vagabondare, eccetera eccetera…

Ma invece non ti salto dentro alticcio nella sua libreria City Lights mentre più ferve il lavoro del sabato sera?

E tutti mi hanno riconosciuto (sebbene portassi il mio quasi-mascheramento: cappello e giacca da pescatore, calzoni impermeabili) e tutto è finito con una gran sbronza in ogni famoso bar il “Re dei Beatniks” accidenti a lui è di nuovo in città e offre da bere a tutti.

Tutti che fanno l’autostop. Tutti che viaggiano sulla ferrovia.

Tutti che tornano indietro in America Attraverso i confini messicani e canadesi…

Cominciamo con la visione di me il colletto tirato su e legato con un fazzoletto per tenerlo stretto e a posto, mentre sto camminando faticosamente tra i desolati, scuri magazzini del sempre amabile porto di San Pedro, le raffinerie di petrolio che odorano nella umida e nebbiosa notte di Natale del 1951 proprio come gomma bruciata e i misteri ravvicinati della Sea Hag Pacific dove, mentre cammino, si può vedere prorio alla mia sinistra la superficie oleosa delle acque della vecchia baia che avanzano fino ad abbracciare i pilastri schiumosi che si ergono sopra le piatte, immobili acque dove ci sono le luci che ululano nella marea che sale oltre alle luci di navi e poppe di imbarcazioni che si muovono avvicinandosi e allontanandosi da questa ultima striscia di terra americana.

Oh! Gli orribili viaggi che ho dovuto fare innanzi e indietro per il paese lungo squallide strade ferrate e stazioni che mai avevo immaginato – una di queste un orrendo antro brulicante di pipistrelli e bische clandestine e assurdi parchi e piogge, per quanti orizzonti io scruti non ne vedo la fine, questo è il libro dei sogni.

Gesù la vita è triste, come fa un uomo a vivere per non dire lavorare – dorme e sognando si gira dall’altra parte – ed è qui che il tuo Lupo è dieci volte peggiore di quello che s’immagina paparino – e come, bada, mi sono fermato – come fa un uomo a raccontar balle e a dire merda quando ha l’oro in bocca. Cincinnati, Philarkadelfia, Frohio, stazioni della Sotterranea – città della pioggia, bighellonando ozioso, Belzebur e Città dell’Hascisc sono stato in tutti questi posti e ho letto Finnegan’s Works a che cosa mi servirà se non mi fermo a schiarirmi le idee.

0 Passione Reporter

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

PASSIONE REPORTER


 

Il testo è tratto dal libro “Passione reporter” di Daniele Biacchessi (Chiarelettere, 2009)

Live Ancona Aeroporto 01/04/09(acquista e-shop)

Live Rovigo Fiera delle parole con Marino e Sandro Severini dei Gang 08/10/09(audio)

Live Torino Circolo dei Lettori con Marino e Sandro Severini dei Gang 18/09/09(audio)

 

PREMIO ILARIA ALPI

TG1 TERZA PAGINA

RAI NEWS 24 IL CAFFE’

IL SOLE 24ORE

RADIO 24

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IL PAROLIERE

 

Dalla prefazione di Ferruccio De Bortoli

Al lettore che intraprende la lettura di questo libro inchiesta, asciutto e documentato, va data qualche spiegazione. Non ho conosciuto Ilaria Alpi, ma ho incontrato più volte i genitori; per lunghi anni hanno cercato una verità che i giudici non sono riusciti a cogliere. Sono stati a volte trattati come due rompiscatole, ossessionati dal ricordo della figlia.

Compatiti in silenzio. L’indagine di Biacchessi oltre a ricostruire la purtroppo breve carriera di Ilaria, giornalista preparata, scrupolosa e appassionata del suo lavoro, rende loro qualche ragione e li risarcisce delle parole, inaccettabili, pronunciate dal presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Carlo Taormina. Rileggerle mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene. Un disprezzo di fondo per il lavoro di Ilaria e Miran, che è sintomatico del fastidio sotto pelle che accompagna la fatica di molti inviati e di tanti giornalisti d’inchiesta. <<Perché lo fate? I pericoli, così, ve li andate a cercare. Statevene a casa>>.Taormina è stato smentito anche dalla Corte costituzionale. Ilaria e Miran furono testimoni scomodi di traffici illeciti, tra l’Italia e la Somalia, per i quali non mancarono coperture istituzionali, questa è la tesi del libro di Biachessi. Le coincidenze sono troppe per non avvalorare il sospetto che qualcosa di vero, in quello che afferma l’autore, ci sia.

 

 

0 Piazza Fontana: il giorno dell’innocenza perduta

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

PIAZZA FONTANA IL GIORNO DELL’INNOCENZA PERDUTA

 

Live Padova con Michele Fusiello09/05/11(audio)

Live Milano Braidense con Michele Fusiello e Alessandro Sesana 12/12/09(audio)

 

Il 1969 è l’anno degli scioperi, dei cortei di operai e studenti in tutto il paese.

Le rivendicazioni del salario garantito e di un lavoro per tutti degli operai, il diritto allo studio chiesto da milioni di giovani delle scuole medie superiori e delle università.

Torino, Milano, Genova, il triangolo industriale.

E’ lì che le lotte diventano più calde.

7.507.000 persone coinvolte in conflitti di lavoro per 302.597.000 ore di produzione perdute a causa di scioperi.

E’ l’anno delle bombe.

Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno 145, una ogni tre giorni.

Per 96 la responsabilità accertata è dell’estrema destra.

Il 15 aprile ne scoppia una nell’ufficio del Rettore dell’Università di Padova.

Il 9 aprile a Battipaglia vengono uccisi 2 lavoratori e 119 persone sono arrestati.

Il giorno dopo ci saranno manifestazioni in tutta Italia, accompagnate da violenti scontri con la polizia.

Il commissariato di Battipaglia viene dato alle fiamme.

Il 25 aprile, alla Fiera di Milano,un ordigno ad alto potenziale provoca il ferimento di venti persone.

In agosto vengono piazzati dieci ordigni sui treni:otto esplodono e colpiscono dodici passeggeri.

A Pisa, il 27 ottobre, durante una manifestazione contro i colonnelli greci, uno studente rimane ucciso da un candelotto lacrimogeno lanciato dalla polizia.

Il 19 novembre, a Milano, nel corso di una manifestazione per la casa, due camionette si scontrano; nell’incidente muore il poliziotto Antonio Annaruma.

Un clima incandescente sul piano politico.

Si è appena insediato il secondo governo a guida Mariano Rumor.

Il suo vice è Paolo Emilio Taviani. Ministro degli Esteri Aldo Moro,agli Interni Franco Restivo.

Un monocolore Dc.

Capo del Sid è l’ammiraglio Eugenio Henke.

Al vertice della polizia c’è Angelo Vicari.

Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat.

Il Pci è il più forte partito comunista occidentale.

La Cgil è il sindacato meglio organizzato.

Ti ricordi uomo il 1969?

La tv era in bianco e nero.

Uno strano bussolotto di metallo con un vetro verde e concavo davanti.

Non c’era il telecomando, solo l’interruttore.

Si vedeva un solo canale, il primo.

Quando si vedeva………

Perché non era mica come oggi, con l’antenna centralizzata, con i padelloni per ricevere i satelliti.

A casa mia l’antenna era vicina all’apparecchio.

E ognuno faceva come gli pareva.

Uno si alzava e muoveva l’antenna, le righe orizzontali sparivano.

Poi qualcun altro si alzava, passava accanto al filo e le righe tornavano, più grandi di prima.

Si poteva andare avanti per ore.

Una lotta.

Certe volte la valvola si scaldava e l’immagine si ingrandiva, poi si stringeva, e ancora si ingrandiva.

Ci voleva tanta pazienza.

E c’erano le manopole del contrasto e del volume, quelle di plastica, quelle che a furia di girarle ti restavano in mano e non si vedeva, né sentiva più niente.

Una lotta impari.

Per farli funzionare quegli strani aggeggi bisognava essere dei veri esperti.

Roba da scuola Radioelettra Torino.

Di pomeriggio, alle 17,30, si vedeva La tv dei ragazzi.

I rulli dei tamburi introducevano una marcetta che scandiva una sfilata di bambini stilizzati che si tenevano per mano, come a comporre uno straordinario girotondo.

C’era Angelo Lombardi, “L’amico degli animali”.

Parlava con cani, gatti, leoni, serpenti.

Aveva la faccia da buono.

E Paolo Poli raccontava fiabe per bambini.

Poi c’erano I viaggi di Gulliver.

La sigla iniziava così:

“…….voglio girare tutte le strade del mondo …”

Come si può scordare Giovanna la nonna del corsaro nero?

“Nonnetta sprint, più forte di un bicchiere di gin”.

Lei che viveva bizzarre avventure nei mari del Sud insieme al suo maggiordomo Battista e all’irresistibile mozzo Nicolino, con quei fondali finti, fatti di cartapesta.

Poi c’erano i telefilm.

Ivanhoe, cavaliere senza macchia e senza paura che si batteva contro gli uomini di Giovanni Senza Terra e lo Sceriffo di Nottingham, aspettando il ritorno di re Riccardo Cuor di Leone.

Thierry La Fronde giustiziere francese ai tempi della guerra dei cento anni. Come Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri.

I Compagni di Baal, fantomatica setta che agiva nella malavita francese.

E chi può dimenticare le commedie musicali?

Il Quartetto Cetra di Non cantare spara? Eh…?

Il Quartetto eseguiva le sue canzoni tra saloon, banditi, sparatorie e cazzotti vari in un vero clima da spaghetti western.

E gli sceneggiati?

Tino Buazzelli era Nero Wolf, Gino Cervi Il commissario Maigret, Ubaldo Lay il mitico Tenente Sheridan.

E i quiz? Lo sport preferito degli italiani.

Chissà chi lo sa di Febo Conti.

Non si vinceva niente.

Ogni sabato pomeriggio si sfidavano due classi delle medie inferiori.

Mi ricordo quella che veniva da Valmadrera.

C’erano sempre loro.

“Squillino le trombe, entrino le squadre”, gridava Febo Conti.

Ad un certo punto, mia madre mi guardava e diceva:

“Dopo Carosello….. a letto”

Ma come fai a perderti certe cose…

“A letto ……che domani si va a scuola”

Avveniva tutte le sere, tranne il sabato e la domenica, quando alle 20,30 andava in onda La freccia nera.

“La freccia nera fischiando si scaglia e la sporca canaglia il saluto ti dà”.

D’estate si poteva guardare la tv fino a tardi.

Ricordo che c’era uno strano tipo di nome Gennaro, in completo azzurro, una sorta di Mago Zurlì napoletano, travestito da arbitro internazionale.

Ma non di calcio.

Era l’arbitro di Giochi senza frontiere, un guazzabuglio di corse a ostacoli, giochi a base di acqua e sapone dove i concorrenti scivolavano e si andavano a schiantare contro castelli di polistirolo, cuscini, piume.

Le squadre venivano da ogni parte d’Europa.

E ti chiedevi..

Come sarà fatto un francese, e un tedesco, e un olandese?

Che vita faranno? Quali sono le loro abitudini?

E il calcio, eh..?

C’era la gara per chi conosceva a memoria le formazioni.

Quella del Milan era come una antica filastrocca…

Cudicini, Anquilletti, Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati.

Poi c’era quella dell’Inter:

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso.

Le formazioni le si imparava a scuola o all’oratorio, quando si scambiavano le figurine con gli amici.

Lo scudetto della Fiore, la Fiorentina, era introvabile.

Per averlo un giorno dovetti sborsare dieci Pizzaballa, cinque Chiarugi, tre Bulgarelli e due De Sisti.

Mi indebitai per sempre.

C’è ancora gente che mi rincorre chiedendomi dov’è finito Pizzaballa?

Peggio di un mutuo suprime.

Nel 1969, lo stipendio di un operaio specializzato era di 110mila lire al mese.

L’affitto medio di un appartamento a Milano e Roma ammontava a 35 mila lire al mese.

La Fiat 500 lusso costava 525 mila lire.

Una tazza di caffè al bar costava 50 lire.

Un litro di benzina 75 lire.

Il 27 del mese era un miraggio.

12 dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale.

È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno.

I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti.

Le luminarie addobbano il centro che sembra un carnevale.

Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine.

Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste.

Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza.

La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala.

Quella sera rappresentano Il barbiere di Siviglia.

C’è ressa davanti al Rivoli per Un uomo da marciapiede e all’Excelsior per Nell’anno del Signore.

Il freddo entra nelle ossa, con il bavero alzato e i guanti presi da Crippa, quel morbido pullover di cachemire comprato da Schettini e quella cravatta acquistata poco prima da Avolio.

Magari un cappello, un Barbisio, un Borsalino.

I giovani stanno tutti in Galleria Passerella da Fiorucci per gli ultimi arrivi alla moda. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti.

A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.

Sette chilogrammi d’esplosivo vengono compressi in una cassetta metallica, poi inseriti dentro una valigetta nera, tipo ventiquattro ore.

E’ collocata proprio al centro del salone dove gli agricoltori contrattano i loro affari.

La gelignite è attivata da un timer.

12 dicembre 1969, piazza Fontana, il giorno dell’innocenza perduta.

Diciassette morti, ottantotto feriti.

Alle 16.37 siamo già vecchi.

Il paese è attonito, martoriato.

Nessuno crede a quelle immagini che la televisione trasmette.

Frammenti di guerra, scene che sembrano venire da lontano, da un altro paese.

Cosa contengono i minuti dopo una strage ?

Esistono silenzi che spesso sono fin troppo densi di rumori che si annullano a vicenda.

Silenzi, attimi, tempo che sembra non passare mai.

Frasi, azioni, gesti, sguardi, la vita degli agricoltori di Piazza Fontana si è fermata, ibernata. Statue di sangue e dolore che non hanno più un’anima, impietrite ti guardano come per chiedere un aiuto, come vite sospese che non sono più carne e parole.

Quelle statue che paiono di gesso non sono più vive ma parlano.

E raccontano una storia che parte da lontano, proprio da quella banca, a Milano.

Gli ultimi gesti di Pietro Dendena, Eugenio Corsini, Giulio China, Carlo Gaiani, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni.

Gli sguardi di Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Luigi Perego, Oreste Sangalli, Carlo Silva.

Le parole di Attilio Val, Angelo Scaglia, Calogero Galarioti.

Il dolore dei feriti, di quelli mutilati, di quanti si sono poi lasciati morire e non hanno pi� trovato un identità.

Frasi che risuonano nel cervello, chiare e rotonde, pizzicano in gola, rintoccano sul fondo della lingua, e premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, più volte, nel corso del tempo, contro il palato. Silenzi fatti di rumori che si trasformano in urla ingoiate di traverso.

E compiono il giro del mondo.

In molti le percepiscono, forti e chiare, acute e potenti come bombe.

12 dicembre 1969.

Pochi minuti dopo la strage di piazza Fontana.

Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano.

Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia.

Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti.

Ordigni di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti.

Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici.

Ottanta fermati e arrestati.

Tra loro ci sono il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda.

Pinelli cade dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio.

E anni dopo i giudici scriveranno che Pinelli fu colpito da un “malore attivo”.

Valpreda viene rinchiuso in carcere fino al 1972. Innocente.

Passano gli anni e la magistratura imbocca la pista giusta.

Le valigette che contengono l’esplosivo del’69 sono state acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura, fascisti di Padova.

Emerge un piano che deve sfociare in un tentativo di colpo di Stato militare.

E qualcuno lo organizza davvero, la notte dell’8 dicembre 1970.

E’ il principe Junio Valerio Borghese.

Il 22 luglio 1970 esplode una bomba sul treno Freccia del Sud a Gioia Tauro ma gli inquirenti dicono che è stato un incidente.

Non si faranno indagini fino al 1993.

La bomba è stata invece collocata da due criminali calabresi simpatizzanti del MSI.

E ancora.

31 maggio 1972. Vincenzo Vinciguerra è un militante di Ordine Nuovo.

Organizza un attentato contro i carabinieri.

Chiama i militari al telefono: sta andando a fuoco una macchina.

I carabinieri giungono a Peteano di Sagrado.

Si avvicinano ad una cinquecento imbottita di tritolo.

Aprono la portiera ..e tre carabinieri saltano in aria.

7 aprile 1973. Il fascista Nico Azzi si fa scoppiare tra le gambe un ordigno sul treno Torino-Roma.

Alcuni testimoni lo avevano visto girare tra le carrozze con in mano una copia del quotidiano Lotta continua.

17 maggio 1973. Gianfranco Bertoli, vi ricordate dice di essere anarchico ma appartiene ai servizi segreti.

Lancia una bomba a mano davanti alla Questura di Milano. 4 morti.

A oggi, nessuna giustizia

Brescia, 28 maggio 1974.

Entrano in Piazza della Loggia diecimila sindacalisti, operai, studenti, disoccupati, giovani e vecchi, volti di gente comune.

Parla Franco Castrezzati della Cisl.

Sono le 10 e 12 minuti.

“Amici e compagni, lavoratori, studenti, siamo in piazza perché questi ultimi tempi una serie di attentati di chiara marca fascista ha posto la nostra città all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano che hanno rapporti con gli attentatori di Piazza Fontana e del direttissimo Torino- Roma, vengono pure alla luce bombe, armi, tritolo, esplosivi di ogni genere. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi e obietti precisi. A Milano…. State fermi…state calmi, state calmi. State all’interno della piazza, il servizio d’ordine faccia cordone intorno alla piazza, state all’interno della piazza. Invitiamo tutti a portarsi sotto il palco, venite sotto il palco, state calmi, lasciate il posto alla Croce Bianca, lasciate il passo, lasciate il passaggio delle macchine, tutti in piazza della Vittoria, tutti in piazza della Vittoria”.

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974.

Otto morti.

Novantaquattro feriti, alcuni gravi.

A oggi nessuna giustizia.

4 agosto 1974.

Dentro un vagone di seconda classe del treno Italicus scoppia una bomba ad alto potenziale.

Avviene proprio nel tunnel ferroviario di San Benedetto Val di Sambro.

12 morti e un centinaio di feriti.

Ad oggi nessuna giustizia

Bologna, stazione.

2 agosto 1980.

Centinaia di metri cubi di terra, travi lunghe duecento metri, pensiline in acciaio, traversine, sassi, binari troncati di netto, frammenti di rotaie, enormi blocchi di cemento armato ridotti a minuscoli pezzetti, con dentro uomini, donne, bambini, ragazzi, anziani, due carrozze del treno straordinario 13534 Ancona-Basilea, il ristorante Cigar, e ancora speranze, discorsi, progetti, sogni di una vacanza promessa solo per un’estate. Un onda lunga di tutto questo si é riversata in meno di un secondo nella piazza della stazione, verso il binario 1, infilata laggiù nel sottopassaggio.

Un mondo compatto, fatto di cose e persone che poco prima erano vive, è venuto giù, sfaldato e si è dissolto.

E in quel macello l’orologio si è fermato.

10,25. 85 morti, 200 feriti.

Strage alla stazione di Bologna.

Sentenza della Corte di Cassazione.

Ergastolo per i neofascisti dei Nar Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Sette tribunali accertano che sono gli autori della strage.

Dai 7 ai 10 anni di carcere per il capo della loggia P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, i vertici del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.

Sono i personaggi che hanno depistato le indagini.

Sempre in Cassazione condannato il neofascista Luigi Ciavardini.

Provate a chiedermi dove sono queste persone…

Oggi sono tutti sostanzialmente liberi.

Non sono mai stati identificati i mandanti politici di questa strage.

Strage di Piazza Fontana.

Anni di inchieste, depistaggi da parte degli uomini degli apparati dello Stato, processi.

30 giugno 2001, Corte d’Assise di Milano.

I militanti del gruppo neofascista Ordine Nuovo, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo.

Tre anni a Stefano Tringali, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

Non luogo a procedere per il collaboratore di giustizia Carlo Digilio.

12 marzo 2004.

La Corte d’Assise di Appello di Milano assolve Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi per insufficienza di prove, Giancarlo Rognoni per non aver commesso il fatto, e riduce da tre anni a uno la pena per Stefano Tringali con la sospensione condizionale e la non menzione della condanna.

3 maggio 2005, il processo si chiude in Cassazione con la conferma delle assoluzioni degli imputati e l’obbligo, da parte dei parenti delle vittime, del pagamento delle spese processuali.

Oltre l’inganno, la beffa. I giudici compiono un vero capolavoro.

Ma resta una verità storica anche dalle sentenze di assoluzione.

Le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti anche dalla Corte di Cassazione tra gli esecutori della strage di piazza Fontana, anche se non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987.

Scrive il neofascista Vincenzo Vinciguerra, vi ricordate, reo confesso della strage a Peteano di Sagrato,in Friuli.

Scrive qualcosa che oggi possiamo solo sussurrare, ma non gridare ad alta voce.

Allora sussurriamo……..

“ Le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969, appartengono ad un’unica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno.”.

Per questo ad oggi, per Piazza Fontana e per tutte le altre stragi, ancora nessuna giustizia.

Per non dimenticare, grazie.

0 Il lavoro rende liberi

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI ANDREA SIGONA

IL LAVORO RENDE LIBERI

 

 

Live Milano Camera del Lavoro con Andrea Sigona 02/02/10(audio)

Live Milano Via Mancinelli con Andrea Sigona 18/03/10(audio)

 

Nelle tue miserie

Riconoscerai

Il significato

Di un arbeit macht frei.

Tetra economia

Quotidiana umiltà

Ti spingono sempre

Verso arbeit macht frei.

Consapevolezza

Ogni volta di più

Ti farà vedere

Cos’è arbeit macht frei.

Demetrio Stratos Area

 

 

I calcoli matematici sono freddi, generalmente non hanno un’anima.

Statistiche, proiezioni, raffronti, percentuali.

Sono operazioni svolte da uomini ma distanti dalla vita delle persone.

Sono numeri sommati, moltiplicati, sottratti, poi divisi, ancora sommati, divisi, risommati, sottratti di nuovo, e ancora moltiplicati, divisi, che alla fine compiono un totale.

Sono colonne di numeri messi in fila, pronti per essere proiettati, interpretati, magari manipolati, travisati.

Naturalmente dagli uomini, per conto di altri uomini, spesso contro altri uomini ancora.

Solo quando vengono associati a un soggetto, quei numeri fanno capire molto di più di qualsiasi analisi, rapporto, editoriale di un quotidiano, rilievo di un ricercatore.

I numeri associati ad un soggetto raccontano una storia e ne descrivono il senso compiuto.

Se ti dicessi 874.940, così, senza spiegarti il motivo, tu non capiresti proprio nulla.

Di cosa stiamo parlando, mi diresti.

874.940.

Si, va bene, ma di cosa?

874.940.

Persone…uomini…donne….vecchi…ragazzi….bambini…neonati…

874.940.

Di cosa?

Scuole…studenti…insegnati…presidi…bidelli…..

Fabbriche…operai…impiegati…dirigenti….

874.940.

Di cosa?

Letti così quei numeri non si capiscono.

874.940.

Se ti dicessi invece operai, impiegati, muratori, carpentieri, attrezzisti, elettricisti, carrozzieri, meccanici, falegnami, contadini italiani portati in ospedale in una giornata di ordinario lavoro.

Se ti dicessi che molti di loro sono immigrati con regolare permesso di soggiorno che in un anno subiscono un infortunio sul lavoro.

Allora capiresti tutto.

E se mi venisse fuori un altro numero?

1120.

Sono gli incidenti mortali sul lavoro in un anno.

A questo punto ti potesti perfino incazzare.

Perché …..perché non si può morire mentre si lavora.

1120 persone.

Potresti chiudere gli occhi e immaginare tutte le loro storie.

1120 uomini e donne uccisi da macchinari, caduti da impalcature traballanti e gru non a norma nei cantieri edili, fulminati da cavi di alta tensione, bruciati dentro silos, ustionati da esplosioni di altiforni, investiti da autovetture o camion su strade e autostrade del nostro paese, morti mentre prestavano soccorso sopra elicotteri, travolti da pale meccaniche, trattori, attrezzi di ogni genere, intossicati da sostanze chimiche.

Storie di uomini e donne colpiti in un momento normale della vita, intenti a compiere uno dei normali movimenti del lavoro quotidiano.

Storie di uomini e donne rimasti uccisi da regole non rispettate e da leggi mai applicate.

Regole, patti tra persone.

Io presto un’opera di ingegno, magari intellettuale.

Offro un servizio, un contributo tecnico specializzato oppure di tipo impiegatizio, o soltanto di mera manovalanza.

Chiedo uno stipendio equilibrato, una paga giusta.

Lavoro le ore previste dal contratto, quello che tu datore di lavoro hai concordato con il mio sindacato.

Se lavoro più ore, tu imprenditore mi metti in busta paga gli straordinari.

Non ti dimentichi di fare manutenzione quotidiana agli impianti, applichi le leggi sulla sicurezza nei posti di lavoro comma dopo comma e mi eviti infortuni.

Io rispetto i doveri, chiedo diritti.

Tu rispetti le regole, i patti tra persone.

Detto così sarebbe perfetto.

Tutto funzionerebbe bene, sarebbe un paese normale.

Ma l’Italia, un paese normale purtroppo non è.

Ecco i numeri.

Prendo un rapporto dell’Inail che contabilizza gli infortuni sul lavoro.

Il tono è da burocrati dello Stato.

Tic…tic…tic

Tic…tic…tic…tic…tic…tic….tic…tic…tic

Nel 2008 il numero di morti sul lavoro è sceso ai livelli minimi dal dopoguerra.

L’anno si è chiuso con 874.940 infortuni sul lavoro e 1.120 incidenti mortali.

Un bilancio infortunistico che pur nella drammaticità dei numeri segna un incoraggiante record storico.

Il numero di infortuni mortali è infatti sceso, per la prima volta dal 1951, al di sotto dei 1.200 casi l’anno.

Nel 2008, i morti sul lavoro sono diminuiti del 7,2% rispetto ai 1.207 dell’anno precedente.

Il 2008 non fa che confermare una tendenza che, con l’unica eccezione del 2006, è in corso ormai da molti anni: da un punto di vista statistico l’andamento storico del fenomeno degli infortuni mortali appare ridotto ad un quarto rispetto ai primi anni Sessanta.

In circa quaranta anni, infatti, si è passati dal tragico record storico di 4.664 morti sul lavoro del 1963, apice del boom economico, ai poco più di 1.500 di inizio millennio.

Tale trend decrescente è poi proseguito negli anni Duemila: tra il 2001 e il 2008 gli infortuni mortali sono diminuiti di circa il 28% in valori assoluti e di oltre il 33% se il dato è rapportato agli occupati, che nello stesso periodo di tempo sono aumentati dell’8,3%.

Il calo è stato continuo e sostenuto dal 2001 (1.546 infortuni mortali) al 2005 (1.280 casi), ma si è interrotto nel nel 2006, con un improvviso rialzo (1.341 decessi).

I dati 2007 (1.207) e 2008 (1.120) hanno tuttavia segnato di nuovo una decisa riduzione degli eventi mortali.

Riduzione degli eventi mortali?

Numero dei morti sul lavoro scesi ai livelli minimi dal dopoguerra?

Un bilancio che segna un incoraggiante record storico?

Ehi, funzionario dello Stato, ma come parli?

Metti in fila i numeri, sfoderi percentuali e tendenze, ma non spieghi che dietro a quelle cifre ci sono persone, con le loro famiglie, i figli da mantenere, uomini e donne che avevano speranze e sogni ancora tutti da realizzare.

Dietro a quei freddi numeri che tu funzionario dello Stato metti in colonna e che contabilizzi come fossero merci, ci sono esseri umani che hanno attraversato deserti, sono sfuggiti a guerra, cavalcato onde di mari agitati e in tempesta con motoscafi di altura, pagato 5mila dollari a spietati trafficanti.

Gente scappata dalla fame che si è ritrovata in un cantiere di una grande città del nord a costruire belle case da 300 – 400 mila euro, in quartieri nuovi, residenziali, con parco giochi per bambini e garage per automobili di lusso.

Uomini e donne pagati 700 euro al mese, quando va bene, senza libretti, senza pensione, né assicurazione, permesso di soggiorno che alla fine trovano la morte perché i loro datori di lavoro non rispettano le pur minime norme di sicurezza.

Ecco ancora i numeri.

I funzionari dello Stato sono instancabili con le loro statistiche, puntuali, precise, che non raccontano niente, che non dicono niente.

Perché pur associando i numeri ad un soggetto, pur moltiplicando, sommando, sottraendo e dividendo, non c’è anima.

Tic…tic…tic

Tic…tic…tic…tic…tic…tic.tic…tic…tic

Infortuni sul lavoro- Infortuni denunciati: 874.940 (-4,1% rispetto 2007)

Ripartizione per gestione: 790.214 nell’industria e servizi (90,3%); 53.278 nell’agricoltura (6,1%); 31.448 fra i dipendenti dello Stato (3,6%) . Oltre il 61% degli infortuni è concentrato nel Nord industrializzato: in particolare Lombardia (150mila casi), Emilia Romagna (124mila casi) e Veneto (104mila casi) assommano oltre il 43% del denunciato nel Paese.L’Umbria si conferma al primo posto per indice di frequenza infortunistica, seguita da Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia.

Infortuni nel periodo 2001-2008: -14,5% .

Infortuni lavoratori stranieri: 143mila (+2% rispetto 2007). I lavoratori stranieri hanno un’incidenza infortunistica più elevata rispetto a quella degli italiani (44 infortuni denunciati ogni 1.000 occupati contro i 39 degli italiani)

Infortuni mortali sul lavoro nel 2008: 1.120 (-7,2% rispetto 2007).

Record storico: per la prima volta dal 1951 (anno a partire dal quale si dispone di statistiche attendibili e strutturate) il numero dei morti per infortunio sul lavoro in Italia è sceso al di sotto dei 1.200 casi/anno.

Ripartizione dei casi mortali per gestione: 121 nell’agricoltura (+15,2%); 554 nell’industria (-9,3%); 445 nei servizi (-9,4%). Sono 611 gli incidenti mortali causati, in generale, dalla circolazione stradale (più del 54%): di cui 276 (-9,2%) casi in itinere e 335 occorsi sulla strada a lavoratori che operano in questo particolare ambiente. I casi mortali che hanno riguardato lavoratori stranieri sono stati 176.

Dunque, a questo punto c’e’ proprio bisogno di un traduttore.

Tu funzionario parli una lingua che noi persone comuni non capiamo, parli a una casta di mandarini, ad un gruppo ristretto di ricercatori.

Per te la morte di un uomo e’ pura statistica.

C’e bisogno di un salto logico, qualcosa che la fantasia di un funzionario non può descrivere.

Gli infortuni sul lavoro sono concentrati nel comparto industriale e nel settore dei servizi.

In particolare, i problemi di sicurezza sembrano interessare le fabbriche del ricco nord dove, tra Lombardia e Veneto, e’ concentrato il maggior numero del prodotto interno lordo, cioè lo strumento economico che misura la nostra ricchezza nazionale.

Molti sono stranieri e immigrati, che trovano impiego in piccole aziende artigiane, gestite in modo familiare.

Lavoratori impegnati in mestieri che gli italiani non intendono realizzare.

Per capire ciò che accade nel nostro paese, dobbiamo compiere un passo indietro.

E un cuntista a questo punto cosa fa?

Un cuntista racconta storie.

Dov’è finita l’altra Milano?

Dove è finita la città che non ha mai creduto alla poesia degli spot e del conto in banca, che non si è mai riconosciuta nei falsi messaggi della moda e negli slogan bugiardi sulla “capitale europea”?

L’altra Milano ha perso la voce, si è rinchiusa in quello che si chiamava “privato”.

Ma c’è ancora al sua memoria.

Questa storia ha un titolo, “la tuta di Celentano” e un protagonista, Ubaldo Urso.

E’ una piccola grande storia italiana, una vicenda esemplare di emigrazione da sud al nord.

Ubaldo Urso nasce a Casoria.

Inizia a lavorare fin da ragazzino.

Conduce una vita dura, grama come minatore a San Cataldo, paese di mafia.

Poi affronta il lungo viaggio verso Milano, una città che negli anni Sessanta accoglie i frutti del sottoproletariato meridionale.

Così, privo di coscienza sindacale e di spirito di classe, Ubaldo viene assunto all’Innocenti e fa il crumiro.

I suoi colleghi operai lo chiamano Celentano, proprio come il cantante.

Ubaldo e’ un tipo gioviale, allegro, un pazzariello che lavora e canta canzoni di Celentano.

Suona la chitarra, utilizza gli stessi stratagemmi e balla come il supermolleggiato.

La Innocenti, la mitica fabbrica della Lambretta, del sogno del boom economico, viene acquistata dalla britannica Leyland.

Passano gli anni e la Leyland vende tutto alla Maserati.

A Lambrate si producono sempre macchine, ma questa volta non utilitarie ma automobili di lusso.

E che lusso.

Alejandro Maserati sposta a Milano alcuni comparti produttivi e si fa pagare dallo stato il peso economico di alcune ristrutturazioni.

Ma un giorno decide di smantellare, tutti a casa, tempo pochi mesi.

1046 lavoratori in mobilità.

Il sindacato organizza l’occupazione dei cancelli, una lotta disperata, già perdente, ma che si deve fare per affermare la dignità.

Dopo lunghi mesi di battaglie e lotte, la facciata della fabbrica ha un aspetto antico, sembra uscita dal museo delle industrie, mentre di quasi tutti i capannoni resta solo lo scheletro.

Quella che era una fabbrica gioiello sembra già un’ area dismessa.

Perché la Maserati ha ormai le ore contate.

Un giorno Celentano non ce la fa più.

Con la lettera di licenziamento in tasca, Ubaldo sale sulla grande torre al centro della fabbrica, quella del serbatoio dell’acqua, e minaccia di lanciarsi da settanta metri.

Dalla torre Celentano non scende, neanche quando arrivano i suoi compagni, i colleghi, gli amici di sempre, nemmeno quando le volanti della polizia e i mezzi dei vigili del fuoco con le sirene spiegate convergono tutte su Lambrate.

Solo dopo una lunga trattativa Ubaldo Urso detto Celentano scende dalla torre.

Perché Celentano non ha più nulla da perdere.

Perché ormai il suo posto di lavoro non c’è più, e’ morto.

Non c’è più la fabbrica, se la sono venduta, smantellata, dopo aver incassato le sovvenzioni dello stato.

Nella Milano da bere degli anni novanta, Celentano rischia la vita per far uscire dall’anonimato le lotte dei lavoratori della Maserati e occupare cosi le cronache dei giornali.

Come anni dopo avverrà alla Innse di Milano, e in centinaia di piccole, medie e grandi fabbriche italiane travolte dalla crisi economica, dalla cattiva gestione del credito alle imprese da parte delle banche, da qualche imprenditore furbacchione, da governi sordi e compiacenti.

Lo sai cos’è una fibra di amianto?

Polvere, polvere invisibile.

Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano.

L’amianto serve come isolante di edifici, tetti, navi.

Viene impiegato come materiale per l’edilizia (tegole, pavimenti, tubazioni, vernici, canne fumarie), nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche), ma anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni.

Lo sai cosa può provocare il contatto con l’amianto?

L’inalazione anche di una sola fibra può causare il mesotelioma ed altre patologie mortali come il carcinoma polmonare.

In Italia, nel tuo bel paese, oltre 9mila persone si sono ammalati di questi tumori.

Almeno 7 mila di loro hanno contratto la malattia nei luoghi di lavoro.

Sono dati ufficiali, mica frottole.

Sono dati censiti nel Registro nazionale dal 1993 al 2004.

Gran parte di quelle persone vivono in Piemonte, Liguria, Emilia, Veneto, Lombardia, Sicilia.

In particolare a Monfalcone, Casale Monferrato, La Spezia, Massa, Carrara, Taranto, Siracusa, Broni.

9 mila persone che vivono…..o forse hanno già vissuto.

2 mila morti l’anno che continueranno purtroppo nel futuro.

Perché la fibra dell’amianto è come un tarlo che entra nel tuo organismo, un minuscolo ed impercettibile pulviscolo che lentamente ma inesorabilmente ti porta alla morte.

Negli anni, dopo interminabili sofferenze.

L’impiego dell’amianto è fuorilegge in Italia dal 1992.

La legge 257 stabilisce la dismissione e la bonifica degli impianti, riconosce una rivalutazione contributiva per fini pensionistici, obbliga l’Inail a realizzare le mappe a rischio.

Tutto bene direte voi..

C’è la legge, esistono i riconoscimenti,

Ma le leggi per essere effettive devono essere applicate.

Ad oggi per un lavoratore è ancora difficile dimostrare l’esposizione all’amianto.

O meglio, come in molti altri casi, è difficile stabilire un nesso di causalità tra malattia ed esposizione alla fibra.

E i responsabili di quelle morti?

Dove li mettiamo?

Ci sono voluti 17 anni dalla legge del 1992.

Nel frattempo tu sei diventato grande, ha messo su famiglia, comprato casa, fatto figli, dato a loro un avvenire.

Nel frattempo ogni giorno, ogni ora, minuto, secondo, tu hai respirato la fibra di amianto che come un tarlo ti ha ipotecato una morte certa.

Nell’aprile 2009 si è finalmente aperto, presso il Palazzo di giustizia di Torino, il processo a carico dei responsabili della società Eternit S.p.A., gestore degli stabilimenti di Cavagnolo (To), Casale Monferrato (Al), Bagnoli (Na) e Rubiera (Re), per i danni prodotti alla salute degli operai nelle lavorazioni da amianto, ritenuta responsabile della morte e della malattia di centinaia di persone.

In migliaia si sono costituiti parte civile al processo contro i due proprietari della Eternit – lo svizzero Schmidheiny e il barone belga De Cartier De Marchienne – imputati di omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e disastro colposo.

Per le decine di morti di amianto alla Fibronit di Broni, la Procura di Voghera ha messo sotto indagine tre dirigenti dell’azienda.

A Monfalcone, in provincia di Gorizia la magistratura ha aperto almeno 600 fascicoli riconducibili all’esposizione da amianto. Molti sono stati archiviati, altri si sono trasformati in processi.

Lo sai cos’è una fibra di amianto?

Polvere, polvere invisibile.

Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano.

L’inalazione anche di una sola fibra può causare il mesotelioma ed altre patologie mortali come il carcinoma polmonare.

Per questo tutte quelle persone morte in silenzio chiedono solo due cose.

Verità e giustizia.

Dimmi chi e’ stato?

Se lo sai, dimmi allora chi e’ stato a farmi sparire dalla tv Rai 1?

Perche al suo posto ora vedo il tg di Italia 1 Studio Aperto dove la cronaca, dicono, e’ una scienza esatta.

E allora?

Ti hanno rubato la ruota del tuo motorino che tenevi incatenato in strada?

E’ stato un albanese, un rom oppure…..un rumeno.

Ti e’ sparito il taglia erba dal tuo bel giardino?

E’ stata senza dubbio la rumena che frequenta tuo figlio e che ha invitato a casa tua quella settimana, ti ricordi, quando eri andato a Cuba.

Non trovi più il trinciapollo che hai lasciato sul davanzale?

E’ stato quel rumeno della porta accanto…….il rumeno della porta accanto……

… solo per farti dispetto.

Chi ti ha fregato i soldi della pensione che avevi appena ritirato in posta e che tenevi chiusi dentro il tuo borsellino in finta pelle rossa?

Il rumeno mal vestito che parlava una lingua strana oppure quel giovane riccioluto che ti aveva accompagnato con garbo all’uscita?

Non c’è dubbio e’ stato il rumeno.

Troppo odio nei suoi occhi.

Perché come direbbero certi padani non c’e niente da fare, ci sono popoli nati per delinquere.

Ma sarà proprio così?

E’ accaduto a Gallarate, nella ricca e opulenta Lombardia, non lontano dall’autostrada che collega Milano a Varese, quella costeggiata da migliaia di capannoni.

L’uomo si chiama Ion Cazacu.

Ha 40 anni, é un ingegnere rumeno che però è impiegato come piastrellista in una piccola impresa edile, in nero, senza la pur minima assicurazione, una paga ridicola.

Una sera Cazacu e altri colleghi si recano nell’abitazione del proprietario dell’azienda, Cosimo Iannece.

Cazacu é stufo di lavorare senza contratto e chiede di essere assunto.

A quel punto scoppia una mezza rissa.

Così il suo padrone lo cosparge di benzina e gli da fuoco.

Cazacu lotta per ore tra la vita e la morte, ma il 16 aprile 2000 chiude per sempre i suoi occhi.

Muore all’ospedale di Genova, devastato dalle ustioni per il novanta per cento del corpo.

Come è andata a finire sul piano giudiziario?

Secondo la Corte di Cassazione, Cosimo Iannece uccide Ion Cazacu, ma non per motivi abietti.

Ehi giudice, dove è finita la giustizia?

Cosa vuol dire uccidere ma non per motivi abietti?

Sotto terra è finita al giustizia, perché quando uccidi compi sempre un gesto abietto, e tu giudice questo dovresti saperlo.

Il tuo è solo un modo per giustificare la condanna a 16 anni di carcere.

Iannece avrebbe ecceduto nel difendere i propri diritti sentendosi minacciato dalle rivendicazioni del rumeno.

Così ha stabilito un tribunale dello stato italiano.

In memoria di Jon Cazacu partito da lontane e povere terre europee in cerca di un’occupazione che trovò la morte per mano italiana nella ricca e opulenta Lombardia.

Sfruttati.

Sottopagati.

Alloggiati in luridi tuguri.

Massacrati di botte se protestano.

Uccisi e i loro corpi spariti, mai più ritrovati.

Sono i braccianti stranieri che lavorano e muoiono nella provincia di Foggia, anche a causa del nostro silenzio.

Sono almeno cinquemila, solo nel periodo della raccolta dei pomodori.

Nessuno ha mai fatto un censimento preciso.

Tutti stranieri.

Tutti sfruttati in nero.

Rumeni con e senza permesso di soggiorno.

E poi bulgari e polacchi.

E africani.

Vengono da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea.

Alcuni sono sbarcati da pochi giorni, la maggior parte ha percorso la rotta libica.

I loro padroni portano la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate.

Sono pugliesi, si fanno accompagnare da guardaspalle, da caporali spesso maghrebini che gli garantiscono ordine e sicurezza nei campi.

Non c’è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi.

E’ un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia, da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo.

Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: sono italiani, arabi, europei dell’Est.

Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire.

Senza acqua, né luce, né igiene.

Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera.

E li pagano, quando pagano, venti euro al giorno.

Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni.

Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa.

Anche se si ammala.

Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.

Chi protesta viene zittito a colpi di spranga.

C’è chi riesce a scappare.

Così i caporali iniziano la caccia all’uomo.

Li cercano tutta notte.

Qualcuno viene raggiunto, picchiato e riportato nei campi di pomodoro.

Qualcun altro viene ucciso.

E il suo corpo mai più ritrovato.

Sono passati tre anni dall’inchiesta di Fabrizio Gatti del settimanale l’Espresso.

Dopo l’indignazione espressa dalla società civile il primo mese, tutto e’ ormai passato sotto silenzio.

Lo stesso che non ci ha fatto scendere a Rosarno per difendere gli immigrati dagli spari dei boss della n’drangheta.

Un silenzio.

Il nostro fragoroso silenzio.

Prima gli allarmi, poi le promesse dei politici su nuove norme legislative contro gli incidenti sul lavoro, e ancora gli imprenditori che assicurano il miglioramento degli standard di sicurezza.

Poi c’è il giorno in cui le notizie sulle morti sul lavoro occupano le prime pagine dei giornali.

Tutti parlano: vertici delle istituzioni, politici, sindacato e aziende.

Tutto sembra trovare una soluzione ma poi tutto torna di nuovo sotto silenzio, e nell’ombra i nemici della nostra sicurezza possono ancora ricominciare a delinquere.

Ma quando la speranza di un cambiamento reale sembra allontanarsi, resta viva la memoria di quelli che non vi sono più e che queste storie non possono raccontare.

E’ la memoria dei sette operai della Thyssenkrupp di Torino, morti in fabbrica dopo terribili sofferenze.

Per tutti a Torino, la Thyssenkrupp è la fabbrica dei tedeschi.

Ci lavorano migliaia di persone.

E’ un luogo di lavoro dove più volte gli operai hanno denunciato condizioni sotto i livelli standard di sicurezza.

6 dicembre 2007.

Siamo nella linea 5, reparto di trattamento termico e decapaggio dove i laminati di acciaio sono portati ad alta temperatura e poi raffreddati in bagni d’olio.

All’una e mezza di notte, si spezza uno dei tubi flessibili.

Contiene olio in abbondanza.

L’incendio divampa.

Il tubo diventa una sorta di lanciafiamme che inonda macchine e persone.

Qualche operaio prova a spegnere il fuoco, ma gli estintori sono scarichi, dunque non servono.

Quella sera, e nei giorni successivi, perdono la vita Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi.

Cosa si è scoperto?

La linea 5 funzionava in violazione delle norme di sicurezza relative agli impianti a rischio di incidente rilevante, in quanto ‘ ad esempio – in costante presenza di olio sul fondo dell’impianto, di residui di carta oleati ovunque, di fiamme libere e piccoli incendi praticamente costanti, in mancanza di squadre antincendio addestrate, con gli estintori scarichi.

La linea 5 funzionava oltre i normali regimi per sopperire a richieste pressanti di produzione. Gli operai erano costretti a turni straordinari massacranti.

La linea 5 presentava evidenti malfunzionamenti dovuti ad usura e scarsa manutenzione, primo tra tutti le perdite di olio, e i frequenti guasti di tipo elettrico e meccanico.

I vigili del fuoco, gli addetti ai gruppi di lavoro sulla sicurezza, i periti dell’assicurazione avevano raccomandato l’adozione di un sistema automatico di spegnimento per la linea 5, in conformità a quanto previsto per impianti soggetti a rischio rilevante di incendio.

La manutenzione sulla Linea 5 era insufficiente. Le squadre di manutenzione si erano ridotte e le frequenze degli interventi riguardavano per lo più la riparazione di guasti. La sostituzione di alcuni pezzi meccanici non avveniva con il montaggio di pezzi nuovi ma con recuperi da altre linee o spostamenti sulla linea stessa.

Le squadre di sicurezza e antincendio erano insufficienti o inesistenti, erano costituite da personale che non aveva completato l’addestramento previsto dalla legge. Le procedure di emergenza e antincendio erano carenti e l’intero apparato di sicurezza era violava le prescrizioni di legge.

Gli operai della linea 5 dovevano intervenire con estintori manuali per spegnere incendi che continuamente si formavano sulla linea, senza sospendere la produzione, in violazione con il loro mansionario e le procedure.

In caso di incendio di ‘grave entità’ la procedura prevedeva la sola composizione di un numero di telefono per la chiamata della squadra antincendio. Non era previsto l’immediato appello dei Vigili del Fuoco.

Non vi era alcuna prescrizione che indicasse quando un incendio era di ‘grave entità’. Le indicazioni dell’azienda erano di provare a spegnere con ogni mezzo l’incendio da parte degli operai con gli estintori prima di dare l’allarme.

Si doveva sopperire a qualsiasi problema evitando di interrompere la produzione. I pulsanti di emergenza non dovevano mai venire azionati per evitare la interruzione della produzione.

I sistemi individuali di spegnimento, gli estintori erano scarichi o inutilizzabili.

Nessuno aveva ricevuto alcuna formazione specifica sul tipo di intervento da effettuare e sulle procedure da seguire in caso di un incendio di tale entità.

Nel luogo ove si è verificato l’incendio non vi era sistema automatico di rilevazione incendi

Questo si è scoperto alla Thyssenkrupp.

La fabbrica dei tedeschi.

La fabbrica in cui ……apparentemente ….tutto funzionava alla perfezione.

Apparentemente…..soltanto apparantemente.

Cosa può raccontare uno spettacolo di teatro civile?

Uno spettacolo di teatro civile non può migliorare le condizioni di salute dei lavoratori.

Uno spettacolo di teatro civile non può ridare la vita agli operai uccisi alla Thyssenkrupp, a quelli morti al Petrolchimico di Porto Marghera, all’Ilva di Taranto, negli stabilimenti della Stoppani di Genova, della Montedison di Massa, a Gela, a Manfredonia, a quei lavoratori colpiti da mesotelioma pleurico dopo anni di servizio agli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato, Bagnoli, Siracusa, alle miniere di Emarese e Balangiero, alla Fibronit di Broni.

Uno spettacolo di teatro civile non può imporre lo Stato la tutela e la sicurezza nelle fabbriche, neppure incriminare e stabilire pene per i responsabili delle morti sul lavoro.

Uno spettacolo di teatro civile può soltanto smuovere le coscienze, creare emozione, provocare indignazione.

Nulla di più.

Perché non si debba più morire in un giorno normale di lavoro, mentre si guadagna il pane per vivere.

0 Storie di eroi borghesi

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

STORIE DI EROI BORGHESI


 

Live Bologna Cinema Perla in solista 11/02/10(audio)

Live Bologna Cinema Perla in solista 11/02/10(video)

 

GIORGIO AMBROSOLI

 

Anno 1979.

E’ la sera dell’undici luglio.

L’avvocato Giorgio Ambrosoli è un uomo perbene, di poche parole, un professionista, riservato quanto basta.

Da alcuni anni ricopre un ruolo importante, ma scomodo.

E’ il liquidatore della Banca Privata del finanziere Michele Sindona.

Nel tempo, svelerà i meccanismi dell’economia mafiosa, quella dei colletti bianchi, che si nasconde dietro società pulite, gestite da prestanome.

Gli affari sporchi della mafia politica, quella che non fa rumore, che agisce in silenzio.

La mafia che non si scopre.

 

11 luglio 1979.

Milano si è svuotata e le ombre della sera sono avvolte da un caldo umido che non ti fa respirare e ti penetra nei polmoni.

Sei amici.

Si conoscono dai primi anni ’70.

Le mogli sono in vacanza con i bambini.

Così decidono di vedersi, come ai vecchi tempi.

Vanno a mangiare al ristorante “ Tre fratelli ”.

Giorgio Ambrosoli è stanco, turbato, ma quella sera sorride, è cordiale, allegro.

Alle dieci e mezzo i sei amici hanno finito di cenare.

In televisione scorrono già le immagini dell’incontro di pugilato tra Lorenzo Zanon e Alfio Rigetti.

Fanno a pugni per conquistare il titolo europeo dei pesi massimi.

La casa più vicina al ristorante è quella di Ambrosoli.

Così ripartono in macchina.

Ora sono davanti al piccolo schermo nell’abitazione dell’avvocato.

Via Morozzo della Rocca numero 1.

Ambrosoli è contento.

Una serata come quella era da tanto tempo che non la trascorreva.

Ci si toglie la giacca, si slacciano le cravatte, ora gli occhi di tutti sono puntati su quei due atleti in calzoncini corti che si stanno picchiando… e come se si picchiano.

Il pugilato distrae: la mente di Giorgio Ambrosoli per un attimo si allontana da quei pensieri che lo assillano ormai da troppo tempo.

Ma un montante secco stordisce Righetti.

Gli occhi lucidi rimangono fissi e tornano i ricordi.

La memoria si dilata, nel tempo.

 

1971, Banca d’Italia.

Il Governatore Guido Carli convoca Giorgio Ambrosoli.

Gli affida l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Pochi mesi prima, dalle indagini sui conti correnti di Sindona, erano emersi gravi irregolarità e strane operazioni bancarie per miliardi di vecchie lire.

Sindona è assai potente, ha appoggi internazionali, estimatori nel Governo.

Soprattutto in Vaticano.

Ma Ambrosoli cerca la verità.

Ad ogni costo.

 

La società Fasco di Sindona è una società che ne contiene altre.

Come nel gioco delle scatole cinesi.

E in questo enorme cavallo di Troia si nascondono flussi di denaro sporco, proveniente dal narcotraffico e altri affari illegali.

Centinaia, migliaia di miliardi.

 

Ambrosoli fa il suo lavoro, fino in fondo.

Scioglie il consiglio di amministrazione della Fasco.

Non accetta i progetti di salvataggio di Sindona proposti da politici e faccendieri.

Accanto a lui c’é Silvio Novembre, maresciallo della guardia di Finanza.

Arrivano minacce.

 

11 luglio 1979: Zanon e Righetti si stanno picchiando forte.

Il posacenere tracima di mozziconi di sigaretta.

La tensione per l’incontro è alta.

I sei amici urlano, la casa sembra il palazzetto dello sport di Rimini.

L’incontro finisce in parità e il titolo di campione europeo resta a Zanon.

 

E’ mezzanotte e squilla il telefono.

L’avvocato alza la cornetta.

Dall’altra parte, nessuno parla.

Tutto il silenzio di una linea telefonica collegata investe i nervi dell’avvocato..

Poi l’anonimo mette giù.

Di colpo.

CLIK.

 

Ambrosoli scende in strada, saluta due amici.

Torneranno a casa a piedi.

Sulla vettura dell’avvocato salgono gli altri tre.

Li accompagna a casa.

Poi torna indietro, parcheggia la sua Alfetta blu davanti a casa.

Scende dalla macchina, sta per chiudere la portiera.

Se nte una voce sottile che giunge alle sue spalle.

“ Il signor Ambrosoli? ”

Tre colpi di Magnum 357 spengono la vita di Giorgio Ambrosoli.

Il passo di un uomo perbene.

I Tribunali accerteranno che William Aricò, killer della mafia italo-americana uccide Giorgio Ambrosoli su mandato esplicito di Michele Sindona.

Giorgio Ambrosoli viene fermato perché rappresenta lo Stato delle regole e della legalità.

E questo molti anni prima di Mani Pulite.

Al funerale dell’avvocato Ambrosoli nessuna autorità in rappresentanza del governo gli rende omaggio.

 

WALTER TOBAGI

 

Milano.

Mercoledì 28 maggio 1980.

E’ una fredda mattina di maggio.

 

Ore 8, via Solari.

Davanti all’abitazione di Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, è appostato Manfredi De Stefano, nome di battaglia Ippo. Non è armato. Nell’operazione, a lui vengono assegnati compiti precisi: osservare ogni movimento nella zona, verificare se il cronista anticipa i suoi spostamenti mattutini, attendere gli altri cinque componenti del commando. Le auto per le vie di fuga sono già parcheggiate nei punti concordati dal piano operativo.

 

Ore 9,45, Porta Genova.

La Brigata 28 marzo si compone nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Marco Barbone (Enrico), è il capo militare. Nel giaccone porta una calibro 9 corto con silenziatore montato e una 38 special Smith & Wesson. Mario Marano (Fabio), è armato con una 7,65. Francesco Giordano (Paolo o Cina), carica la sua 357 Magnum. Daniele Laus (Gianni) infila nelle tasche una 38 special. Paolo Morandini (Alberto) è in bicicletta, disarmato. Il gruppo si avvia verso la casa del giornalista.

 

Ore 10, via Solari.

Il traffico è caotico a quell’ora. I mezzi pubblici di superficie sostano e poi ripartono secondo un programma stabilito. Chi acquista i quotidiani all’edicola, chi si trova nei negozi del quartiere. Nei giardini del parco Solari i cani annusano il prato bagnato e gli alberi in fiore.

La pioggia batte fitta sugli ombrelli aperti.

Tutto sembra normale, ma qui la normalità è solo apparente.

De Stefano si incontra con gli altri del gruppo, abbandona la zona e si reca ad Arona. Barbone e Marano raggiungono l’edicola vicino all’abitazione di Tobagi. Morandini è in bicicletta nei pressi della fermata del tram, proprio di fronte al portone. Giordano, con funzioni da palo, si trova pochi metri indietro rispetto alla posizione di Barbone e Marano, sulla via Solari.

 

Ore 11,10.

Walter Tobagi esce di casa.

Devia a destra in via Andrea Salaino.

Si porta sul lato sinistro della strada.

 

Fermiamo la scena.

Via Andrea Salaino.

Alcuni negozi, una fabbrica, un ristorante, una scuola, palazzi signorili e vecchie case popolari.

Barbone con una calibro 9 corto e Marano con una 7,65 silenziata si trovano dietro a Tobagi, quattro o cinque metri di distanza.

Sono in movimento ma i loro passi sembrano felpati.

Il giornalista invece non si accorge di nulla, non si volta indietro, non nota niente di sospetto intorno, una circostanza che possa attirare attenzione. Lui cammina verso il garage di via Valparaiso. Ora è all’altezza di una trattoria in quei pochi centimetri di marciapiede che separano le siepi da una macchina in sosta.

Alcuni colpi di pistola calibro 7,65 fermano il cammino di Walter Tobagi, uno dei migliori giornalisti italiani.

Poche ore dopo giunge la rivendicazione:

<<Oggi, mercoledì 28 maggio, un nucleo armato della Brigata 28 marzo ha eliminato il terrorista di Stato Walter Tobagi, presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti.>>

 

Oggi di Walter Tobagi restano le sue parole.

Quelle che solo leggerle, pesano come macigni. Ancora oggi.

Un appunto, un bigliettino, un messaggio da consegnare alle nuove generazioni e alla storia:

<<Che cos’è la paura? Camminare per strada e sobbalzare ad ogni macchina che ti passa vicino, guidare l’automobile e spaventarsi ad ogni moto che ti si affianca. L’altra mattina 30 gennaio, è stata ritrovata una scheda con il mio nome nella borsa tipo 24 ore lasciata da un terrorista in viale Lombardia. Provo una sensazione di angoscia. Questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi toccò di scrivere di brigatisti. L’assassinio di Emilio Alessandrini vuole dire che non valgono più le regole di un anno fa. Nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere, forse è una suggestione, il giornalista che come carattere e come immagine è più vicino al povero Alessandrini. Se toccasse a me, la cosa che mi spiacerebbe di più è di non avere trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa.>>

 

 

MARCO BIAGI

 

Tu puoi uccidere un uomo.

Puoi seguirlo, pedinarlo, annotare sopra un taccuino ogni suo spostamento, spiarlo anche negli atteggiamenti più affettuosi, magari mentre esce dalla sua abitazione con la famiglia, quando va a fare la spesa, quando accompagna il figlio a scuola, quando è solo in casa e scrive al computer con la luce fioca, puoi perfino sentire ogni suo sospiro.

Tu puoi chiamarlo al telefono giorno e notte, sul suo cellulare e sul fisso, minacciarlo di morte, mettergli paura, mettere in allarme  e in forte stato di tensione la sua famiglia.

Tu puoi offrirgli una scorta adeguata, poi toglierla, trasformare tutto questo in un semplice servizio di sorveglianza, alla fine togliergli ogni minima protezione.

Puoi attenderlo mentre scende da un treno e attraversa una piazza, di sera, seguirlo fino al luogo in cui ha lasciato la sua bicicletta, poi inseguirlo, con rapidità, ma in modo silenzioso.

Alla fine puoi assassinarlo e sotterrare il suo corpo, affliggere dolori immensi alla sua famiglia, e dopo la sua morte puoi denigrarlo in pubblico, lasciarlo di nuovo solo, senza neanche una memoria.

Tu puoi fare tutto questo, e altro ancora di indicibile, ma non riuscirai mai ad uccidere le sue idee.

 

19 marzo 2002.

La primavera a Bologna la senti spuntare ancor prima di Pasqua.

Le colline che proteggono la città cambiano i colori in fretta.

Dal verde dell’erba puoi perfino osservare le sfumature delle foglie degli alberi che stanno intorno.

E i profumi sono già forti nell’aria.

Gli odori e i sapori non sanno di mare ma di Appennino che è terra dura da coltivare.

Sotto i portici, lungo i viali e le direttrici che portano al centro, fin dal mattino, in molti lasciano nei parcheggi le automobili e pedalano in silenzio sopra biciclette lucidate, pitturate di fresco, le più vecchie, con i freni a bacchetta, arrugginite nel corso del tempo. E’ un rito al quale non si può rinunciare.

Del resto Bologna non è poi così diversa da quei paesi che osservi dal finestrino di un treno lungo la via Emilia, dove in bicicletta si gira d’estate e d’inverno.

Allo stesso modo, con le magliette a mezze maniche e il cappotto.

Ci si sposta per comprare il giornale, raggiungere i luoghi di lavoro, i supermercati nei giorni delle grandi spese, a giocare alle carte nei bar al sabato mattina mentre la nebbia sale dai fossi e rende il paesaggio umido e irreale.

Un mezzo pulito, silenzioso, ecologico, pratico.

 

Marco Biagi ricopre il ruolo di consulente del ministero del Welfare.

Un esperto di mercato del lavoro, un giuslavorista.

Insegna, interviene ai convegni, scrive editoriali sul Sole 24 Ore, programma leggi e politiche governative.

Un uomo assai conosciuto nel suo ambiente di professori e studiosi ma lontano dai riflettori della politica nazionale.

 

Biagi è un gran pedalatore.

Uno che macina parecchi chilometri al giorno. Bologna è la sua città e anche per lui la bicicletta è una passione.

Qualcosa di più di una semplice necessità.

Sopra le due ruote pedala da quando aveva ancora i calzoni corti.

E quelle strade di Appennino le conosce a memoria, curva dopo curva. Le salite, la pianura, le risalite e le lunghe discese.

Le può affrontare quasi ad occhi chiusi, prendendo fiato, caricando di aria i polmoni, premendo forte sui muscoli delle gambe, sui polpacci, azionando i rapporti del cambio per raggiungere la giusta velocità, quella che permette il massimo risultato con il minimo sforzo.

Ma pedalare costa fatica e allenamento.

Non basta solo la passione.

Dicono che certe domeniche Biagi salga sui tornanti del Mongardino, toccando la Crocetta e il Fossato.

Da solo o con gli amici di sempre.

Dicono quelli che lo conoscono bene.

 

Un uomo e la sua bicicletta.

E’ dunque l’immagine di quella fredda sera italiana.

E’ solo Marco Biagi.

Lui pedala dalla stazione a via Valdonica, una stradina stretta, intorno a vicoli, piazzette, antichi cammini, tra palazzi del Quattrocento e negozi moderni..

Si trova nel ghetto ebraico.

Su quella bicicletta porta una borsa di pelle nera, carica di documenti, ricerche, articoli già pronti, relazioni, idee e progetti.

 

Delle sue abitudini, i brigatisti conoscono ormai tutto.

Lo pedinano a Bologna, fin sotto la sua abitazione.

Lo cercano a Roma dove si reca per le consulenze al ministero del Welfare.

Non lo perdono di vista a Pianoro e Marina di Ravenna dove passa l’estate.

Neppure a Modena, dove insegna diritto del lavoro all’Università.

 

Ciak, prima scena

Alle 13,30, Marco Biagi prende il treno alla stazione di Bologna e si reca a Modena.

Tiene le sue lezioni, esamina incartamenti, legge libri, effettua qualche telefonata, accende il computer e controlla la posta elettronica.

Poi intorno alle 18, 30 esce dal portone principale dell’Ateneo, si reca allo scalo ferroviario e attende il treno interregionale per Bologna.

Ora si trova proprio sotto la pensilina.

Da Modena, probabilmente, un terrorista non ancora identificato avverte con il telefono cellulare Diana Blefari Melazzi, nome di battaglia Maria, staffetta del commando già operativo a Bologna.

 

Ciak, seconda scena

19,41. Marco Biagi scende dalla carrozza e cammina lungo il binario 1 del piazzale ovest della stazione di Bologna.

Si dirige verso l’uscita, poi volta a destra verso la saletta degli Eurostar.

 

Ciak, terza scena

19,41, stessa ora.

Cinzia Banelli, nome di battaglia Sonia, attiva la Sim Card acquistata giorni prima a Roma.

E’ montata su un cellulare, comprato a Bologna, configurato per computer quindici giorni prima.

Cinzia Banelli chiama l’operatore.

L’impulso viene captato e registrato dalla cella telefonica bis di via Mentana che copre gran parte del centro città, compresa l’abitazione di Marco Biagi.

L’attivazione della scheda viene compiuta pochi minuti prima e a pochi metri dal luogo dell’omicidio.

Come per trasmettere un messaggio: siamo noi, quelli delle Brigate Rosse.

 

Ciak, quarta scena

Alle 19,53, il professore esce dalla saletta Eurostar con il biglietto per Roma del giorno dopo.

Poi cammina a piedi ed esce dalla stazione.

Le telecamere della Polizia Ferroviaria sono sempre accese.

Quando è sera funzionano con i raggi infrarossi.

Così gli uomini non sono più ombre che camminano, i loro contorni restano ben visibili e in primo piano.

Biagi é alto, con i capelli argentati.

E’ inconfondibile, non ci si può sbagliare.

Lui attraversa la piazza, attende il verde del semaforo e taglia di traverso la strada.

Entra nella Galleria Due Agosto.

Lì ritrova la sua bicicletta.

E’ chiusa con due lucchetti, appoggiata ad un cartello stradale. La sua borsa è poco accanto al manubrio.

 

Ciak, quinta scena

Diana Blefari Melazzi, pure lei in bicicletta, si accerta che il professore sia partito.

Con la ricetrasmittente, scandisce agli altri componenti del commando il percorso abituale di Marco Biagi. Il suo ultimo tragitto.

La sagoma di Biagi viene ripresa più volte dagli impianti televisivi a circuito chiuso di banche, società, istituzioni.

<<Via Indipendenza, Piazza Otto Agosto, via Marsala, Piazza San Martino, via Valdonica.>>

 

Ciak, sesta scena

Mario Galesi, nome di battaglia Paolo e Roberto Morandi, nelle BR conosciuto come  Luca, sono già sotto l’abitazione di Marco Biagi. Indossano i caschi integrali. Quello di Galesi è color bianco, più scuro quello di Morandi. Attendono il professore sopra un motorino color verde scuro. Cinzia Banelli è ferma sulla sua bicicletta in piazza San Martino. Nadia Desdemona Lioce, nome di battaglia Rosa, pure lei in bicicletta, si trova verso via Zamboni, tra via Valdonica e vicolo Luretta. Diana Blefari Melazzi è posizionata tra vicolo Luretta e via Marsala.

 

Ciak, settima scena

Lorenzo, figlio di Marco Biagi, ha appena finito i compiti e attende il ritorno del padre.

Francesco, figlio di Marco Biagi, raggiunge via Valdonica con il suo scooter Malaguti.

Lo parcheggia davanti al portone.

I brigatisti assistono alla scena.

Francesco sale le scale di casa.

Va di fretta. Deve prendere la borsa per la partita di basket.

 

Ciak, ottava scena

Sono le 20,10.

Il freddo di marzo comincia a pungere davvero e la scena dell’omicidio è fulminea.

Marco Biagi si trova davanti al portone,  posa la borsa di pelle nera, sta per infilare le chiavi nella toppa…

Solo una voce acuta giunge alle sue spalle.

<<Professore….ehi professore>>

Ciak, nona scena

Il primo proiettile della pistola semiautomatica di Mario Galesi si conficca sul muro di via Valdonica.

Gli altri cinque trafiggono il corpo di Marco Biagi.

L’arma è una Makarov marcata Carl Walther 9×17 tipo corto.

Il brigatista utilizza la tecnica del sacchetto di plastica fissato in qualche modo sul lato destro della canna, poco sopra il calcio. Ma il meccanismo funziona solo quando l’arma è orizzontale. Galesi invece spara dall’alto verso il basso. Così i bossoli non vengono trattenuti e cadono in terra. Tre di loro vengono ritrovati dagli inquirenti, oltre al proiettile finito sul palazzo.

Mario Galesi e Roberto Morandi fuggono con il motorino verso Piazza San Martino e via Marsala.

Cinzia Banelli accende la ricetrasmittente e chiude l’azione:

<<Buonanotte>>

 

Quando viene ucciso dalle Brigate Rosse- Partito Comunista Combattente, Marco Biagi ha 51 anni.

E’ sposato con Marina Orlandi e ha due figli maschi: Lorenzo e Francesco.

Dal 2001 è membro del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro.

E’ impegnato nel suo ruolo di consulente del ministero del Welfare guidato da Roberto Maroni.

Professore di diritto del lavoro nel dipartimento di economia aziendale dell’università di Modena e Reggio Emilia, Biagi è anche l’editorialista del Sole-24 Ore sui temi del mercato del lavoro.

 

L’obiettivo scientifico e culturale di Marco Biagi è modernizzare il diritto del lavoro in chiave europea, armonizzare le leggi in vigore nel nostro paese con quelle degli altri stati membri dell’Unione. Un’impresa non facile.

Da pochi mesi,l’Europa è infatti una realtà economica con l’avvento dell’euro ma stenta a divenire un unione politica.

Con questo spirito lavora prima con Tiziano Treu al ministero del Lavoro, poi con Gabriele Albertini e Stefano Parisi per il Patto di Milano del ’99,infine approda al ministero con Roberto Maroni.

Offre un contributo decisivo alla stesura del “Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia.

Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità”. A lui e Tiziano Treu appartiene il progetto dello “Statuto dei lavori”, il passaggio dallo Statuto dei lavoratori degli anni ’70, alle tutele per i nuovi lavori, quelli cosiddetti “atipici”.

Un uomo mite, un moderato.

Sul piano politico fa parte della tradizione dei riformisti.

Cattolico praticante, si avvicina ai socialisti.

E’ nel gruppo bolognese del Movimento per il lavoro di Labor, negli anni ‘70.

Alle elezioni amministrative del ’99, Biagi si candida per lo Sdi nello schieramento di centrosinistra contro Giorgio Guazzaloca.

Poi diviene simpatizzante della Margherita.

Del progetto di unire le forze centriste dell’Ulivo è un attento osservatore:partecipa ad uno dei congressi di fondazione e alle elezioni politiche del 2001 vota per il partito di Prodi.

 

Biagi è anche consulente della Confindustria: contribuisce alla definizione del documento sulla competitività presentato nel 2001 a Parma.

Frequenta il gruppo dell’Arel di Beniamino Andreatta e Enrico Letta.

 

La mancata protezione dello Stato a Marco Biagi resta ad oggi il vero buco nero dell’inchiesta.

E’ una storia che parte da lontano e solo a raccontarla mette i brividi.

 

6 luglio 2000.

E’ il giorno del fallito attentato alla sede della CISL di Milano di via Tadino.

Il documento di rivendicazione è firmato Nucleo Proletario Rivoluzionario.

Contiene un passaggio specifico al lavoro svolto da Marco Biagi, il cosiddetto <<Patto di Milano per il lavoro>>, che il professore disegna insieme al sindaco di Milano Gabriele Albertini e al direttore della Confindustria Stefano Parisi.

Scattano i primi provvedimenti di protezione nei confronti di Biagi. Il Questore Giovanni Finazzo comunica al suo collega bolognese Romano Argenio che Marco Biagi è nel mirino dei terroristi.

Gli viene affidato il servizio scorta: dal 25 luglio all’11 settembre 2000 si estende a Bologna, Milano, Roma e Modena.

 

9 giugno 2001.

Marco Biagi non ha più un servizio di protezione adeguato a Roma. E il 2 luglio, Marco Biagi invia una mail al sottosegretario al ministero del Welfare Maurizio Sacconi.

 

<<Caro Maurizio, consentimi di ricordarti di intervenire su quanti hanno revocato la mia tutela a Roma(confermata invece in altre parti d’Italia):penso al Prefetto, ma sarebbe meglio agire sul ministero dell’Interno e spiegare chi sono, cosa ho fatto e cosa sto  facendo. Mia moglie (come me) allarmatissima e sarà difficile riprendere le collaborazioni al ministero senza adeguata protezione. La mia richiesta precisa:trasformazione del servizio da tutela (una buffonata) in scorta vera e propria ti prego di aiutarmi con la massima urgenza e determinazione. A domattina alle 8 da te.>>

 

Lo stesso giorno, Biagi spedisce un messaggio a Stefano Parisi, direttore della Confindustria.

<<Caro Stefano, consentimi di ricordarti di intervenire con la massima urgenza sul Questore (come dicevi, ma meglio sarebbe il Prefetto) per ripristinare la mia tutela anche su Roma (confermata nel resto d’Italia). Mia moglie è allarmatissima ed anch’io sono molto preoccupato. Voglio continuare a fare le cose che ci piacciono ma non vorrei che le minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile) nei miei confronti venissero strumentalizzate da qualche criminale. A risentirci domattina.>>

 

15 luglio 2001.

Biagi invia al Presidente della Camera Pierferdinando Casini un messaggio preoccupato.

 

<<Caro Presidente, devo chiederti aiuto per la mia sicurezza personale. Da un anno sono sottoposto a regime di tutela-scorta. Poiché collaboro con la Giunta Albertini a Milano e sono l’estensore tecnico del “Patto per il lavoro di Milano”, la DIGOS di varie città mi ha preso in consegna contro il rischio di possibili attacchi terroristici.Il timore è che si ripeta con me un caso D’Antona. Ti lascio immaginare come possa vivere tranquilla la mia famiglia. Ora collaboro anche con Confindustria e Cisl, nonché con lo stesso ministro Maroni, realizzando sul piano tecnico una strategia di flessibilità sul lavoro. Sono molto preoccupato perché i miei avversari criminalizzano la mia figura. Per ragioni che ignoro a Roma da dieci giorni è stata revocata la scorta-tutela e tutte le volte che vengo nella capitale sono molto allarmato.Ti chiederei la cortesia di fare il possibile affinché, continuando il mio impegno tecnico di cui sopra, io venga tutelato a Roma come a Milano, Bologna, Modena ed in genere in tutta Italia. Mi piacerebbe parlarti dieci minuti: se la tua segretaria ci potesse organizzare un incontro anche brevissimo ti sarei molto grato. Ti prego di non fare parola con tua mamma sulla questione confidenziale che ti ho prospettato perché mia mamma ne è all’oscuro.In ogni caso a Ferragosto sarò a Lizzana.>>

 

20 luglio 2001.

Biagi denuncia la prima minaccia telefonica.

 

29 agosto 2001.

Biagi riceve altre strane chiamate nella residenza estiva di Pianoro, nell’abitazione di via Valdonica 14 a Bologna, all’università di Modena e nella casa di Marina di Ravenna.

1 settembre 2001

Il professore spedisce al Prefetto di Bologna Sergio Iovino una missiva dai toni forti e accesi.

 

<<Egregio signor prefetto, mi rivolgo a lei per segnalarle tutta la mia preoccupazione per la mia condizione. Mentre infatti la mia collaborazione con il Ministro Maroni è stata formalizzata e si è avviata con molta intensità,ho ricevuto questa estate alcune telefonate anonime da cui si comprende facilmente che l’interlocutore è al corrente di alcune mie attività per il Ministro,nonché dei mie spostamenti fisici. Ieri sera, poco dopo che il personale della DIGOS si era allontanato dalla mia abitazione estiva, una telefonata anonima mi avvertiva di aver consapevolezza dell’allontanamento. Credo che la cosa si commenti da sola. Il Ministro Maroni mi ha mostrato una lettera indirizzata al Prefetto di Roma. Infatti in quella città dove ormai mi reco abitualmente io sono tuttora privo di qualsiasi tutela. Ho la sensazione, signor Prefetto che la mia situazione sia ampiamente sottovalutata. Ne ho parlato con il Presidente Casini il quale ne ha parlato al dott. De Gennaro. Continuo a segnalare queste telefonate e da parte della DIGOS non vengo informato di eventuali attività investigative. Ho anche l’impressione che la mia persona costituisca a Bologna una sgradita incombenza. Lo affermo perché è ben diverso il clima di cortesia e di collaborazione nei miei confronti che si è instaurato in altre città come ad esempio Milano, Modena e Ravenna. Ormai troppe volte mi sono rivolto a Lei per segnalare questo stato di cose. Non mi resta di esprimerle la mia preoccupazione e la mia profonda delusione per quella che secondo me è una chiara sottovalutazione dello stato di pericolo in cui mi trovo.>>

 

12 settembre 2001.

Il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza di Bologna decide di non ripristinare la scorta a Marco Biagi.

 

15 settembre 2001.

Il ministro dell’Interno Claudio Scajola diffonde una circolare con cui si taglia il 30% dei servizi di tutela e scorta. Biagi non ha più alcun tipo di protezione.  Sono i giorni in cui sta perfezionando il <<Libro bianco sul mercato del lavoro>>.

 

23 settembre 2001.

Marco Biagi tenta così l’ultima carta. Invia un messaggio al ministro del Welfare Roberto Maroni, per conoscenza al Prefetto di Bologna Sergio Iovino.

 

<<Caro ministro,desidero informarla che oggi ho ricevuto un’altra telefonata minatoria da un anonimo che asseriva perfino di essere a conoscenza dei miei viaggi a Roma senza protezione alcuna, ancora una volta cercando di intimorirmi in relazione alle mie attività di progettazione svolte su Suo incarico e del sottosegretario Sacconi. Desidero assicurarla che non intendo desistere dalla mia attività con il Suo ministero. Nel contempo vorrei rappresentarle tutta l’urgenza affinché vengano presi provvedimenti adeguati. Invio la lettera anche al Prefetto di Bologna in quanto tali telefonate si susseguono nella città dove risiedo. Qualora dovesse malauguratamente occorrermi qualcosa,desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate minatorie senza che venissero presi adeguati provvedimenti.>>

 

8 marzo 2002.

Il possibile obiettivo suggerito dai servizi segreti nel loro relazione semestrale sembra il ritratto perfetto del consulente del ministero del Welfare:

 

<<L’attività di intelligence in direzione dell’eversione interna resta prioritariamente rivolta verso la minaccia proveniente dalle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente e dai gruppi che ad esse si ispirano, in ragione del perdurante proposito di rilanciare la lotta armata ancorandola a strumentali interpretazioni di eventi interni ed internazionali…..I terroristi stanno stimolando un percorso operativo che coniuga forte proiezione internazionalista e decisa ostilità nei confronti della compagine governativa per le sue scelte in materia di politica economica….. Nel mirino dei nuovi interventi offensivi ci sono le personalità politiche, sindacali ed imprenditoriali maggiormente impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti.>>

 

12 marzo 2002.

Il CESIS, Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e di Sicurezza, invia all’allora ministro Franco Frattini una missiva destinata a tutti i dicasteri.

Ogni ministro è invitato a suggerire elementi utili ai servizi segreti sul piano della sicurezza interna.

 

15 marzo 2002.

La lettera del CESIS giunge al ministero del Welfare.

Viene però protocollata solo tre giorni dopo perché in mezzo c’è il week end.

 

19 marzo 2002

Il ministero del Welfare predispone la risposta ai servizi segreti.

Nella lettera sono scritti i nomi dei possibili bersagli dei terroristi: il sottosegretario Maurizio Sacconi, l’avvocato Paolo Sassi e Marco Biagi.

Il file viene chiuso alle 20,15.

Ormai, proprio a quell’ora, Marco Biagi e’ già stato ucciso dalle Brigate Rosse.

 

Le idee non sono giuste, neppure sbagliate.

In democrazia, nascono dal bisogno di cambiare, trasformare lo stato delle cose, le leggi e perfino le regole.

Sono progetti che a volte l’uomo elabora con altri uomini, spesso invece in totale solitudine.

Un lavoro continuo di ricerca e studio, indirizzato verso obiettivi, offre alla fine infinite possibilità di sviluppo e conoscenza.

Ma le riforme, si sa, non sempre vengono realizzate.

Perché ci vuole una trattativa con le parti sociali e il consenso unanime dei protagonisti.

Non basta soltanto la volontà delle forze politiche e dei Governi in carica.

Bisogna avere dentro una spiccata propensione alla mediazione.

Convincere gli altri che i tuoi progetti sono efficaci e servono al Paese.

Solo così quelle idee si potranno trasformare in atti concreti, in modifiche radicali e strutturali, in leggi.

Significa che ognuno deve fare un passo indietro per compierne due in avanti.

Questo è il significato del riformismo in una società moderna e avanzata.

Tradurre in pratica le intuizioni con il concorso di tutti, cittadini compresi.

Altrimenti le scelte sarebbero viste da gran parte della popolazione come regole imposte dall’altro o peggio come un vero imbroglio. Governare, non comandare.

Come intendeva operare Marco Biagi, un riformista.

 

Proprio i riformisti e il loro riformismo hanno sempre colpito gli uomini delle Brigate Rosse.

Prima di Marco Biagi avevano ucciso nel 1999 Massimo D’Antona, consulente dell’allora ministro del lavoro Antonio Bassolino.

E a Forlì, undici anni prima, erano entrati nell’abitazione di Roberto Ruffilli, senatore ed esperto di riforme istituzionali, sparandogli in faccia numerosi colpi di mitraglietta Skorpion.

Negli anni Settanta e Ottanta la stessa sorte è toccata ad altri riformisti come Ezio Tarantelli, Vittorio Bachelet, Guido Galli, Emilio Alessandrini, Aldo Moro, giornalisti come Walter Tobagi e Carlo Casalegno e decine di poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, primari di ospedale, magistrati, giudici, avvocati, semplici passanti.

Gli anni di piombo……..

Una lunghissima scia di sangue che dal 1968 ad oggi ha lasciato a terra e senza vita 131 persone, oltre 2 mila i feriti.

Per tutte queste azioni oltre 4mila persone sono state condannate dai tribunali per omicidi, ferimenti, rapine di autofinanziamento, fatti in stretto collegamento con un’associazione sovversiva e di banda armata. Almeno 20 mila persone sono state indagate e poi prosciolte in sede giudiziaria, 100mila persone hanno dialogato con le organizzazioni della lotta armata.

Una guerra che i terroristi avevano dichiarato contro lo Stato, contro la democrazia, per spostare indietro l’orologio della storia, fermare il cammino delle riforme.

Ma non ci sono riusciti, non hanno vinto.

Perché la forza della democrazia è stata più forte del loro piombo e delle armi.

La forza della democrazia, della ragione e delle idee.

 

Tu puoi uccidere un uomo.

Puoi seguirlo, pedinarlo, annotare sopra un taccuino ogni suo spostamento, spiarlo anche negli atteggiamenti più affettuosi, magari mentre esce dalla sua abitazione con la famiglia, quando va a fare la spesa, quando accompagna il figlio a scuola, quando è solo in casa e scrive al computer con la luce fioca, puoi perfino sentire ogni suo sospiro.

Tu puoi chiamarlo al telefono giorno e notte, sul suo cellulare e sul fisso, minacciarlo di morte, mettergli paura, mettere in allarme  e in forte stato di tensione la sua famiglia.

Tu puoi offrirgli una scorta adeguata, poi toglierla, trasformare tutto questo in un semplice servizio di sorveglianza, alla fine togliergli ogni minima protezione.

Puoi attenderlo mentre scende da un treno e attraversa una piazza, di sera, seguirlo fino al luogo in cui ha lasciato la sua bicicletta, poi inseguirlo, con rapidità, ma in modo silenzioso.

Alla fine puoi assassinarlo e sotterrare il suo corpo, affliggere dolori immensi alla sua famiglia, e dopo la sua morte puoi denigrarlo in pubblico, lasciarlo di nuovo solo, senza neanche una memoria.

Tu puoi fare tutto questo, e altro ancora di indicibile, ma non riuscirai mai ad uccidere le sue idee.

 

0 Le crepe della memoria

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

LE CREPE DELLA MEMORIA

Foto Francesca Romano Atri

Live L’Aquila “Volta la carta” 26/05/11(video )

 

 

6 aprile 2009.

E’ la notte tra domenica e lunedì e fa freddo.

L’Aquila dorme, è immersa in sogni tranquilli, come tutte le città italiane.

Pochi, pochissimi camminano per la città.

Del resto è notte, tra poco ci si sveglia, si va in ufficio, a scuola, in macchina, a piedi, con gli autobus.

Si sente solo il rumore dei pneumatici di qualche auto e quello dei mezzi della nettezza urbana che pulisce le strade.

Da lontano si ode il latrato dei cani.

Qualche semaforo è spento, il giallo in mezzo lampeggia, a tratti.

 

Dicono che in città è tutto normale.

I piumoni caldi e le coperte avvolgono le persone nei letti.

E’ tutto normale.

Qualcuno russa, altri fanno l’amore.

E’ tutto normale.

Le radiosveglie contano in silenzio i secondi dei minuti, sono puntate sulle ore 7.

E’ tutto normale.

Le luci degli appartamenti sono quasi tutte spente.

E’ tutto normale.

Solo qualche abat- jour lasciata accesa da chi non riesce a chiudere occhio e legge un libro.

E’ tutto normale.

Prima o poi la stessa scena si ripeterà, come un film già visto.

E’ tutto normale.

Prima o poi si spegnerà quella debole luce, come ogni notte.

E’ tutto normale.

Altre luci si accenderanno tra alcune ore, all’alba.

E’ tutto normale.

Perché tra poco è un altro giorno, il primo della settimana, quello più difficile, quello in cui tutto sembra ricominciare da capo.

E’ tutto normale.

I giornali stanno arrivando alle edicole.

E’ tutto normale.

Le radio diffondono le notizie del giorno.

E’ tutto normale.

Turchia: no di Sarkozy a Obama.

E’ tutto normale.

La Corea lancia il missile e sfida il mondo.

E’ tutto normale.

Franceschini: “premier nervoso, fine di un ciclo”

E’ tutto normale.

Sul web gli stipendi dei dipendenti pubblici.

E’ tutto normale.

Eternit, si apre il processo, oltre duemila le parti lese.

E’ tutto normale.

La protesta dei poliziotti: tagli a noi, soldi alle ronde.

E’ tutto normale.

A Roma lite in discoteca, un giovane è grave.

E’ tutto normale.

Uno studente su dieci usa gli psicofarmaci.

E’ tutto normale.

L’Inter vince e allunga il passo, Juve staccata a -9.

E’ tutto normale.

La storia procede per catastrofi, saggezza è saperle gestire, scrive un quotidiano.

 

 

Dicono che in città è tutto normale.

E’ tutto normale.

E’ tutto normale.

E’ tutto normale.

 

6 aprile 2009.

E’ la notte tra la domenica e il lunedì.

E’ tutto normale.

E invece no………

Sono le 3,32 minuti, 39 secondi.

 

Dormivo.

Come molti, avevo fatto spallucce all’ennesima scossa da dicembre, poco prima delle 23, dopo aver imprecato, io interista, per il doppio gol del Milan nel finale.

“Lella- dico a mia moglie- che botta! La piccola Camilla dorme? Non s’è svegliata, meno male: è così stressata da tutte queste scosse. “

“Beh, allora andiamo a dormire pure noi: se proprio dobbiamo, moriremo nel sonno.”

 

Lasciai accesa la luce della cucina, non si sa mai, meglio vederci un po’.

E mi addormentai.

Fino al risveglio nel sussulto impazzito di tutte le cose, nel rumore assordante che penetrò nel corpo e nella mente, e vi rimarrà a lungo.

Era buio, persi l’orientamento nella mia camera, andai verso l’armadio per prendere un cappotto, sbagliai direzione, percepivo con le mani tessuti leggeri mentre volevo roba pesante, seguitavo a tastare a vuoto nel buio, non trovavo quello cui avevo bisogno.

In piedi, quasi priva di sensi, subivo la scossa più violenta.

Poi ci fu luce, all’improvviso, non ricordo come, e vidi tutta la roba dell’armadio per terra, presi la prima cosa che mi venne in mano, un impermeabile.

Presi la chiave di casa, ed attraversai il soggiorno, libri a terra, oggettini di porcellana, stupidini ed amatissimi, in frantumi sul pavimento.

Afferrai due portafotografie con le foto dei miei figli, ed uscii sul pianerottolo, scesi le scale, e vidi che il portone d’ingresso non si poteva aprire con la chiave.

Si era incastrato tutto, qualcuno stava tentando di rompere le vetrate infrangibili. Veramente infrangibili, per aprire un varco ci volle tanto tempo, e finalmente uscimmo carponi, badando di non ferirci con i vetri in frantumi.

Trovai rifugio in una delle macchine dei vicini, parcheggiata su un prato poco più su di casa mia, lì aspettammo che si facesse giorno.

 

Vedevo il muro che mi cadeva addosso.

È una sensazione difficile da spiegare, come se una forza malvagia ti bloccasse e ti dicesse: “Tu rimani qui sotto”.

Quei secondi sono durati un’infinità.

Ho pensato che non sarei uscita viva da quella casa.

 

 

Alle 3 e 32 mi sono svegliato vedevo la casa che tremava, scricchiolava, sono sceso subito dal letto appena si è calmata un po’ la situazione, mentre cercavo di mettermi sotto una colonna portante è caduto l’ intonaco, ero scalzo insieme ai miei genitori, tutto era per terra, vetri da tutte le parti.

Abbiamo trovato un po’ di vestiti per casa e lì abbiamo indossati.

Subito dopo ci è stata una scossa di magnitudo debole ma la si è sentita.

Siamo scesi dalle scale tenendoci per mano facendo attenzione al soffitto, appena usciti da casa abbiamo visto i muri lesionati, mai abbiamo vissuto una esperienza così drammatica, le case che avevamo davanti agli occhi erano lesionate, i primi piani sono stati i più i più colpiti, si riusciva a vedere all’ interno di una costruzione, letti, computer, televisori e tanti altri oggetti di uso quotidiano.

Di fronte casa c’ era una piccola piazza, la maggior parte delle persone si erano ritrovate lì, non c’ era distinzione eravamo tutti amici, anche se non ci conoscevamo eravamo uniti da una vicenda che ha reso tutti uguali senza distinzione.

 

E’ stato terribile.

La casa ha lungamente oscillato e sembrava non doversi fermare mai.

Inoltre le oscillazioni erano veramente ampie.

Mai vista una cosa del genere.

Al quinto piano nel centro di Roma.

Abito da sola ed ho cercato disperatamente di mettermi in contatto con i vigili e con il 112 ma era sempre occupato.

Intorno a me tutto era silenzioso e nessuna finestra si è illuminata.

Scendere per strada nel quartiere significa non sapere dove andare: tutte le strade sono strette e non ci sono nelle vicinanze spazi aperti.

Ho passato la notte sotto l’unico architrave della mia casa.

 

Il terremoto è fatto così.

Non ha un’anima.

Tutto accade in pochi secondi.

Le grida, i volti scavati dalla paura e dal terrore, le labbra livide, il corpo disorientato da un equilibrio precario, la terra instabile che balla sotto i piedi.

Prima avverti un leggero vento caldo, senti nell’aria qualcosa che non riesci subito a decifrare, uno strano presentimento, quasi un lugubre presagio.

Qualcuno vede le luci sismiche.

Le chiamano così gli scienziati.

Luci diffuse, nuvole arrossate, sfere luminose.

Altri notano un leggero abbassamento dell’intensità dei segnali radio e un aumento marcato dell’attività elettrica.

La terra scuote il tuo corpo e ti scopri impotente.

Puoi soltanto ripararti dal tiro incrociato dei cornicioni, dei pali della luce, delle strutture delle case che si sbriciolano, dalle crepe della terra.

Sei solo anche in mezzo a migliaia di persone che fuggono, ma non sanno dove vanno.

Aspetti con ansia che tutto finisca, rimediando rifugi in spazi aperti.

Le persone intorno a te mormorano frasi incomprensibili, si stringono, si abbracciano, poi si lasciano e ancora si uniscono.

Quindici, venti, ventuno, ventidue, ventitre secondi…ventitré secondi.

Ventitrè secondi diventano un’eternità e il frutto di una vita di sudore e lavoro si dissolve.

E dopo il terremoto scende un silenzio irreale, già ascoltato più volte in Friuli, in Irpinia, in Umbria.

Alla fine si contano i morti, tanti, troppi.

 

Ci sono silenzi così pieni di rumori che spesso si annullano a vicenda.

Frasi, azioni, gesti, sguardi.

All’Aquila la vita si è congelata, ibernata, come quelle statue di gesso che non hanno colore, stanno lì immobili, ti guardano, non hanno più un’anima ma parlano.

Cosa contengono ventitre secondi di tempo durante un terremoto?

Ci sono silenzi in cui le parole non dette suonano ancora più forte.

Frasi che risuonano nella testa, chiare e rotonde, pizzicano in gola, sul fondo della lingua, premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, contro il palato.

Silenzi in cui le parole si trasformano in urla soffocate.

Come vite sospese che non sono più corpo e spazio.

D’inverno, ci sono mattine fredde e livide in cui un urlo è più acuto e veloce di un giorno di nebbia fitta.

D’estate ci sono certe giornate di primo agosto, limpide, calde, dove non c’è ragione, non c’è proprio ragione perché un urlo non possa fare lo stesso.

E sul mare, quando il sole si riflette sull’acqua, sulla spiaggia giungono le voci di barche lontane alcune miglia, un urlo corre sul riverbero e salta come i sassi lanciati sulle onde.

Quell’urlo lontano, straziante, indifeso, giunge il 6 aprile 2009 dall’Aquila come un fischio acuto.

E compie il giro d’Italia, d’Europa, del mondo.

In molti lo percepiscono, forte e chiaro, potente come una bomba.

Nulla sarà più uguale a prima.

 

L’Aquila, 6 aprile 2009.

Sono le 3,32 minuti, 39 secondi.

 

Scala Richter 5,9.

Epicentro: L’Aquila, Tornimparte, Lucoli.

Profondità 8,8 chilometri.

Migliaia di case inagibili.

Gran parte delle chiese lesionate.

Gran parte delle attività produttive in ginocchio.

Il quinto terremoto più distruttivo in Italia.

309 vittime, 1500 feriti, 200 gravissimi, 65000 sfollati.

 

 

309 vittime.

Nomi comuni che puoi incontrare in un supermercato, a scuola, in autobus, in trattoria, in discoteca, ad un concerto.

Nomi e storie comuni.

Vite spezzate dalle crepe del terremoto, ma non dalla nostra memoria.

 

Lorenzo Cini giova a basket nella squadra di serie B del suo paese, Montorio al Vomano.

La sua fidanzata era Arianna Pacini. Sono morti insieme nel crollo della casa aquilana, a ridosso del centro storico.

 

Matteo Vannucci, laureato in Lettere, era di Tortoreto Lido.

Amava la letteratura.

Il suo corpo è stato trovato sotto le macerie dell’appartamento in cui abitava, raso al suolo dal terremoto.

 

Alessio Di Simone veniva da Penne, in provincia di Pescara.

Si era trasferito a L’Aquila per studiare ingegneria.

Lo hanno trovato sotto la Casa dello Studente.

Insieme ad altri otto ragazzi.

 

Giuseppe Chiavaroli era centrocampista del Lauretum, la squadra di Loreto Aprutino.

 

Ilaria Rambaldi di Lanciano studiava Ingegneria edile, stava per laurearsi: aveva il sogno di costruire case belle, comode, sicure.

 

Le sorelle Genny e Giusy Antonini di Controguerra, nel Teramano studiavano Biotecnologie eInfermieristica.

Sono morte nell’appartamento che dividevano in via Campo di Fossa.

 

Martina Salcuni, 21 anni da pochi giorni, studentessa di Lanciano, figlia di un pugliese di Lucera.

 

 

 

Marco Cavagna era arrivato da Bergamo.

Capo squadra dei Vigili del fuoco, il più esperto, il più capace, il più coraggioso.

Si è sentito mancare l’aria, ma non era polvere.

Un attacco di cuore lo ha ucciso mentre stava salvando vite umane.

 

Federica Moscardelli studiava Medicina all’università dell’Aquila e intanto, nel suo paese, faceva volontariato in un gruppo religioso.

 

Alice Dal Brollo, mezza valsesiana e mezza bergamasca.

Studiava Scienze dell’investigazione a L’Aquila.

Danzava, andava a cavallo, sorrideva.

 

Lorenzo Sebastiani era un rugbista, giovane promessa dell’Aquila.

Aveva anche indossato la maglia azzurra ai mondiali Under 21.

I suoi compagni lo hanno onorato mettendo la loro forza e la loro rabbia al servizio dei soccorsi.

 

Domenico e Maria Paola Parisse.

Il loro padre Giustino Parisse, vicecaporedattore della redazione aquilana del giornale «Il Centro» ha dettato la notizia peggiore che gli potesse capitare nella sua vita.

 

Maria Urbano e Carmen Romano erano amiche da sempre: cresciute assieme in due paesi della provincia di Benevento avevano deciso di studiare assieme all’Aquila.

E assieme avevano trovato un appartamento.

 

Carmelina Jovine si era già laureata in Psicologia a L’Aquila, ma le mancava ancora il biennio di specializzazione.

Così si era presa una casa in affitto, in centro.

L’hanno trovata lì, sotto le macerie.

 

Hussein Hamada era nato e cresciuto in un villaggio della Galilea, nel Nord d’Israele.

Da due anni studiava all’Aquila.

 

Vittorio Tagliente voleva fare il giornalista.

Avrebbe voluto diventare prima un cronista di nera.

Poi un ingegnere.

Alla redazione locale del Tempo lo ricordano sempre carico di energia, in sella al suo motorino a caccia di notizie, impegnato a limare un pezzo al suo computer.

 

Guido Zingari era professore di filosofia del linguaggio all’università di Roma Tor Vergata, tra i maggiori esperti ti filosofia tedesca in Italia.

 

E molti, molti, troppi nomi ancora.

Nomi comuni che puoi incontrare in un supermercato, a scuola, in autobus, in trattoria, in discoteca, ad un concerto.

Nomi e storie comuni.

Uomini e donne erano tutti intenti……… a vivere

Vite spezzate dalle crepe del terremoto, ma non dalla nostra memoria

 

Si poteva prevedere il terremoto dell’Aquila?

Di chi sono le responsabilità?

Qualcuno ha pagato per 309 vittime e 1600 feriti?

 

All’Aquila si avvertono scosse sismiche dal 14 dicembre 2008.

Lo sanno tutti.

Sono scosse di breve e di forte intensità.

Lo sanno tutti.

La popolazione è preoccupata e terrorizzata.

Lo sanno tutti, soprattutto gli aquilani.

Nelle 48 ore successive alla scossa delle 3,32 del 6 aprile 2009, i sismografi registrano 256 scosse, molte sono fortissime.

Lo sanno tutti.

La zona colpita dal terremoto si trova sulla dorsale appenninica.

Lo sanno tutti.

Sono i luoghi d’Italia dove spesso la terra trema.

Lo sanno tutti, eh….

La terra trema fin dalla notte dei tempi.

Lo sanno tutti…certo…

La zona intorno all’Aquila è classificata a livello 2 della scala di riferimento del rischio sismico.

Lo sanno tutti….ovvio…

Rischio sismico….non c’è bisogno di essere degli studiosi e degli scienziati.

Lo sanno tutti.

E invece……

 

Seguiamo la traccia.

Siamo nel 1999. Dieci anni prima del terremoto.

Il titolo del rapporto si intitola «Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia».

Un anno e tre mesi circa di studio per formulare le graduatorie di 42.106 edifici pubblici.

Lo studio è firmato da Franco Barberi all’ epoca sottosegretario alla Protezione civile.

I paesi e le città dell’ Abruzzo vengono censiti tenendo conto della zona sismica nella quale sono inseriti.

Avezzano, il comune più grande tra quelli in fascia A, ovvero ad alto rischio sismico, ha le carte in regola.

L’ Aquila è invece un comune «arancione», ovvero di fascia B.

E in quel settore è l’ unica città ad avere i conti in disordine.

Solo a guardare gli edifici in muratura, i più antichi, se ne trovano dieci a rischio «alto» o «medio-alto».

Ci sono tutti quelli crollati.

Il Conservatorio, la Prefettura, le due sedi universitarie, la Biblioteca provinciale, l’ ex Accademia, e altri ancora.

Tutti giudicati «ad alta vulnerabilità» nel caso di terremoto.

 

La nostra traccia si dipana.

Giampaolo Giuliani, ricercatore ai laboratori del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, mette a punto un sistema in grado di prevedere i terremoti.

Prima del big ben dell’Aquila, lo strumento da lui creato rileva la presenza massiccia di precursori dei terremoti nella zona di Sulmona, attraverso i livelli di radon liberati dalla terra.

Poi il sisma non si verifica e Giampaolo Giuliani viene denunciato per procurato allarme.

Ma le sue previsioni non sono errate, soltanto anticipate.

 

La traccia prosegue.

E’ la sera del 12 marzo 2009.

Manca meno di un mese al Big One dell’Aquila.

Il funzionario Fabrizio Curcio chiama Guido Bertolaso:

“Volevo solo avvertirla che… c’è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire che stanotte ci sarà il terremoto devastante”.

Al telefono risponde Guido Bertolaso:

“Ma chi è questo?”.

Va avanti Fabrizio Curcio:

“Questo è Giuliani che ogni tanto se ne esce con queste dichiarazioni”.

E Bertolaso replica:

“Ma che stai dicendo? Succede una cosa del genere, uno lo denuncia per procurato allarme e viene… viene massacrato”.

Così Gianpaolo Giuliani viene messo da parte….massacrato….

 

Da anni, da mesi, si avvertono micro scosse telluriche e non scatta alcun piano di emergenza?
Perché?

Perché la Protezione Civile italiana è così tanto sicura che il terremoto non si possa verificare?

 

Andiamo avanti.

C’è uno studio firmato da Giuseppe Grandori professore emerito, e da Elisa Guagenti. ex professore ordinario del Politecnico di Milano.

“Prevedere i terremoti: la lezione dell’Abruzzo”.

Quella dei due professori è un’analisi precisa, puntuale, documentata.

I responsabili della Protezione Civile non hanno tenuto conto che “la regione dell’Aquilano risulta, fra le 20 regioni considerate, quella con la maggiore probabilità di un forte evento nel ventennio 1995/2015”.

I responsabili della Protezione Civile non hanno tenuto conto che “presenza di danneggiamenti alle ricostruzioni provocata dalle scosse di scarsa magnitudo dei giorni precedenti induceva a ritenere particolarmente pericoloso un eventuale forte terremoto”.

I due studiosi sostengono che la Protezione civile avrebbe dovuto individuare dei luoghi di raccolta, organizzare l’evacuazione dagli ospedali, provvedere all’abbandono delle case danneggiate, ordinare l’arrivo di mezzi di trasporto.

Insomma, la protezione avrebbe dovuto proteggere i cittadini.

Ma non l’ha fatto. Perché?

 

La nostra traccia non si ferma.

31 marzo 2009, sei giorni prima della grande scossa.

Si tiene la riunione della Commissione Grandi Rischi, a L’Aquila.

Secondo il geologo Antonio Moretti dell’Università degli Studi dell’Aquila, la Protezione Civile“non ha tenuto conto dello sciame sismico in corso da mesi per il quale si erano distintamente evidenziate nell’ultimo mese scosse premonitrici (foreschock) localizzate sempre sulla stessa struttura, a profondità via via maggiori e di intensità e frequenza crescenti.”

 

E’ finita?

 

Enzo Boschi, uno dei massimi esperti di terremoti in Italia, nella riunione della Commissione Grandi Rischi, denuncia l’assenza di una discussione sulle misure da intraprendere, la conclusione prematura.

 

 

E’ finita?

No, si avanti.

 

Oltre l’inganno c’è pure la beffa.

Se fosse un pezzo teatrale sarebbe una commedia horror.

Per raccontarvi questa telefonata intercettata dai carabinieri l’arte non serve più.

Perché la realtà supera la finzione.

E’ il 6 aprile 2009.

Da una parte si sente la voce dell’ imprenditore Francesco De Vito Piscicelli.

Dall’altra quella del cognato Pierfrancesco Gagliardi.

Piscicelli è pronto a sbarcare in Abruzzo con la sua impresa edile ”Opere pubbliche e ambiente spa”, sede legale via Margutta 3 Roma, in società nel “ Consorzio Stabile novus”.

Piscicelli è amico di Angelo Balducci e Fabio De Santis, gli ex-vice di Bertolaso, coinvolti nell’inchiesta sulla cricca della Protezione civile.

A pochi giorni dal terremoto dell’Aquila pensano solo a come speculare sugli appalti:

Piscicelli: si
Gagliardi:…oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito…non è che c’è un terremoto al giorno
Piscicelli..no…lo so (ride)
Gagliardi:…così per dire per carità…poveracci
Piscicelli:..va buò ciao
Gagliardi:…o no?
Piscicelli:…eh certo…io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto
G:…io pure…va buò…ciao.

 

Pensate sia finita?

No che non è finita.

 

 

E’ il 9 aprile 2009.

Tre giorni dopo il terremoto.

I carabinieri continuano ad ascoltare le telefonate di Piscicelli e Gagliardi.

 

Piscicelli: … ma già mi hanno chiamato a me…
Gagliardi: … ma veramente?
Piscicelli: … sì, la prossima settimana devo dare sei escavatori… venti camion.
Gagliardi: … li devi dare?
Piscicelli: sì.
Gagliardi: … così.
Piscicelli: … sì, così funziona nelle emergenze… tutto in economia.
Gagliardi: … ah! glieli dai e poi dopo si fa in economia… cioè tot ore, tot al giorno.
Piscicelli: sì, sì, sì.
Gagliardi: ah.
Piscicelli: questo per le emergenze.
Gagliardi: uhm, uhm, certo lì adesso ci fanno carne di porco lì.
Piscicelli: ah là c’è da ricostruire dieci anni.

 

Quello che andato in scena in Abruzzo è un brutto film già visto in Friuli, Irpinia, Umbria, ovunque ci sia stata una catastrofe naturale nel nostro paese.

La scarsa prevenzione, i piani di emergenza mal funzionanti, le strutture della Protezione Civile che giungono in ritardo di ore.

E ancora le promesse dei politici mai mantenute, la ricostruzione tardiva, i fiumi di denaro mai arrivati alla popolazione, perfino le tangenti e l’ombra inquietante della criminalità organizzata come dimostrato in Irpinia, come emerge dalle inchieste sulla ricostruzione dell’Aquila.

Restano la rabbia e il dolore, e la solidarietà che scatta ogni volta che accadono disgrazie.

E’ la brava gente italiana che si rimbocca le maniche, che ricostruisce, mentre il sonnecchioso pachiderma statale si inventa il business della ricostruzione e ride e ingrassa alle spalle dei cittadini.

 

No, non basta il denaro
per sanare questa ferita profonda
della mia verde terra

Non donerò moneta
alla città de l’Aquila
che ieri è caduta a terra,
con le ali spezzate

Porterò due braccia
per sollevare detriti

Porterò due mani
per fugare macerie

Porterò due occhi e due orecchi
per vedere ed ascoltare

Per sperare di trovare ancora
delle vite sepolte.

E’ una delle tante poesie scritte in ricordo del terremoto dell’Aquila.

E’ la nostra memoria, non disperdiamola.

Raccontiamola soprattutto ai più giovani.

Perché nulla vada mai dimenticato, grazie.

 

 

 

0 Ustica Punto Condor

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI MICHELE FUSIELLO

USTICA PUNTO CONDOR

Il testo é tratto dal libro “Punto Condor” di Daniele Biacchessi e Fabrizio Colarieti (Pendragon, 2002)

Live Minerbio 19/06/11 (audio)

Live Minerbio 19/06/11 (video)

Live Seregno Tambourine con Michele Fusiello 12/10/11(audio)

Il 27 giugno 1980, cade di venerdì. Le 17,30.

Il caldo quasi non si sente, un forte temporale rinfresca l’aria, pioggia d’estate, nulla di più. Una normale perturbazione di giugno, dicono i bollettini meteo.

I bocchettoni dell’aria condizionata raffreddano il salone dell’aeroporto “Guglielmo Marconi” di Bologna Borgo Panigale, quello posto davanti alle biglietterie, ben prima dei controlli di sicurezza.

I taxi scaricano passeggeri con valigie e pacchi. Sembrano non avere fretta alcuna.

Del resto chi viaggia conosce regole che non sono scritte e codificate: il venerdì di fine giugno, negli aeroporti è meglio recarsi in anticipo, per evitare problemi. L’orario di partenza previsto del volo Bologna-Palermo è fissato alle 18,15. “

Il biglietto…prendimi il biglietto…tienilo tu che vado a telefonare”.

Il tabellone segna però forti ritardi su tutte le linee.

“Saperlo prima sarei rimasta a casa almeno un’ora”.

Davanti al box della compagnia Itavia sono già radunati settantasette passeggeri.

“Itavia buon pomeriggio…Vi informiamo che il volo IH870 con destinazione Palermo porta ritardo”.

In molti si guardano, la hostess di terra è gentile, risponde ad ogni domanda.

“Cos’è successo? Ci sono problemi?”.

Stanno lì nella sala delle partenze con i bagagli sempre più pesanti, chi é seduto, chi sta in piedi, pronti a catturare un cenno, una spiegazione.

“Accidenti..chissà a che ora arriveremo a Palermo…”.

Altri prendono tempo. Sanno che in un aeroporto a fine giugno si può anche aspettare. Chi legge un giornale, chi si guarda intorno, chi si reca al duty free. Un profumo, una stecca di sigarette, l’ultimo settimanale, il libro, il quotidiano che non si è potuto leggere al mattino, il regalo per il nipotino. C’è una discreta fila davanti alle cabine telefoniche. Sono impazienti, con i gettoni in mano, il biglietto nel taschino della giacca.

“Dicono che arriveremo in ritardo….un’ora e mezza…forse più…”.

C’è chi riesce ad avvertire i familiari. Altri non ce la faranno mai.

Luigi Andres è un medico dentista. Si reca a Palermo, un matrimonio fissato da mesi, quello della sorella del suo migliore amico. E’ con lui Cinzia Benedetti, appena laureata in lingue all’Università di Pavia. Francesco Baiamonte commercia in carni. Per lui è un viaggio di lavoro, non certo di piacere. Paola Bonati deve raggiungere il padre ad un congresso in Sicilia. Amministra la società Emir. Alberto Bonfietti, insegnante di scuola media a Mantova, giornalista del quotidiano Lotta Continua. Quel volo lo deve proprio prendere. A Palermo lo attende la figlia e la sua compagna. A Silvia, ha promesso la festa di compleanno più bella. Alberto Bosco rientra nella sua città. Si occupa di macchinari per l’estrazione del marmo come Andrea Guarano. Una settimana di caldo e lavoro ma Palermo con le palme e le granite al caffè è ancora troppo lontana. Oltre seicento miglia. Anche Maria Vincenza Calderone torna a casa. A Bologna c’è stata fin troppo, all’ospedale, una visita medica di controllo dopo l’intervento alla gamba destra. Giuseppe Cammarata è un carabiniere, proprio come Giacomo Guerino. Sono in permesso, motivi diversi, stessa destinazione. Arnaldo Campanini è di Parma. A Bologna c’è arrivato in treno, neanche un’ora. E’ un grande esperto di macchine per l’industria alimentare. Antonella Cappellini, avvocato, è attesa a Villa Igea, alla riunione del comitato ristretto degli agenti di cambio. Con lei c’è Guelfo Gherardi.

27 giugno 1980. Quel DC 9 di miglia ne ha già percorse parecchie. I tecnici di Lamezia Terme lo trasportano fuori dall’ hangar che è quasi l’alba. Controllano la sua strumentazione fin nei minimi particolari. Gli uomini dell’impresa di pulizie lavano gli interni, i sedili, le toilette. Lindo e senza polvere, come nuovo, alle 8,07 decolla dall’aeroporto calabrese. Le ruote graffiano la pista di Roma Ciampino alle 8,54. Poi una nuova partenza. Alle 10,12 lascia Roma. Quarantadue minuti dopo è a Bologna. Vola su e giù dalle aerovie, sotto un cielo a tratti limpido, in altri momenti in mezzo a nuvole nere cariche di acqua. Quando esce dalle perturbazioni, pilota e passeggeri possono osservare perfino il contorno delle Alpi. Sotto la loro prospettiva corre intatta la dorsale degli Appennini. Da lassù, paesi e città sembrano minuscoli agglomerati, strade che si intersecano e delimitano campi coltivati e ancor tutti da arare. Le 13, 03. Il DC 9 decolla da Bologna Borgo Panigale e alle 14,29 torna al punto iniziale, Lamezia Terme. Trentanove minuti di ritardo. Alle 16,10, l’aereo é ancora in marcia. Sembra una macchina perfetta. Nessun problema rilevante, tranne quel ritardo, salito ormai a ottantanove minuti. A Palermo Punta Raisi arriva alle 16,59. Il DC 9 raggiunge Bologna alle 19,03. Novantaquattro minuti dopo l’orario previsto. Per il DC 9 c’è già un’altra partenza. L’ultimo rullaggio della giornata inizierà alle 20,02. Poi il decollo alle 20,08. Centotredici minuti di ritardo. Alle 21,13 si giungerà a Palermo. Se qualcuno lo lasciasse volare in cielo.

E’ un aereo bianco con strisce rosso pompeiano, a corto-medio raggio, del tipo DC9 Serie 10 Model 15, progettato e costruito dalla società americana Mc Donnell Douglas Co di Long Beach in California. Numero di serie di costruzione: 45724. Svetta nei cieli per la prima volta nel 1966 con la bandiera della compagnia Hawaian Airlines. Il mondo lo ha ruotato più volte, sopra deserti, oceani e città. Realizzato interamente in metallo, con parti minori in vetroresina. Dotato di due motori, posizionati in coda, del tipo turbofan Pratt & Whitney JT8D-7A. L’ equipaggio é composto da due piloti e due assistenti di volo. Una capacità di trasporto di novantacinque passeggeri in classe turistica, disposti in file di cinque sedili con corridoio centrale. Quel giorno, nel computer della compagnia Itavia si contano settantasette nomi, oltre ai quattro dell’equipaggio. Porta un peso ridotto, molto meno rispetto al pieno carico.

Il DC9 è fornito di un sistema di pressurizzazione e condizionamento dell’aria, una toilette nell’estremità posteriore della cabina, due ripostigli Galley per la conservazione di cibi e bevande. Due porte d’accesso con scalette incorporate, quattro uscite di sicurezza. I bagagli vengono caricati in due vani al di sotto del pavimento della cabina passeggeri. Ventisette metri di apertura alare, ventuno tonnellate di peso a vuoto, una velocità massima di crociera di 903 chilometri orari a una quota massima di 7.620 metri, 25.000 piedi.

Nel 1980, é di proprietà dell’Itavia S.p.A., società di Catanzaro. In Italia viene immatricolato la prima volta nel marzo 1972. Ottiene il certificato RAI N. 6034. Viene revisionato ogni settimana. Sono irrilevanti le anomalie segnalate: l’indicatore carburante serbatoio centrale non attendibile, il finestrino superiore copilota con deformazioni e bolle e la scala passeggeri non rientrante elettricamente. Dettagli. Non c’è nulla che può compromettere la sicurezza del volo. Quel DC9 è praticamente un mulo. Il carburante è del tipo Mobil jet A1, 7.100 litri tondi, quanto basta per compiere senza problemi l’intera tratta. Nel DC9 sono montate due scatole nere. C’è un registratore dei parametri di volo del tipo crash o flight data recorder, revisionato nel febbraio ’80. Vi è un cockpit Voice Recorder, ispezionato nell’aprile ’80, in grado di registrare le comunicazione radio terra-bordo-terra e tra piloti ed equipaggio.

Le 19,03. Il DC 9 atterra all’aeroporto di Bologna Borgo Panigale. Si sistema nella parte centrale del piazzale antistante l’aerostazione, piazzola 3. La prua è rivolta verso l’edificio. Sessantacinque metri, non uno di meno. Salone delle partenze. Sono impazienti i passeggeri del volo Itavia IH 870. Orologio al polso, non si perdono neanche una mossa del personale di terra della compagnia. Ci sono gli impiegati del Ministero delle Finanze Antonio Casdia e Rita Guzzo, l’ingegnere dell’Anic di Genova Giovanni Cerami, e ancora l’intera famiglia D’Alfonso con Salvatore, Maria Grazia, i figli Sebastiano, Salvatore e Francesca. Michele Davì è invece un rappresentante di prodotti dolciari e fitofarmaci. Il macellaio Calogero Di Cicco si è appena recato in una fattoria vicino a Bologna ma l’altro suo collega Vito Gallo non lo conosce. Elvira De Lisi è felice per la laurea ottenuta dal fratello ad Urbino. Accanto a lei c’è la figlia Alessandra. La famiglia Diodato si è presa due carrelli.

19,08. Le porte delle aereo si spalancano, i passeggeri in arrivo scendono dalla scaletta. Quei volti che attendono di essere imbarcati non li incroceranno mai. 19,15. In sette minuti sbarcano tutti quanti. 19,23. Anche l’ultimo bagaglio è montato sui carrelli. Il DC 9 è vuoto. Ci vogliono dieci minuti per pulirlo e sistemarlo. Alle 19,33 è pronto per un nuovo servizio.

Giacomo Filippi è il gestore di una fabbrica di surgelati. Vito Fontana con la moglie Francesca e il figlio Carlo vengono da Padova, una visita specialistica all’ospedale. Rosario Fullone ha accompagnato la sua consorte ad un centro per malattie renali. Antonino Greco è agente di pubblica sicurezza, Marta Gruber un’impiegata all’Hotel delle Palme di Palermo, Vincenzo Guardì fa il piastrellista e Grazia Guerra la bracciante agricola. Nomi, cognomi, mestieri, tutti compaiono nella lista dei passeggeri dell’Itavia. Un lungo foglio, con la carta intestata della compagnia, con i posti già assegnati, fumatori, non fumatori, i bambini nei sedili davanti con i genitori.

19,33. “Si prega i signori passeggeri di recarsi al box dell’Itavia….Diamo inizio alle procedure d’imbarco…”.

IH870. Il DC 9 in volo da Bologna a Palermo è una somma di lunghe attese e grandi speranze.

Giuseppe la China è un fotografo ambulante. A Palermo si deve incontrare con la famiglia. Gaetano La Rocca, assicuratore; Paolo Licata, maresciallo in pensione della Guardia di Finanza con le nipoti Daniela e Tiziana;Rosaria Maria Liotta, borsista all’Università di Palermo;Giovanna Lupo, casalinga e la figlia Francesca; Giuseppe Manitta, imprenditore edile;Claudio Marchese, studente universitario;Erica Mazzel , albergatrice con sua sorella Rita; Maria Magnani commessa in una farmacia va Ustica in un villaggio turistico;Annino Molteni, ragioniere, direttore amministrativo di una società produttrice di sali minerali;Guglielmo Norrito, impiegato; Lorenzo Ongari geometra, lavora in un’azienda metalmeccanica di Mantova; Paola Papi, impiegata a Verona;Carlo e Francesca Parrinello, bracciante agricolo e casalinga;Anna Paola Pelliccioni è in visita da amici;gli studenti Giovanni e Antonella Pinocchio;Gaetano Prestileo, ingegnere;Giulia Reina, pensionata; Andrea Riina, manovale edile;Costanzo Ronchini , perito della Snam;Marianna Siracusa, pensionata; Elena Speciale, casalinga;Giuliana Superchi, bambina.

Nomi comuni, volti che puoi incontrare al supermercato, al bar, allo stadio di domenica, vicini di tavolo in una trattoria, ad un concerto. Nomi, cognomi e mestieri. Proprio quelli di Pierantonio Torres, commerciante di tessuti, Concetta Tripiciano, assistente ordinario di matematica, Pierpaolo Ugolini, tecnico della Snam come Marco Volanti,Daniela Valentini, Giuseppe Valenza, agente di commercio, Massimo Venturi, impiegato di banca, Maria Volpe, pensionata, Emanuele Zanetti con i figli Alessandro e Nicola.

Sul DC 9 li attendono i componenti dell’equipaggio: Domenico Gatti, 44 anni, di Bastia, primo comandante; Enzo Fontana, 32 anni, romano, primo ufficiale pilota; Rosa De Dominicis, 21anni, romana, allieva hostess; Paolo Morici, 39 anni, romano, assistente di volo responsabile di seconda.

19,55. Le porte si chiudono, tutto è sigillato, nessuno può ormai scendere. Sessantatre adulti, quattordici minori di cui due neonati, quattro membri di equipaggio, ognuno nel posto assegnato, stanno chiusi e protetti nel loro DC 9. Fuori, la pioggia intermittente se ne è andata da poco. “Itavia IH 870…benvenuti a bordo…welcome a board….”. Il comandante si presenta e illustra il piano di volo, le hostess ricordano dove sono ubicate le uscite, dove stanno gli scivoli, come gonfiare il salvagente in caso di emergenza, cosa prescrivono le norme di sicurezza. La torre di controllo di Bologna Borgo Panigale da il via libera, il DC 9 si muove in direzione della pista, lentamente. Poi si posiziona. La radio gracchia ma la voce dell’operatore rimbomba nella cabina di pilotaggio.

Bologna Ground, pronto per la messa in moto

Itavia 870 autorizzato, temperatura 24, stop orario sull’ora. Avete l’ultimo bollettino?

Davanti c’è solo la lunga striscia di asfalto, poco meno di un chilometro. Sopra il cielo azzurro, sulla destra e sulla sinistra si scorgono altri aerei negli hangar, ancora i capannoni, alberi e più in là le verdi colline di Bologna, le vetture dei vigili del fuoco si fermano. Le ali dell’aereo sono perpendicolari alla pista. Su quella di sinistra, il DC 9 porta una scritta con vernice nera: I-TIGI. Le 20,02. Il rullaggio.

Itavia 870 autorizzato a Palermo via Firenze, Ambra 13, salire e mantenere livello di volo 190. Ripeta e chiami pronti al decollo

I motori sono a piena potenza, vibrano poco prima della partenza, gli strumenti non registrano anomalia alcuna, tutto perfetto, ogni strumento è sincronizzato, basta solo un segnale. Il pilota spinge in avanti le manette, rilascia i freni, le ruote macinano decine di metri, l’aereo sobbalza ma la senti tutta la sua forza imprimersi sulla pista, le imbardate a destra e a sinistra si fanno pesanti. Manca poco, solo l’ultimo segnale. I flap scendono dal dorso delle ali, l’aereo non è più terra, un balzo leggero, quasi impercettibile, un vuoto, neanche ti accorgi sei già ad oltre cento metri di altezza. Il DC9 è già aria e cielo.

20,08. Il volo DC9 Itavia decolla da Bologna con centotredici minuti di ritardo. La torre di controllo gli ha già assegnato un numero di identificazione:IH870. Sale sull’aerovia Ambra 12.

Itavia 870, il decollo agli 8, cambi con Padova Informazioni

Con Padova fin d’ora la 870, arrivederci Bologna

Pochi secondi e il pilota si collega con Padova Informazioni

Padova buonasera, è la 870

Itavia 870, prosegua come autorizzato, richiami Firenze

20.07.00. Ci sono grandi occhi elettronici puntati su quell’aereo la sera del 27 giugno 1980. I radar civili e della Difesa. Quello militare di Ferrara segue la sua traccia. C’è un numero accanto: LE157.

20.20.26. Il DC9 si trova ormai allineato al radiofaro di Firenze. Il viaggio continua. Il pilota prende contatto con Roma Ciampino.

Buonasera radar di Roma, è l’IH 870

Buonasera anche a lei, 870. Inserisca 1136 sul transponder ed é autorizzato a Palermo via Bolsena, Puma, Latina, Ponza, Ambra 13

1136 sta arrivando per lei, a Palermo come da piano di volo, è su Firenze, praticamente, mantiene 190.

Il DC 9 IH 870 vira a sinistra e imbocca Ambra 14, l’autostrada del cielo che percorre la dorsale appenninica verso sud. Il sole sta calando dietro la linea dell’orizzonte ma per il tramonto c’è ancora bisogno di vento. Per i passeggeri, sono risate e discorsi, pensieri e ricordi, angosce e dubbi. Quelli di una vita. Sono le 20.23.38.

870 a che distanza è da Firenze?

siamo prossimi a Peretola, 15 miglia a sud.

ci richiami a 20 miglia.

ok.

stabilizzato?

sì, ci stiamo stabilizzando.

Nessuna turbolenza in vista. Ogni cosa sembra sotto il controllo dei radar alle 20.24.45.

21 miglia per la 870.

salga a 230.

a 230, lascia 190.

Le 20,26. Il volo del DC 9 sembra inarrestabile. Il pilota comunica ancora con il radar del centro di controllo di Ciampino.

870 identifichi

Arriva

Ok, è sotto radar, vediamo che sta andando verso Grosseto, che prua ha?

La 870 è perfettamente allineata sulla radiale di Firenze,abbiamo 153 in prua.Ci dobbiamo ricredere sulla funzionalità del VOR di Firenze

Sì, in effetti non è che vada molto bene

Allora ha ragione il collega

Sì, sì pienamente

Ci dica cosa dobbiamo fare

Adesso vedo che sta rientrando, quindi, praticamente, diciamo che è allineato, mantenga questa prua.

Noi non ci siamo mossi, eh?

Un controllore segue la traccia del DC9, gli appare sullo schermo e mantiene il contatto con l’aereo. Le 20.34.50.

Buonasera, la 870 a 290 è su Bolsena

Contatto radar come autorizzato

Bene

Alle 20.39,43 Ciampino consiglia al pilota del DC9 di cambiare la frequenza della radio. D’ora in poi trasmetterà sui 134.2 mhz.

870, 134.2, buonasera

grazie buonasera

prego

Le 20,40. L’aereo giunge all’altezza di Roma, è spostato leggermente ad est sull’incrocio tra l’Ambra 14 e la Green 23. Per le carte militari aeronautiche il punto si chiama Puma. Vira a destra, abbandona l’Ambra 14 e taglia verso il mare, sorvola Pratica di Mare ed è sopra la lunga distesa di acqua. Mar Tirreno. 20,44.44

E’ la 870, buonasera Roma.

Buonasera 870, mantenga 290 e richiamerà 13 Alpha.

Sì, senta, neanche Ponza funziona?

Prego?

Abbiamo trovato un cimitero stasera, venendo da Firenze in poi, praticamente non ne abbiamo trovata una funzionante.

E sì, in effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza, lei quanto ha in prua ora?

Manteniamo 195.

195, sì, va bene, mantenga 195, andrà un po’ più giù di Ponza, di qualche miglio.

Bene, grazie.

E comunque 195 potrà mantenerlo, io penso, ancora un 20 miglia, non di più, perché c’è molto vento da ovest, al suo livello dovrebbe essere di circa 100-120 nodi l’intensità.

E sì, in effetti sì, abbiamo fatto qualche calcolo, dovrebbe essere qualcosa del genere.

Ecco, non lo so, se vuole continuare ancora con questa prua, altrimenti accosti a destra anche un 15-20 gradi.

Ok, mettiamo per 210.

Il DC9 a questo punto chiede di scendere di livello a 25.000 piedi. Ottiene l’autorizzazione alle 20,46.31

E’ la 870, è possibile avere 250 di livello?

Sì, affermativo, può scendere anche adesso.

Grazie, lasciamo 290.

Alle 20,50 è sull’isola di Ponza, la sorvola ed imbocca l’aerovia Ambra 13 che va giù fino a Tripoli, passando per Palermo Punta Raisi dove l’aereo è atteso per le 21,13. Roma Radar vede l’aereo passare leggermente spostato ad Ovest dell’isola e chiede al pilota di richiamare su Ambra 13 alfa, ottanta chilometri più a sud di Ponza. Tre minuti prima delle 21. Il pilota del DC9 esegue, richiama dal punto Alfa dove termina il servizio e la copertura del centro di controllo di Roma. E’ l’ultima comunicazione del DC9 con Ciampino.

115 miglia per Papa Alpha…per Papa Romeo Sierra, scusate, mantiene 250

Ricevuto, IH870, e può darci uno stimato di Raisi?

Sì, Raisi lo stimiamo intorno ai 13

870, ricevuto, autorizzati a Raisi Vor, nessun ritardo è previsto, ci richiami per la discesa

A Raisi nessun ritardo, chiameremo per la discesa, 870

Corretto

Il volo IH 870 si trova a metà circa tra Ponza e Ustica. Punto Condor. 20,58. Il pilota chiama la torre di controllo di Palermo Punta Raisi.

Calma di vento, temperatura 23, autorizzati ai 15, altimetro 1013

Molto bene

20,58. Le grandi parabole della Difesa aerea lo seguono. Il DC9 è nulla di più di un puntino che si muove in mezzo ad altre tracce tutte ancora da decifrare, altri aerei, un traffico fuori dal comune. Sito di Marsala, nome in codice Moro. Un sottufficiale sta proprio davanti allo schermo, segue tutti i punti che si spostano in lungo e in largo del Tirreno. Per il DC9 Itavia IH 870 è già pronto un codice di identificazione della rete militare: AJ421

Sta’ a vedere che quello dietro mette la freccia e sorpassa…quello ha fatto un salto da canguro…….

Punto Condor. Sono le 20,59. Prima una barzelletta e una risata. Alla fine quella del pilota del DC9 sarà l’ultima parola ingoiata di traverso. Forse vede qualcosa di inverosimile, lo stupore, la lingua piegata sul palato, neanche una frase, le mani che non rispondono, nemmeno il cervello, la radio proprio non riesce ad attivarla. La paralisi. Una frazione di secondo. Un attimo.

Gua….

Si perdono le tracce, si perde il DC9 là dove finisce l’area del radar di Ciampino. Punto Condor. Poco più a sud. E’ un profondo buco nero nella copertura radar del traffico civile. Se lo riesci a superare, l’aereo dovrebbe riapparire sugli schermi radar di avvicinamento di Palermo. Altrimenti Condor diviene il punto di non ritorno. In quel vuoto che è uno spazio di cielo e non ancora terra, gli aerei vengono seguiti e separati tra loro da un controllore che non osserva le tracce ma comunica con i piloti via radio. Lo dicono le regole, tutto conforme al sistema, esattamente in linea con le procedure nazionali ed internazionali, civili e militari. Punto Condor. 39 gradi 43 primi Nord, 12 gradi 55 primi Est. Il viaggio del DC 9 IH 870 si conclude pochi secondi prima delle 21.

Quattro minuti e quindici secondi dopo. Il DC 9 non comunica con Ciampino, neppure con Palermo. Dalla radio c’è solo silenzio. Roma tenta il contatto.

Itavia 870, quando pronti autorizzati a 110. Richiamate lasciando 290, attraversando 150. Itavia 870, Roma?

Un leggero fruscio, come quelle radio mal sintonizzate che producono soltanto fastidio alle nostre orecchie. Un silenzio che preoccupa molti quella sera d’estate. Così Ciampino chiama Punta Raisi.

Ho perso il contatto con la 870. Controllo, è con te per caso?

La risposta è negativa. Passa un minuto e Roma tenta un’altra volta. Ora chiama un aereo dell’Air Malta che sta a poche miglia dal Punto Condor.

Air Malta, this is Rome

Rome, go ahead, this is Air Malta

Ok,Sir. We have Itavia 870 unreported inbound Palermo. Please, please, try to call for us Itavia 870.

Alitalia 870?

Itavia, Sir. Itavia 870

Al pilota dell’Air Malta chiedono di chiamare il DC9 e lui esegue.

Roger. Itavia 870, Itavia 870….This is Air Malta. Do you read? Itavia 870, do you read, do you read?

Così Roma chiama ancora Palermo.

Fammi una cortesia…all’Itavia 870

Non ce l’ho in contatto

Ho capito…guarda se lo vedi sul radar

Sto provando con Moro, vediamo se lo vede lui

Sono le 21,14. Itavia 870 non risponde, svanito nel buio, sparito dai radar, caduto nei fondali del mare con il suo carico di persone, piani di volo, bagagli, occhiali, bambole, giornali, agende, quaderni, cappelli, divise. E ancora discorsi troncati a metà, sogni, speranze, rabbia, delusioni, progetti, sorrisi, abbracci, vite sospese. Il centro radar della Difesa di Marsala chiama il comando di Martina Franca.

C’è un India Hotel 870 che doveva arrivare a Palermo ai 13, non se sanno più un cazzo.

In quei dieci minuti compresi tra le 21,20 e le 21,30, il radar della Difesa aerea di Martina Franca si collega con quello di Marsala.

Eh, dunque, a questo punto non so che dirti, spero…

Non é…non è stato avvistato da voi

Macché, lo stiamo….

Credi che sia necessario interrompere la Synadex?

Sì, sì, la stiamo interrompendo

Pronto, Barca?

Il radar si chiama Barca. E’ quello di Licola, in provincia di Napoli. Anche lui dipende da Martina Franca.

Sì, noi lo abbiamo visto in aerovia e l’abbiamo fatto friendly, comunque Quercia sta vedendo, ha detto che se riesce a trovare questo India Hotel ci fa sapere qualcosa

Confermiamo che non lo abbiamo mai controllato. Nessun contatto.

Ormai è certo. Il DC9 Itavia IH 870 non è più cielo, neppure terra. E’ diventato mare e sabbia, laggiù, in fondo agli abissi. Di poco accanto ad una nave romana, a pochi passi da un vascello del diciassettesimo secolo, con la prua rivolta verso un caccia della seconda guerra mondiale. Oltre tremilasettecento metri, in uno dei punti più profondi del Tirreno. Tutti lo sanno. I controllori di volo militari e civili, i vertici dell’Aeronautica Militare e dei servizi segreti, gli apparati di sicurezza dello Stato. Perfino i politici. Tutti. Tranne i familiari delle vittime. Quelli che attendono ancora all’aeroporto di Palermo Punta Raisi, quelli che da casa incalzano i centralini telefonici intasati dell’Itavia, del Ministero della Difesa, dell’Aeronautica, e cercano una risposta plausibile. Sono le ore del silenzio. Tutti quel segreto lo tengono nascosto gelosamente. Qualcosa che lo Stato non può dire a chi formula una domanda. Così semplice che tutti possono capire. Una spiegazione. Nulla di più. “Perché un aereo con a bordo ottantun persone, partito regolarmente da Bologna, settantacinque minuti dopo un normale decollo no da segni di vita?”. Un Tenente colonnello del Reparto informazioni volo parla al telefono con il Colonnello comandante del Secondo reparto di Ciampino.

Novità niente. Adesso stiamo cercando di ottenere qualche informazione dai due radar che sono in Sicilia, i radar della Difesa, no? E però sembra che hanno guardato quando glielo abbiamo detto. Noi si sperava che loro avessero seguito le due tracce, l’Itavia sotto e l’Air Malta sopra e avessero preso nota della posizione dove era sparita la traccia dell’Itavia. Però dice che non stavano guardando perché hanno l’esercitazione.

C’era l’esercitazione?

Sì, c’era l’esercitazione. Dice che vedono razzola’ diversi aeroplani americani, eh, io stavo pure ipotizzando una eventuale collisione.

Sì, oppure un’esplosione in volo

Sono ore concitate, i telefoni che collegano i vari siti civili e della Difesa sono caldi. 22.04.00. Torre di controllo di Grosseto. Conversazioni normali tra militari. Il microfono è aperto ed è sempre collegato con il centro radar di Ciampino. E la macchina registra. Precisa e puntuale.

…questo è un discorso che non si deve fare qui

allora è chiaro, non c’è bisogno veramente, i soccorsi, scusa….ascoltami bene, io sono un tizio su un Phantom, non far confusione, con un Phantom che qua si prende e si distanzia, tu ti distanzi da questo traffico e via

il Phantom si va a mettere…

anche se è, avranno già chiuso tutto, eh

e perciò l’Aeronautica non ci pensava a mettere…

qui poi il Governo quando so’ americani non valgono un cazzo…li devi….parliamo di radar….ma tu, cascasse il mondo…

è scoppiato in volo

Il tenente di Martina Franca chiama alle 22,25 il maresciallo dello Stato maggiore dell’Aeronautica.

Salve maresciallo, ci sta l’ufficiale?

Guardi, dica a me, per cortesia, non cerchiamo sempre l’ufficiale.

Cioè no, perché è una cosa abbastanza seria

Perché io mica mi metto a ridere

Benissimo, è caduto un DC 9, lungo la rotta che porta da Bologna a Palermo. Punto stimato 40 gradi Nord, 13 gradi e 20 primi Est.

Questo è il punto dove è caduto?

Non il punto dove è caduto ma l’ultimo punto noto

A lei chi gliel’ha detto che è caduto

Guardi che questo qui doveva atterrare alle 21,13 a Palermo

Sì, queste notizie io ce l’ho tutte quante, lei mi ha detto che è caduto, chi gliel’ha detto?

Io penso che sia caduto

Ecco, lei pensa…

No, ma le mie supposizioni sono abbastanza serie

Pure le nostre purtroppo, uno cerca sempre di sperare che non sia così. Se lei mi dice, io devo fare delle comunicazioni, se le mi dice che è caduto io devo dire che è caduto

Guardi, questo qui l’ultimo contatto l’ha dato alle 20,56. Poi non si è visto più. Quindi se non è caduto io non so cosa abbia fatto questo

Sì questo..Però siccome noi dobbiamo fare delle telefonate, un sacco di telefonate. Se non siamo sicuri…

Benissimo, un’altra cosa. L’ufficiale dell’Acc di Roma. Mi ha detto che in zona c’era del traffico militare americano. Ora io vorrei sapere se c’è qualche portaerei, perché in tal caso, se è così, noi mandiamo, chiediamo l’intervento degli americani.

Se c’è la portaerei in zona deve saperlo da Martina franca, perché ha i radar in zona

Martina Franca non lo sa se c’è la portaerei in zona

E figuriamoci se lo sa lo Stato Maggiore

Eh?

Come facciamo a sapere se c’è la portaerei lì?

Che ne so, voi siete lo Stato Maggiore, centro operativo. Non lo sapete?

No

Vabbé, allora vi ho informato soltanto di questo, adesso faccio altre telefonate, arrivederci

Eh, pronto? Io volevo sapere…lei mi ha detto che è caduto, è caduto o no? Se è caduto mi deve dire chi le ha dato l’informazione

Guardi, queste sono..supposizioni che io sto facendo

Eh, vabbé, ma la supposizione teniamocela da parte

Va bene, senta, allora io agisco come meglio penso e mi accollo tutte le responsabilità. Perché non è che posso andare sul posto a vedere se ci sono cadaveri e poi dire che effettivamente è caduto, va bene? Pronto?

Sì, sì pronto..

Quindi io agisco adesso e mi assumo tutte le responsabilità del mio comportamento. E perché non posso a questo punto, dopo un’ora che non da più notizie, un’ora e mezza, dire che non é…

Sì, lo sappiamo anche noi questo qui.però voglio dire chi ve l’ha detto?

Maresciallo, io adesso devo fare altre telefonate. Vi ho informato del fatto come da circolare. Arrivederci

Arrivederci

22.39. Ci sono tante voci che si intrecciano tra loro, ammiccamenti, frasi compiute, mischiate da accenti dialettali e del linguaggio parlato. Nessuno sa che la macchina sta registrando le telefonate in entrata ed uscita. Accade all’interno della sala operativa del centro di controllo radar di Ciampino, nel 1980 civile e militare. La prima voce e rivolta verso l’interno.

…….allora io chiamo l’Ambasciata, chiedo dell’Attacché, eh.. senti guarda una delle cose più probabili è la collisione in volo con uno dei loro aerei secondo me, quindi….

American Embassy, good evening.

good evening, is there anybody at the extension 550?

(all’ interno) tutti i nastri… oh, però qui fra tutti i nastri anche quelli…..

non c’è un cazzo di nessuno.

telefoniche, eh.. questi dovranno sentire anche.. eh.. vabbè, comunicazioni telefoniche per il coordinamento ….. bisogna….

C’è confusione nel centro radar di Ciampino. Voci che suggeriscono chi sta chiamando l’ambasciata americana, altri intervengono, ognuno sembra parlare per i fatti propri, ma il senso dei discorsi ci sta tutto. E’ commedia dell’arte quella che va in scena alle 22.41.00. Senza palcoscenico, né spettatori. Soprattutto senza alcun biglietto d’ingresso. Quello lo hanno già pagato i passeggeri. Ad un prezzo da usurai. Ancora dall’interno.

senti… la… scusami tanto l’esercitazione interessava aeroplani americani… molti?

ce l’avevamo noi l’esercitazione…

American Embassy.

good evening, I just called you and you passed me the extension 550, but there was no answer, evident nobody’s there at the attacché. This is the air traffic control of Rome speaking. We had a problem with an aircraft and we, we should speak to somebody. Have you got any other number to call?

just a minute. I have to reach somebody at home.

uhm, well, if the aircraft has crashed, be 81 persons dead, so I think it’s important enough to call somebody.

ok, just a minute. One moment.

“Ci sarebbero 81 persone morte… quindi penso sia abbastanza importante da chiamare qualcuno”. Il centralinista dell’Ambasciata americana comprende il significato della frase e prende tempo. “Ok, aspetti un momento..” Nel centro di controllo di Ciampino, però, la tensione è alle stelle. Tutti parlano a ruota libera, termini tecnici, inflessioni in romanesco, tracce che scadono dai radar, esercitazioni in corso sul Tirreno, Phantom americani abbattuti e quel DC 9, proprio lì in mezzo. “Ci sarebbero 81 persone morte…quindi penso sia abbastanza importante chiamare qualcuno”. Molto di più di uno strano presentimento.

chi c’era?… C’era un’esercitazione?… C’era un’esercitazione in giro?… Americana?

beh, guarda dalle 10.30 alle 15.00 la (Patricia)

fino a che ora?

fino alle 15.00.. 15.00 avete, avvertito quel COP lì allo Stato Maggiore, lì… c’è il COP là… il coso.

adesso Bologna ci manda tutti i dati, Porfirio ha richiesto, ci ha 2 ore e mezzo di autonomia.

quanto?

2 ore e mezzo.

d’autonomia e il tempo in volo quant’era?

ma il tempo in volo 75 minuti, quello che ha detto pure a me, comunque adesso Bologna manda tutti i dati

18.08.

18.08-19.08-20.08-…-20.08-…-20.38? E ci siamo ecco, sta scadendo adesso… sta scadendo adesso.

Il militare che parla si riferisce alla traccia del DC 9 che svanisce nel nulla.

allora lo riapriamo Palermo, no?

18.08-19.08-20.08-20.08 più 30.

aspetta 5 minuti Mario guarda, l’autonomia sta scadendo fra 5 minuti.

è scaduta già.

scade adesso.

no, no, 42 è scaduta.

da 38 è scaduta.

42, 42, 42.

eh, so’ i 42 adesso.

potete pure fare il messaggio, potete pure di’…

l’ho fatto.

Lo hai fatto?

sì.

Glielo hai detto all’RSC.

questo mi sta chiamando qualcuno della… mi sta chiamando l’Air attacché a casa…

ma tu hai coordinato con loro per…

sì, sì, già mi hanno detto loro di contattare se voglio io direttamente.

avete avuto qualche contatto da Sigonella?

no, nessun contatto ci pensa, ci dovrebbe pensare almeno Martina Franca.

chi ci dovrebbe pensare Martina Franca?…

pronto?

pronto, pronto?

un momento per favore, qual’è l’aeroporto?

vede, di fatto chiamiamo dal controllo di Roma, qui aeroporto di Ciampino.

ok, un momento.

(Sempre dall’interno ) mi dai sto appunto del… aspetta mò vediamo.

deve prendere guarda, …..del CSR.

no.

gli devi dà le frequenze su chi ha lavorato (inc.) e la linea telefonica è stato fatto il trasferimento.

ma, scusami tanto una cosa, ma di quelli che hanno fatto il soccorso eccetera, c’è nessuna notizia di questo genere visto che questi lo chiederanno… abbiamo niente di niente dal soccorso, nessuno ha trovato niente?

allora dicevo, le comunicazioni del trasferimento dell’Itavia, è chiaro, visto che è venuto da Bologna, quindi diciamo, ha trasferito, no?… E la linea telefonica…..

e beh, non lo so.

su quale linea da Palermo.

Monte Venda che…

oh, poi la 124,2 e poi che ha fatto sulla 124,2.

vabbè, ma che ci interessa a noi ….. tanto ce l’abbiamo avuto in contatto…. noi ce l’abbiamo avuto in contatto.

ma non vuol di’, vogliono, questi vanno a prende pure le comunicazioni da quando è decollato da Bologna quando fanno l’inchiesta.

vabbè.

hai capito, se il pilota ha denunciato quando è colto in frequenza.

CSR.

CSR e poi è sceso.

che ti ha dato perché dopo Palermo come fa a…..

in base alle frequenze, segnatele.

dove è passato… ma quello che cazzo.

pare, pare che sia stato passato un…a Palermo stanno, stanno già in crisi, eh, pensa ha telefonato adesso qui uno del Giornale di Sicilia.

digli di telefona’.

gliel’ho detto infatti.

digli di telefona’ a Palermo, a Punta Raisi.

beh, il Giornale di Sicilia lo sanno loro.

parlasse col direttore dell’aeroporto di Punta Raisi.

vabbè, comunque m’ha fatto una domanda sensata, ma, ho detto semplicemente avete avuto contatti, avete semplicemente perso contatto e basta? Dico: sì, abbiamo semplicemente perso il contatto, basta.

chi l’ha avvisati a questi del Giornale di Sicilia.

ma guarda l’unica cosa era riuscire a beccare lì qualche dell’Ambasciata era, era da riuscì a parlare con qualche americano di Sigonella.

e come, è questo che io sto chiedendo a loro.

telefoni a Sigonella e gli dici: ma voi quando lì è cascato un Panthom chi cazzo chiamate degli americani? Ecco, è cascato un Panthom, dimme chi devo chiamà.

dai, su, su, provate un po’ a questa maniera vediamo se lo tirano fuori… a Napoli possibile che non lo sanno.

è possibile che se loro ci hanno una cosa con un Panthom….. emergenza, non ci hanno una linea di contatto con gli americani.

civile non penso, ci hanno gli americani lì a fianco.

eh, appunto no, ma quando si arriva a Sigonella ti arrivano le camionette della MP americana che ti mettono pure il dito nel culo quando scendi dall’aereo… che quando so’ andato col DC9 sembrava che fossimo venuti da Cuba.

ma io infatti sto telefonando a questo sola mente per sapè a chi devo telefona’, mica altro. Ma non mi risponde.

ma lascialo sta’, lascialo sta’, riattacchi e… never mind, perché un numero.

vabbè, mò per educazione bisogna che aspetto.

gli dici quando …..emergenza agli americani, come li contattate ‘sti americani? Eh, dite, se casca un Panthom li dovete avvisa’ o no, e allora come li avvisate, c’avete il numero telefonico?

A distanza di 31 anni si conoscono molti retroscena dell’abbattimento del DC9 IH870 dell’Itavia. Una verità racchiusa in cinquemila pagine nella sentenza ordinanza del giudice romano Rosario Priore. Nessun cedimento strutturale, nessun incidente aereo, nessuna bomba scoppiata a bordo.

L’indagine accerta invece la presenza di velivoli militari italiani, francesi e americani, con il transponder spento, tutti impegnati in un’esercitazione militare lungo le autostrada del cielo percorse dal DC9. Si andrà avanti fino al processo.

Diciannove anni di accertamenti; quattro anni di istruttoria; due milioni di atti giudiziari, perizie e controperizie. I giudici assolvono perché “il fatto non sussiste” i generali Zeno Tascio, Corrado Melillo, Franco Ferri e Lamberto Bartolucci.

DC 9 Itavia IH 870. E’ la storia di passeggeri dentro ad un aereo, decollato in un venerdì di fine giugno, una sera come tante d’estate, calde, con cielo limpido, gli strumenti che non segnalano anomalie, senza particolari problemi meteo e operativi, solo quelle frasi del pilota che criticano la funzionalità delle radioassistenze di Firenze, Bolsena e Ponza. Un viaggio di routine, una tratta neanche poi lunga, da Nord a Sud, poco più di seicento miglia, uno scambio di necessarie informazioni tra l’equipaggio e i centri radar. Tutto normale, in un Paese che nel 1980, è però anormale, a sovranità limitata, dove le informazioni necessarie a chi indaga sulle stragi vengono insabbiate. Non un atto di deviazione dei servizi di sicurezza e degli apparati dello Stato, ma un’azione congiunta di più organismi, finalizzata alla neutralizzazione della verità. Il loro è un atteggiamento a prescindere. DC9 Itavia IH870. E’ la storia di ottantuno persone. Settantasette passeggeri e quattro dell’equipaggio. Nomi, cognomi, mestieri. Uomini, donne e bambini, partiti felici e sereni da Bologna. A Palermo, non li hanno mai lasciati scendere.

A Ustica nessuno è stato.

Forse un giorno ci diranno che l’aereo Itavia IH870 non è neppure partito.

E’ partito?

No che non è mai partito.

0 Storie dell’altra Italia

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GANG MASSIMO PRIVIERO

STORIE DALL’ALTRA ITALIA

Live Bologna Stazione 30/09/11(cd trailer Paolo De Nicola)

Live Radio 24 gr spettacoli 02/02/12(audio)

Live Milano Camera del Lavoro Biacchessi – Gang – Priviero 28/10/11 (audio)

Live Milano Camera del Lavoro Biacchessi – Gang – Priviero 28/10/11 (video Antonio Puhalovic)

Live Show Milano Lifegate Biacchessi – Gang – Priviero 06/06/11(audio)

Live Show Piacenza Teatini Biacchessi – Gang – Priviero 25/03/11(audio)

Gran finale live Piacenza Teatini Biacchessi – Gang – Priviero 25/03/11(audio)

Live Show Piacenza Teatini Biacchessi – Gang – Priviero 25/03/11(audio e video )

Live Show Piacenza Teatini Biacchessi – Gang – Priviero 25/03/11(audio e video )

Live Backstage Piacenza Teatini Biacchessi – Gang – Priviero 25/03/11(foto)

 

 

Storie di alpini e di lunghe ritirate

Luglio 1941. Accanto ai tedeschi e contro i sovietici, Mussolini invia il Corpo di Spedizione Italiano in Russia: 58.800 soldati, 2.900 ufficiali che si portano dietro pezzi di artiglieria da campagna, anticarro, contraerei, automezzi di ogni tipo. Viene schierato nell’Ucraina meridionale alle dipendenze dei tedeschi.

Nel luglio 1942 diventa parte dell’Armir, Armata Italiana in Russia. Già a settembre dello stesso anno, lo sforzo militare del regime fascista è impressionante: 230.000 uomini, 150.000 schierati in prima linea contro i sovietici, accanto ai nazisti.

L’Armir viene destinata alla protezione del fianco sinistro delle truppe impegnate nella battaglia di Stalingrado.

Tra novembre e dicembre 1942, l’Armata Rossa lancia una potente offensiva contro italiani, tedeschi, rumeni e ungheresi. I sovietici impiegano truppe corazzate, sfondano le linee italiane, annientano la fanteria. Dal gennaio 1943 inizia la dolorosa e umiliante ritirata dell’Armir.

I soldati lasciano i luoghi di battaglia e si avviano alla lunga marcia, tra temperature impossibili, bufere e vento, incursioni frontali dei sovietici e dei partigiani nelle retrovie.

Dei 58.000 alpini partiti ne tornano solo 11.000: 25.000 vengono uccisi sulle rive del Don, 60.000 muoiono nei campi di prigionia.

Scriveva Mario Rigoni Stern.

……..Allora mi accorgo dell’uomo morto sulla soglia e vedo che lì vicino il pavimento è tutto rosso di sangue. Non so dire quello che ho provato, vergogna o disprezzo di me, dolore per loro o per me. Mi precipitai fuori come se fossi il colpevole. Vi è di nuovo adunata. Stavolta è davanti alla chiesa. Si vedono abbandonati dei camion italiani carichi di sacchi di patate secche tagliate a fette e mi riempio le tasche di queste. Sulla neve vi sono pure due botti di vino. Una è sfondata con dentro il vino gelato tutto a scaglie rosse. Mi riempio la gavetta di scaglie rosse e me ne metto qualcuna in bocca. Un ufficiale dice: – State attenti, potrebbe essere avvelenato-. Ma non era affatto avvelenato. I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.

Storie di Resistenza

Dal 1943 al 1945, l’Italia occupata dai nazisti diventa un enorme mattatoio dove gli oppositori al regime fascista vengono arrestati illegalmente dalle polizie ufficiali, da quelle segrete, dalle tante compagnie di ventura disseminate nella Repubblica Sociale Italiana.

Partigiani ed ebrei vengono trasferiti in via Tasso a Roma, a Villa Triste a Firenze, in via Bolognese 67, a Villa Fossati a Milano in via Paolo Uccello 15, a Trieste in un edificio di via Bellosguardo, a Genova alla Casa dello Studente, a Biella a Villa Schneider.

E ancora trascinati negli scantinati di palazzi, retrobottega di negozi, rinchiusi in pensioni anonime come Oltremare in via Principe Amadeo 2 e Jaccarino in via Romagna a Roma, trasformati in luoghi di detenzione come il palazzo Carmagnola di via Rovello a Milano, dove la tortura è una pratica sistematica per i prigionieri.

Contro gli antifascisti si specializzano i peggiori aguzzini.

Sono i sanguinari delle strutture degli apparati dello Stato della RSI, gli assassini delle compagnie di ventura, i contabili della morte del fascismo.

C’è l’Esercito Nazionale Repubblicano con la Guardia nazionale Repubblicana di Renato Ricci e le Brigate nere di Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano.

Ci sono i militari della Legione SS Italiana, unità affiliata alle Waffen SS alle dipendenze di Karl Wolf.

Ci sono i battaglioni operativi della Xmas di Junio Valerio Borghese.

C’è il raggruppamento paracadutisti Nembo.

A Roma in via Tasso, i fascisti collaborano con Herbert Kappler e la sua Sicherheitdienst polizei, SIPO.

A Firenze è operativa la 92esima legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, la banda di Mario Carità.

A Trieste lavora l’ Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia.

A Cuneo e a Milano è attiva la Legione Autonoma Mobile Ettore Muti di Franco Colombo.

E sempre nella capitale della Resistenza arriva da Roma Pietro Koch, l’allievo che supera il maestro Mario Carità.

Pietro Koch ha il crimine nel sangue.

Dopo l’8 settembre 1943, si iscrive al Partito Fascista Repubblicano. ed entra nella banda di Mario Carità a Firenze.

Cattura in un albergo del centro il colonnello Marino, aiutante di Mario Caracciolo da Feroleto, ex comandante della V Armata dell’esercito che difende Firenze dalla furia dell’occupazione nazista.

Il colonnello Marino viene torturato nel palazzo di via Bolognese 67.

Koch gli estorce l’informazione che vale una carriera.

Mario Caracciolo da Feroleto si nasconde nel convento francescano di San Sebastiano, a Roma, sotto la protezione del Vaticano.

Allora Koch si sposta a Roma.

Il capitano delle SS di via Tasso Kurt Schutze, con il benestare di Herbert Kappler, lo autorizza a violare il territorio Vaticano.

Koch arresta il generale e lo trasferisce a Firenze.

E’ la sua prima vittoria contro gli antifascisti.

Con questa azione da commando, ottiene il via libera definitivo dal Capo della Polizia della RSI Tullio Tamburini per costituire un proprio Reparto Speciale di Polizia.

Così nasce la banda Koch.

Vi aderiscono i preti Pasquino Perfetti e Ildefonso Troya, l’avvocato Augusto Trinca Armati, il giornalista Vito Videtta, gli attori Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, l’esperto dei servizi segreti Francesco Argentino, il vice comandate operativo Armando Tela, il conte Guido Stampa, Alba Cimini, Marcella Stopponi, la soubrette Daisy Marchi, Lina Zini, Camilla Giorgiatti, gli agenti Cabruccio Cabrucci, Nestore Santini, Francesco Belluomini, Vito Videtta, l’ex gappista Guglielmo Blasi e altri.

La banda Koch è una confluenza di psicopatici, mitomani, sadici, degenerati, criminali comuni, cocainomani, esaltati, prostitute, delatori, spie.

Koch è un segugio e i tedeschi si servono di lui per annientare la Resistenza.

La notte tra il 3 e il 4 febbraio 1944 coordina l’assalto nel convento annesso alla basilica di San Paolo, a Roma. Arresta 67 persone tra cui ebrei, renitenti alla leva, ex funzionari di polizia e generali del disciolto esercito italiano.Dopo l’attentato del Gap romani in via Rasella, Koch fornisce a Kappler, Pribke, Hass liste di detenuti poi mandati al macello alle Fosse Ardeatine. Nell’aprile 1944, la banda arresta il regista cinematografico Luchino Visconti.

La carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia guidato da Pietro Koch scivola lungo l’Italia come serpe affamata, cerca uomini e donne con idee diverse per placare la sua sete di sangue.

Il Reparto Speciale di Polizia entra nelle loro case.

Li stana come animali braccati: incatena le loro mani.

Mani grosse.

Non affusolate e ben curate come quelle degli aguzzini, ma mani da macellai, enormi.

Mani di contadini rugose, screpolate.

Mani di meccanici, sempre un po’ macchiate d’olio esausto.

Mani di donne giovani, ma già abituate a tirar su tre figli: mani forti per non crescere delinquenti, mani delicate per non lasciarli in balia della notte, svegli.

Mani di lavoratori che non hanno orario se non seguire la luce del giorno e l’oscurità della notte.

Mani callose di falegnami.

E poi ancora.

Mani di elettricisti coi capelli lunghi tenuti legati dietro la testa.

Mani di operai e manovali capaci di alzare 150 chili senza la paura di cadere sfiniti.

Mani di carta vetrata, con la polvere che è ormai tutt’uno con la pelle, sono le mani dei minatori di pietre che feriscono talvolta.

E tuttavia non fanno male come le bastonate che schioccano quei vigliacchi in guanti neri o guanti bianchi.

Aguzzini le cui mani sotto la pregiata stoffa che le nasconde sono rosse di sangue altrui, incancrenite di dolore appiccicato per sempre, eterna condanna.

Una volta che ha completato il carico, la carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia riprende il suo viaggio per giungere alla destinazione finale.

Quando gli aguzzini di Pietro Koch entrano nelle case di antifascisti ed ebrei tutti rubano i loro averi.

Oggetti di valore, denaro, gioielli, orologi, pellicce, fucili da caccia, indumenti calze da seta, generi alimentari, persino protesi dentarie in oro.

Poi trasferiscono i detenuti nelle camere di sicurezza.

Le persone arrestate vengono fatte oggetto di sevizie particolarmente efferate: formidabili pugni, schiaffi, calci, colpi inferti mediante bastoni di legno e di ferro, anche a spirale intrecciata e retrattili, frustini, nervi di bue, fustigazione dei testicoli.

I detenuti vengono portati in una cella detta carbonaia, richiusi in un pertugio detto buco, legati in due l’uno all’altro e appesi per giorni senza mangiare.

Alcuni sono costretti a pulire il pavimento dal proprio sangue con i gomiti.

Altri vengono trasportati per le scale tenendoli per i piedi così che il capo batte ogni scalino.

Colpi fortissimi vengono inferti alla regione cardiaca e al centro dello stomaco, oppure dritti contro gli occhi e le orecchie per provocare cecità e sordità, oppure ancora colpi alla mascella diretti a svellere i denti.

Ad altri ancora viene applicato alla fronte un semicerchio di ferro con due punte alle tempie oppure un telaio in legno che comprime il corpo umano contro una striscia chiodata.

Per i detenuti si alternano docce gelide e bollenti, gelide e bollenti, gelide e bollenti, così per ore, che diventano ore.

Tortura per estorcere informazioni preziose, per demolire la dignità delle persone, per ucciderle…

Ma non subito… no…

Poco alla volta…

Gli aguzzini ne studiano di notte e di giorno… bisogna esserci portati… non si possono compiere certi atti efferati e magari poi tornare a casa, baciare i propri figli come se nulla fosse successo…

Non puoi dire che torturi solo per il piacere di veder soffrire vite umane…

Torturi perché vuoi annullare ogni possibilità di opporsi ad un sistema che tu stesso hai costruito.

Non é una follia patologica, è una lucida consapevolezza.

Case anonime, garage, ville che si trasformano in centri di detenzione.

E hanno nomi precisi… indirizzi… località….

A Roma, via Tasso.

A Roma, pensioni Oltremare e Jaccarino.

A Milano, via Paolo Uccello, via Rovello.

A Firenze, via Bolognese.

A Trieste, via Bellosguardo.

Luoghi di tortura dove si entra e non si esce vivi.

Gli stessi che anni dopo sono apparsi in Cile durante la dittatura di Augusto Pinochet (Villa Grimaldi), in Argentina durante la repressione contro gli oppositori ordinata dai generali Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera, Leopoldo Galtieri, Roberto Eduardo Viola (Garage Olimpo, Esquela de Mecànica de l’Armada), e i ogni luogo del mondo dove i diritti dell’uomo vengono calpestati da soldati e polizie segrete.

Ora se credi ti possa esser bastato

Voglio che mi accompagni fino in fondo alla caina

Là dove l’uomo non è mai arrivato

Là dove vi è la disumana violenza e la rovina.

Qui l’arte non riesce più a sostenere

La metafora, l’immagine, il suono dell’abisso

Perché il confine non lo puoi oltrepassare

Perché laggiù l’uomo, non è più uomo: è crocifisso.

Le menti lucide di carnefici senza ritegno

Annullano il concetto primitivo di razza umana

Non riesco più a pensare, abbasso gli occhi e mi sdegno

Di fronte ad un boia ancor più feroce di una mammana.

Cosa può esserci di più tremendo di violenta morte?

Cosa si può immaginare che superi qualsiasi aberrazione?

Apri gli orecchi quel che sto per dirti è veramente troppo forte

E se vuoi andartene, fallo ora, è la tua ultima occasione.

Per dirti quello che ti ho detto non ho usato mezze parole

Perché se dici di appartenere al genere umano

È ora di illuminare la coscienza con il sole

È ora di gridare, agire e fare un gran baccano.

Chino il capo come uomo abbattuto da altro uomo

Non chiedo perdono per i boia degli abissi

Taccio, ma non sarò mai domo

E griderò con tutta la mia rabbia e con gli occhi vergognosi e bassi

Che ormai il tempo della giustizia è tramontato

Questo è il tempo della verità e dei grandi passi.

La guerra di liberazione è lunga, dura, estenuante.

Prosegue tra forti avanzate, rastrellamenti dei nazifascisti, faticose ritirate, umilianti ripiegamenti, ancora avanzate, azioni di sabotaggio e attacchi contro postazioni strategiche, occupazioni di paesi e valli (Alba e Langhe, Montefiorino, Ossola, Valsesia sono i luoghi più importanti), insurrezioni di città (Napoli, Firenze, Milano, Torino, Genova), fino all’aprile del 1945, i giorni della resa dei conti finale e della libertà conquistata.

A che prezzo?

Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945: 45.000 partigiani civili italiani morti in combattimento o fucilati dopo atroci torture; 22.000 mutilati e invalidi; 45.000 soldati uccisi in azione, quelli che dopo l’8 settembre 1943 decidono di schierarsi contro i nazifascisti; oltre 10.000 militari della Divisione Acqui, impegnati a Cefalonia e Corfù assassinati dai nazisti; 650.000 soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, 40.000 sterminati, come altri 36.000 civili; 15.000 tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle oltre duemila stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia.

Come ricordare oggi i valori della Resistenza?

La memoria è come un film in bianco e nero.

A volte viene nascosta, chiusa chiave nei cassetti della storia.

Ma altre volte, quella memoria torna, ritorna, e lascia tracce.

Non è memoria buona per anniversari, per tutte le stagioni, buona per parate militari, per finti applausi, buona per politici con la bandiera italiana in mano e l’ipocrisia nel cuore.

E’ memoria viva, quotidiana, un ponte tra generazioni diverse che vivono o hanno vissuti tempi diversi.

E’ un impegno civile, quotidiano, fatto di piccole cose, di gesti, di atti pubblici, soprattutto di parole.

Io racconto una storia a te e tu la racconterai ad altri figli, ad altri amici.

E fino a quando queste storie avranno gambe per poter camminare, queste storie non moriranno mai.

Quando qualcuno si stancherà di raccontarle, queste storie moriranno due volte, con le persone e con le ingiustizie.

“I gendarmi del revisionismo” e “I gendarmi della memoria”.

Si, siamo fieri e orgogliosi di questa definizione, siamo proprio i “gendarmi della memoria”.

Siamo quelli che hanno deciso di stare da una parte, non abbiamo cambiato bandiera solo per vendere qualche libro in più.

Pensiamo cioè che il peggiore dei partigiani stava dalla parte della democrazia, e il migliore dei repubblichini di Salò era alleato dei nazisti responsabili dello sterminio pianificato di milioni di ebrei e di oppositori politici.

Nessuna parificazione tra partigiani e fascisti.

Il sangue dei vinti non può essere mischiato con quelli dei vincitori.

Niente retorica ma giù le mani dai valori scritti nella nostra Costituzione, la più bella in Europa, valori antifascisti.

Costituzione italiana

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro.

Art.10

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Art. 11.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Art. 17.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

E’ per questi e altri motivi che i nostri padri hanno combattuto il fascismo, hanno sognato un paese democratico, un paese in cui un narratore può parlare e un cantautore eseguire le sue canzoni, e voi ascoltare, senza che nessuna milizia armata possa mai attenderci fuori per arrestarci.

Non disperdiamo mai questi valori.

E’ la nostra carta d’identità, il nostro dna, l’unico modo per stare insieme davvero.

Storie di salmodie della speranza

Padre Davide Maria Turoldo era un uomo straordinario.

Nella sua “Salmodia della speranza” è racchiusa l’idea di un cristianesimo vissuto dal basso, dalla parte dei più poveri, gli umili del mondo.

Durante l’occupazione nazista di Milano collabora con la Resistenza.

La sua militanza durò tutta la vita, interpretando il comando evangelico “essere nel mondo senza essere del mondo” come un “essere nel sistema senza essere del sistema”.

E allora?

Allora stasera vi raccontiamo un pezzo della “Salmodia della speranza”, a modo nostro.

Perchè anche questa è una storia dell’Altra Italia.

Terra, perdona la nostra civiltà di sangue.

Le campagne sono percorse da branchi di lupi.

Selve di vivi cadaveri i lager:

in processione, senza fine camminano ombre

da capitale a capitale.

Tutta l’Europa piange e non è consolata,

piange sulle figlie violentate e uccise.

Oslo è caduta, Olanda è caduta,

Belgio è caduta, Parigi è caduta,

è caduta Belgrado, Atene è caduta,

Varsavia è uccisa,

la radio di Breslavia trasmette Lilì Marlene,

a Praga sono alzate le forche,

e Kiev e Smolensk e Karkow sono cadute,

Mosca è un mare di fango,

e Budapest è ancora sgozzata come un agnello.

Raymond R.L., francese,

ha scritto sul muro della cella:

Non fate nulla dunque per me?

Vi supplico di venire in mio soccorso perché morirò…

Ho quattro bambini, forse

avranno pietà di questi innocenti e la mia povera mogliettina

che mi piange notte e giorno…

Serafim Triantafilou,

della Tessaglia,

trentadue anni ,

avvocato, figlio di contadini, fucilato:

Non vediamo nulla,

soltanto sentiamo il rumore della città

come da una tomba.

Sono inconsolabile perché non possiedo una bomba per gettare in aria i tedeschi.

Quando vai a Trikala, passa dal villaggio e baciami il vecchio, il suo sudore mi ha portato sin

qui.

Ciao, Niko, non invidio quelli che vivono,

ma quelli che vivranno in un mondo libero.

Franz Mager, di Vienna,

quarantasette anni, falegname,

giustiziato:

Ho dovuto morire perché la solidarietà umana mi era filtrata nel sangue,

perché stimavo superiore alla mia salvezza personale il rispetto verso il mio prossimo,

verso i miei compagni di lavoro.

Non ho commesso alcun delitto contro lo Stato.

E non sono nemmeno un eroe, un martire,

sono soltanto ciò che sono sempre stato,

un uomo semplice, semplicissimo,

che ha dovuto morire perché non era adatto per questi tempi.

Anche Sesto San Giovanni

che nel marzo 1943 vide i primi scioperi

nell’Europa schiacciata dai nazisti

ha pagato il suo duro tributo:

novecento deportati, ottanta morti nei lager,

oltre mille arrestati, quarantacinque caduti in combattimento,

quattordici i fucilati.

Da Sesto San Giovanni veniva Umberto Fogagnolo, trentadue anni,

ingegnere alla Ercole Marelli, fucilato a piazzale Loreto:

Tu, Nadina,

mi perdonerai se oggi io gioco la mia vita.

In questi giorni ho vissuto ore di dramma.

Tu però sii come sempre calma e pensami con tutta l’anima perché ho tanto bisogno di sentirti

vicina.

Sii forte come sempre lo sei stata.

Ricorda che nulla al mondo è superiore al nostro amore e nessuna forza umana, capisci, potrà

mai distruggerlo.

Siimi vicina, ricordami e scrivimi.

La nostra unione è stata la più grande grazia che Dio potesse concederci.

Prega e pensami. A Gioia il mio ricordo.

Un uomo è ritornato ai campi deserti:

una croce di ossa a sorreggere sette cuori.

Aveva sette figli. Tutti ammazzati.

Ghirlande di spine gli era la vecchia madre

E le nuore e i bimbi che fiorivano

Come novelle gocce di sangue

Giù per il suo corpo esangue.

Raggiustò la casa,

ricongiunse le strade interrotte,

e innalzò nuovi alberi nelle grandi fosse, e riprese l’aratro e ritornò ai campi.

«A raccolto distrutto, uno nuovo se ne prepari », disse!

Storie degli anni Settanta.

Sono storie dell’Altra Italia.

Storie di omicidi rimasti impuniti, di sangue versato lungo le strade e le piazze italiane.

Storie di giovani uccisi per le loro idee.

Storie che si snodano come fosse una sceneggiatura di un film in tante scene.

Prima scena, ciak

Milano, 12 dicembre 1970. La polizia carica, gli studenti lanciano bottiglie incendiarie. Nel corso degli scontri in Via Larga lo studente Saverio Saltarelli, di 23 anni, viene ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo.

Seconda scena, ciak.

Pisa. 5 maggio 1972. E’ previsto un comizio del Movimento Sociale Italiano. Franco Serrantini, giovane anarchico, viene arrestato e condotto prima in caserma, poi in carcere, in cella d’isolamento. La mattina del 7 maggio, alle ore 8.30, Franco Serrantini viene trasportato al pronto soccorso del carcere. Muore alle 9.45.

Terza scena, ciak

Milano, 23 gennaio 1973. Gli studenti della Bocconi chiedono un’aula per una riunione. Il Rettore vieta l’assemblea e chiama la polizia che spara. Roberto Piacentini, giovane operaio, viene colpito alla schiena e Roberto Franceschi, viene ucciso da un proiettile che gli trapassa la nuca.

Quartascena, ciak.

Milano.16 aprile 1975. Una manifestazione per la casa organizzata da gruppi della sinistra extraparlamentare termina in Piazza Cavour. Il neofascista Antonio Braggion estrae la pistola e fa fuoco contro una decina di giovani che sostano all’angolo con via Turati. Muore il giovane Claudio Varalli.

Il 17 aprile 1975, una manifestazione punta sulla sede missina di via Mancini. Gli scontri si fanno durissimi. Un camion dei carabinieri investe e uccide. il giovane militante dei Caf Giannino Zibecchi.

Quinta scena, ciak.

Reggio Emilia.12 giugno 1975.Mancano tre giorni alle elezioni amministrative. Intorno alle 23, Alceste Campanile, militante di Lotta Continua, si trova a Convoglio, sulla strada che collega Montecchio a Sant’Ilario, provincia di Reggio Emilia. Viene giustiziato con due colpi di pistola:uno alla nuca, il secondo dritto al cuore.

Sesta scena, ciak.

Milano. Sabato 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci, quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, 19 e 18 anni. Due ragazzi di sinistra che frequentano il Centro Sociale Leoncavallo. All’altezza del portone dell’Anderson School, in via Mancinelli i passi d’improvviso si fermano. Fausto e Iaio avvertono il pericolo. Due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. La loro vita si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65, sparati da un killer professionista. Un’esecuzione

Settima scena, ciak.

Roma. 22 febbraio 1980. Tre persone si presentano a casa di Valerio Verbano, militante di Autonomia Operaia di Roma. Uccidono il ragazzo davanti agli occhi dei suoi genitori.

Ottava scena, ciak.

Genova, 20 luglio 2001. Poco dopo le 17,20.Duri scontri tra polizia e manifestanti che si oppongono al G8 proseguono da ore. Due colpi di pistola. Carlo Giuliani cade a terra. Il defender dei carabinieri fa marcia indietro e passa sul corpo ormai senza vita del giovane.

Nona scena,ciak.

Ferrara, notte tra il 25 e il 26 settembre 2005. Federico Aldrovandi, 18 anni, viene trovato morto. Il suo corpo è livido e tumefatto. Federico Aldrovandi viene ucciso a manganellate da agenti in servizio durante un normale controllo di polizia. Un abuso di potere che si trasforma in omicidio.

Decima scena, ciak.

La storia di Stefano Cucchi comincia quando finisce la sua libertà. Sta fumando uno spinello con un suo amico. Subisce un controllo e una perquisizione, gli trovano 18 grammi di hashish, qualche pasticca. Viene fermato e arrestato. E’ sano. Sta bene.

E invece no

Stefano muore il 22 ottobre 2009 alle 6,20 del mattino.

In realtà le scene del film dovrebbero essere alcune centinaia.

Sono quelle di persone uccise in Italia nelle strade, nelle piazze, sotto casa, nelle carceri.

Sono storie dell’Altra Italia che non hanno avuto alcuna giustizia.

Storie dell’Italia famigliona

L’Italia è fatta anche così.

Arruffona, ingannatrice, sempliciotta.

L’Italia famigliona dove tutto si può aggiustare, basta che convenga a sé stessi.

L’Italia dalle mille contraddizioni.

E’ l’Italia “pizza, spaghetti, sole e mandolino”.

E’l’Italia che “qui rubano tutti e son tutti uguali”.

E’l’Italia di “qui è tutto un magna magna”.

E’ l’Italia fatta di quelli che posteggiano la macchina in terza fila e quando arriva il vigile per mettergli la multa dicono: “sono arrivato da un minuto, solo per comprare le sigarette”.

E’ l’Italia che posteggia la macchina sulle barriere architettoniche e pensa: “tanto non ho mica un parente disabile”.

E’ l’Italia che quando ha un parente disabile riga la carrozzeria delle macchine parcheggiate in terza fila e quelle parcheggiate sulle barriere architettoniche.

E’ l’Italia di quelli che dicono che non si devono pagare le tasse.

E’ l’Italia dei commercianti che non ti danno lo scontrino, dei carrozzieri,elettricisti, avvocati, notai, liberi professionisti che non ti danno la fattura.

E’ l’Italia di quelli che vanno dal commercialista e dicono: “può aggiustare i bilanci dell’azienda con qualche trucco?”.

E’ l’Italia degli evasori che quando vengono beccati dai finanzieri mirano al condono.

E’ l’Italia delle truffe, degli inganni.

E’ l’Italia dei condoni edilizi, delle gare di appalto truccate, degli eco mostri, dei consigli comunali commissariati per mafia, dei finti ciechi, dei finti invalidi, dei finti storpi, dei finti anziani, dei finti matti, dei finti pensionati, dei finti dentisti, avvocati, notai, commercialisti, dei diplomi e delle lauree comprati, delle carriere comprate, degli esami comprati, dei concorsi fasulli organizzati da giurie fasulle che hanno già in tasca i nomi dei vincitori.

E’ l’Italia dove noi tutti siamo una grande famiglia e la grande famiglia non si tocca.

E’l’Italia dove i parenti si azzuffano al funerale di un loro parente per una eredità.

E’ l’Italia dove noi tutti siamo amici e gli amici non si toccano.

E’ l’Italia in cui un amico ti ruba la moglie.

E’ l’Italia in cui un amico che non senti da trent’anni ti chiama per chiederti di piazzare il suo nipote disoccupato.

E’ l’Italia dei figli di portinai che diventano portinai, dei figli di giornalisti che diventano giornalisti, dei figli di avvocati che diventano avvocati, dei figli di imprenditori che diventano imprenditori, dei figli operai che restano operai, dei figli di disoccupati che restano disoccupati.

E’ l’Italia dove tutti sono commissari tecnici e tutti hanno la loro formazione in tasca, di lunedì, al bar Sport.

E’ l’Italia che quando vince la nazionale “siamo tutti italiani, anche i nomadi, gli immigrati senza permesso di soggiorno”.

E l’Italia che quando perde la nazionale si arma di randella, si organizza in ronde e da la caccia agli immigrati.

E’ l’Italia di “qui è tutto un casino, qui non si capisce un cazzo, qui non funziona niente”.

E’ l’Italia che ” se non passa il tram è colpa del Governo”.

E’ l’Italia che “tanto ci sarà sempre qualcuno che ci pensa”.

E’ l’Italia che ” che c’è frega, tanto non ci pensa nessuno”.

E’ l’Italia che “tanto lo fanno tutti”.

E’ l’Italia che “l’ha detto al televisione, l’ha detto la radio, l’ha scritto il giornale”.

E’ l’Italia della delega, che non si prende una responsabilità, che sta a guardare il mondo dalla finestra, che non prende posizione.

E’ l’Italia degli indifferenti.

Ma forse c’è anche un’Italia migliore.

Storie dell’Altra Italia

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine.

Così scriveva Giovanni Falcone.

Ma per accelerare la sua fine c’è bisogno di impegno civile, pazienza, volontà, conoscenza, e tanto coraggio.

L’Italia è il paese delle mille leggi buone ma poco applicate.

C’è n’è solo una che fa più paura ai boss di Cosa Nostra, della Camorra, della n’drangheta, della sacra Corona Unita.

Si chiama legge n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

Si perché la mafia la colpisci certamente con gli arresti, ma soprattutto colpendola nel conto corrente. La legge prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

A oggi sono oltre 28mila i beni sequestrati alle mafie per un valore complessivo di 15miliardi di euro.

Almeno 11 mila i beni confiscati.

La maggior parte si trovano in Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, ma anche in Lombardia e nel Lazio.

Il lavoro sui terreni confiscati ha portato alla produzione di olio, vino, pasta, taralli, legumi, conserve alimentari e altri prodotti biologici realizzati dalle cooperative di giovani e contrassegnati dal marchio di qualità e legalità Libera Terra.

Ogni anno su questi terreni si svolgono i campi di volontariato internazionale con giovani provenienti da ogni parte del mondo.

In Sicilia la Cooperativa Placido Rizzotto effettua l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati,.

In Calabria la cooperativa sociale di lavoro e produzione “Valle del Marro-Libera Terra” coltiva nella Piana di Gioia Tauro 60 ettari di terreni confiscati alla ‘ndrangheta.

In Puglia cresce la cooperativa Libera Terra.

Ma chi sono questi ragazzi che sfidano le mafie sul territorio?

Li chiameremo i ragazzi che hanno fatto l’impresa.

Ore 4, Massimiliano si sveglia.

Alle 5 deve essere sui campi, per raccogliere l’uva.

Massimiliano è un bracciante, ma molto particolare.

Unico.

Perché quando si sveglia è in carcere.

Perché lui è un 416bis, condannato a 12 anni per associazione a delinquere di tipo mafioso, la Sacra corona unita, la mafia pugliese.

Ma ora non è più un mafioso.

Coltiva le terre sottratte ai boss.

Dalla illegalità alla cultura della legalità.

Sono le storie che ci piacciono.

Non lasciamoli mai soli questi ragazzi.

Perché rappresentano le storie dell’Altra Italia.

0 TEATRO RECENSIONI

  • 8 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

TEATRO CIVILE

OUTSIDER (generale)

MUCCHIO SELVAGGIO(generale)

IL POPOLO DEL BLUES (generale)

TABLOID(generale)

IL CITTADINO LODI (generale)

L’INDIFERRENZIATO (generale)

TEATRICA (generale)

FAMIGLIA CRISTIANA (Orazione civile per la Resistenza)

CORRIERE (Il paese della vergogna)

REPUBBLICA (Il paese della vergogna)

ITALIA OGGI  (Il paese della vergogna il cd)

LA PROVINCIA PAVESE (Il paese della vergogna)

LIBERTA’ (Il paese della vergogna)

LIBERAZIONE (Il paese della vergogna)

GAZZETTA DI REGGIO (Il paese della vergogna)

GAZZETTA DI LECCO (Il paese della vergogna)

L’ISOLA CHE NON C’ERA (Il paese della vergogna)

REPUBBLICA (Passione reporter)

L’UNITA’ (Storie dell’altra Italia)

ITALIA OGGI  (Storie dell’altra Italia cd)

LEFT (Storie dell’altra Italia)

LIBERTA’ (Storie dall’altra Italia)

LA SERA (Storie dell’altra Italia)

L’ULTIMO BUSCADERO(Storie d’Italia cd)

GAZZETTA DI PARMA (Storie d’Italia)

NARCOMAFIE (Storie d’Italia)

IL SALVAGENTE (Aquae Mundi)

GAZZETTA DI TARANTO (Teatro civile)

SANTANNADISTAZZEMA (La storia e la memoria)

 

La strana coppia, Outsider di Max Stefani

Daniele tu hai un passato di critico discografico (addirittura a fine anni settanta con me nel Mucchio) hai lavorato per tanti anni alla radio de “ Il Sole 24 ore”, hai scritto libri di denuncia. Come è nata l’idea di andare in giro per l’Italia a fare teatro politico o sociale che sia?

DB – Ho iniziato a realizzare il mio primo spettacolo in un viaggio a Cuba con l’Arci nel 2004. Prima di quella esperienza avevo scritto numerosi spettacoli con Stefano Paiusco, attore di Verona e con il poeta Raja Marazzini. Nel 2004 ho ideato “La storia e la memoria” il cui titolo si è trasformato in “La Hystoria y la memoria” in latino americano. Accompagnavo un viaggio di solidarietà con le Case della cultura di Trinidad, Nichero, Santiago de Cuba. Ho recitato davanti alla tomba di Josè Martì, al Parque Almendares, al Teatro Nacional di Nichero, alla Casa della Cultura di Trinidad, sul mare e nella giungla. Dal vivo mi sono mischiato con percussionisti, chitarristi e sezioni fiati cubani a dir poco straordinari. Diciamo che è stato un inizio internazionale. Poi sono tornato in Italia e ho percorso il nostro paese in lungo e in largo. E da quel momento non mi sono più fermato: una media di cento tra spettacoli, reading, conferenze l’anno. Il mio è teatro di narrazione, alla fine racconto storie importanti ma dimenticate. Le stragi nazifasciste del ‘44, la Resistenza, le stragi dell’era repubblicana, gli omicidi politici degli anni settanta come quello di Fausto e Iaio. E ancora Peppino Impastato, Libero Grassi, Falcone e Borsellino, i disastri ambientali come quello di Seveso, l’acqua pubblica, le morti sul lavoro. E ancora gli omicidi di Ilaria Alpi, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello.

Per te Marino è andata allo stesso modo?

MS – E’ nata da un’esigenza e un bisogno comune di costruire ponti fra esperienze, linguaggi, stili diversi. Ma tutti profondamente narrativi. E’ nata da una cultura che ci accomuna che è quella umanista, la stessa che tende stagione dopo stagione a far rinascere la primavera! La stessa che ancora oggi cerca di far ritrovare insieme sullo stesso prato, o campo che sia, una miriade di fiori diversi, dai colori e dalle forme più disparate. Dall’intento e dalla volontà politica di partecipare all’avvento di un Nuovo Umanesimo, che per me significa un’altra Revolution rock! Dal momento che il Rock’n’Roll non è altro che l’ennesima manifestazione, incarnazione storica della cultura Umanista. Così posso dire che, passando per Dylan, Guthrie e Strummer non ho fatto altro che tornare a casa! Visto che l’uomo universale è stato inventato qui, in Italia più di 500 anni fa….Fra noi e Daniele Biacchessi ci sono molte affinità elettive, per dirla con Goethe, o se vogliamo una comune educazione sentimentale, per dirla invece con Flaubert… come preferite. Sta di fatto che Daniele è un grandissimo amateur del rock’n’roll, dai Grateful Dead a Christy Moore, e penso che sia questo approccio comune nel modo di narrare che ci ha permesso di fare carovana, tour, giro, sulle strade del Grande Cerchio della Memoria. Quello stare insieme, del bene che ci vogliamo e del Grande applauso che ogni sera alla fine del Racconto riceviamo da chi si siede attorno al fuoco che accendiamo con i racconti di Daniele e le nostre canzoni.

Quale è la reazione del pubblico e quali sono i luoghi dove di solito andate?

DB – Recito e narro praticamente ovunque. Teatri, auditorium, chiese consacrate e sconsacrate, vie, piazze, luoghi storici, scuole medie superiori e inferiori, università. Ogni sera c’è un pubblico diverso e una reazione simile: stupore, rabbia, indignazione, consapevolezza, ammirazione, commozione. Ho recitato a Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto, a Monte Sole, a Roma in via Tasso, sulla Benedicta, davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, in via dei Georgofili, a Capaci, in via D’Amelio. Ovunque sia passata la Storia.

MS – Più che di “pubblico“ parlerei di mia comunità o una parte di essa, che sempre mi accoglie, mi ospita, si fa carico delle risorse necessarie affinché io possa continuare a camminare con le mie e nostre canzoni, e canta con me come io canto con essa. E’ il popolo mio quello che canta e lavora per il pane…io porto le rose! E siamo pari. E appartenenti.Ci tengo a ribadire questo fatto anche per quello che riguarda la narrazione che portiamo in giro con Daniele. Il nostro è un lavoro che cerca di tenere in vita la Memoria. Perché per fare un’Altra Storia. La Storia con la S maiuscola è appartenuta sempre ai vincitori e chi vince ne impone la propria versione con ogni mezzo che il potere gli mette a disposizione, dai manganelli alle comunicazioni di massa. Noi abbiamo sempre avuto Le Storie, al plurale, che fanno una Storia Altra, quella dei Vinti. Storie della violenza, dell’umiliazione, dello sfruttamento subiti e che non abbiamo dimenticato, anzi… Ma è proprio questa Memoria che da Vinti ci fa diventare Invincibili. Pronti a ripartire verso l’orizzonte della libertà della giustizia, della verità, verso l’Eternità. Tutto ciò non ha niente a che fare con le merci, l’intrattenimento, la spettacolarizzazione, il pubblico…Andiamo ovunque ci portano le storie, sia cantate che raccontate, ma sempre a casa!Lo abbiamo fatto sopra un camion o in un mulino, in più di 200 luoghi diversi e in molti siamo ritornati… ma sempre lontani dalla “Piazza “, dal luogo facile da raggiungere, soprattutto quei luoghi in cui si accede attraverso il telecomando. Perché siamo figli della Profezia! E il linguaggio del passato che interroga, la Narrazione che intende svegliare l’inedito che è in ognuno di noi, ha una forte attitudine alla profezia. Gesù, come altri predicatori, non ha mai predicato nelle piazze, i suoi luoghi erano scomodi e difficili da trovare, nei deserti, in cima alle montagne, in riva ai mari e mi pare che il Cristo ne sapesse di… Profezia! O no? Perché si riconosca, prenda forza da se’ e si sollevi contro.

Da chi è partita l’idea di abbinare parole con la musica?

DB – L’idea di abbinare musica e parole viene dai reading che ho sentito su disco di Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso e ascoltato dal vivo alla libreria City Light di San Francisco, dove è nato tutto. Dunque all’inizio fu il jazz di Michele Fusiello e Gaetano Liguori. Poi sono arrivati i Gang. Marino lo conosco da molti anni. Ho sempre ammirato la sua coerenza e la sua passione civile. Penso che Le radici e le ali sia il disco che ha cambiato la vita a molti e ha indicato un modello produttivo, un modo di realizzare musica d’impegno civile di qualità. Perché Marino c’era prima di tutti gli altri e ci sarà anche dopo attraverso le sue canzoni. Marino ha fatto capire che si poteva fare del rock politico senza essere banali, senza dipendere dai soliti stilemi del cantautorato italiano, senza vendersi alle major della musica. Marino ha preso il testimone dalla cultura degli anni Settanta, l’ha riportata negli anni Ottanta con suoni prevalentemente inglesi (vedi Clash, Billy Bragg), poi ha inventato la nuova canzone popolare negli anni Novanta e ora negli anni Duemila si è mischiato al teatro civile e alla ballata popolare di Woody Guthrie e Bob Dylan. Era normale che le nostre strade artistiche s’incrociassero. Da una parte ci sono le mie storie di loser, di perdenti che cercano verità e giustizia su vicende atroci e ancora tutte da scoprire nei contorni. Dall’altra ci sono le sue storie di confine. Era inevitabile che tutto ciò avvenisse anche perché alla base di questo sodalizio c’è soprattutto l’amicizia e la stima reciproca.

MS – Non ho mai neanche lontanamente pensato di fare la stessa cosa con altri scrittori se non con Daniele… come ho già detto è un fatto di affinità. Innanzi tutto il narrare di Daniele Biacchessi nasce da un’esigenza di Incontro. Andare per incontrare, dire e conoscere, imparare. Lui non è il sollito mestierante laureatosi con pieni voti all’accademia di arte drammatica di chennesò, è uno al quale preme accendere il Fuoco! far si che il Fuoco attraverso la Narrazione ritorni. E attorno a quello ci si possa sedere, ascoltare e condividere, con il Sentimento, le storie. Nel suo modo di lavorare io ho sempre riconosciuto questo e l’ho applaudito io per primo. Noi con lui veniamo da quella scuola in cui si fa musica canzone libro film con e per il Sentimento. Anche Daniele almeno secondo me da precedenza a questo poichè in quello che facciamo è mezzo e fine Il Sentimento del Tempo. Non apparteniamo entrambi alla scuola francese dei Valery, quella secondo cui la poesia si fa con le parole , ma siamo alunni di Woody Guthrie come di Fenoglio o Pavese o addirittura di Pasolini: “ La Rivoluzione non è più che un Sentimento “ sono sue parole.

Daniele oltre che con i Gang ti esibisci con altri musicisti?

DB – Collaborano stabilmente con me negli spettacoli Michele Fusiello al sassofono, Gaetano Liguori al piano acustico ed elettrico, ovviamente Marino e Sandro Severini dei Gang, Massimo Priviero, Andrea Sigona, Alfonso De Pietro e decine di altri bravissimi artisti.

Ci sono altri artisti con i quali ameresti lavorare?

DB – Certamente con Paolo Fresu che reputo il miglior musicista italiano e l’unico che può essere considerato un artista di respiro internazionale.

Tu Marino, ci sono scrittori con i quali ameresti lavorare?

MS – I miei preferiti ad oggi sono De Luca e Maggiani, italiani e viventi, ma non saprei proprio su quale ponte incontrarmi con loro… Con Erri abbiamo musicato un suo racconto, magari in futuro si potrebbe ripetere con lui un’esperienza del genere ma niente di più. Peraltro Erri con Gianmaria Testa, e Gabriele Tirabassi ha realizzato “Don Chisciotte, gli Invincibili “, un capolavoro!Ad essere sincero e onesto devo ammettere che nel corso del tempo ho mantenuto un’indole e un modo di fare che secondo me è molto punk, anche se lo ritrovo in Dylan o nella poesia di Pasolini, cioè quel senso di incompiuta, di una cosa che si sarebbe potuta far meglio, si sarebbe potuto renderla perfetta ma non è avvenuto…. in modo che siano poi gli altri a perfezionarla. E’ un modo per chiamare, per far dire ad ognuno “ anch’io posso farlo “ e magari anche meglio… e con Daniele questo accade come in molti dischi e concerti dei Gang, la banda dei Fratelli Severini…

Come si svolge lo spettacolo e quali difficoltà avete avuto?

DB – Con i Gang ho realizzato quattro spettacoli che hanno strutture simili che possiamo definire teatro canzone nell’eccezione più alta. “Il paese della vergogna” (140 repliche), “Storie dell’altra Italia” con Massimo Priviero (30 repliche), “Passione Reporter e il nuovo “Orazione civile per la Resistenza- La rossa primavera” con Michele Fusiello. Tranne che per “Storie dell’altra Italia”, gli altri sono tratti da miei libro omonimi. Certamente “Il paese della vergogna” è stato l’esordio fortunato. Erano testi teatrali, diventati libro, poi rimessi sul palco. Si parte dalla strage di sant’Anna di Stazzema con il girotondo dei bambini e si finisce con i bambini del Dc 9 Itavia IH870, partiti da Bologna la sera del 23 giugno 1980 e mai arrivati a Palermo. Un calvario fatto di racconti e di canzoni che inchioda gli spettatori. “Il paese della vergogna” è l’Italia che non riesce a offrire una verità giudiziaria sulle stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, Questura di Milano, treno 904. È l’Italia dei depistaggi dei servizi segreti, dei testimoni e dei documenti spariti, dei processi e dei magistrati trasferiti in altre sedi, degli archivi nascosti nel 1960 nel cosiddetto armadio della vergogna e poi ritrovati nel 1994 con i nomi dei responsabili delle stragi nazifasciste come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fivizzano, Benedicta, Vinca e altre migliaia. È il paese che sta a guardare dalla finestra, spesso indifferente, senza stimoli, che delega ad altri la ricerca della verità. Ma forse, dico forse, c’è un paese migliore. Pensa che conosco centinaia di persone che ci hanno visti svariate volte, hanno acquistato il disco e mi dicono che gli pare sempre come la prima volta. Nessuna difficoltà direi. Abbiamo mischiato i nostri nutriti contatti e ci siamo messi in cammino, sulla strada come dice Marino. E sulla strada abbiamo trovato il nostro pubblico, con altri bravissimi artisti come Massimo Priviero e Onofrio Laviola abbiamo realizzato il tour di “Storie dell’altra italia”, diventato un doppio live da molti critici apprezzato.

MS – Di solito parte da un testo di Daniele al quale le canzoni fanno da fiancheggiatrici, aprono e chiudono sui lati del racconto… espandono l’emozione anche verso l’alto o il basso, in profondità. Ma la vera Maestra è appunto la Strada alla quale ci affidiamo e della quale ci fidiamo. Ci da’ sempre dei buoni consigli, sera dopo sera e noi sulla base di quelli andiamo a correggere il tiro !Non ho mai trovato difficoltà ma solo la voglia di far bene! La voglia di essere considerati persone che lo stanno facendo per (il) Bene !!Di una cosa comunque vado fiero: ho convinto Daniele a suonare l’armonica … sapevo di questa sua grande e recondita passione e finalmente invece che farlo a casa o fra amici ora suona l’armonica in Re in alcune nostre canzoni. E’ anche questo un modo per portare umanità e restare umani, farlo ma sempre portando con se un sorriso, pronto, in tasca.

Come siete visti nel’ambiente? Simpatia? Astio?

DB – Dipende cosa intendi per ambiente. Nel mio ambiente Gian Paolo Serino, tuo collaboratore, sulla Repubblica mi ha definito “l’unico erede della narrativa civile di Pier Paolo Pasolini”, Bruno Ventavola della Stampa “il cantastorie d’Italia”. Al di là delle definizioni, diciamo che sono apprezzato da quelli che amano sentirsi raccontare la verità, con i nomi e i cognomi. Sono le stesse persone che amano le canzoni dei Gang e di altre molte band che seguono il cammino di Marino Severini. Siamo una grande famiglia che produce in proprio, che lavora come artigiani del teatro e della canzone, che va poco in televisione, che è osteggiata dalla incompetente critica di regime, e invece è apprezzata dalla critica specializzata, soprattutto dal pubblico.

MS – Posso solo immaginare che quello che tu chiami ambiente sia quel territorio che ho attraversato molte lune fa… e che ho ormai dimenticato. L’ambiente musicale…. Certo, una volta in quei luoghi l’aria che si respirava era buona, ma oggi impera ovunque un fichettume belante, lagnoso, piagnucoloso… quel tipo di canzoni che ti fanno sentire un buono a nulla, uno che è nato per perdere…. e sono tutti lì per cercare di fare affari. Da tanto tempo io giro alla larga da quei luoghi, chissà magari un giorno con altre bande potremmo pensare pure di andare a liberarli ma per ora sto troppo bene da questa altra parte del fiume.

Non hai mai avuto paura di apparire troppo ortodosso agli occhi del pubblico?

MS – Se una persona si è conquistata una sua dignità personale, se uno ha un minimo di rispetto verso se stesso e verso gli altri, non può accettare continue umiliazioni fino all’annullamento completo della sua personalità. Cosa ci possiamo fare noi se la logica industriale della produzione, distribuzione e consumo del prodotti culturali in questo paese è gestita da multinazionali? La situazione è quella che è, in tv, radio, mezzi di diffusione e comunicazione a prescindere dalle nostre scelte e allora perché subirle? Per avere il nostro posto a tavola, per avere ed essere parte, per appartenere, noi facciamo canzoni, canzoni di parte, partigiane, a volte di lotta, sempre politiche. Da qui nasce la nostra canzone e qui tende a tornare.

Avete termini di paragone in Italia o siete i soli? Penso alla coppia Benvegnù-Del Papa…

DB – Ci sono molte altre “strane coppie” di musicisti e teatranti o scrittori in Italia: Yo Yo Mundi – Wu Ming, Cisco – Giulio Cavalli, Marco Paolini – Mercanti di Liquori, Ascanio Celestini- Canti dell’Agresta, Ulderico Pesce- Tetè de Bois. Queste sono certamente le migliori “strane coppie” che ho visto in scena, quelle venute meglio oltre a Paolo Benvegnù-Massimo Del Papa. Il problema è un altro e si chiama qualità. Nel 2000, se su google mettevi la parola reading ti veniva fuori il festival di Reading, oltre al mio nome e a quelli dei poeti come Roversi, Raboni, Balestrini. Oggi qualsiasi scrittore con un minimo di popolarità televisiva realizza reading, molti di loro non sanno neppure leggere, quando caricano la voce sembrano degli Ungaretti sgraziati, non hanno mai fatto un lavoro teatrale su loro stessi e chiedono comunque cifre da capogiro. Tanto c’è un pubblico di bocca buona che va ad ascoltarli ai festival pilotati dalle case editrici, dalle società di pubbliche relazioni, da tutti quelli che bruciano denaro pubblico.

MS – Le ha già elencate Daniele le migliori strane coppie, posso aggiungere le mie coppie preferite che sono Erri De Luca e Gianmaria Testa in “Don Chisciotte” e “Gli invincibili” e Maurizio Maggiani con Gian Piero Alloisio in “La Storia Meravigliosa”.È importante anche la memoria del rock?

MS -Tutto anche nella musica viene considerato merce quindi l’opposto di ciò che è cultura, frutto di relazioni, vita. E i maestri continuano a confrontarsi con le radici da Springsteen a Dylan, fino a Johnny Cash, Zevon … Ma chi più di Pearl Jam o dei R.E.M. sono depositari delle radici del rock and roll? o Billy Bragg con i Wilco?La cultura e la canzone popolare vivrà sempre e comunque, perché così era, così è e così sarà. Il cerchio! Andata e ritorno. Non la linea. Ecco perché “senza tempo”.

Nella tua musica in particolare balzano sempre fuori Woody Guthrie e Pete Seeger…

MS – Guthrie è il maestro. E non a caso Guthrie è unico poiché compie all’inverso il cammino di molti intellettuali e scrittori che “scoprono” il mondo popolare. Certamente lui, prima di Dylan, incontra la “cultura alta” e se a prima vista l’incontro, sia che avvenga in discesa o in salita (come scrive Portellli) può sembrare identico nei risultati, non è così. Guthrie non mitizza gli operai o i contadini come i semplici o i diversi, è fin troppo uguale a loro. La sua identità a poco a poco diventa “distinta”, si distingue nelle sue varie fasi e incontri con il movimento operaio organizzato, con gli intellettuali, la città, la letteratura, il cinema. E inventa anche un linguaggio che gli permette di usare anche la scrittura non per uscire dalla sua identità, ma per arricchirla e ribadirla. La sua poetica è senza dubbio colta e ciò deriva dalla lacerazione. Come Guthrie cerca di far stare insieme il comunismo con la sua terra così la sua ricerca poetica è tesa alla sforzo di ricomporre termini apparentemente incompatibili. Non c’è niente di spontaneo e naturale in tutto ciò. Lui abbatte le mura (e per primo) fra poesia colta e poesia popolare, sia in musica che non. Grande, il più grande di tutti.E Pete Seeger è l’impegno, è la canzone politica, proveniente dall’altra direzione rispetto a Guthrie. Tuttavia penso che l’incontro più importante, che ha cambiato le sorti di tutta la musica, sia stato quello tra Guthrie e Leadbelly. Da quel momento si è aperto un orizzonte nuovo e niente è stato più come prima. E debbo dire grazie non mille, ma un milione di volte a Sandro Portelli che mi ha insegnato questo che ho scritto e mi ha aiutato a prenderne coscienza.

Marino musica nuova in arrivo?

MS – Questa estate c’è stata una ristampa de Il Seme e La Speranza, poi disco nuovo che si chiamerà Sangue e Cenere. La carovana si sta muovendo per arrivare in primavera 2014 a destinazione. Prime registrazioni ad ottobre, poi vedremo di superare gli ostacoli soprattutto di ordine economico, strada facendo … Prossimo anno festeggiamo i 30 anni dal primo disco, meglio farlo con un disco di inediti che non con le solite raccolte/tributi, cioè meglio guardando avanti che non al passato.Ti volevo ringraziare per l’epitaffio a Strummer sul 1 numero di “Outsider”, t’avevo detto mettiti sulla riva del fiume e aspetta… Adesso goditela, mi raccomando, la riva. Su Strummer pensa che all’in a u g u r a z i o n e del Parco Nord di Bologna, intitolato proprio a lui, non ci hanno manco invitati , forse perchè non adatti allo zumpappazumm sinistrense tanto caro all’Amministrazione di Bologna. Che tempi! Che ci toccherà ancora vedere e sentire da questi ribelli de noantri.

Credi che lo spirito di Strummer sia ancora vitale?

MS – Da sempre il rock ha incarnato il mito del ribelle, del disagiato e lo ha fatto svolgendo un ruolo messianico. E non solo musicalmente ma attraverso uno stile di vita. E questo filo roso che parte dagli anni cinquanta è stato molte volte spezzato e poi ricucito. A spezzare è sempre l’industria discografica, le major che fanno di tutto, una volta appropriatasi di un genere, di uno stile o di un artista, per farne svanire il potenziale eversivo. Ciò non toglie che il rock rinasce sempre. Joe Strummer è per noi l’ultimo grande “messia” del rock o almeno di ciò che intendiamo come fede. I messia ci sono ancora ma la loro voce è meno potente poiché pochi sono coloro che in occidente muovono verso una Terra Promessa. Si cammina altrove e lì il rock può avere un alternativa, una rinascita. Il disco della cantante algerina Ramitti è un segnale importante. Gli stili sono finiti, già dai tempi di Sandinista. Quel disco ha aperto il varco, la crepa sul muro e la luce è entrata nella stanza… Il rock ora è parte non è cupola ma sicuramente essendo il più grande linguaggio e cultura popolare del ‘900, nessuna cultura può prescinderne se aspira a “balzare in avanti” o addirittura a volare. Strummer è stato la sintesi totale di mezzo secolo di rock and roll. Tutto e più di tutto. Lui è stato il suo, il nostro tempo, più di chiunque altro perché è riuscito ad essere “oltre”. Anche Manu Chao è stato investito da questo ruolo, ma poi ha scelto di essere e restare un giullare più che sedere sul trono. Joe Strummer è morto, viva Joe Strummer.

Come si fa a contattarvi per farvi esibire? A quanto uscite?

DB – “Il paese della vergogna” costa 1300 euro netti, “Orazione civile per la resistenza- la Rossa Primavera” 1400 euro netti, “Storie dell’altra Italia” 1800 euro netti.I tuoi lettori ci possono contattare a info@danielebiacchessi.it oppure papare@alice.it

Sono usciti anche cd del vostro spettacolo?

DB – Il paese della vergogna e Storie dell’altra Italia sono entrambi prodotti da L’Atlantide e distribuiti da Edel Italy, quindi un’ottima distribuzione. I dischi si trovano nei principali negozi di musica e sono scaricabili sulle principali piattaforme digitali.

Storie dell’altra Italia per ricostruire il Paese, L’Unità di Daniela Amenta

L’altra Italia ha un passo rock, veloce, poliritmico ed elettrico. Ma ha anche una memoria di elefante: densa, importante, complessa. La memoria come «il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé», per citare Wilde, ma anche traccia scolpita nel patrimonio genetico collettivo. La Storia, le storie in un Paese che spesso si smarrisce perché dimentica, cancella. L’altra Italia no. L’altra Italia archivia e guarda avanti, lancia frecce verso il futuro ma ha piedi ben piantati nella terra. Nel cuore della terra. Storie dell’altra Italia è il titolo dello spettacolo che Daniele Biacchessi, giornalista, autore e saggista, presenta domani sera a Roma, alla Sala Teatro Vignoli a San Leone del quartiere Pigneto (Via Bartolomeo D’Alviano 1) con il patrocinio della Provincia e del VI Municipio. Con Biacchessi, voce narrante, sul palco saranno i fratelli Severini dei Gang, storica e amatissima combat band tra folk e punk-rock, e Massimo Priviero, intenso e ruggente storyteller. A Roma la strana combriccola si ritrova (e ci ritrova) per tenere viva, tesa e attenta la memoria. Storie raccontate attraverso la musica, la poesia e il teatro civile, le pagine della letteratura e delle inchieste. Narrazioni popolari che appartengono a un solo Paese. Spiega Biacchessi: «Storie di alpini siciliani e sardi che vanno a morire insieme a loro coetanei veneti e lombardi durante la campagna dell’Armir in Russia nel 1944. Storie di studenti, operai, intellettuali, contadini che nel ’43 scelgono la democrazia e combattono nazisti e fascisti nella Resistenza. Storie di omicidi degli anni Settanta rimasti impuniti, di sangue versato lungo le strade e le piazze italiane, di giovani uccisi per le loro idee. Storie che arrivano da Calabria, Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia, tra i ragazzi di Libera Terra che producono frutta, pasta e vino sui terreni confiscati ai boss mafiosi». Dalla lotta partigiana alle nuove Resistenze in un Paese che celebra tra fatica e orgoglio i 150 anni dell’unità. Un Paese sfilacciato, spesso diviso, e che però trova nella memoria il collante per rialzare la testa e tenere la schiena dritta. Storie dell’altra Italia è così una pièce in musica, scandita da canzoni e racconti, dai flash narrativi che arrivano del passato e parlano al presente, da lettere e sogni, e miraggi e profezie dilatate tra Sud e Nord. Un gigantesco coro con le voci anche dei migranti, i nuovi italiani. Eccola qui l’altra Italia di Biacchesssi, dei Gang, di Priviero. La nostra Italia coraggiosa e appassionata, un Paese che include, solidarizza, scalcia, canta e sogna. La nostra casa. L’approdo per gli altri. Eccola l’altra Italia. È qui a un passo. Tra le radici e le ali.

Biacchessi, memorie di questa Italia, Famiglia Cristiana, Daniele Rubatti

Daniele Biacchessi, narratore, saggista e vicecaporedattore di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore, è uomo d’altri tempi. Da diversi anni porta avanti la sua battaglia contro l’abuso di potere, le associazione mafiose, la massoneria, con una passione e una tenacia unica. Dalla strage di Piazza Fontana al delitto di Paolo Borsellino, dalla musica al teatro passando per la narrativa, l’obiettivo dell’intera opera di Biacchesi rimane uno: scuotere i nostri animi, troppo spesso “in letargo”. Di recente insignito del prestigioso Premio Speciale Unesco, uno dei giornalisti più grandi di sempre, così grande che dovrebbe essere letto a scuola, si confessa a tutto campo ai microfoni d’inchiostro di famigliacristiana.it.

Tra pochi mesi uscirà il suo romanzo Orazione Civile per la Resistenza. Perché pensa che nel 2011 sia necessario parlare di Resistenza?

“Orazione civile per la Resistenza è un libro di testo per giovani e di narrativa e saggistica per adulti. Narro la vita di uomini e di donne che con le loro azioni coraggiose hanno cambiato il corso della Storia. E smonto pezzo dopo pezzo, attraverso l’oggettività della documentazione orale e scritta e la forza delle parole, le tesi del nuovo revisionismo tipo quello proposto ultimamente da Giampaolo Pansa. Le mie sono storie di vincitori, non storie di vinti. Perché la Resistenza fu una guerra di Liberazione contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca, non una guerra civile. Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, il nostro Paese era occupato dalle forze armate della Germania nazista e il nostro territorio si trasforma in un distretto militare alle dirette dipendenze di Adolf Hitler, tramite la Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini, un protettorato tedesco, sfruttato dai nazisti per legalizzare alcune loro annessioni e per ottenere mano d’opera a basso costo. Guerra di Liberazione organizzata sul piano logistico e militare da tutti i partiti e movimenti antifascisti italiani (comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, demo laburisti, monarchici, anarchici), da soldati e ufficiali del disciolto esercito italiano dopo l’8 settembre 1943. Guerra di Liberazione riconosciuta e sostenuta dalle forze anglo – americane. Fino alla vittoria finale”.

Crede che il movimento degli Indignati sia una forma di resistenza?

“Ogni movimento, per quanto organizzato, passa e va.  Serve per spronare i partiti, per accelerare una trasformazione. Ma i movimenti non fanno rivoluzioni, che in Italia non sono mai avvenute. Perfino la Resistenza non è stata una rivoluzione. Nel dopoguerra, dopo l’aprile 1945, i partigiani sono stati estromessi dal potere dallo stesso sistema, dagli apparati del vecchio fascismo diventati repubblicani. Alla fine l’indignazione senza uno sbocco politico resta mera protesta, anche se sacrosanta”.

Da diversi anni è impegnato con spettacoli di teatro civile. Uno dei più interessanti è Storie dell’Altra Italia, realizzato in collaborazione con i Gang e Massimo Priviero. Com’è nata l’idea? Vuole parlarci di questa esperienza?

“Storie dall’Altra Italia è l’ultima puntata di un viaggio nella storia e nella memoria italiana. Sono un narratore che racconta storie, spesso dimenticate, altre volte emblematiche. E sul mio cammino ho incontrato amici i come i fratelli Marino e Sandro Severini dei Gang e Massimo Priviero che attraverso le loro canzoni narrano storie. Nello spettacolo racconto tante pagine di storia contemporanea. Alpini siciliani e sardi che vanno a morire insieme a loro coetanei veneti e lombardi durante la campagna dell’Armir in Russia nel 1944. Studenti, operai, intellettuali, contadini che nel 1943 scelgono la democrazia e combattono nazisti e fascisti nella Resistenza. Omicidi degli anni Settanta, giovani uccisi per le loro idee. Nuove resistenze in Calabria, Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia, tra i ragazzi di Libera Terra che producono frutta, pasta e vino sui terreni confiscati ai boss mafiosi. I Gang e Priviero fanno il resto con le loro canzoni. Diciamo che è uno spettacolo da performer, dove ognuno mette al servizio la sua arte. A gennaio uscirà un cd live registrato in molte città italiane, soprattutto a Bologna, sala d’aspetto di seconda classe della stazione dove il 2 agosto 1980 scoppiò una bomba ad altissimo potenziale e provocò la morte di 85 persone e 200 feriti. Perché i luoghi contano anche nel teatro civile”.

Nel 2007 ha pubblicato il saggio Il paese della vergogna, un titolo abbastanza provocatorio….

“Il paese della vergogna è l’Italia che non riesce a offrire una verità giudiziaria sulle stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, Questura di Milano, treno 904. E’ l’Italia dei depistaggi dei servizi segreti, dei testimoni e dei documenti spariti, dei processi e dei magistrati trasferiti in altra sedi, degli archivi nascosti nel 1960 nel cosiddetto armadio della vergogna e poi ritrovati nel 1994 con i nomi dei responsabili delle stragi nazifasciste come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fivizzano, Benedicta, Vinca e altre migliaia. E’ il paese che sta a guardare dalla finestra, spesso indifferente, senza stimoli, che delega ad altri la ricerca della verità. Ma forse, dico forse, c’è un paese migliore”.

Che cosa si propone di trasmettere con questo libro?

“Il libro intende trasferire alle nuove generazioni la memoria di migliaia di persone che hanno pagato, anche con la vita, il prezzo delle loro idee di democrazia e di libertà. E’ un’operazione di scrittura della storia così come è avvenuta, il primo libro popolare sulla Resistenza uscito in Italia dopo gli anni del nuovo revisionismo. Nulla di ciò che pubblico è scritto sui libri di testo degli studenti. Il libro è come una sceneggiatura di un film in bianco e nero che solo sul finale, mentre scorrono i titoli di coda, diventa a colori. Forti avanzate, speranze di riscatto e di liberazione da anni di dittatura e soprusi, lunghe attese, rastrellamenti dei nazifascisti, fucilazioni, torture, delazioni, faticose ritirate, umilianti ripiegamenti, ancora avanzate d’inverno sotto la pioggia e la neve, azioni di sabotaggio, e ancora gravi perdite, attacchi contro postazioni strategiche del nemico, occupazioni di paesi e valli (Alba e Langhe, Montefiorino, val d’Ossola, Valsesia sono i luoghi più importanti), insurrezioni di città (Matera, Lanciano, Napoli, Firenze, Torino, Genova, Milano), fino all’aprile del 1945, i giorni della resa dei conti finale e della libertà conquistata”.

Che cosa pensa del sistema informativo italiano?

“Tutto il male possibile. Un giornalista dovrebbe vedere, narrare, raccontare, soprattutto consumare le suole delle scarpe. Non puoi raccontare l’alluvione in Liguria stando davanti al computer di casa o copiando le notizie dalle agenzie e da internet. Devi andare nei luoghi in cui avvengono i fatti e magari provare a raccontare qualcosa di diverso. Invece i cronisti parlamentari scrivono retroscena che non interessano nessuno, i cronisti di nera intervistano testimoni improbabili, i cercatori di gossip si inventano idiozie, i conduttori televisivi si trasformano in investigatori e mostrano plastici della casa di Cogne. Così la qualità dei prodotti giornalistici diventa sempre più scadente e il fruitore sempre più ignorante e impreparato. Il punto centrale non è la libertà di stampa, che non esiste, ma l’autonomia politica e l’indipendenza culturale del giornalista rispetto al potere”.

Un teatro civile per un paese incivile? di Oliviero Ponte di Pino

«Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.»

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari

Lo sappiamo benissimo, qualunque spettacolo è teatro civile. Tuttavia a recuperare l’etichetta e a rivendicarla, alla metà degli anni Novanta, è stato Marco Paolini, che all’epoca stava mettendo a punto il suo Racconto del Vajont.

E’ utile delimitare il contesto in cui è stato rilanciato il concetto. In primo luogo, quando ne parla, Paolini tiene a precisare che il teatro civile è “anfibio, nasce e respira fuori dall’edificio teatrale”: risponde dunque al bisogno di superare i modi produttivi e distributivi – ma anche le censure implicite – del sistema teatrale: il quale non viene rinnegato, ma integrato ad altre possibilità e modalità di comunicazione e circuitazione. Perché il teatro civile si può fare anche dentro i teatri, ma nasce e si fa soprattutto fuori dai teatri, è un work in progress che cresce e si affina grazie al confronto diretto con il pubblico. E’ in qualche modo controinformazione, che cerca di diradare le nebbie dell’oblio e della manipolazione. Si pone come gesto militante, che trova il suo senso più autentico nel vivo del tessuto sociale, dove se ne sente la necessità e l’urgenza, là dove il conflitto – esplicito o latente – deve trovare espressione e linguaggio.

In quel momento storico, pochi anni dopo la caduta del Muro, il “teatro civile” si differenzia dal “teatro politico” che andava per la maggiore negli anni Settanta e che sta vivendo una crisi irreversibile, così come appaiono in crisi i tradizionali modelli di mobilitazione collettiva. Il teatro politico appare superato per la sua impostazione ideologica e sospettato di essere veicolo di propaganda e indottrinamento, attraverso la trasmissione di una interpretazione del mondo ideologicamente predeterminata, rigida. A essere diversa è la posizione di chi agisce sulla scena: il regista e gli attori di uno spettacolo “politico” si considerano un’avanguardia, perché possiedono una verità che devono presentare al pubblico nella maniera più convincente. Chi fa teatro civile vuole invece porsi allo stesso livello degli spettatori: la sua ricerca della verità è, come lo spettacolo, un work in progress, un percorso sempre in divenire.

Come Pasolini, anche l’artefice del teatro civile può dire di sé: “Io non ho alle spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta”: infatti non è uno specialista, un tecnico o un esperto (nel caso del Vajont, né Paolini né Vacis sono ingegneri o geologi), ma è “uno di noi”, un cittadino comune che si è appassionato a un problema o a un episodio storico, che si è informato e che vuole condividere con il pubblico il proprio sapere, accumulato con pazienza e trasformato in “storia”, in racconto-spettacolo.

Il racconto del Vajont nasce all’interno di quello che sta diventando un genere di successo – il teatro di narrazione – che si è definito proprio in quegli anni grazie al lavoro di Marco Paolini e Marco Baliani. “Teatro di narrazione” (una definizione che evidenzia una caratteristica in primo luogo formale) e “teatro civile” (una definizione che invece riguarda i contenuti e un certo rapporto con il pubblico) non possono essere sinonimi: tuttavia la loro genesi è strettamente intrecciata, tanto da rendere inevitabile nella percezione comune una sovrapposizione almeno parziale tra i due generi.

Anche perché i due spettacoli che hanno definito il teatro di narrazione alle sue origini anticipano alcune caratteristiche che qualificheranno il teatro civile, pur non essendo certo esempi tipici del genere. Il protagonista di Kohlhaas lotta tutta la vita per ristabilire la “verità” e dunque la giustizia (invano, peraltro): è l’atteggiamento che sottende molto teatro civile, quando sviscera le pagine più oscure della nostra storia recente, alla ricerca di verità e giustizia. Gli Album che Marco Paolini dedica all’infanzia sono costruiti sul nesso tra memoria individuale e memoria collettiva, tra esperienza personale e Storia: è l’equilibrio che cerca di ricostruire il teatro civile, riattivando la consapevolezza individuale per poter condividere un sentimento collettivo – e appunto civile.

Visto lo stretto legame tra teatro civile e narrazione, vale forse la pena di approfondire le ragioni che hanno portato a reinventare e riattualizzare una forma di comunicazione e di espressione originaria e archetipica come quella del racconto orale (una forma, lo si scoprirà quasi subito, che si adatta alla perfezione alla comunicazione televisiva).

In un teatro dominato dalla regia e dall’immagine (ovvero da un uso dell’attore nel primo caso funzionale a una progettualità esterna; e nel secondo da un utilizzo formalistico e iconico del corpo dell’attore), alcuni giovani autori-attori sentono la necessità di riscattare la parola e la stessa figura dell’attore – l’elemento centrale e indispensabile, insieme allo spettatore, dell’evento teatrale. Si avverte anche l’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico, al di là di ogni filtro intellettualistico, recuperando una forma di comunicazione immediata come quella del racconto (e che, lo si scoprirà quasi subito, si adatta alla perfezione anche alla comunicazione televisiva).

Per i loro esperimenti, i primi narratori non scrivono testi originali, ma si limitano ad appropriarsi di ready made come il celebre racconto di Kleist per Baliani o le storie del Petit Nicholas di René Goscinny per Adriatico di Paolini; poi, quando i meccanismi comunicativi e performativi saranno rodati, si porrà il problema dei contenuti. A quel punto il teatro di narrazione diventa anche “civile”: nascono Il racconto del Vajont e Corpo di stato. Fondamentale è il recupero della lezione di un maestro come Dario Fo, con i suoi spettacoli militanti (per l’aspetto civile) e con il monologo Mistero buffo (per la forma e il lavoro dell’attore); peraltro anche Fo, come molti narratori, fissa il testo dello spettacolo alla fine del processo creativo, quando è già stato rodato e “aggiustato” dal confronto con il pubblico.

Nel giro di pochi anni si affermano numerosi spettacoli di forte impatto che lanciano nuove generazioni di artisti: Radio Clandestina di Ascanio Celestini sulla strage delle Fosse Ardeatine, I-TIGI Racconto per Ustica di Marco Paolini sull’abbattimento dell’aereo Itavia, i due lavori di Laura Curino sulle utopie di Camillo e Adriano Olivetti, Mai morti di Renato Sarti con Bebo Storti sui massacri coloniali degli italiani in Etiopia, i bombardamenti della seconda guerra mondiale rivissuti attraverso gli occhi di un bambino a Roma (ancora Ascanio Celestini con Scemo di guerra) e a Palermo (Davide Enia con Maggio ‘43). Poi Reportage Cernobyl di Roberta Biagiarelli sull’incidente nucleare nella centrale ucraina; Daniele Biacchessi sulle morti di Roberto Franceschi, Fausto e Iaio, Peppino Impastato e Luigi Tenco; Ulderico Pesce sulla malagestione dei rifiuti radioattivi (Storie di scorie) e sulle lotte degli operai della Fiat di Melfi (FIATo sul collo); e ancora La strage di Peteano, una fiaba friulana del Teatrino del Rifo; Giulio Cavalli con Linate 8 ottobre 2001: la strage e Do ut des: riti e conviti mafiosi; Mario Gelardi con Gomorra (prima del film di Garrone), Mario Perrotta con i lavori sull’epopea dell’emigrazione italiana in Belgio (Italiani cìncali e La turnata). Non mancano gli approfondimenti su tematiche economiche, prima e dopo il grande crac: I miserabili di Paolini ma anche Previsioni meteo di Eugenio De Giorgi sul caso della Banca Antonveneta, senza dimenticare Gente come uno di Elena Lolli con Manuel Ferreira sul crac argentino…

E’ un elenco gravemente lacunoso (già mi scuso con gli assenti, ma il lavoro del centro dovrebbe appunto rimediare le dimenticanze, con l’aiuto prima di tutto degli interessati). Ma fa già intuire l’esplosione di un fenomeno che coinvolge tanti artisti e spettatori. Certo, è meno costoso produrre e far girare un monologo che un “vero” spettacolo; e per di più gli assoli sono molto flessibili e si possono replicare ovunque: nelle piazze e nei circoli politici e culturali, negli appartamenti e negli stadi, nei palazzetti dello sport e nelle stazioni ferroviarie, nelle fabbriche dismesse e nelle fabbriche occupate (ancora una volta, Fo docet). Ma c’è qualcosa di più, a sostenere questo boom, nell’economia della miseria teatrale. Questi spettacoli “poveri” ed essenziali incontrano l’interesse del pubblico e dei media, perché riflettono un bisogno profondo e diffuso di narrazione, di storie e di Storia, di verità, di identità.

Nel moltiplicarsi delle proposte, si differenziano ben presto sottogeneri e contaminazioni.

Per quanto riguarda i sottogeneri, si sono visti spettacoli:

– ispirati a un evento preciso; il modello (o l’archetipo) è la controinformazione dei giornalisti democratici dopo la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969;

– che raccontano un momento o un periodo storico (un anno, un decennio); con particolare attenzione agli entusiasmi ribellistici (il brigantaggio, il ’68) e alla Seconda guerra mondiale (utilizzata più come serbatoio di esperienze e vicende umane significative e avventurose, ma attingendo assai meno all’epopea resistenziale, ormai usurata);

– biografici;

– autobiografici (o meglio, monologhi che attraverso l’autobiografia del protagonista-narratore affrontano tematiche civili);

– centrati su un problema o una tematica; possono rientrare in questa categoria gli spettacoli sul tema del lavoro: gli Appunti per un film sulla lotta di classe di Celestini, Fabricas di Ferreira-Lolli, l’indagine di Pesce sulla Fiat, ma anche Braccianti di Armamaxa; un altro sottofilone potrebbe essere dedicato a tematiche “di genere”: Dissonorata di Saverio La Ruina, Racconti di giugno di Pippo Delbono, Nata in casa di Giuliana Musso, e forse anche la controinchiesta Virus di Garabombo Teatro sull’Aids; e magari le Lezioni di sesso per casalinghe inquiete e assicuratori frustrati di Vladmir Luxuria. Certi spettacoli potrebbero ricadere in più di una categoria: per esempio, quella dedicata al lavoro interseca senz’altro quella che affronta le varie sfaccettature della questione meridionale, dal brigantaggio post-unitario (Briganti di Gianfranco Berardi o Il sole del brigante di Alfonso Santagata) all’emigrazione, fino alla dilagante criminalità organizzata (al proposito vedi anche l’interessante progetto sui “teatri della legalità” diretto da Mario Gelardi per I Teatrini di Napoli). Molti di questi temi riecheggiano le denunce della letteratura e del cinema “impegnati” degli anni Sessanta e Settanta (basti pensare alla filmografia di Francesco Rosi); e al tempo stesso paiono rispondere agli appelli “alla Fofi”, quando si invoca un’arte non ombelicale, in presa diretta con la realtà e i suoi conflitti (anche se poi è stato proprio Goffredo Fofi il primo a mettere in guardia dall’alluvione dei narratori che avrebbe invaso le nostre scene).

A completare questa tassonomia vagamente borgesiana, un’ultima voce: altro. Con l’avvertenza che questa fragile cartografia potrebbe offrire un primo schema per catalogare il genere.

Sul fronte delle contaminazioni, d’abitudine il percorso evolutivo prevede in una prima fase l’arricchimento dello one-man-show con un gruppo musicale di supporto: è anche un trucco per superare i cliché del bravo narratore, che si cristallizzano con rapidità, diventando ben presto stucchevoli. Le ibridazioni tra teatro civile e teatro canzone generano a loro volta un ulteriore sottogenere, cui si potrebbero ascrivere Un po’ dopo il piombo di Giangilberto Monti sulla storia d’amore tra Renato Curcio e Mara Cagol, o Formidabili quegli anni con Giulio Casale, ispirato al libro omonimo di Mario Capanna sul ’68 a Milano. Ma anche il teatrodanza può misurarsi con tematiche civili, vedi il Festino di Emma Dante. Un altro innesto praticato di frequente è quello multimediale, con l’inserimento di spezzoni video e di animazioni in stile power point a sostituire l’antica lavagna come supporto didattico.

Naturalmente – e questa è un’altra possibile linea evolutiva – si può ipotizzare la compresenza sulla scena di più di un interprete: ci sono spettacoli di teatro civile che utilizzano, restando peraltro ancorati alla narrazione, cast più ampi, come il trittico dell’ATIR dedicato al ’68 (ancora…), al Che e al 1989.

Tuttavia, in questo proliferare di proposte e contaminazioni, le caratteristiche principali del genere si sono stabilizzate molto presto. Un primo aspetto significativo (e problematico) riguarda la figura, il punto di vista e l’autorevolezza degli interpreti. Si è già accennato al fatto che gli artefici del genere non si pongono come esperti, ma come persone normali che però si sono fatte carico di una funzione informativa e formativa. Non interpretano dunque un personaggio, ma salgono in scena in quanto individui, come cittadini che hanno a cuore l’ethos collettivo: la loro legittimazione, la loro credibilità si fondano proprio su questo “metterci la faccia” e sulla relazione che riescono a instaurare sul pubblico, che misura la loro “verità”, operando un cortocircuito tra la sincerità di chi parla e la verità di ciò che dice. Per esempio, se l’attore che interpreta il barbone Didi in Aspettando Godot passa il suo tempo libero a gironzolare con un motoscafo da 400 cavalli tra Portofino e Porto Cervo, non c’è nessun problema: la distinzione tra attore e personaggio è chiara; se invece si scopre che l’autore-interprete di un monologo “civile” sull’inquinamento e sul rispetto dell’ambiente pratica lo stesso hobby “ecologicamente scorretto”, perde all’instante la sua credibilità. A un regista come Luca Ronconi (che sulle infinite ambiguità del rapporto tra attore e personaggio lavora da sempre), la sovrapposizione tra l’io e la maschera appare truffaldina, quasi oscena. Nell’allestire spettacoli indubbiamente assai “civili” come Il silenzio dei comunisti (basato sullo scambio epistolare tra Miriam Mafai, Alfredo Reichlin e Vittorio Foa) e Lo specchio del diavolo (da un saggio dell’economista Giorgio Ruffolo), e dunque partendo da testi facilmente adattabili agli stilemi del teatro di narrazione, il regista ha scelto di enfatizzare proprio la dimensione teatrale, enfatizzando la cornice e il gioco della finzione. Per incarnare i tre autori dell’epistolario ha scelto – in maniera provocatoria e straniante – tre interpreti fisicamente e anagraficamente molto lontani dai reali autori delle lettere, a evitare ogni possibile confusione. Teatralizzando in chiave quasi di varietà Lo specchio del diavolo, ha esplorato le infinite potenzialità drammaturgiche di un testo saggistico (in apparenza neutrale e impersonale), inventando luoghi e spazi, portando sulla scena personaggi (storici e fittizi) e maschere, e ha dato tridimensionalità alla scrittura estraendo dialoghi e cori, e popolando la scena di simboli e allegorie.

Sotto vari aspetti, i narratori del teatro civile paiono più vicini alle maschere di certi attori comici che agli interpreti del cosiddetto “teatro di prosa”. Non a caso gli uni e gli altri condividono l’uso di termini e cadenze dialettali. Ecco il veneto di Paolini, il romanesco di Celestini, il siciliano di Enia, il pugliese di Perrotta…. Questa identificazione “etnica” è parte integrante della “persona scenica” e contribuisce a renderla familiare, autentica e credibile: come accade a molti comici, che del retroterra linguistico fanno un punto di forza. Simmetricamente, le incursioni di comici e cabarettisti nel teatro civile non sono un’eccezione: dal Signor Rossi e la Costituzione di e con Paolo Rossi ai Settanta rivissuti da Walter Leonardi.

Un altro aspetto centrale – e ugualmente problematico – è il rapporto con la storia e la memoria. Al centro di molto teatro civile c’è una pagina di storia recente che è necessario portare – e a volte riportare – alla consapevolezza collettiva: perché è stata dimenticata, perché la verità è stata in qualche modo occultata o distorta. Questo atteggiamento presuppone la conoscibilità della storia di un popolo, di una nazione (o di una classe) da parte del soggetto individuale e collettivo che ne è insieme protagonista e destinatario; e implica il dovere civile di conoscerla.

Nell’ispirazione degli artefici del teatro civile riecheggia anche qualcosa del gesto di Antigone, che non può lasciare i suoi morti insepolti: i cadaveri senza giustizia non possono trovare pace e dunque continuano a turbare le nostre vite.

Il boom del genere fa tuttavia affiorare un sospetto: forse chi avrebbe avuto il compito di farci conoscere e condividere la nostra Storia (gli storici, la scuola, i mass media) non ha fatto bene il suo lavoro. Peraltro è diffusa la convinzione che la recente storia italiana sia alla fine inconoscibile, punteggiata com’è di omissis, buchi neri, misteri, trame, sette segrete e poteri occulti. Basta curiosare in qualunque libreria per averne la conferma: gli scaffali traboccano di libri su quello che non sappiamo, ma pochi si preoccupano di mettere in ordine quello che sappiamo e dobbiamo sapere per orientarci in questo convulso presente. Il rischio è ovviamente quello di cedere alla tentazione paranoide del “complottismo” o a quella urlata dello scandalismo, rinunciando a una ricostruzione scientifica e a una interpretazione razionale dei processi storici.

In questi anni il teatro civile ha provato a sciogliere alcuni di questi misteri, a far riemergere il rimosso. Spettacolo dopo spettacolo, ha così iniziato a scriversi una Storia – o forse una controStoria – dell’Italia contemporanea. Che ci fosse questa potenzialità se n’era accorto molto presto Carlo Freccero, all’epoca direttore di RaiDue, quando alla fine degli anni Novanta iniziò a inserire in palinsesto alcuni esempi di teatro civile, a partire dal clamoroso successo del Vajont.

Anche se non risponde ai requisiti della ricerca accademica (e magari proprio per questo), l’idea della storia patria che emerge dal teatro civile è certamente rivelatrice: sintomatica almeno dell’atteggiamento di autori e pubblico, e forse anche di qualche carattere nazionale, vero o presunto.

Per cominciare a orientarsi in questa “controstoria narrativa”, potrebbe essere opportuno (e questa è un’altra chiave di catalogazione) mettere in parallelo una cronologia della recente storia italiana con la sequenza degli eventi che hanno ispirato i nostri narratori, per vedere su quali momenti e fasi s’addensa il loro interesse. Questa “storia d’Italia civile e teatrale” non segue un percorso organico: rispecchia le curiosità e le necessità dei suoi artefici, e dunque si ricompone per frammenti, zoomate, approfondimenti. Per lo più è fatta – su un costante sottofondo di soprusi e menzogne, o assordanti silenzi – di eventi tragici, a cominciare dalle stragi che hanno segnato l’immaginario collettivo, dagli agguati e dagli amazzamenti vigliacchi (una costante della storia e del melodramma italici). Spesso sono eventi difficili da interpretare a causa di interessi economici, politici, militari, malavitosi (singolarmente o intrecciati tra loro – magari in un qualche complotto…).

S’è già ribadita la funzione di supplenza svolta dal teatro civile. Certo, se la scuola, l’informazione, la storiografia e la politica avessero fatto il loro dovere, se nel nostro paese esistessero luoghi e momenti della memoria condivisi, sarebbero meno avvertite la necessità e l’urgenza di spettacoli-lezione sul nostro passato prossimo.

Peraltro la convergenza tra il giornalismo d’inchiesta e la drammaturgia civile è già in atto: basti pensare al percorso di Daniele Biacchessi, che dal giornalismo è approdato alla scena; ai prologhi commissionati a Marco Paolini da Report, come prologo alle inchieste-denuncia della redazione guidata da Milena Gabanelli; e soprattutto a Promemoria di Marco Travaglio, efficacissimo esempio, insieme, di giornalismo d’inchiesta, satira politica e teatro civile. Affrontando di petto il problema, anche il filone del teatro-giornale (Gigi Gherzi) e in generale del “teatro informazione” si muove lungo questa lunghezza d’onda. Al proposito, si può aggiungere che uno degli obiettivi di un centro di documentazione sul teatro civile, al di là della creazione di un archivio sugli spettacoli con annessa catalogazione, dovrebbe consistere proprio nel mettere in contatto chi ha storie interessanti da far conoscere (i giornalisti d’inchiesta) e chi invece cerca storie interessanti da raccontare (i teatranti).

Ma la Storia (quella con la S maiuscola) non la scrivono i giornalisti con le loro inchieste, e nemmeno i giudici con le sentenze. Ancor meno la possono scrivere i guitti con le loro esibizioni. Tuttavia resiste il bisogno delle loro trovate, della loro capacità di raccontarci a noi stessi. C’è, in primo luogo, la natura “civile” del teatro, di tutto il teatro: perché quella pagina di storia viene rivissuta di fronte a una collettività e offerta a una riflessione che coinvolge almeno potenzialmente l’intera polis (o tutto il popolo). Il rito laico della rappresentazione diventa un momento di ricostruzione dell’identità e dell’emozione collettiva (anche questo era la catarsi) e lo spazio teatrale si trasforma così in luogo della memoria.

Ma per svolgere davvero questa funzione, forse il “teatro civile” dovrebbe porsi con maggiore urgenza la questione della propria specificità e della propria poetica. Quasi tutti gli spettacoli che abbiamo citato usano la forma del racconto. Sono dunque prosa: buone intenzioni, attenta ricostruzione dei fatti, ostinata ricerca della verità, inevitabile indignazione… Forse quello che manca a molto teatro civile – e che alla lunga lo inaridisce in una formula – è la mancanza di poesia, di visionarietà. Basta ripensare ad alcuni spettacoli davvero civili di questi ultimi anni, alla loro capacità di trascendere i fatti per aprirsi a una prospettiva poetica, storica, filosofica. Alcuni esempi molti diversi tra loro, presi quasi a caso: Novecento e Mille di Leo De Berardinis, Dorothy di Fanny & Alexander, La menzogna di Pippo Delbono.

Un’ultima annotazione: la maggioranza degli spettacoli di ispirazione civile è animata da una tensione militante. Perché non basta informarsi, ricordare, commuoversi, condividere, indignarsi. Dopo tutto questo sommovimento interiore, resi finalmente consapevoli, bisognerebbe poi in qualche modo mobilitarsi, testimoniare, agire nella realtà politica e sociale per trasformarla. Per chi li fa e per chi lui applaude, questi spettacoli non dovrebbero essere solo l’occasione per mettersi a posto la coscienza di cittadini esemplari e politicamente corretti. Invece, come molte irresistibili denunce dei satirici, come molte documentate inchieste giornalistiche, come molte esemplari condanne passate in giudicato dopo rigorose indagini giudiziarie, questa faticosa ricerca della verità sembra poi avere scarsissimi effetti pratici, o pare addirittura controproducente. Resta inefficace rispetto all’obiettivo immediato – raddrizzare quello scandalo, denunciare quel “malamente”. Resta inefficace anche su un orizzonte più ampio, quello della creazione di una coscienza civile più matura. Anche su questo vale la pena di meditare.

L’isola che non c’era, Recensione del cd “Il paese della vergogna” Daniele Biacchessi – The Gang, di Rosario Pantaleo

In un Paese dalla memoria corta ed intriso di evidenti “tracce” di decandenza sociale, politica, economica, etica, umana, un lavoro come quello proposto dai Gang e Daniele Biacchessi è una boccata di ossigeno che ci ricongiunge con una modalità espressiva spesso abbandonata in favore di scelte artistiche inconsistenti e/o fuorvianti. Nel nostro Paese, purtroppo, il coraggio di esprimere posizioni forti e sincere, senza paura di perdere rendite di posizione, è ormai appannaggio di pochissimi “mohicani” che non temono il combattimento, non hanno paura di essere scomodi, non soffrono l’essere relegati ai margini della discografia o della cultura. Sanno di non essere vincenti ma, certamente, mai sconfitti. E’ necessario, quindi, partire dal concetto che un lavoro come questo non rappresenta uno spettacolo teatrale – con voce recitante, canzoni e musiche – bensì un viaggio nella memoria e bene hanno fatto i protagonisti, Biacchessi ed i fratelli Severini, ad iniziare con le parole, indimenticabili, di Pietro Calmandrei e della sua ode verso il generale tedesco Kesserling, comandante in capo della Wermacht nella campagna d’Italia nel 1943-1945. Un’ode di straordinario impatto che andrebbe fatta ascoltare ogni 25 aprile soprattuto a chi del revisionismo storico sulla resistenza ha fatto la sua bandiera. Scorrono le storie d’Italia, con Piazza Fontana, la mafia, il malaffare che sgorga dalle parole di Biacchessi, intense e taglienti. Scorrono le immagini di fatti, luoghi, persone, speranze, dolori, nelle canzoni dei Gang che, forse qui più che in altre occasioni, si dimostrano strumenti perfetti della canzone popolare, proprio quella incarnata da Woody Guthrie del quale, come altre migliaia di artisti, sono debitori dell’ingegno artistico e della passione civile e politica. Canzoni come La pianura dei sette fratelli, Perchè Fausto e Iaio?, Dante Di Nanni (degli indimenticati Stormy Six), Sesto San Giovanni, Eurialo e Niso sono l’esempio tangibile che la canzone politica, la canzone sociale, la canzone popolare esiste ancora. Basta avere il coraggio di pensarla, comporla, cantarla. Ma, appunto, ci vuole coraggio e, ahimè, nel nostro Paese e di questi tempi ben pochi ne hanno… Un album ed uno spettacolo consigliato a tutti, in particolare, ai giovani affinchè possano ripensare a quello che è stato affinchè non accada più.

L’ideale, 14 aprile 2009, “Il paese della vergogna, Italia la vera smemorata” di Valentina Mastropietro

Paese dalla scarsa memoria il nostro, martoriato purtroppo in questi funesti giorni dalla immane catastrofe sismica, nazione che però dal suo passato si ostina a non imparare, a dimenticare, e fra l’altro a non punire i colpevoli delle tragedie create in certi  casi solo ed esclusivamente dalla ferocia umana e non dall’incuria o arretratezza,  aggiunte alla  Natura che a volte fa sentire prepotentemente la sua forza.

“Il paese della vergogna”, sempre la nostra povera Italia smemorata e distratta, pubblicato dalla Chiarelettere Editore,  è l’emblematico titolo di un testo di Daniele Biacchessi,  giornalista, scrittore, e vicecaporedattore di Radio news 24 e attore che ha  trasposto a teatro la sua opera accompagnato dai fratelli Marino e Sandro Severini dei Gang, uno  chitarra solista e l’altro chitarra e voce.

Si tratta di una sorta di  “spettacolo non  spettacolare” che sta girando nei teatri e nei luoghi dedicati alla cultura e per le prossime tappe dopo Roma, al Nuovo cinema Aquila lo scorso 3 aprile, rimandiamo ai siti del giornalista e a quello della casa editrice:

https://www.danielebiacchessi.it/ ;  http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/?r=82236

I Severini interpretano con la musica alcune parti della narrazione e si alternano al monologo dell’autore che a volte sapientemente si rivolge  al pubblico,  ed è tutto qui, essenziale, spoglio, privo di scenografia o effetti scenici,  brani e parole bastano per suscitare negli spettatori rabbia, protesta.

Biacchesi è una sorta di “aedo”, un  cantastorie  che gira per l’Italia raccontando e chiedendo giustizia per far in modo che alcune delle tante stragi impunite che hanno insanguinato la nostra terra non cessino di indignarci, par far si che le vittime innocenti di alcuni degli  orrori della seconda guerra mondiale come le stragi nazifasciste di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, o degli attentati negli anni successivi a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, al treno Italicus, alla stazione di Bologna,  a via dei Georgofili, fino a quelle di stampo mafioso contro i giudici, non muoiano una seconda volta .

Teatro civile per non dimenticare ferite grandi alla vita umana e alla giustizia, episodi in cui troppo spesso i colpevoli sono rimasti impuniti e i Poteri che hanno occultato e  nascosto per anni  le prove sono ancora forti, ammonimento a tutti noi per tener viva la memoria della nostra storia, per resistere all’oblio della ragione e all’imbarbarimento dei costumi che rischiano di farci precipitare in un abisso.

Repubblica Torino , 19 settembre 2008, “Il paese della vergogna, le verità negate d’Italia “

Un cantastorie contestatario, accompagnato da due chitarristi, è il perno di Il paese della vergogna, recital musicato di e con Daniele Biacchessi e i fratelli rock Marino e Sandro Severini dei Gang, oggi alle 21 al Circolo dei Lettori. Giornalista, scrittore e voce narrante, Biacchessi snocciola le verità negate di un’ Italia fosca, già argomento dei suoi libri e di quello in particolare che porta lo stesso titolo dello spettacolo, edito da Chiarelettere. Stragi e colpevoli fantasma, da Marzabotto a Bologna, nazifascismo, terrorismo e mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Trait d’ union l’ ingiustizia, che accomuna i tanti protagonisti della narrazione. Biacchessi è stato definito «l’ unico erede della narrativa civile di Pier Paolo Pasolini».

Il Tirreno , 4 agosto 2008, “Nel paese della vergogna”

1944, Sant’Anna di Stazzema. Inizia da un immagine di un girotondo di bambini il racconto di Daniele Biacchessi che con “Il paese della vergogna” sarà a Massa, parco Comasca, il 6 agosto alle 21. Questo spettacolo parte da un dato di fatto, incontrovertibile. In Italia la verità storica non segue mai lo stesso binario della verità giudiziaria. Le prove delle stragi nazifasciste di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto nascoste nel cosiddetto “Armadio della vergogna”. I colpevoli di stragi come Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, stazione di Bologna, Rapido 904, sono tutti sostanzialmente liberi. E’ l’Italia spiazzante delle verità negate, raccontate da Biacchessi attraverso scene esemplari, flash su personaggi diversi tra loro ma uniti da un solo nome: ingiustizia. Un collage di fatti e storie, carichi di emozioni.  A Biacchessi «non servono effetti speciali – scrive Bruno Ventavoli sulla Stampa – Bastano la sua voce e la volonterosa musica di un paio di amici. Perché è la storia d’Italia, quella più fosca, più scomoda, più vergognosa, ad accapponare la pelle del pubblico. Daniele Biacchessi gira le piazze come un antico cantastorie a svegliare le coscienze dei cittadini».  “Il paese della vergogna” è uno spettacolo e un libro pubblicato da Chiarelettere Editore che raccoglie, in una versione riveduta e ampliata, alcuni testi di teatro narrativo civile scritti e interpretati in centinaia di repliche da Daniele Biacchessi:”La storia e la memoria”, “Fausto e Iaio”, “Storie d’Italia” e “Quel giorno a Cinisi. Storia di Peppino Impastato”. I quadri sulla strage di via dei Georgofili e Libero Grassi sono scritti da Raja Marazzini.

Trentino , 24 aprile 2008, “Fausto e Iaio, il sacrificio per la verità”

Per non dimenticare la drammatica storia di due ragazzi che persero la vita in una delle più controverse vicende degli anni Settanta. Nel 30º anniversario della loro scomparsa, l’associazione Fahrenheit 451 invita allo spettacolo teatrale “Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni?”. L’appuntamento è per oggi, alle 21, al centro sociale Bruno. Protagonista di una rievocazione che ha la forza della memoria e l’intensità del teatro è la voce di Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, caposervizio di Radio24-Il Sole24ore.  Biacchessi è accompagnato al sassofono dall’amico Michele Fusiello nel ripercorrere, tra narrazione, musica e testimonianze d’archivio, i fatti che portarono al tragico epilogo del 18 marzo 1978. Quella notte, Fausto Tinelli, di origini trentine, e Lorenzo “Iaio” Iannucci, entrambi diciottenni, vennero uccisi a colpi di pistola a Milano, in via Mancinelli, da un commando di neofascisti. I due giovani frequentavano il centro sociale Leoncavallo e stavano conducendo un’inchiesta sul traffico di droga a Lambrate Città Studi. Le indagini, con la collaborazione di giornalisti indipendenti, portarono alla luce il legame tra bande di estrema destra e organizzazioni malavitose.  L’attentato non lasciò indifferente un Paese già scosso dal rapimento di Aldo Moro, avvenuto due giorni prima, e oltre centomila persone commosse e forti di rabbia si radunarono in piazza S.Materno per l’addio ai due ragazzi. Tuttavia, le inchieste aperte dopo l’omicidio finirono in un vicolo cieco, con i nastri delle testimonianze scomparsi e l’ombra della reticenza. Nel dicembre 2000, la procura di Milano chiese l’archiviazione del fascicolo e il delitto restò impunito. Lo spazio di via Dogana propone un lavoro per tener viva la memoria di Fausto e Iaio e riflettere su una vicenda che si ripercuote sul presente, su una generazione che non può e non vuole dimenticare. (pa.fo)

La Nuova Ferrara, 6 novembre 2007, “Biacchessi racconta l’Italia contro la mafia”

Si è concluso, presso la Sala Civica Falcone e Borsellino di Migliarino, con lo spettacolo di Daniele Biacchessi: “Storie d’Italia – Viaggio nell’Italia che resiste alla mafia”, il ciclo intitolato: “Mafia e Legalità”, nato per divulgare la cultura della legittimità tra i giovani e i giovanissimi, promosso dai Comuni di Migliarino, Ostellato e Comacchio.

Le vicende che Biacchessi (attore, giornalista, scrittore e vicecaporedattore di Radio news 24) porta in scena diventandone la voce narrante, sono un disarmante viaggio nella memoria di un Paese (l’Italia), dove spesso verità e giustizia si smarriscono negli intrighi della disinformazione, dei depistaggi e dei silenzi.

Una performance semplicemente straordinaria di questo cronista che, con il teatro narrativo civile, ha scelto di non fermarsi alla scrittura ma di aprire il sipario a storie dimenticate o archiviate. Sul palcoscenico: un leggio, un microfono, un sassofono, un grande schermo a fare da “quinta”, alcuni documenti sonori, l’inseparabile amico-musicista Michele Fusiello e “lui”, avvolto da un silenzio quasi imbarazzante che comincia a raccontare storie di mafia, di stragi, di verità scomode. Biacchessi, con l’aiuto di immagini inedite e testimonianze sonore, apre il diario dell’Italia che si ribella a Cosa Nostra. La pagina del caso di Placido Rizzotto e la strage di Portella della Ginestra. Le minacce ad un uomo per bene: l’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso perché venuto a conoscenza dei legami finanziari tra Cosa Nostra e la Banca Privata di Michele Sindona. I tragici episodi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il doloroso epilogo (scritto insieme al poeta Raja Marazzini), di un amore “mancato” tra due fidanzati fiorentini, dove lui morirà nell’esplosione di via dei Georgofili, che colpì la Galleria degli Uffizi e un palazzo adiacente. Per concludersi con il ricordo dell’imprenditore Libero Grassi, morto per non aver mai abbassato la testa davanti alla mafia. Biacchessi ha incantato, riuscendo a togliersi i panni dell’attore per entrare in quelli del narratore, che “vive” il suo stesso racconto in un tracciato di parole, silenzi e commenti sonori (di grande suggestione), che hanno materializzato un piccolo miracolo drammaturgico. “Perché nulla vada mai dimenticato”.

Il Tirreno , 11 settembre 2007

Al “Settembre” un’intera serata dedicata al tema della legalità. È stata organizzata dal Comune termale con il patrocinio della Provincia di Pisa e Avviso Pubblico. Prima dello spettacolo una gustosa cena a base di ricette siciliane realizzate grazie a numerosi volontari con i prodotti delle terre confiscate alla mafia. Libera Terra in prima linea come associazione che ha favorito questo processo di riscatto proprio in forza di una legge di iniziativa popolare del 1996 con la quale i terreni appartenenti ai boss della malavita sono stati restituiti alla collettività. Operano cooperative sociali composte da giovani che con il lavoro e l’impegno civile hanno permesso un’impresa davvero importante. I frutti del lavoro vengono distribuiti grazie a un circuito e a un mercato sano e virtuoso.  La grande partecipazione di pubblico alla serata ha positivamente colpito gli organizzatori. Non meno di 180 coperti e tutti i prodotti venduti nel giro di una sola ora. Dopo il banchetto sono saliti sul proscenio il sindaco Paolo Panattoni, l’assessore provinciale Gabriele Santoni, don Armando Zappolini e l’editore Salvatore Coppola. Ognuno ha fatto le considerazioni del caso sul progetto attuale e su quelli futuri nella lotta contro le mafie nell’affermazione del principio della legailità. Grandi consensi allo spettacolo teatrale “Storie di Italia” di Daniele Biacchessi e Michele Fusiello. Biacchessi, vice capo redattore di Radio news 24, ha fatto vivere al pubblico un’atmosfera di emozioni profonde provenienti da una memoria comune, la memoria italiana. «Una memoria drammatica – ha spiegato Biacchessi – fatta di misteri e inganni ma anche custode delle idee e degli ideali di grandi uomini di cui la morte, a dispetto di chi l’ha voluta, ha segnato la nascita nuove speranze, forti come la rabbia».  In scena con un eccellente dosaggio di multimedialità, cronache e recitazione veri e propri affreschi di memoria. Cinque quadri di storia contemporanea: Placido Rizzotto e Portella della Ginestra, Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la strage di via dei Georgofili a Firenze e Libero Grassi.

Teatrica, giugno 2007, “Quando la denuncia della catastrofe diventa spettacolo” di Federica Maccotta

Teatro e giornalismo si intrecciano nel campo dell’inchiesta, un genere che vive su quotidiani e riviste, pur con alterne fortune, e che da una decina d’anni ha sconfinato sui palcoscenici italiani. Prendendo in prestito, dalla professione del reporter, il metodo d’indagine: un metodo basato sul lavoro sulle fonti, sulla citazione di documenti e testimonianze, sulle ricerche sul posto. In una parola, su un patto di onestà che viene stipulato tra giornalista e lettore: quel che stai leggendo merita fiducia perché è stato fatto tutto il possibile per restituire una versione corretta dei fatti, vicina alla realtà, senza pregiudizi e schieramenti.

Con questi “ferri del mestiere” lavorano anche alcuni autori e attori teatrali, quelli che hanno scelto di portare in scena la ricostruzione di vicende dimenticate o poco conosciute, in bilico tra teatro civile, di narrazione e politico. “Teatro d’inchiesta” è infatti un’etichetta instabile, che comprende spettacoli ed esperimenti molto diversi tra loro. Uniti, tuttavia, dal patto di onestà: uniti da una ricerca seria e documentata che si riflette nella drammaturgia. L’esempio più noto è Il racconto del Vajont (1993) di Marco Paolini, vero apripista del genere in Italia. Il primo a raggiungere un pubblico che le rappresentazioni teatrali tradizionali non possono neanche sognare: tre milioni e mezzo di spettatori in una sera. Il lavoro dell’attore-autore veneto è stato infatti trasmesso in diretta da Raidue, il 9 ottobre 1997, proprio dalla diga del Vajont. Qui, il 9 ottobre del 1963, quasi duemila vite vennero spezzate a causa di una frana che dal monte Toc cadde nell’invaso della Sade alzando un’onda che scavalcò la diga stessa, cancellando il paese a valle, Longarone.

Una tragedia che all’inizio venne considerata una “ribellione della natura” ma che presto si è rivelata costruita dall’uomo e dalla sua irresponsabilità: questo racconta Paolini, basandosi su Sulla pelle viva, libro-inchiesta della giornalista Tina Merlin che seguì per il quotidiano l’Unità l’intera vicenda del Vajont, sugli atti del processo alla Sade (Società adriatica di elettricità) e sulle testimonianza che lo stesso Paolini ha raccolto nel corso degli anni. Testimonianze che gli hanno permesso di correggere, sistemare e ridefinire il testo drammaturgico di volta in volta: cambiandolo, se necessario, da una replica all’altra, da una sera all’altra. «Ho avuto – spiega Paolini in Quaderno del Vajont – la preoccupante sensazione che qualsiasi cosa avessi detto sarebbe diventata la verità sul Vajont. Allora abbiamo massacrato il testo alla ricerca di contraddizioni e punti oscuri. Ho condiviso questo lavoro con colleghi e spettatori, con testimoni e protagonisti di questa storia, ho incontrato anche alcune persone che nomino nel racconto. Ogni cambiamento comportava un peggioramento momentaneo della qualità teatrale del racconto, perché i passi nuovi non erano fluidi e sicuri come gli altri. Ma è su questo, sulla consapevolezza di non mentire, che ho costruito l’orazione. Alla fine del racconto dico sempre: “Avete il diritto e anche il dovere di dubitare di tutto quello che avete ascoltato”».

Il lavoro di Paolini dunque, come quello del reporter, non ha l’ambizione di dire l’ultima parola o di aver raggiunto una verità assoluta. Piuttosto, lasciando parlare i fatti e quindi la realtà, il teatrante e il giornalista mirano a restituire allo spettatore e al lettore un quadro più completo, nel quale, come in un puzzle, vengono accostati eventi e nomi, ricostruendo quel contesto che spesso manca nell’informazione come nella coscienza civile.

Un’operazione analoga a quella di Vajont è stata fatta da Paolini per altre due pagine nere della storia italiana recente: la vicenda di Ustica e quella del Petrolchimico di Porto Marghera. Al Dc9 Itavia scomparso nelle acque tra Ponza e Ustica vengono dedicati I-tigi. Canto per Ustica (che debutta, con l’accompagnamento musicale di Giovanna Marini e del suo quartetto, nel giugno 2000 in piazza Santo Stefano a Bologna e viene trasmesso da Raidue il 6 luglio 2000) e I-tigi. Racconto per Ustica (2001, senza il Quartetto vocale). La storia complicata e misteriosa, storia di tecnicismi e superficialità, dell’aereo precipitato il 27 giugno 1980 viene ricostruita con precisione attraverso l’istruttoria del giudice Rosario Priore e il materiale originale (tracciati radar, registrazioni, carte) raccolto da Daniele Del Giudice, che ha scritto il testo con Paolini. Anche Parlamento chimico. Storie di plastica (2002) si basa principalmente sugli atti di un processo: quello condotto dal giudice Felice Casson, aperto grazie alla denuncia documentata sporta da un operaio del Petrolchimico in pensione. Gabriele Bartolozzo ha ricollegato infatti, grazie all’aiuto di esperti, la morte per tumore di centocinquanta operai alla tossicità di materiali chimici usati nello stabilimento: soprattutto cvm e pcv (cloruro di vinile e cloruro di polivinile).

I-tigi e Parlamento chimico, come Vajont, si scontrano con una difficoltà che si presenta anche al giornalista: utilizzare termini tecnici, riferiti a procedure specialistiche sconosciute ai più, rendendoli comprensibili. Prove d’invaso e carotaggi, aerovie e transponder, finanza e cloruri: per non rinunciare a usare le parole corrette, calzanti, il teatrante e il reporter sono costretti a spiegarle, ripeterle e rispiegarle, utilizzando paragoni con concetti d’uso comune, affinché le nozioni non scivolino addosso a chi legge o ascolta ma abbiano modo di sedimentarsi. Evitando così di rendere vana la ricostruzione dei fatti.

Non solo Paolini si trova di fronte a questo problema: i temi scelti dal teatro d’inchiesta sono per lo più temi difficili, storie ingarbugliate e caricate dal peso di perizie e tecnicismi. Storie che l’autore-attore non può sempre affrontare da solo: per questo – e per rendere ancora più solido il patto di onestà – spesso sceglie di rivolgersi a esperti che possano aiutarlo a chiarire, per primo a se stesso, i passaggi più difficili e specialistici. Roberta Biagiarelli, per esempio, racconta dei “comitati scientifici” che l’hanno guidata nella creazione dei suoi spettacoli per A come Srebrenica (1998) e per Reportage Chernobyl (2004). Biagiarelli infatti si è basata su libri, testimonianze e pareri di esperti: i comitati scientifici appunto, formati da giornalisti e scienziati (in particolare, questi ultimi, per lo spettacolo sul disastro nucleare del 1986 in cui viene data voce anche alle parole dei superstiti raccolte nel libro di Svetlana Aleksievic Preghiera per Černobil’) che hanno fornito dati e ricostruzioni degli eventi. Per il lavoro su Srebrenica, città posta nel 1993 sotto la protezione dei caschi blu dell’Onu durante la guerra nella ex Jugoslavia e attaccata nel luglio del 1995 dalle forze serbo-bosniache che ne massacrarono gli abitanti, l’attrice è stata invece molte volte in quella zona, raccogliendo le testimonianze dei sopravvissuti e dei profughi. Da questa esperienza è nato, nel decennale della strage, anche un video-reportage a metà strada tra documentario e teatro, creato dalla stessa Biagiarelli e dal giornalista Luca Rosini: Souvenir Srebrenica (2006), finalista al premio David di Donatello del 2007. In questo caso, dunque, dietro allo spettacolo esiste un vero e proprio impegno di indagine e reportage sul posto da parte dell’autrice, che non si è limitata a lavorare sulle inchieste redatte da altri.

Anche Portopalo. Nomi, su tombe senza corpi (2006) nasce da un viaggio compiuto dagli autori (Giorgio Barberio Corsetti, Guido Barbieri e Oscar Pizzo) nei luoghi del suo tema. Questo “requiem civile” è un intreccio di musica, testimonianze e immagini dedicato alla tragedia del naufragio fantasma del Natale 1996, quando la F174, un barcone carico di migranti, affondò al largo della costa siciliana portando con sé 283 vite. Una tragedia – la più grande del Mediterraneo dopo la fine della seconda guerra mondiale – passata per anni sotto silenzio, della cui esistenza si è addirittura a lungo dubitato e portata alla luce nel 2001 da un’inchiesta del giornalista de la Repubblica Giovanni Maria Bellu. Portopalo racconta solo in minima parte quanto successo dieci anni prima, concentrandosi sul dopo: gli autori sono stati in Sicilia, per comprendere le reazioni degli abitanti di Portopalo di Capo Passero (i pescatori trovavano nelle proprie reti i cadaveri ma non denunciavano l’accaduto per timore di fermare l’economia della pesca), e in Pakistan, il paese da cui veniva gran parte dei migranti. Qui hanno parlato con le famiglie, hanno tentato di documentare il peso del dolore, dell’assenza, del vuoto. Durante lo spettacolo infatti (nato dunque da un reportage nato a sua volta da un’inchiesta giornalistica) vengono proiettate le immagini del viaggio, accompagnate dalla musica dal vivo e dalle testimonianze di alcuni dei protagonisti: in scena ci sono Bellu, il pescatore siciliano Salvatore Lupo, il rappresentate dei lavoratori pakistani in Italia Shabir Mohammad e due sopravvissuti al naufragio, Shahab Ahmad e Mohammad Afzal. Quest’ultimo ha avuto la possibilità di venire in Italia e testimoniare al processo proprio grazie agli autori di Portopalo, che lo hanno “scoperto” in Pakistan.

Il naufragio del 1996 ha ispirato anche un’altra pièce: La nave fantasma (2004) di Bellu, Renato Sarti e Bebo Storti (Teatro della Cooperativa). A differenza del lavoro di Barberio Corsetti, Barberi e Pizzo, questo spettacolo si concentra sul viaggio della Yiohan (la “nave madre”) e sulla notte dell’affondamento della F174, mettendone in luce gli aspetti più paradossali e grotteschi. Si tratta infatti di un “cabaret tragico” che ripercorre con fedeltà le tappe dell’inchiesta di Bellu sottolineando l’assurdità, quasi caricaturale, di alcune situazioni: il silenzio delle autorità, il comportamento “omertoso” di chi sapeva e non ha parlato, l’attenzione scarsissima dei media riguardo a questa tragedia. La spirale del silenzio, insomma, in cui è scivolata la morte di 283 persone a poche miglia dalle coste italiane. Spirale rotta da Sarti e Storti che portano in scena, tra sketch comici e denuncia, lo stesso pubblico, obbligandolo ad ascoltare e a reagire. Il riso infatti è una forma di condivisione e compartecipazione, amplificata in questo caso dalla continua interazione tra platea e palco: tutti gli spettatori vengono per esempio coinvolti nella scena finale, quella delle tempesta, durante la quale i due attori leggono le deposizioni dei sopravvissuti.

Un’altra tragedia del mare, quella del traghetto della Navarma (oggi Moby Lines) che la notte del 10 aprile 1990 bruciò al largo del porto di Livorno causando la morte di 140 persone (ci fu un solo sopravvissuto), è riletta in teatro da Francesco Gerardi e Marta Pettinari in M/T Moby Prince (2006). Gli autori e interpreti restituiscono allo spettatore la ricostruzione – o meglio, le ricostruzioni – di quanto accadde quella notte: attraverso le testimonianze e le perizie raccolte nel processo, utilizzando materiale video e audio (le registrazioni delle comunicazioni radio), danno voce alle diverse “verità” emerse. Interpretazioni di come siano andate le cose, di come e perché ci sia stata una collisione tra il Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo: interpretazioni, appunto, che a quasi venti anni di distanza non hanno portato a una soluzione certa di questo “mistero d’Italia”, che nella memoria collettiva resta da imputare alla nebbia o alla distrazione dell’equipaggio (che stava guardando una partita di calcio, si disse).

Le nebbia che forse avvolse il Moby Prince e che certamente avvolge tante storie semi-dimenticate è la stessa che nell’ottobre 2001 portò alla collisione, sulla pista dell’aeroporto di Linate, tra l’aereo MD87 della Scandinavian Airlines System e un Cessna Citation, causando 118 vittime. Ma non fu solo la foschia della pianura padana il motivo dello scontro: ci furono altre responsabilità, emerse durante le indagini e raccontate da Giulio Cavalli in Linate 8 ottobre 2001 (2006), scritto con Fabrizio Tummolillo. Per farlo, l’attore milanese ha scelto di usare documenti giudiziari e perizie, ma anche l’ironia grottesca del grammelot della Commedia dell’arte, forma espressiva tipica dei giullari del Cinquecento e che, ai giorni nostri, è indissolubilmente legata al premio Nobel Dario Fo. La mimica esagerata, la recitazione viscerale e il linguaggio nonsense si piegano dunque a fare la cronaca di una vicenda caratterizzata da elementi di banale incredibilità: la segnaletica aeroportuale fuori norma, sulle piste i segnali anti-intrusione disattivati da anni, il radar di terra che è stato acquistato ma non ancora installato, i segnali di stop con luci rosse e verdi accese insieme.

I lavori su Linate e sul Moby Prince, così come il canto per Ustica di Paolini, sono nati su sollecitazione delle associazioni dei familiari delle vittime: tuttavia, spiega lo stesso Paolini, non si tratta di “casi”, di dolori individuali, bensì di storie che devono diventare parte del bagaglio civile dei cittadini, per insegnare loro a indignarsi ma soprattutto a farsi domande e a pretendere risposte. «I Tigi siamo noi ogni volta che voliamo», spiega l’attore veneto, che ha scelto di trasformare la sigla dell’aeroplano nel nome di un popolo, così simile a quelli dei primi abitanti della penisola italica.

La Storia e le storie d’Italia, le vicende cariche di dolore e mistero che hanno segnato il Novecento, sono al centro delle letture (reading) del giornalista Daniele Biacchessi, che ha scelto di dare una forma di monologo teatrale alle sue inchieste, spesso accompagnato dal sax di Michele Fusiello: i testi e i video delle sue performance si possono consultare su internet, sul sito Retedigreen.com. I temi spaziano dalla ricostruzione della fuga di gas tossico dalla fabbrica chimica Icmesa di Meda, al confine con Seveso il 10 luglio 1976 in La fabbrica dei profumi (1996), alla morte di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi di diciotto anni legati al centro sociale milanese Leoncavallo uccisi il 18 marzo 1978 nel quartiere Casoretto di Milano in Fausto e Iaio (1998). Dalle stragi, piccole e grandi, che hanno insanguinato l’Italia in La storia e la memoria (2004), agli omicidi di mafia in Storie d’Italia (2006) e in Quel giorno a Cinisi (2006) sulla morte di Peppino Impastato il 9 maggio 1978. Infine, il lavoro più recente di Biacchessi è Luigi Tenco (2007), dedicato al cantautore morto, per un colpo di arma da fuoco, il 27 gennaio 1967 in un albergo di Sanremo mentre nella città ligure si svolgeva il Festival, a cui Tenco partecipava.

Il teatro d’inchiesta spesso indaga, come si è visto, vicende del passato più o meno recente. Ma in un caso – Genova 01 (2001) di Fausto Paravidino – si è occupato di cronaca quasi contemporaneamente al suo svolgimento. Il lavoro di Paravidino sul G8 del 2001 ha infatti visto la luce, seppure in forma di work in progress, a breve distanza dagli eventi: ne è nata una istant play, commissionata al giovane autore genovese dal Royal Court Theatre di Londra per rendere noti i fatti di Genova al pubblico inglese. Genova 01 da allora ha subito trasformazioni e trascrizioni: alla luce di inchieste, di prove e di documenti, Paravidino ha aggiunto al testo nuovi elementi, nel tentativo di restituire una ricostruzione il più possibile onesta e fedele ai fatti. «All’inizio – racconta per esempio Paravidino – dicevamo che il risultato delle violenze di Bolzaneto erano tre persone in prognosi riservata; purtroppo abbiamo dovuto cambiare in “tre persone in coma”». Il testo “istantaneo” ha così raggiunto la forma con cui viene messo in scena ancora oggi, a sei anni di distanza: un collage di informazioni che viene presentato, più che rappresentato, da un coro di giovani. Che evidentemente assumono il punto di vista dei manifestanti, ma che non prendono le parti di nessuno: il racconto vuole essere lineare e pulito proprio perché siano i fatti accertati a parlare da soli.

Questa è infatti la chiave del teatro d’inchiesta: non interpretare ma presentare, sulla base di una seria documentazione. Un patto d’onestà che si sta ritagliando sempre maggior spazio sui palcoscenici di un Paese in cui memoria, informazione e coscienza civile hanno spesso contorni sbiaditi.

Santannadistazzema.org , maggio 2007, intervista a Daniele Biacchessi.

“Ad oggi la Storia e la Memoria conta più di 300 repliche, svolte in giro per l’Italia e per il mondo”. Daniele Biacchessi descrive così il suo spettacolo di teatro civile con il quale ripercorre le vicende più tristi ed intricate della recente storia del nostro paese, in un viaggio attraverso la realtà che inizia il 12 agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema, quando vennero trucidati dai nazifascisti 560 innocenti, e termina a Bologna, alla stazione, il 2 agosto 1980 quando un attentato terroristico provoca 85 morti e 200 feriti. Lo spettacolo è incentrato su Biacchessi che narra accompagnato dal sassofono del jazzista Michele Fusiello, mentre alle sue spalle scorrono immagini delle vicende via via trattate, rese ancor più suggestive dal sonoro originale di alcuni fatti tragici come quello di Piazza della Loggia Brescia.“ La Storia e la Memoria- prosegue il giornalista vicecaporedattore di Radio24-Il Sole24ore, Premio Cronista 2004 e 2005 ed autore di sedici libri d’inchiesta- nasce e viene interpretato in spagnolo per la prima volta in centro America in occasione di un viaggio di solidarietà in quei paesi organizzato dall’Arci. Mi venne chiesto di portare non solo beni materiali, come libri, mixer audio, trasmettitori radio, necessari a realizzare eventi culturali ma anche qualcosa che riguardasse la nostra storia”. Ecco quindi che la rappresentazione prende vita. “Si raccontano 60 anni di storia come se si affrontasse un vero e proprio viaggio : gli occhi dei bambini di Sant’Anna mentre stretti per mano fanno il girotondo sono gli stessi occhi dei bambini che, abbracciati alle loro mamme, aspettavano di prendere il treno nella stazione di Bologna per andare al mare. Si attraversa una spazio temporale rendendosi conto che si affronta un passato che non passa ma che, invece, si ripete ciclicamente : i fascicoli delle stragi, di tutte le stragi di ogni epoca vengono occultati. E’ questo un altro legame che accomuna Sant’Anna a Piazza Fontana, la Questura di Milano a Piazza della Loggia di Brescia, l’Italicus a Marzabotto”. L’Armadio della Vergogna, il grande mobile simile ad una cassaforte posto nel semiscantinato di Palazzo Cesi a Roma, sigillato e girato con le ante verso il muro che ha contenuto per più di 50 anni la documentazione sulle stragi nazifasciste in Italia, è il simbolo di questi silenzi. “E’ il motivo che induce a riflettere sulla classe dirigente italiana e alla volontà perpetrata di celare la verità e di non consegnarla alla storia. La prima vera strage in tempo di pace è stata quella di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947 ma ce ne sono altre, come quella di Piazza Fontana del 1969 in cui non esiste una verità giudiziaria ma solo una verità storica. Lo stesso dicasi per Peteano di Sagrado, nel 1972, per la Questura di Milano nel ’73, Brescia, l’Italicus, Bologna. A Sant’Anna alcuni degli assassini sono stati rintracciati e condannati anche se con colpevole ritardo: c’è amarezza perché non pagheranno mai con il carcere essendo oramai troppo anziani”. Il girotondo dei bambini di Sant’Anna finisce accanto alla valigia contenente 25 kg di esplosivo serviti per far saltare in aria un’ala della stazione di Bologna. Per Daniele Biacchessi venire a Sant’Anna il 2 giugno è una grande emozione. “Sono onorato di venire a Sant’Anna- ha detto- e di portare lì uno spettacolo raccontato ormai a centinaia di migliaia di persone. I luoghi contano, eccome : questo in particolare è il posto che più mi emoziona. La mia intenzione è di trasmettere la commozione e la forte richiesta di giustizia invocata che invocano queste stragi, facendomi carico della voce dei cittadini e dei familiari delle vittime. Non c’è modo migliore di celebrare la nascita della Repubblica se non venendo a Sant’Anna
di Stazzema, ricordando la Costituzione : non esiste luogo migliore né più importante di questo. La memoria non è solo ricordo : ci vuole di più ,serve la consapevolezza di ciò che è stato per chiedere giustizia e verità su queste pagine drammatiche”. Biacchessi punta il dito contro il revisionismo storico. “Non ci può essere perdono né pacificazione se si racconta la storia delle stragi in modo diverso da come è accaduta realmente : i repubblichini portarono i fascisti a Sant’Anna, collaborarono ed ebbero gravissime responsabilità nella carneficina di 560 innocenti”.

Il popolo del blues, febbraio 2007, “A ritmo di blues” di Alessandro Mannozzi

Daniele Biacchessi è un cronista. Con le palle. E’ uno di quelli che quando annusano una pista, colgono quelle discrepanze che non fanno quadrare il ragionamento, non si ferma più. Porta sempre a qualcosa andare ad indagare nelle pieghe degli avvenimenti,della vita delle persone, nei rapporti di polizia o di altre entità. Non sempre torni a casa tranquillo ma così è la vita.

Biacchessi è giornalista d’inchiesta, scrittore, regista dei suoi spettacoli di Teatro Civile ed è profondamente legato alla radio: da diversi anni è vicecaporedattore di Radio 24 dove conduce la trasmissione “Giallo e Nero” il sabato alle 19.30 e la domenica alle 12.00. Ha scritto quindici libri che sono altrettante inchieste su fatti che hanno reso la storia di questo paese a volte penosa da raccontare: il delitto Tobagi, quello di Fausto e Iaio, D’Antona, Biagi, il terrorismo e la politica degli anni ’70 per citare solo una parte. A un certo punto ha deciso di coniugare la sua voglia di verità con la musica ed il ritmo del blues e nascono gli spettacoli del Teatro Civile. Monologhi dove Biacchessi sviscera i fatti, racconta le storie, i contesti con la musica e le immagini che raccontano anche loro dando il ritmo alla narrazione. Alcuni titoli: “Storie d’Italia” sulla mafia e sui giudici Falcone e Borsellino, ”La fabbrica dei profumi” sul disastro dell’Icmesa di Seveso, ”Quel giorno a Cinisi” sull’omicidio di Peppino Impastato. In ognuno degli spettacoli Biacchessi si avvale della performance musicale di Gaetano Liguori al piano o del sassofonista Michele Fusiello. Lo abbiamo incontrato per parlare di tutto questo, per capire dove vuole arrivare.

Da dove nasce la decisione di proporre le tue inchieste in teatro,nelle università,nelle piazze,nei centri sociali?

I luoghi contano. Lo spettacolo “La storia e la memoria” del 2004 inizia in spagnolo in un viaggio di solidarietà con il centroamerica, organizzato dall’Arci. Per anni portavano in molti paesi materiali per le Case delle Culture, soprattutto a Cuba. Mi hanno chiesto di seguirli con un racconto di teatro civile sulla nostra memoria. Così mi sono ritrovato su un palco, con luci, impianto audio(allora utilizzavo musiche di scena registrate)e i luoghi erano sempre biblioteche, Case delle Culture. E’ successo a Trinidad, Santiago, Avana, Niquero. Poi, tornato in Italia, il racconto é proseguito nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, a Sant’Anna di Stazzema, Montesole, Marzabotto. Poi ancora nelle piazze, nelle strade italiane e naturalmente nei teatri, accompagnato dall’inseparabile sassofonista Michele Fusiello. Anche per il racconto su Peppino Impastato, (“Quel giorno a Cinisi”) che realizzo con il grande del jazz italiano Gaetano Liguori, il racconto é partito proprio dalla Sicilia, da Cinisi, il paese di Impastato. Sul palco piazzato davanti al municipio, dove lui denunciava le ingiustizie e gli affari sporchi della mafia, sembrava essere nella pellicola “Cento passi” di Marco Tullio Giordana. Oppure la sera del 18 marzo 2003, con i Gang sul palco montato in via Mancinelli a Mlano, dove vennero uccisi due giovani del Leoncavallo, Fausto e Iaio. I luoghi sono simbolici. Solo così le parole possono volare alte davvero.

La mafia,le stragi,la politica e i delitti eccellenti. Sono queste le “Storie d’Italia” che corrono il rischio di venir dimenticate ?

Sono tutte storie dimenticate, se ci pensi bene. In “Storie d’Italia” racconto la figura di Giorgio Ambrosoli, un avvocato liberale che viene incaricato di far luce sugli affari del finanziere Michele Sindona e la sua banca privata. Scopre che Sindona é uomo di mafia e che ha amici potenti dentro le istituzioni, dentro i partiti che governano il paese, dentro il Vaticano. Potrebbe farsi comprare, chiudere gli occhi e salvarsi la vita. Invece tira dritto e insieme al fido finanziere Silvio Novembre scompagina le carte di Sindona che sarà arrestato. Poi Ambrosoli verrà ucciso dalla mafia politica. E’ una storia italiana straordinaria, é la storia di uno che ha fatto il suo dovere. Nello stesso spettacolo racconto in cinque minuti la storia di due ragazzi che si baciano a Firenze, sotto gli Uffizi, il 23 maggio 1993. Non sanno che a pochi metri c’é una macchina imbottita di tritolo. Sono i loro ultimi cinque minuti d’amore. E’ poesia, ogni volta che mi tocca raccontarla mi si annodano le corde vocali.Non bisogna dimenticare, perché il passato che non passa rischia di minare le regole della nostra fragile democrazia.

C’è differenza tra un libro,un articolo e uno spettacolo dal vivo ? In che modo il rapporto col pubblico è più profondo ?

Sono linguaggi differenti e rapporti diversi con il pubblico. Ho scritto 15 libri d’inchiesta. Sono volumi che hanno venduto molto ma i miei lettori li ho conosciuti anni dopo, nonostante girassi in lungo e in largo l’Italia. Stessa cosa vale per un articolo su un quotidiano o per un servizio radiofonico. I tempi di reazione sono più lunghi. Sul palco invece guardi negli occhi il pubblico, senti i loro timori, i respiri, le tensioni, la tranquillità. Un bravo narratore sente tutto, comprende anche quando un pezzo stenta a decollare, quando il testo non é perfetto. Il pubblico se ne accorge. Chi viene a sentire spettacoli come i miei é gente preparata sul piano culturale, non puoi ingannarla.

Come ti sei trovato a passare dall’esposizione giornalistica di un fatto a quella invece drammaturgica e quanto il fare radio ti ha favorito?

La radio é la mia vita. Ho cominciato nel 1976 a Milano nelle radio democratiche e di informazione, ora, 31 anni dopo, sono vicecaporedattore di radio24, emittente del Sole 24 ore. Utilizzo la mia voce, la carico quando é necessario, la rendo più fluida nel caso dovessi leggere un notiziario. La voce é lo strumento per eccellenza e l’uomo non sempre conosce le sue potenzialità. In radio sono uno che sperimenta. In qualche modo il programma “Giallo e Nero” su Radio24 si avvicina al mio modo di fare teatro. Il programma nasce su carta, dalla forma scritta, poi si avvale dei documenti di archivio che in questo caso sono sonori, infine tutto viene amalgamato dalla musica attraverso un editing molto complesso. Anche i miei spettacoli di teatro civile nascono da un testo, si mischiano con la musica di Fusiello o di Liguori, vengoo migliorati dalle immagini che scorrono dietro e dai sonori d’archivio come la bomba di Piazza della loggia a Brescia oppure la voce di Peppino Impastato. Tanti mezzi uniti dalla forza della voce.

Quanti giovani vengono a vederti? Sono interessati a conoscere la storia recente italiana nonostante si dica che siano attratti da altro?

“Storie d’Italia”  é stato scritto per  l’associazione  Libera di Don  Luigi  Ciotti . Lo spettacolo  é proprio indirizzato ai giovani. Tutte le perfomances, a parte quella del 18 novembre 2006 a Roma, si sono svolte di mattina, in teatri stipati da ragazzi delle scuole superiori, preparati dai loro insegnanti attraverso corsi di formazione sulla legalità. C’è un bisogno di sapere sorprendente. Tante cose che racconto non sono scritte nei loro libri di testo. Alcune volte non riesco ad andare via perché alla fine mi avvolgono di domande. Sono sempre felice di offrire loro adeguate risposte.

Quanto la musica è importante nelle tue performances?

E’ fondamentale. Io sono un appassionato di musica. Ascolto rock, musica progressiva, jazz, blues, folk americano e inglese, musica etnica di ogni parte del mondo, elettronica, avanguardia. Sono affascinato da tutto quello che é ricerca e musica di qualità. Il sassofonista Michele Fusiello é un jazzista che ama esplorare sonorità diverse, alcune volte ancorate alla tradizione degli standard(Monk, Coltrane, Dexter Gordon, Miles Davis) come per lo spettacolo “La soria e la memoria”, altre volte più moderne come per “La fabbrica dei profumi” su Seveso o “Storie d’Italia” sulla mafia. Le basi vengono create nella nostra sala prove, tra il binario 16 e 17 della stazione centrale di Milano, un luogo oltre l’underground. Lì componiamo con nuove tecnologie applicate alla musica, costruiamo il telaio, poi gli effetti, e ancora torniamo all’impianto finale con l’editing. Tutto viene misurato al millesimo di secondo con i miei tempi di lettura, con le pause teatrali, con le improvvise accelerazioni. E’ un lavoro che dura mesi. Quando siamo pronti inizia il nostro cammino lungo le strade del nostro paese. Tutto questo é blues, é il cuore e l’anima , la ricerca e la passione, la riscoperta delle nostre radici e della nostra memoria. C’é molto blues nei miei testi e nella mia voce. Non puoi raccontare la morte di centinaia di vittime innocenti se non credi in quello che fai. Il pubblico lo scopre in fretta. Non puoi fare tutto questo se non ti si scava un profondo buco nero nel cuore.

Pensi che questo modo di comunicare i fatti sia quello destinato ad aprire una breccia importante nella generale mancanza di curiosità che caratterizza questa epoca ?

Sì penso che il teatro civile o il teatro di narrazione sia uno dei modi per raccontare storie del paese dimenticate facendole arrivare ad un grande pubblico. In quattro anni ho parlato ad oltre 40 mila persone in 500 spettacoli. Sarebbe impensabile poter raggiungere la stessa audience con dibattiti e presentazioni. Anche se si dovesse andare in tv non sarebbe la stessa cosa. magari parli a milioni di persone ma quanto resta di quello che dici nel loro cervello, nella loro anima? Oggi bisogna scuotere il pubblico, c’é bisogno di indignarsi quando si apprende che i generali che hanno compiuto i depistaggi sulla strage di Ustica vengono assolti, quando la Cassazione assolve tutti gli imputati per la strage di Piazza Fontana, quando non c’é ancora un processo per la strage di Brescia. Ci si deve indignare quando i processi per le stragi di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto si chiudono(solo in primo grado) dopo 62 anni dagli eventi e si scopre che quelle verità erano state nascoste in un armadio chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto, nella sede della Procura Generale di Roma. Il teatro può sostituirsi alla mancanza di verità e di giustizia. Almeno per consegnare alle nuove generazioni un pezzo della memoria del nostro paese.  A giugno uscirà “Il paese della vergogna ” per l’editore Chiare Lettere. Raccoglie tutti i miei scritti di teatro civile.

Grazie Daniele Biacchessi, ilpopolodelblues non dimentica…

Repubblica, 20 gennaio 2007, “Da Impastato alla Merlin, un secolo di eroi al leonka ” di Paola Zonca

La resistenza, la tragedia del Vajont, le uccisioni di mafia, le donne di Srebrenica, le stragi nazifasciste e quelle degli anni ‘ 70 e ’80: temi diversi, momenti diversi della storia italiana ed europea uniti nella non-stop di musica e parole “Suoni della memoria”, stasera al Leoncavallo dalle 21 a notte inoltrata. Organizzata dal giornalista, scrittore e autore di teatro civile Daniele Biacchessi, presentata da Filippo Solibello, la serata occupa i vari spazi del centro sociale, dal palco centrale alla libreria, e vede la partecipazione di attori, musicisti e scrittori nel tentativo di proporre una riflessione su fatti dolorosi che hanno segnato il secolo scorso. «Il filo conduttore – spiega Biacchessi – è la capacità di ricordare e di indignarsi sulle vicende del nostro paese che non hanno avuto giustizia. Milano, medaglia d’ oro alla Resistenza, è una città che tende a dimenticare. E spesso alla politica, in altre faccende affaccendata, si sono sostituiti gli artisti». Si parte con un ritratto di Tina Merlin, la cronista dell’ Unità e scrittrice che ebbe un ruolo importante nell’ Italia post bellica. Sarà l’ attrice Patricia Zanco, nel lavoro A perdifiato: ritratto di Tina Merlin (ore 21 sul palco centrale), a ripercorrere il percorso biografico della giornalista, dall’ infanzia sulle montagne del bellunese alla Resistenza, fino al resoconto sul dramma del Vajont, da lei affrontato nel libro «Sulla pelle viva». Alle 21.30, sullo stesso palco, Daniele Biacchessi e il jazzista Gaetano Liguori raccontano attraverso musica e teatro la storia di Giuseppe Impastato, giovane militante antimafia ucciso dai sicari di don Tano Badalamenti il 9 maggio 1978 a Cinisi (Palermo), e il calvario di familiari e amici per ottenere giustizia. Un tema che torna nella presentazione del libro Peppino Impastato, scritto dal figlio Giovanni Impastato assieme a Gian Paolo Serino (ore 22, Spazio Libreria). Si parla anche dell’ alluvione che colpì nel 1951 il Polesine con l’ attore Marco Sgarbi (ore 22, al Baretto), si rievoca con il progetto realizzato da Sergio Ferrentino per la Radio della Svizzera Italiana l’ esecuzione della Settima Sinfonia di Sostakovich durante l’ assedio di Leningrado del 1942 (ore 22.30, palco centrale), si affronta la tragedia delle donne di Srebrenica con Roberta Biagiarelli. Ma ci sono anche Liguori con la sua Cantata rossa per Tall el Zaatar, un video inedito di Bebo Storti sulla memoria, un concerto delle band Gang e Yo Yo Mundi con brani del loro repertorio sulla Resistenza (palco centrale, ore 00.10), ancora Biacchessi che con Michele Fusiello riannoda il filo che va dagli eccidi nazifascisti alle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia in La storia e la memoria (palco centrale, ore 1.10). Il finale, all’ 1.45, è con un reading di Carlo Lucarelli, scrittore di letteratura gialla e noir. Dalle 21 al centro Sociale Leoncavallo, via Watteau 7.

Trentino, 20 dicembre 2006, “Non perdete il vizio della memoria ” di Corrado Consoli

Ottima affluenza di pubblico a Sociologia per l’incontro organizzato dal Coordinamento studenti sulla strage della stazione di Bologna nel 1980. Dopo una ventina di minuti e più di attesa, comprensibili visto lo sforzo dei ragazzi di allestire all’interno di un’aula di università una scenografia da palco, i presenti sono stati accolti dalla presentazione del professore di storia contemporanea Gustavo Corni, che nel 1980 studiava a Bologna ed era passato dalla stazione il giorno prima della strage, il quale parlando a nome del preside ha ricordato quanto sia importante per la facoltà un’apertura verso questo tipo di temi. Dopo una breve introduzione dei ragazzi, la scena è stata tutta di Daniele Biacchessi. Il giornalista d’inchiesta, nonché scrittore e autore di teatro civile, ha letto un suo monologo che ripercorre le tappe più dolorose delle violenze fasciste in Italia, dagli avvenimenti della Seconda guerra mondiale alle stragi di piazza Fontana e Bologna, fino all’omicidio di Carlo Giuliani. Biacchessi si è servito di numerose citazioni, come quella iniziale dal libro “Farheneit 451” di Ray Bradbury, che paragona l’uomo alla fenice che si getta di continuo nel rogo, dimentica degli errori passati, accompagnato da immagini in bianco e nero del ventennio fascista e dell’8 settembre e da musica molto varia, da quella italiana impegnata al jazz di Chet Baker, fino a un’elettronica soft. Il risultato è stato una lettura di forte presa sul pubblico, conclusa da un applauso scrosciante.

Il testimone è poi passato alla più sobria esposizione di Paolo Bolognesi: il presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna ha, con modi molto spicci ma diretti ed efficaci, fornito una rapida cronologia dei fatti dell’80, sulle implicazioni politiche, sulla nascita e le battaglie dell’associazione. Nessun governo italiano è stato risparmiato da Bolognesi, critico verso le incapacità nei risarcimenti e sulla stagnazione in Parlamento del disegno di legge popolare sull’abolizione del segreto di stato presentato dall’associazione ormai 22 anni fa. Molte le personalità pubbliche dell’epoca e di oggi considerate colpevoli di depistaggi delle indagini verso piste lontane da quelle neofasciste, come l’incidente o il complotto internazionale, o perlomeno di scarsa collaborazione: da Cossiga ad Andreotti, da Licio Gelli a Berlusconi, per i quali il discorso si è spostato sul ruolo nella vicenda della loggia P2. La discussione si è allargata sempre di più quando Bolognesi ha lasciato spazio alle domande del pubblico: la sala ha proposto una serie di questioni, opinioni, idee anche molto contrastanti tra di loro, dimostrando il grande interesse suscitato nei presenti, e il relatore ha risposto a tutti con il massimo della precisione, ricordando l’importanza per “i dirigenti del futuro” di portare avanti le opinioni sempre con il supporto dei documenti, prima di essere salutato da un grande applauso.

Narcomafie, giugno 2006, “Il cantastorie d’Italia” di Elisa Speretta

Palazzo di Giustizia di Milano, 23 maggio 2006. L’aula magna è gremita: giornalisti, privati cittadini, rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze dell’ordine, ma soprattutto avvocati. Si scambiano opinioni sulla causa x, ripassano le carte del procedimento y, poi il reading comincia e le ventiquattrore si chiudono. Sono tutti qui per rendere omaggio a un collega, Giovanni Falcone, che esattamente 14 anni fa veniva ucciso da Cosa Nostra. Al microfono, la voce calda di Daniele Biacchessi ripercorre quella triste giornata del 1992: come in un film, scorrono gli ultimi istanti di vita di Falcone, della moglie e dei 5 agenti di scorta, fino alle h.17,56, quando Giovanni Brusca, nascosto sulla collina all’altezza dello svincolo di Capaci, preme il detonatore.“L’uomo della collina”, presentato al pubblico per la prima volta da Biacchessi, è uno dei quattro quadri che compongono Storie d’Italia, l’opera teatrale che dal prossimo autunno il giornalista-scrittoreregista- attore bolognese porterà in giro per l’Italia.

Biacchessi, in che cosa consiste Storie d’Italia?

È come un album di ricordi; quattro storie italiane, molto diverse tra loro, accomunate dalla volontà di mostrare le tremende conseguenze che la mafia ha avuto, e ha, nelle vicende del nostro Paese attraverso il vissuto privato di alcuni protagonisti. Si comincia con la vicenda di Portella della Ginestra, dove nell’im mediato dopoguerra i contadini chiesero ciò che spettava loro, il diritto di possedere la terra, e i latifondisti alleati ai fascisti e alla mafia risposero mandando il primo plotone d’esecuzione in tempo di pace. Poi la storia di un eroe borghese, Giorgio Ambrosoli, avvocato monarchico e conservatore ucciso perché era venuto a conoscenza, attraverso la lettura dei libri contabili, dei legami finanziari tra Cosa Nostra e la Banca Privata di Michele Sindona. Il terzo quadro è “L’uomo della collina”, dedicato a Falcone e Borsellino, e l’ultimo è “Storie di maggio”, la storia vera dell’amore “mancato” tra due fidanzati fiorentini, perché lui morirà nell’esplosione in via dei Georgofili, che oltre alla Galleria degli Uffizi colpì anche un palazzo adiacente.

Lei non è nuovo a progetti teatrali di carattere civile sul tema della memoria…

È un tema che sento molto vicino alle mie corde, il filo conduttore di tutti i miei lavori. Il mio obbiettivo è raccontare storie d’Italia dimenticate, perché il nostro è un Paese in cui il passato non passa mai veramente, certe verità sono forse troppo scomode da ammettere, eppure alcuni capitoli rischiano di venire archiviati e lentamente dimenticati. Penso che disperdere quelle storie equivalga a disperdere anche un pezzo della storia di ciascuno di noi. Ma, perché la memoria sia viva, occorre guardare con gli occhi stessi dei suoi protagonisti, come ho fatto, ad esempio ne La storia e la memoria, che è un viaggio dalle stragi in tempo di guerra a quelle in tempo di pace.

È per questo che sceglie un punto di vista “dal basso”?

Sì, ogni mia opera nasce dopo una lunga fase di documentazione: leggo gli atti processuali, i documenti, ma soprattutto vado sul posto e ascolto i racconti dei protagonisti, dei parenti delle vittime. È stato così per La fabbrica dei profumi, in cui racconto la vicenda dell’Icmesa di Seveso, e anche per la strage della stazione di Bologna, forse l’operazione sulla memoria più importante che abbia fatto. In quel caso l’ho vissuta io stesso, perché ero sul posto poco dopo l’esplosione, ma quando mi è stato commissionato un libro, Un’attimo… vent’anni, dall’Associazione dei parenti delle vittime ho raccolto le loro testimonianze, mi sono limitato ad ascoltare. È stato una sorta di mandato di rappresentanza – «Tu che sei giornalista, hai accesso alle fonti, tu che puoi…», mi dicevano –, si può dire che in certi casi io faccio quasi da tramite. La mia metodologia è proprio questa: condividere la scrittura con i protagonisti. Ovviamente, per parlare con loro bisogna togliersi i panni dell’attore, del giornalista, dello scrittore. Il vero teatro civile è più doloroso, bisogna lasciarsi coinvolgere. Non si può non vivere la storia, altrimenti diventa un testo teatrale qualsiasi.

Lei è giornalista e autore di 14 libri d’inchiesta. Come è riuscito a coniugare l’oggettività del cronista e il pathos del drammaturgo?

Io non vengo dal teatro, e forse è la mia fortuna. Racconto le storie proprio perché le conosco, per anni le ho studiate, le ho scritte, sono andato alla ricerca della verità. Penso che non ci sia contraddizione tra i due aspetti: il mio teatro civile è prosecuzione dell’attività giornalistica, è un’altra forma per diffondere le storie. A volte non servono gli scoop, basta sta mettere in fila i fatti, ricostruire le vicende, e la verità si mostra. Certo, per fare il salto dal libro al teatro ci vuole capacità di sintesi e di tradurre in un linguaggio appropriato, ad esempio, 600 mila pagine d’inchiesta, come è stato nel caso della strage di Bologna. Queste capacità sono proprie del giornalismo. Le vicende che narro, poi, non hanno bisogno di essere romanzate per appassionare. La vicinanza con gli ascoltatori è data dai dettagli di “normalità”, di quotidianità che trasudano, proprio perché per scriverle mi sono servito di testimonianze dirette.

È stato così anche per Quel giorno a Cinisi, lo spettacolo dedicato a Peppino Impastato?

Sì, è uno spettacolo nato da una fittissima corrispondenza con Giovanni Impastato (il fratello di Peppino, nda.) e Umberto Santino (il direttore del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato, nda.), che hanno corretto, aggiunto, smontato e rimontato il testo. All’inizio doveva far parte di Storie d’Italia, ma poi si è evoluto come uno spettacolo autonomo. La prima è stata lo scorso 7 maggioa Cinisi, il paese di Peppino, in occasione dell’anniversario della sua morte. Presentandomi Santino mi ha definito, in dialetto, «un cantastorie». Ecco, mi ci ritrovo molto, perché intendo il cantastorie come un narratore che “vive” il suo stesso racconto. Quella è stata un’esperienza straordinaria: nella piazza c’era un silenzio assoluto, quasi imbarazzante.

Per le rappresentazioni non sceglie quasi mai teatri, ma piazze, centri sociali, Palazzi di Giustizia… Perché?

I luoghi contano, concorrono a creare il clima che si respira dal vivo. Quando si raccontano storie vere, poi, certi luoghi diventano simboli. Mi piacerebbe far partire Storie d’Italia da Portella, e poi andare a Capaci, in via d’Amelio, in via dei Georgofili, e magari anche davanti a Piazza affari per raccontare la storia di Ambrosoli. Il feeling con il pubblico e le emozioni che si riescono a condividere dipendono da tantissime variabili, e dal vivo questo impatto è immediato; cosa che manca alla radio, il mio primo e grande amore da oltre 30 anni, e anche alla letteratura. Si può dire che non c’è una serata uguale ad un’altra, anche perché il mio teatro è volutamente sperimentale, con un testo modificabile; è una narrazione che vive anche dei dettagli aggiunti dagli ascoltatori. Mi è capitato diverse volte: chi assiste e ha vissuto quegli eventi dà suggerimenti, indicazioni, fa correzioni. È un work in progress continuo che scrivo insieme agli spettatori. E poi ci sono altri due elementi fondanti, alla pari con le parole: la musica e le immagini.

Teatro-canzone, nella tradizione di Giorgio Gaber?

Quella è una forma più schematica, in cui voce e suono si alternano, che ho sperimentato in alcuni spettacoli con i “Gang”, uno dei gruppi più rappresentativi del rock politico italiano. Tendenzialmente però mi interessa di più mischiare gli elementi; trovo che renda tutto molto più fluido. In questo mi ispiro al reading americano, nato negli anni 50, con Ginsberg, Ferlinghetti etc., e alla sua evoluzione. Una forma espressiva che in Italia manca quasi del tutto. In particolare, il genere musicale che più si addice è il jazz, per il suo potere fortemente descrittivo e per l’improvvisazione. Il sax di Michele Fusiello o il piano di Gaetano Liguori sono voci che, al pari della mia, raccontano, evocano. La musica ha questo fantastico potere di “far volare le parole” trasformandole in emozioni. Poi spesso utilizzo suoni, così come le immagini che scorrono alle mie spalle, d’epoca, originali: la deflagrazione della bomba a Brescia, la voce di Peppino Impastato da Radio Aut, le intercettazioni della segreteria telefonica di Ambrosoli… Tutto questo, unito alla lettura dei verbali e dei documenti ufficiali, è Storia e crea memoria.

Cos’è la memoria?

Non è solo il trasferimento di una conoscenza; è il passato che si dà una prospettiva futura. È il passaggio intergenerazionale del testimone: per rimanere viva, la memoria deve essere trasmessa soprattutto ai giovani con il loro linguaggio. Per questo, seppur tristi, le storie che racconto finiscono sempre con la speranza, con il racconto di chi ha raccolto quel dolore e l’ha trasformato in partecipazione: la folla al funerale di Falcone, i ragazzi di Locri, i vari comitati dei parenti delle vittime. Spesso, nel racconto dei protagonisti emerge la loro solitudine, l’abbandono da parte delle Istituzioni. È un sentimento che provano anche i superstiti, quando le richieste di verità e giustizia vengono disattese da uno Stato – in molti casi implicato nelle vicende – distante e impenetrabile che si autoassolve, o si chiude a riccio per difendersi. Ma la solitudine è supera ta, e in parte anche il dolore, proprio dalla partecipazione politica, sociale.

E il teatro civile può aiutare questa catarsi?

Penso di sì, perché, come tutti i racconti, produce consapevolezza. In fondo, è ciò che faceva mio nonno, figura mitica, quando si sedeva vicino al camino dopo cena, si versava un bicchiere di grappa, metteva il tabacco nella pipa e raccontava. A volte erano storie già conosciute, ma lui sapeva renderle sempre nuove, sempre fresche e noi nipoti restavamo in silenzio assoluto, rapiti dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua mimica; era come se fossimo catapultati dentro quelle storie: la guerra, i bombardamenti, i partigiani. Non bisognerebbe mai perdere lo spirito del racconto, della memoria che si tramanda. E il teatro civile è la capacità di rendere la Storia sempre attuale, viva.

Baldini Castoldi Dalai, aprile 2006 , Il teatro civile di Daniele Biacchessi

Daniele Biacchessi è quel che si dice una persona dai multiformi talenti. Caposervizio a Radio 24, un curriculum di giornalista di inchiesta di tutto rispetto, di recente autore di un saggio sul processo che seguì l’omicidio di Walter Tobagi, di cui nel 2005 ricorreva il venticiquesimo anniversario, Biacchessi da qualche anno alterna l’attività giornalistica e di scrittore a quella di narratore. Narratore civile, per la precisione. Facendosi sovente accompagnare da un musicista, gira per teatri – ma più spesso nelle scuole, nei centri civici, nelle case del popolo – “raccontando” storie e misteri d’Italia. Come quello di cui il prossimo 16 luglio cadrà il trentesimo anniversario: “l’incidente” di Seveso, raccontato ne La fabbrica dei profumi. O Fausto e Iaio, dedicato all’uccisione di due giovani attivisti del Centro sociale Leoncavallo di Milano, nel marzo 1978, a pochi giorni dal sequestro di Aldo Moro. O ancora sul caso di Roberto Franceschi, ucciso la sera del 23 gennaio 1973 davanti all’Università Bocconi di Milano, di cui era studente, durante una manifestazione. Il processo che ne seguì, la ricostruzione dei fatti, i depistaggi e le manomissioni delle prove sono stati recentemente riassemblati da Biacchessi – grazie all’impegno della Fondazione Franceschi – in Roberto Franceschi. Processo di polizia. In questo periodo Daniele Biacchessi è impegnato nel portare in pubblico un reading sulle stragi impunite – da Sant’Anna di Stazzema a Piazza Fontana – raccolte sotto il titolo La storia e la memoria. Ma capita anche di ripercorrere la vicenda di Fausto e Iaio o quella di un’altra morte per anni ignorata: quella dell’esponente di Democrazia Proletaria in Sicilia Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel giorno in cui fu fatto ritrovare il corpo senza vita di Moro, raccontata in anni recenti nel film I cento passi. Tutte le informazioni e gli appuntamenti col teatro civile di Daniele Biacchessi sono reperibili sul sito retedigreen.com

Mucchio Selvaggio, settembre 2005, “La pelle d’oca” di Massimo Del Papa

Un’intervista con Daniele Biacchessi, cronista civile, scrittore civile, oggi autore di teatro civile, parla oltre le parole. Traspare la sua emotività, quel pensare per immagini che diventa scrittura, quella commozione antica, di prosatore che scava nei suoi personaggi veri e intanto scava dentro sé. Mi pare appropriata per il giornalista Daniele Biacchessi, laico, l’immagine che Bernanos ha trovato per il prete: una fiaccola che, ardendo per gli altri, consuma se stessa. Daniele usa molto una parola: bambini. A Bologna, la stazione proprio in mezzo ha una Grande Ruga, assurta a monumento, alta, ammonitrice dell’orrore di tanti anni prima, quando la bomba aveva ucciso ottantacinque figli della stazione, ferendone altri centosettantacinque. La’, in quella stazione cicatrizzata, non vedevi rimbalzare saluti. Ma – per l’eternità – urli sporchi di sangue, e gli ululati delle ambulanze, dei pompieri, delle camionette, della polizia. E anche silenzi sporchi di colpa, di chi nascondeva e di chi si nascondeva, di chi deragliava sistematicamente la colpa, finché infiniti treni avrebbero coperto tutto. Poi è arrivato un giornalista che fa teatro civile, e che alla stazione ha portato l’amore. Il reading La Storia e la Memoria è la scintilla che brucia ora in teatri che come quinta hanno le tragedie, le stragi, i luoghi dove il dolore rimbalzerà per sempre.

La Storia e la Memoria è un titolo forte, ambizioso. E’ anche un titolo polemico?

Riassume molti anni del mio lavoro. Perché i libri sono una grande esperienza, ma hanno accorciato il loro ciclo di vita; vengono assaporati, acquistati, venduti entro pochi mesi, per colpa di un mercato saturo. Allora io avevo questo sogno, fare volare le mie parole, farle uscire dalle pagine e lasciarle libere di raggiungere quanta più gente possibile. Così questo lavoro è la comprensione di quello che io considero la parte migliore dei miei libri…

… la mia memoria…

Sì. Ma anche la Storia e la Memoria di un Paese, 60 anni d’Italia scanditi dalla musica. Anni lontani e vicini, Sant’Anna di Stazzema è di 61 anni fa, quei bambini che giocano e vengono trucidati dai nazifascisti… e ora, proprio pochi giorni fa, 10 ergastoli. Ci siamo ancora.

Se non era per quei fascicoli ficcati negli armadi, e usciti nel ’94 quasi per caso…

… dalla sede della Procura generale militare. Chiamati giustamente armadi della vergogna. 2272 stragi avvenute mentre i tedeschi e i fascisti erano in ritirata. Io son dell’Appennino toscoemiliano, sono cresciuto con questi racconti, dentro questi racconti e i nomi dei Priebke, dei Kappler stavano già in quegli armadi. Non si può parlare di resistenza se non si parte da qui. Perché tutto è stato occultato, e c’è una parte dello spettacolo in cui dico: bisogna scegliere da che parte stare. Dopo questo prologo con gli armadi della vergogna, parto con piazza Fontana, 1969, e arrivo alla stazione di Bologna, 1980. I bambini del ’69 sono cresciuti, guardano la lapide della stazione. E leggono di date, di bambini come erano loro. Sono sempre loro. I bambini di Sant’Anna. Bambini che vanno al mare… e in mezzo c’è Brescia, altra bomba, io faccio sentire il sonoro, che è tremendo, è uno dei pochi documenti diretti che abbiamo di una strage…

Sessanta anni e un intero dopoguerra di eccidi e di misteri. Questa è la nostra storia, e, quanto alla memoria, è sempre forte la tentazione di dimenticare. Che storia abbiamo avuto?

No, non penso ci siano misteri. Diffidate quando vi parlano dei misteri. In realtà è tutto chiaro, sappiamo perfettamente…

E’ sempre l’ “io so” di Pasolini…

Sì, penso che Pasolini ci abbia azzeccato in pieno, ha detto tutto con quella frase: ci sono state stragi impunite, personaggi saliti su un palcoscenico enorme, quello della strategia della tensione, per hanno compiere atti efferati in nome di un mondo diviso in due, una guerra non ortodossa, a bassa intensità, non dichiarata ma c’era, che ha lasciato nelle piazze, nelle strade, nei treni gente innocente. E che non comincia con piazza Fontana, comincia con Portella della Ginestra, con l’eccidio di Salvatore Giuliano…

… Anche lui poi neutralizzato, da un cugino manovrato dal Potere, in circostanze torbide…

Sì, se ci pensi bene è come nelle saghe antiche: alla fine, il mietitore di morte viene ucciso, il carnefice viene sacrificato dai carnefici che lo muovono.

È una dinamica costante, sì. Anche questa è storia italiana.

Quello che purtroppo noi vediamo, è che si sa che cosa è accaduto, si sa chi sono quelli che hanno messo le bombe, conosci i nomi, e a differenza di Pasolini, che scriveva nel ’74, abbiamo anche le prove perché decine di bravi magistrati, di giudici, di giornalisti coraggiosi hanno scoperto, hanno raccolto le prove. Però non si riesce a trasferire la verità storica in verità giudiziaria, processuale, acclamata. Guarda proprio Sant’Anna: ci hanno messo 61 anni a condannare i responsabili, il meno vecchio ha passato gli 80. Per piazza Fontana la Cassazione fa una cosa incredibile, dice: la bomba è stata messa da Freda, da Ventura ma non li si può più processare. E finisce così, con un enorme amaro nella bocca di tanti. Questo è un Paese di funerali, di lapidi sparse e a tutto questo la politica, che ha colpe enormi, senza differenze tra schieramenti…

Il prezzo della democrazia, è stato di avercela ma limitata, controllata. Dopo Yalta, non i colonnelli greci, ma il freno a mano tirato dall’America. Per Moro questo stato di cose andava almeno corretto, e hanno corretto lui. Oggi nessuno vuole rischiare di fare la stessa fine…

Partiamo dal colpo di Stato in Cile nel 1973. Tutti sapevano che gli americani finanziavano le operazioni coperte nell’intero sudamerica. Nel 1999 il presidente Clinto de-secreta i documenti e rende noto che Kissinger, futuro premio Nobel per i negoziati di pace in Vietnam, e Nixon, poi travolto dal Watergate, erano d’accordo con l’ambasciatore americano a Santiago per organizzare il colpo di Stato. In quelle de-secretazioni sono emerse anche decine di operazioni condotte in Italia. In Italia niente di tutto questo, la classe politica ha posto un veto. Le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi nel 1984 hanno presentato 100.000 firme in Senato per una proposta di legge con cui abolire il segreto di Stato. Nessuno l’ha mai raccolta. Io ne ho scritto in uno dei libri cui sono più legato, “Un attimo vent’anni”, per i familiari delle vittime della stazione di Bologna. La risposta della politica sta in un libro del presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino. Migliaia e migliaia di ore di audizioni di terroristi di destra e sinistra, informatori, forze dell’ordine, testimoni, storici, giudici, giornalisti, milioni di atti, intere enciclopedie di documenti… Ed è uscito un piccolo libro, “Segreto di Stato”. Questa è stata la risposta della politica. È scandaloso.

E pensiamo che i documenti sull’affaire Moro neanche Clinton li ha scoperti!

Non c’è dubbio.

Allora ti chiedo: ce l’ha, la nostra politica, la possibilità di fare luce, almeno un po’?

Quello che sappiamo di questo Paese, si deve a singole persone della commissione Stragi che sono andate in America. Qui non si trova nulla. Per il solo caso di Fausto e Iaio ci sono decine e decine di occultamenti. Figuriamoci piazza Fontana, Moro… io sono certo che non esistono servizi “deviati”, i capi dei servizi sono nominati dal presidente del Consiglio, dal quale direttamente dipendono. Chi era primo ministro quando spariva un aereo dal cielo e saltava per aria la stazione di Bologna?

Uhm, direi lo stesso che era al Viminale quando fanno ammazzare Moro.

Ecco. Allora diamogliela per buona da ministro dell’Interno; ma un primo ministro ne sa di più! E lui conferma alla guida dei Servizi Santovito, P2, e poi Belmonte, Musumeci, condannati per depistaggi sulla stazione di Bologna. Cioè una valigetta su un treno, nel gennaio ‘81, con lo stesso esplosivo usato nella stazione di Bologna. Insieme a un mitragliatore messo lì da uno della banda della Magliana, Massimo Carminati…

…. Indiziato pure per Fausto e Iaio…

Precisamente. Ora, non è possibile che un presidente del Consiglio non possa sapere cosa fanno gli alti funzionari da lui nominati e a lui referenti. Si deve assumere la responsabilità di ciò che accade!

Come no: è diventato presidente della Repubblica, il Picconatore. Fermiamoci un attimo. Proprio poche ore fa, è emersa un’inquietante struttura clandestina chiamata Dssa, non si è capito molto, pare una sorta di Gladio del Duemila guidata da personaggi ambigui, legati a Gelli, alla destra neofascista e, pare, ai servizi. Perché da noi il passato non passa?

Per tante concause, alcune le abbiamo elencate. La politica che si deresponsabilizza, anzi difende, sostanzialmente, gli assassini. Cosa che puoi fare in tanti modi: li fai fuggire all’estero,possiamo fare decine di nomi, due per tutti: Mambro e Fioravanti. Che non hanno solo la strage di Bologna, hanno il giudice Amato, il poliziotto Evangelista detto Serpico a Roma, lo studente Scialabba…

E poi i contatti con la Magliana…

… che sono stati accertati. Eccolo, il passato che non passa. Nel ’99 trovi Carminati con le forze dell’Ordine mentre è in corso il processo Pecorelli, che lo vede imputato come presunto killer…

… con un presidente del Consiglio, poi tutti assolti….

Ecco. E te lo ritrovi in un caveau del Tribunale di Roma a trafugare documenti di avvocati, di giudici… nel 1999! Allora quando ti trovi queste cose, queste nuove Gladio, queste assoluzioni di piazza Fontana…

Ma secondo te le libertà stravaganti di Mambro e Fioravanti, di Moretti, sono casuali? Gente con più ergastoli, che dopo 12 anni è fuori…

Io non amo la galera, ma è certo che questi non hanno mai collaborato coi giudici. Neanche Moretti.

Anzi, ha detto sempre e solo balle. Qui rimando chi ci legge al numero del Mucchio con l’intervista a Sergio Flamigni.

Però c’è da dire una cosa. Alla fine non hanno vinto. Oltre i quasi 500 morti e circa 4000 feriti delle stragi di destra, i 131 morti e 2500 feriti del terrorismo di sinistra, oltre le decine e decine di magistrati uccisi dalle mafie, a quel brav’uomo di Giorgio Ambrosoli…

Ecco, ma ci sono frange che continuano a pensare che questa gente non serviva a nessuno, che dipinge i giudici antimafia come torturatori, gli Ambrosoli, i Biagi strumenti del regime…

Mettiamola così: questo attacco mirato, continuo contro vittime innocenti ma soprattutto contro la democrazia italiana, che prosegue ancora oggi, in altre forme, ma prosegue, inesorabile… è arginato da una straordinaria mobilitazione di persone: in piazza Duomo dopo Fausto e Iaio, in piazza Maggiore dopo il rapido 904, dopo piazza Fontana, dopo Brescia, dopo l’Ialicus, pensa a Claudio Lolli, “ho visto anche degli zingari felici”… quelli che tentano di ricostruire Palermo dopo Falcone e Borsellino… quelle persone, cioè noi, cioè la maggioranza, cioè la parte migliore… hanno impedito che la democrazia venisse sconfitta. L’hanno difesa.

Poi in modo trasversale, né destra né sinistra. O tutt’è due, ma non era quello il punto.

Tutti. Quell’operaio della Pirelli che dopo piazza Fontana, ai funerali, con quel mento in fuori, quelle ciglia nere, quello sguardo incazzato, che cheideva alla telecamera: a chi giova? Ma sono stati sconfitti. Quelli che pensavano ai colpi di Stato militare, e quelli di sinistra, non le sedicenti BR ma le vere BR. Quelli come Marco Barbone, che lanciavano le molotov e poi rientravano nei cortei tra gli applausi, quelli che rovinavano il Re Nudo al Parco Lambro con l’assalto ai polli nel nome di un proletariato che non gli apparteneva… erano dentro di noi. Ma sono stati sconfitti.

Cosa pensi di chi dice: chi se ne frega di Marco Biagi, non ci appartiene, un nemico di classe…

Pochi. Perché chi pensa male, veramente vive male… come diceva Nanni Moretti! Sono fortunatamente una esigua minoranza. Cui bisognerebbe spiegare che alla fine i terroristi hanno ucciso gente per bene… prendiamo gli ultimi omicidi brigatisti. Un professore che usciva da casa a piedi dopo aver baciato la moglie, 128 passi in via Salaria, sparato da dietro un cartellone pubblicitario. Un uomo di mediazione, del dialogo, consulente del sindacato, e di Bassolino… Tre anni dopo uccidono un professore che torna dal lavoro in bicicletta, nel centro di Bologna. Non è un caso che abbiano ucciso i riformisti. Ma non i riformisti del cazzo, quelli veri, che fanno le riforme davvero. Saranno sconfitti quelli che pensano che con la violenza e con le rivoltelle si fa politica. Perderanno per la nostra stessa intelligenza e la nostra capacità di guardare al futuro. Lo dico a te che mi intervisti per il Mucchio, con un pubblico fatto anche da molti giovani: è proprio lì il punto. Questa Storia italiana, questa Memoria dev’essere trasferita con nuovi strumenti, con nuove idee. E il modo migliore è parlare alle nuove generazioni col loro linguaggio. Voi l’avete capito bene.

Con fatiche che non t’immagini.

Quelli che ancora oggi pensano con gli stessi criteri del passato, sappiano che sono già sconfitti! Prendi Cesare Battisti: è stato condannato in via definitiva, senza se e senza ma… chi difende queste persone sappia che è già stato sconfitto! Dalla storia! Ci ho fatto anche un libro, mai contestato. Perché gli atti vanno letti. Fino a prova contraria chiunque è innocente fino a sentenza definitiva. Dopodichè, uno che ha ucciso diventa un terrorista. Guarda, io sono per la chiusura degli anni di piombo. Per i condannati in base alle leggi speciali, come quella di Cossiga, occorre chiudere, perché se rubavi un motorino finivi imputato per banda armata. Sono anche convinto che Scalzone ed altri che non hanno ammazzato né ferito nessuno, che ancora stanno a Parigi, debbano subito tornare in Italia. Per loro ci dev’essere una prescrizione.

Non c’è dubbio.

Ma uno Stato democratico non può transigere con chi è stato condannato in via definitiva per omicidio. Gli anni di piombo si chiudono in questo modo. Superiamo gli effetti delle leggi speciali.

Ma i signori: Giovanni Alimondi, Cesare Battisti… questi qua, gli italiani non li vogliono. Stiano là! Non ci rompano i coglioni!!!

L’ho scritto tal quale. Se li tengano i francesi, ma non ne facciano degli eroi…

E poi scrivi anche questo, per favore: non ci interessano le lezioni di storia da questi personaggi. Fateci un piacere: state zitti. Non parlate! Niente lezioni! Io facevo politica nei ’70, prima in gruppi extraparlamentari, poi entrai nel Pci… idee che rivendico. Ho fatto politica davvero, nelle piazze, nelle strade… però non ho mai avuto una pistola in mano. E con me c’era la stragrande maggioranza.

Cè chi dice: ma c’era una guerra. La Comunità di Capodarco, dove ho fatto l’obiettore, il ’68 l’ha interpretato aprendo le porte ai disabili e rendendo lorodignità di persone.

Ecco perché lezioni di storia da questa gente non ne voglio. Perché non hanno diritto… c’era chi si svegliava la mattina alle sei e andava davanti alle fabbriche a volantinare, a incontrare i lavoratori, a organizzare assemblee, andavano nelle periferie a difendere la povera gente dagli sgomberi, organizzavano scuole popolari nei quartieri poveri. E poi c’erano quelli che si alzavano alle 6 e andavano a curare i magistrati o il povero Tobagi in via Solari e li ammazzavano. In nome di quale popolo italiano? Chi gli aveva dato mandato? Quale assemblea popolare, democratica gli ha dato incarico di ferire e uccidere? Ma quale guerra civile?!? Ma de che?!? Quelli che hanno trasformato la lotta da politica ad armata c’erano, erano anche tanti, c’è stata una sottovalutazione del fenomeno, non li si può rendere tutti terroristi. Ma chi sbaglia paga. Prendi Sergio Segio, uno dei capi di Prima Linea, responsabile di diversi omicidi. Non si è pentito. Non è stato irriducibile. Si è dissociato. Ha scontato tutto. Oggi lavora con don Ciotti a Libera. Si è pentito nel senso vero, cioè ha dimostrato di essere trasformato, di non avere più le stesse idee. A me piacciono le persone lineari, che pagano quello che debbono, che si difendono nei tribunali. Perché Battisti non è mai venuto a difendersi in tribunale? Ha osato dire che veniva giudicato da tribunali speciali… Tribunali speciali! Ma cosa dici?!? Questo è un latitante che s’è sottratto, è riuscito a farla franca… la gente che parla di lui non conosce una riga di pagine di documenti! Non sa nulla! Perché gli scrittori, specialmente quelli di narrativa, sono poco avvezzi alla lettura dei documenti. Quelli che dicono che Battisti non è un terrorista ma un innocente, sostengono anche che Fioravanti e Mambro sono innocenti. L’humus culturale di questa gente, che si capisce chi sono, sono scrittori affermati, provenienti dalla cultura degli anni Sessanta, a volte ottimi professionisti… ma non si debbono occupare di cose che non conoscono, cose di questo tipo. Sulle quali vanno lette tutte le pagine. Solo per la stazione di Bologna sono 655.000 pagine, ti ci vogliono 2 anni solo per i processi. Più i vari fascicoli riservati… Così anche per l’omicidio Calabresi: diciamola la verità, che è stato un omicidio di sinistra. Basta coi complotti, con queste storie. Io Adriano [Sofri] l’ho intervistato tante volte, lo conosco, però nel libro che ho fatto ho detto: basta con le palle, diciamo che è stato un assassinio maturato in quell’area magmatica della sinistra, come mi dice Scalzone.

Lo diceva anche Rostagno ad Aldo Ricci prima d’essere ammazzato: “Se questi non la smettono di rompermi i coglioni, io dico chi ha ammazzato Calabresi”. Lo stesso Erri De Luca, poco tempo fa: “Prima liberate Sofri poi vi diciamo la verità”.

Perciò la verità storica va difesa. Perché viene attaccata improvvisamente, inaspettatamente. Stiamo sui fatti. La dietrologia a tutti i costi, il vedere complotti ovunque hanno fanno danni enormi.

Ma come hai fatto a condensare nel tuo reading una mole simile? Si immagina un lavoro documentario imponente, la materia è sterminata…

Eh, è un lavoro pesante perché devi condensare le parole, devi pesarle. In generale, mi schiero dalla parte delle facce delle persone, delle emozioni che per me è una scelta politica. Come alla stazione di Bologna, come sul rapido 904: porto chi mi ascolta dentro questo treno, coi suoi profumi di pane, di salame tagliato, di gente dal sud… E poi c’è questo finale di speranza, quest’insegnante che torna alla stazione di Bologna coi suoi due bambini che passano cantando felici davanti a questa lapide e lei si ferma e si ricorda che oggi è il 2 agosto. E dice ai bambini poche parole, dice che tanti anni fa c’erano tanti bambini, proprio qui, che stavano per andare al mare e non ci sono mai arrivati, non li hanno fatti partire. E quei bambini tornano all’inizio, ai bambini di Sant’Anna, tornano vivi. Guardano lontano, capiscono che possono anche morire e imparano la paura. Ma in quell’attimo hanno la percezione di un futuro. E tutto finisce con Laura, che ha gli occhi della memoria.

Scegliete le sedi martoriate, la quinta è quella della tragedia e si fa sostanza, carne viva. Cosa succede a recitare la strage di Bologna proprio alla stazione, per esempio?

Io l’ho portato alla stazione, sì, e… non lo so, io… (Daniele si blocca. Al telefono sento la sua emozione, che lo consuma). Sono cose che… stanno dentro. Un’esperienza dolorosa. Distrugge e…

Perché per raccontare, in forma di monologo, l’inferno italiano hai scelto il jazz di Coltrane, di Parker, di Gordon?

Perché raccontare con Round Midnight, questo suono lunare, malinconico, le facce delle persone alla stazione, mi dava la sensazione giusta. Poi il jazz è la mia sensibilità. I reading in Italia non li fa quasi nessuno, in America invece sono stati una delle forme di espressione più importanti e nascevano proprio dalla cultura jazzistica. Coltrane è Coltrane, cosa puoi dire di più? Ci sono pezzi di Dexter Gordon, molto rotondi, che danno il senso di un clima… soprattutto la scelta del sassofono, mi è parso adatto al teatro civile. Il sax è una voce, una seconda voce umana, modulare, espressiva. Io avevo bisogno che alle mie parole, razionali, storiche,potesse corrispondere anche qualcosa di irrazionale, di magico. Allora il jazz, il sassofono mi portano la magia che mi serve: tu puoi immaginare un’altra storia, parallela a quella che ti racconto. Sei libero.

Ma l’Italia ce l’ha ancora, una coscienza comune? O si limita ad assorbire la memoria riproposta, con fatica, da qualcuno e poi la espelle?

No, c’è. E’ quello che dicevamo prima. È quella coscienza ad avere sconfitto chi minacciava la democrazia. Ci sono cose che si fanno perché è giusto farle e basta. E la gente reagisce in un modo… a volte ci si mette anche il caso. Il 29 settembre 2004 la stazione di Bologna è stipata delle facce dei familiari delle vittime, e mentre parlo di un treno che arriva sul binario 1 un treno arriva sul serio; e mentre parlo di bambini che corrono senza sosta, due bambini cominciano davvero a correre senza sosta… ne sono uscito devastato. Sono molto laico, non credo a chissà quali forme di presenza, però… si è materializzato qualcosa, una corrente… Poi a Napoli il 23 dicembre, alla stazione, per i familiari del rapido 904, ho fatto solo quell’estratto lì… e loro stanno ad ascoltare in un silenzio denso, e alla fine vengono uno per uno a ringraziarmi e io non parlo, non riesco più a dire nulla. Domenica ero a Sant’Anna, e arriva la sentenza, 10 ergastoli… ma che vuoi che ti dica!

Questa corrente emotiva si ritrova anche nei tuoi libri, che immergono chi legge nell’atmosfera. Prendi Fausto e Iaio, o l’ultimo su Tobagi. Ci si ritrova nella città di quel periodo, in quella fase storica: è una città che vive con i protagonisti. E tutto si capisce meglio.

C’è una ricerca, che parte da lontano, per unire la narrazione, il racconto ai dati oggettivi dell’inchiesta. Con il libro su Tobagi mi pare d’aver trovato questo equilibrio. Il fatto è che quando io racconto certi personaggi non riesco a starne fuori. Al di là di Fausto e Iaio, che erano miei amici, ma più in generale… Io penso molto per immagini e scrivo di conseguenza. E questa immagine di quest’uomo, Marco Biagi, che gira in bicicletta in via Valdonica, in questa città tranquilla, dove la gente dovrebbe essere ragionevolmente serena, mi ha appassionato. Così come per D’Antona mi ha conquistato quell’immagine, proposta da Olga D’Antona, lei e Massimo ragazzi sulla spiaggia di Ostia, con una chitarra, a volersi bene, a pensare al futuro… Non puoi raccontare se non hai una ferita nel tuo cuore, che gli altri possano capire. Noi siamo testimoni…

Siamo testimoni.

Testimoni. Che vanno a cercare per gli altri, e raccolgono, e trasferiscono la Memoria. Noi abbiamo il dovere della Memoria. Ed è faticoso. Occorre informarsi, sapere di cosa si parla. Devi farti tu stesso memoria. Lo devi fare soprattutto per le nuove generazioni.

Unita.it, agosto 2005, “Non si archivia la memoria di Giuseppe Civati.

“Possono fare tutto, ma quello che non possono fare è archiviare le nostre parole, le nostre emozioni, quello che sentiamo. E’ per questo che il teatro è importante: per far diventare tutto questo politica e per far partecipare le persone che si riconoscono nella nostra ‘memoria'”.

Così Daniele Biacchessi, giornalista di Radio24, presenta il suo spettacolo La storia e la memoria, un reading teatrale accompagnato al sassofono dal maestro Michele Fusiello.

Un lavoro che ha già messo in scena quasi cento volte in giro per il Paese e che questa sera ha presentato al pubblico della Festa nazionale. Una storia d’Italia, dei suoi segreti, delle stragi e del terrorismo, raccontata da chi si aspetta che l’Unione vinca le elezioni e, finalmente, cancelli il segreto di Stato. Che, come si suol dire, “apra i cassetti”, facendo luce sui tanti episodi della nostra storia repubblicana dei quali non si sa ancora se non poco o nulla.

“Così come ha fatto Clinton nel 1999 -spiega Biacchessi- pubblicando i dossier sull’intervento della Cia in occasione del golpe del 1973 che rovesciò il governo democratico di Allende in Cile, ora è venuto il momento di sapere cosa è successo sul rapido 904, con il caso Moro, a Ustica e dovunque una verità è ancora da svelare, per una vera riforma politica di cui il Paese ha grande bisogno”.

Misteri attorno ai quali ruota lo spettacolo di Biacchessi. Da Sant’Anna di Stazzema ai nostri giorni in un racconto e una narrazione, fatta di parole, ma anche di immagini e di suoni, “per far volare le parole, dice l’autore, come nei libri è impossibile fare”. Uno spettacolo che Biacchessi ha portato significativamente proprio a Sant’Anna, a Marzabotto, alla stazione di Bologna e che ha trovato spesso ospitalità e grande partecipazione nel circuito nazionale delle Feste dell’Unità.

Uno spettacolo, infine, che Biacchessi e Fusiello hanno dedicato ad Aldo Aniasi, “sindaco di Milano nel 1969, l’anno della bomba di piazza Fontana, uno degli uomini politici che ha seguito con più attenzione le vicende che raccontiamo. Una persona perbene che non dimenticheremo”.

Bella Ciao, dicembre 2004, Enrico Campofreda

Un tempo c’erano Dario Fo e Franca Rame, recitavano accanto al filone dei trovatori anche storie d’ingiustizia sociale e di denuncia politica. Era il teatro militante: ‘Pum, pum. Chi è? La polizia’. Ricordate? Per ricordarlo bisogna aver superato gli anta. E aver vissuto quella trasformazione genetica dell’economia che ha reso l’Italia da paese produttivo, a paese dei servizi. Terziario avanzato si diceva e non è durato moltissimo. E mentre le lotte proletarie venivano azzerate e criminalizzate, di fatto scompariva la classe operaia: Milano, Genova, Napoli davano l’addio alle fabbriche. La legge Reale colpiva duro offrendo alle forze dell’ordine dell’ex ‘gladiatore’ Cossiga la licenza d’uccidere e l’impunità dopo i delitti. Dall’inizio degli anni Ottanta nell’Italia dei Craxi, De Mita, della P2 e dell’eminenza grigia andreottiana cominciò a regnare la pace sociale con un Pci addomesticato e l’opposizione antagonista ridotta a metà fra galera e impotenza. Qualsiasi dissenso rischiava d‘essere assimilato al fiancheggiamento della lotta armata, qualsiasi disobbedienza era impossibile.

Furono dieci anni in cui il malaffare politico – non solo quello dei ministri degli interni che si chiamavano Antonio Gava – organizzò il partito delle tangenti che col patto del Caf regnò indisturbato sino all’inchiesta di “Mani Pulite”. Furono anni di silenzio e carenza di controinformazione, con l’eccezione dei residui delle radio di movimento. Ci fu scarsità anche di quel teatro civile che solo nel Novanta con Marco Paolini ha trovato un nuovo interprete della denuncia di misfatti del regime democristiano, fossero l’antico Vajont o le Storie di plastica della ‘Mortedison’.

Daniele Biacchessi, col questo reading sulla memoria dello stragismo italiano rilancia il prezioso filone di denuncia: partendo dai ‘ragazzi di Salò’ – che nel ’44 affiancavano i nazisti nel trucidare i civili – giunge alle bombe missine dirette dai Servizi Segreti di Stato. Recuperare la memoria degli eventi risulta fondamentale oggi che assistiamo al meschino disegno del cosiddetto revisionismo storico d’insabbiare, trasformare, modificare la storia. I media, soprattutto televisivi, pullulano di cantori d’un nuovo regime e sono meticolosamente impegnati nella diffusione del falso. E’ perciò un dovere democratico non far cadere nell’oblio il nostro passato e ricordare i responsabili dei misfatti.

“C’erano bambini, ragazzi, treccine e girotondi in quel caldo 12 agosto del ’44 sulle colline dell’Appennino sopra Camaiore, una frazione chiamata S. Anna di Stazzema. Sognavano di giocare quei bambini, mentre il fragore, le bombe, la paura circondavano da mesi le loro case. Sognavano di fare il pane che mancava sulle loro tavole. Soffrire la fame a tre, sei anni, soffrire d’angoscia, vedere la morte attorno. Da quel giorno non poterono più nemmeno sognare quando le urla, le spinte, i mitra spianati degli uomini della 16^ Panzer Grenadier Reichsfuhrer e dei fascisti che li accompagnavano cominciarono a fare fuoco sulle loro madri, sui nonni. Su loro stessi, uccisi come fossero adulti. Cinquecentosessanta vite sterminate.

Quante di queste stragi sono state compiute nei venti mesi dell’occupazione nazifascista d’Italia dal settembre ’43 all’aprile ’45. Centinaia. Quindicimila le vittime per stragi di civili che vennero esaminate dalla magistratura. Ci furono indagini, s’individuarono colpevoli tedeschi, italiani, ucraini, croati, belgi, olandesi, tutti nazifascisti. 695 fascicoli furono stipati in un armadio e dimenticati

per cinquant’anni. L’armadio della vergogna era a Roma al Palazzo Cesi sede della Procura Militare, lì per ordine del procuratore Santacroce, che prendeva ordini dai ministri Martino (esteri) e Taviani (difesa) che prendevano ordini dal capo del governo De Gasperi, che prendeva ordini dagli Stati Uniti d’America, si attuò una catena d’omertà che si fece beffa di migliaia di vittime civili; vittime di vere carneficine, di omicidi premeditati da SS e repubblichini. E si chiusero gli occhi sui più feroci criminali che, come il boia delle Ardeatine Priebke, furono lasciati vivere nascosti e indisturbati per decenni.

Molti non hanno avuto giustizia anche in epoca recente, nell’epoca delle stragi di Stato che hanno attentato alla democrazia. Stragi che hanno avuto per protagonisti amici e camerati di quei torturatori di ieri com’era Julio Valerio Borghese. Il capobanda della X Mas, pur graziato dall’Italia repubblicana, nel 1970 ancora attentava alla Patria cercando di attuare un golpe. Nasceva la strategia della tensione. Una tensione cupa, oscura iniziata il 12 dicembre 1969 quando brillarono le bombe alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano, 17 morti e 88 feriti. Negli anni si saprà che esecutori delle stragi erano uomini di Ordine Nuovo, camerati dell’ex repubblichino Pino Rauti, per anni deputato in Parlamento con il Msi dell’altro saloino Almirante. Franco Freda e Giovanni Ventura acquistarono le valigette dove fu collocato l’esplosivo, Zorzi, Maggi e Rognoni le depositarono nei luoghi della strage con copertura degli uomini del Sid. Ma per tre anni polizia e magistratura parleranno di responsabilità anarchiche: Pinelli, interrogato in questura dal commissario Calabresi nelle ore immediatamente successive all’attentato, volerà giù da una finestra. Valpreda rimarrà a lungo in galera accusato da un falso testimone.

Le bombe riprenderanno a esplodere, artefici e artificieri sempre fascisti e uomini dei servizi. Nell’aprile ‘73 è la volta di Nico Azzi, nel maggio dello stesso anno di tal Bertoli, che si fa passare per anarchico ma è stipendiato dal Sid; uccide 4 persone davanti la questura di Milano lanciando una bomba a mano.

Il 28 maggio ’74 in Piazza della Loggia a Brescia c’è un comizio sindacale antifascista, si parla di bombe e strategia della tensione. Alle 10.12 c’è la deflagrazione d’un ordigno “State fermi, state calmi – si sgolano dal palco -. Restate nella piazza, venite sotto il palco”. Lo choc è enorme si contano 8 vittime e 94 feriti. Gli stragisti vogliono intimidire la popolazione che da tempo ha ripreso a lottare, e chiede giustizia sociale e una svolta di governo.

Ottanta chilometri separano Firenze e Bologna, un’ora di treno. Percorso appenninico con gallerie, nell’immenso buio ci si può vedere un mondo. La galleria più lunga, 18 chilometri, è quella di San Benedetto Val di Sambro ed è anche la più lunga d’Italia. Lì il 4 agosto del ’74 un vagone del treno Italicus salta in aria, ancora sangue e lutti: 12 morti e 100 feriti. Come in altri casi la manovalanza bombarola è fascista, l’assassino è l’ordinovista Mario Tuti. Il 23 dicembre 1984 il rapido 904 diretto a Milano trasporta italiani che vanno a trascorrere le festività accanto ai familiari. Anche un vagone di quel treno salterà mietendo 15 vittime. Seguono silenzi cupi o pieni di rumori che s’annullano a vicenda, silenzi in cui le parole si trasformano

in urla soffocate. Nulla può essere più come prima …

Il 2 agosto 1980 è una giornata calda, Sergio è un ventiquattrenne che pensa alle vacanze: deve raggiungere Bolzano con l’espresso delle 8.18 ma lo perde. Non si perde d’animo, alle 10.50 ce n’è un altro con la stessa destinazione e lui, con pazienza attende. Sergio gira per la sala d’aspetto, stipata di persone che parlano, fanno ressa. Ci sono valigie, bambini che piangono, uomini che corrono; e c’è chi canta e ride, pensando al mare, alla vacanza, alle ragazze da conoscere, alla gioia di

vivere.

L’uomo che non ha un’anima piazza la valigia con 25 kg di esplosivo gelatinoso che brilla alle 10.25 e crea un terremoto. Un’intera ala della stazione si sbriciola, va in fumo. Polvere e fumo per ore. La sala d’aspetto di 2^ classe è diventata un ammasso di detriti, pezzi di rotaie, traversine, convogli tranciati e carne umana. Carni straziate. Uno scempio. Tutto sbriciolato come i sogni, le speranze, la spensieratezza di ragazzi e uomini e donne. In 85 vengono massacrati, in 200 feriti molti in modo grave e irreversibile.

I loro massacratori hanno nomi e cognomi: Francesca Mambro e Valerio Fioravanti dei Nar, Licio Gelli capo della Loggia P2, Francesco Pazienza suo faccendiere, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, uomini dei Servizi di Sicurezza, sette sentenze della magistratura ne provano inconfutabili responsabilità. Sette sentenze li condannano. Da tempo nessuno di loro sconta nessuna pena, sono tutti fuori dalle patrie galere o non vi sono mai entrati.

Oggi alla stazione di Bologna la vita continua, molti passano e guardano l’enorme sbrego sul muro lasciato a testimoniare l’orrore, molti ricordano, alcuni giovani non sanno. Laura, insegnante, passa insieme ai suoi alunni e racconta l’accaduto. Ricorda coloro che non ci sono più, dice: “Molti erano bambini come voi”. Il gruppo a piccoli passi va via. Resta lo sguardo di Laura che ha gli occhi della memoria“.

0 Orazione civile per la Resistenza

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GANG

ORAZIONE CIVILE PER LA RESISTENZA- LA ROSSA PRIMAVERA

Il testo è tratto dal libro “Orazione civile per la Resistenza” di Daniele Biacchessi (Promomusic, 2012)


Live Bologna Stazione con Gang Michele Fusiello 05/10/12(video)

Live Bologna Festa Unità con Michele Fusiello 31/08/12(video)

Live Milano Villa Triste 05/05/12(video Antonio Puhalovic 2 pt )

Live Milano Villa Triste 05/05/12(video Antonio Puhalovic 1pt )

Live Milano Villa Triste 05/05/12(video Comune di Milano )

Live Chiesa di Casaglia 25/04/12(foto)

Live Chiesa di Casaglia 25/04/12(video)

Live Saronno con Michele Fusiello 22/04/12(video)

Live Milano Fnac con Gang Priviero Liguori Fusiello 17/03/12(audio)

Live Milano Villa Triste con Michele Fusiello 16/04/11(audio)

Live Milano Villa Triste con Michele Fusiello 16/04/11(video)

 

 

 

Una sera, al termine di uno dei miei spettacoli, una giornalista mi ha rivolto questa domanda: «Cosa vuol dire teatro narrativo civile?».

Non deve aver dormito tutta la notte. Certi giornalisti sono così.

E’ come chiedere ad un pasticcere “Cosa vuol dire fare i pasticcini”?, oppure ad un falegname “Cosa vuol dire fare i tavoli?”

Certi giornalisti non ce la fanno.

Comunque io ci ho pensato, e gli ho risposto attraverso una storia.

Accadeva molti anni fa dalle mie parti, sull’ appennino tosco-emiliano, non lontano da  Monte Sole e Marzabotto, di sera. Tutti i sabati andava in scena la saga del gnocco fritto. Avete presente la pasta del pane fritta?

La tavola era imbandita, la nonna era in cucina e preparava il gnocco.

Noi invece eravamo una brigata di rompicoglioni, correvano e gridavano.

Intanto gli uomini giocavano a carte e non facevano un beato cazzo di niente.

Il camino era sempre acceso e si sentiva un forte odore di legna bruciata.

E al nonno dicevamo: “siamo in agosto e siamo sudati come dei maiali, dobbiamo tenere sempre acceso sto’camino?”.

E lui urlava come un pazzo: “No, deve essere acceso perché la legna è come le nostre parole”.

Allora a nostra madre chiedevamo se ci fosse uno bravo, ma veramente molto bravo a curare il nonno.

A un certo punto la nonna e le altre donne portavano enormi vassoi: il gnocco fumava, c’erano porzioni abbondanti di salumi e formaggi, enormi bacili di insalata, il pane appena sfornato.

Il nonno usciva lento dalla cantina, aveva tra le mani due bottiglie di vino rosso.

Poi si sedeva a capo tavola. E noi alzavamo sempre più la voce, indisciplinati, rompicoglioni, come quelle moschine che d’estate non ti danno pace, che ti scivolano in bocca mentre tu sei lì sul divano a dormire:

Del resto per essere dei rompicoglioni con la patente da rompicoglioni bisogna mettercela tutta, soprattutto bisogna avere un nemico.

E il nostro nemico era il nonno, era perfetto.

Appena finito di mangiare il nonno si alzava dalla sedia e si piazzava in un divano vicino al fuoco, gli uomini sparecchiavano, le donne lavavano i piatti. Il nonno accendeva la pipa, poi prendeva un bicchiere e si versava la grappa, guardava noi e, con voce forte, diceva: «Allora…».

Il nonno si metteva davanti al camino e si faceva illuminare dal fuoco come Marlon brando in Apocalypse Now, quando continuava a ripetere la stessa frase: “orrore…orrore”.

E noi dicevamo: “Nonno adesso ci fai paura”..

Iniziava così una storia del passato, quando sul crinale dell’ appennino si combatteva una guerra. Prato liberata dagli americani, Bologna ancora in mano ai nazifascisti, e in mezzo c’erano i partigiani del gruppo Stella Rossa.

E dicevamo: “Nonno, ma è possibile che con tutte le storie che finiscono bene, che ce ne sono tante, sempre quella che finisce con i bambini fucilati?”.

Il nonno andava avanti con il suo racconto.

Descriveva in modo minuzioso le serate a lume di candela passate ad ascoltare clandestinamente i messaggi in codice di Radio Londra, lo scalpiccio di stivali dei soldati nazisti sulla ghiaia delle strade di Marzabotto e di Montesole, fuori dalle case, il vento forte che passava tra i vetri, gli spari, le urla, la morte.

Il nonno raccontava di quando i soldati nazisti della 16esima divisione PanzerGranadier circondarono una vasta area tra i fiumi Reno e Setta. Mentre salivano bruciavano le case, le persone che uscivano venivano trucidate davanti all’uscio. E poi non era finita. Perché le persone impaurite risalivano il monte verso San Martino, verso la chiesa di Casaglia.

Lì il maggiore Walter Reder detto il monco ordinò ad un soldato di entrare nella chiesa e uccidere il parroco Don Ubaldo Marchionni. E poi non era ancora finita. I fedeli uscivano dalla chiesa e si trovavano davanti i mitragliatori. Qualche ragazzino si lanciò nel dirupo o si nascose nei cespugli. Altri vennero accompagnati al cimitero di Casaglia dove, se andate e portate i vostri figli, troverete delle croci di ferro bucate da pallottole a venti centimetri, per colpire i bambini che si nascondevano dietro ai corpi dei loro genitori.

Ma alcune volte il nonno si dimenticava se la sera prima di quel…29 settembre 1944 c’erano le stelle oppure pioveva, tanto che dicevamo: “nonno, facciamo così, fai un’assemblea con te stesso, nomina una maggioranza e un’opposizione, poi ci dici se il 28 settembre 1944 c’erano le stelle oppure pioveva”

Ogni sera la storia che il nonno raccontava era così uguale ma così diversa.

C’era sempre un elemento in più che rendeva il suo racconto affascinante e mai noioso: un taglio di luce particolare, un gioco di ombre, un temporale, il chiarore delle stelle, un odore, soprattutto la passione. Fino a quando quelle storie saranno raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se il filo si spezza, si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro.

Ecco perché anche noi questa sera facciamo teatro e musica d’impegno civile.

Per non dimenticare.

 

 

24 luglio 1943, ore 17: inizia la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, organismo costituzionale e direttorio politico del Partito Nazionale Fascista,  Alle 3 di notte del 25 luglio, viene approvato l’ordine del giorno dei gerarchi Giuseppe Bottai, Dino Grandi e Galeazzo Ciano, prevede la restituzione dell’alto comando al Re. Benito Mussolini viene destituito e subito arrestato.

25 luglio, ore 22:45: il popolo italiano apprende dalla radio che il Re ha assunto il comando supremo delle Forze Armate e il piccolo maresciallo Pietro Badoglio il governo militare del paese con pieni poteri. Poco dopo il piccolo Badoglio indica già le sue prime direttive. Non so se avete presente, il piccolo Badoglio che detta le sue condizioni:

 

«… la guerra continua e l’Italia resta fedele alla parola data… chiunque turbi l’ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito».

 

Benito Mussolini, ormai ridotto a un ducetto, viene trasferito per tre giorni alla caserma della Legione Allievi Carabinieri, nel quartiere Prati di Roma. Poi spostato via mare nelle isole di Ventotene, Ponza, Maddalena. Infine, rinchiuso in una cella a Campo Imperatore, sorvegliato da duecentocinquanta uomini tra carabinieri e guardia di finanza.

Ovunque, nelle città e nei paesi, manifestazioni di piazza salutano la caduta del regime fascista.

8 settembre 1943, ore 19:45: dopo cinque giorni di lunghe ed estenuanti trattative, il piccolo Pietro Badoglio annuncia l’armistizio dai microfoni dell’E.I.A.R.:

 

«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower… La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Roba da duri, gente con le palle, gente che non ha paura, che sfida il nemico a testa alta, direte voi. E invece…..

9 settembre, ore 5,10

Come fanno i topi, presto, di mattina, il Re, la famiglia reale e Pietro Badoglio, seguiti da un corteo di miracolati, composto da generali e funzionari, abbandonano Roma, diretti a Pescara, dove li attende una corvetta che li trasporta in Puglia.

L’Italia è ormai occupata da ore dai nazisti.

L’esercito regolare muore schiacciato da una guerra più grande delle sue possibilità militari, lasciato a sé stesso nelle ore dell’agonia, dal Re e dal comando supremo militare.

Gli ufficiali di professione attendono ordini che non arriveranno mai.

I soldati sfondano le porte, escono dalle camerate, abbandonano le caserme, le armi pesanti e leggere, tutti i loro mezzi, barattano per pochi soldi ogni abito borghese, ogni via di scampo, ogni ritorno a casa.

L’Italia si trasforma in un’immensa retrovia dove i soldati fuggono e si nascondono nelle case di famiglia, nei boschi, nelle valli, tra sentieri impervi, piccoli borghi e rifugi di montagna.

Il governo regio fuggiasco a Brindisi crede di poter tornare entro pochi giorni a Roma alla guida del paese, ma le quattordici divisioni della Seconda e Ottava Armata italiana si sciolgono al confine orientale, il corpo motocorazzato schierato a difesa della Capitale si arrende, della Settima Armata si salvano solo le divisioni raggiunte dalle truppe inglesi.

Intanto il feldmaresciallo Erwin Rommel liquida le nostre armate al Nord, il feldmaresciallo Albert Keserling quelle del Sud, mentre si oppone alle forze anglo-americane, sbarcate a Salerno e Taranto.

 

E allora?

Che si fa quando tutto sembra perduto?

Quando non si vede nemmeno l’ultimo spiraglio di luce?

Quando intorno c’è il buio del terrore e dell’occupazione?

E allora che si fa ?

E allora inizia la Resistenza.

 

La guerra dell’Italia partigiana incomincia proprio quando termina la guerra del regime.

L’armata ribelle si forma dopo la disfatta di quella regia e fascista.

Certo, all’inizio sono poche migliaia di persone.

Di notte, qualcuno a Cuneo nota ombre che scivolano lungo i muri delle caserme, fino alle finestre delle armerie.

Sono Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco, Benedetto Dalmastro che prendono le armi.

Saranno l’avanguardia del movimento di Giustizia e Libertà nel cuneese.

In certi luoghi di montagna mentre scendono a valle i soldati dell’esercito in rotta, risalgono gruppetti di studenti universitari, operai delle fabbriche delle città, ufficiali del corpo degli alpini, intellettuali, scrittori, giornalisti, professionisti affermati, contadini,

 

“Dove andate? – Andiamo in montagna a riprenderci le vostre posizioni. Venite con noi?”

 

La minoranza del settembre 1943 è l’avanguardia di una Resistenza che ha radici lontane: nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole, nelle prigioni, tra i fuoriusciti in Francia e i confinati a Ventotene, fin dentro l’esercito fascista.

 

13 settembre 1943: la radio tedesca annuncia la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione, un albergo sul Gran Sasso d’Italia. Il giorno dopo il Duce va a Rastenburg, in Germania, in aereo. Hitler lo attende davanti al bunker. Mussolini è nelle sue mani, il Führer è il suo padrone politico e militare. Il Duce è ormai un fantoccio del Terzo Reich.

18 settembre 1943: da Radio Monaco, Benito Mussolini riprende le redini del “nuovo fascismo” nato sotto l’ombrello nazista:

 

«Riprendere le armi a fianco della Germania e del Giappone, nostri alleati… preparare senza indugio le nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia… eliminare i traditori…».

 

Nell’Italia occupata dai nazisti nasce la Repubblica Sociale Italiana.

Da una parte si schierano i soldati della repubblichina, dall’altra prendono forma le bande partigiane.

I ribelli si posizionano dove possono, dove ci sono montagne, colline, boschi, e nelle scuole e fabbriche delle città, praticamente dappertutto.

I loro numero cresce gradualmente nei mesi della lotta di Liberazione: 2mila (settembre 1943), 4mila (novembre 1943), 25mila (aprile 1944), 80mila (marzo 1945), 130mila (inizio aprile 1945), 250mila (fine aprile 1945).

 

Per i ribelli saranno anni lunghi, difficili, febbrili.

Prendere armi, sotterrare armi dappertutto: nei boschi, nelle baite, di montagna, negli scantinati dei palazzi delle città, perfino nelle tombe dei piccoli cimiteri.

Trasportare armi con carri riempiti di segatura, coperti di fascine, di fieno.

Prendere farina, lardo, pane, benzina.

Scambiare sale con olio e olio con munizioni.

Cercare vestiti, scarpe, calzettoni di lana, tagliare legna, cuocere cibo per centinaia di persone, fabbricare letti con tronchi di pino e sacchi di paglia e di foglie, curarsi dalla scabbia, dai pidocchi.

Sparare precisi senza consumare colpi inutili, tenere le armi in sicurezza, abbandonare e conquistare postazioni, fuggire da attacchi improvvisi del nemico, sganciarsi dai rastrellamenti, lanciarsi in dirupi scoscesi, in riddani bui e spaventosi, con zaini pesanti, sotto piogge torrenziali, nevicate, sotto il caldo sole di agosto.

Fare i turni di notte in mezzo alla nebbia fitta, ascoltare i rumori dei boschi, dove anche il più impercettibile fruscio può rappresentare un pericolo, girare radenti ai muri delle case, mischiarsi alla folla delle piazze delle città.

Stampare giornali clandestini, distribuirli attraverso camioncini coperti da cassette di frutta e verdura, sporte delle donne, carrozzelle dei bambini, tricicli da negozio.

E ancora comprendere il linguaggio della povera gente, capire i loro bisogni, i dialetti, la psicologia della montagna, gli sguardi solitari dei montanari.

E decifrare i segreti di città grigie, morte quando scende la sera ed entra in vigore il coprifuoco, dove per le strade si incontrano solo le pattuglie tedesche e fasciste e le loro camionette.

E infine vivere nel silenzio di case senza acqua, luce, riscaldamento, in città dove le razioni delle tessere annonarie sono appena al livello della mera sussistenza, dove ci si muove di notte come gatti tra migliaia di case distrutte dai bombardamenti e di giorno nella paura di essere arrestati, incarcerati, torturati, fucilati senza alcun avvocato che ti difende e senza alcun processo.

 

 

Nel 1944 l’Italia del Nord era tutta occupata dai nazisti e dai repubblichini.

In autunno, si concentrano nelle Langhe qualcosa come 15mila partigiani.

Arrivano da tutte le parti, un vero e proprio esercito.

Ci sono le Brigate Garibaldi con i fazzoletti rossi, ci sono le formazioni autonome di Mauri, del Capitano North.

I partigiani mandano i preti a trattare con i fascisti.

“Quelli sono quindicimila, voi neanche 5 mila, se scendono dalle montagne vi fanno un mazzo così”.

I fascisti sgomberano Alba e sanno che torneranno.

I partigiani scendono dalle colline e occupano Alba e sanno che dureranno poco.

Ma devono farlo.

Devono dimostrare che possono governare anche una grande città. E non importa se la perderanno perché il futuro sarà quello dei partigiani, non quello dei fascisti e nazisti.

Così Beppe Fenoglio descrisse “I ventitré giorni della città di Alba”

 

 

 

……Stavolta c’erano, proprio di fronte, e si tirarono su dalla molle terra e spararono con tutte le armi, avendo i mirini accecati dal fango. Ora finalmente si vede­vano, verdi e lustri come ramarri, ognuno col suo bra­vo elmetto, e il primo doveva essere un ufficiale, stava tutto diritto e si passava una mano sul viso per to­glierne la pioggia. Un attimo dopo, era ancora diritto, ma le sue due mani non gli bastavano più per tampo­narsi il sangue che gli usciva da parecchi punti della divisa.

C’erano di qua mitragliatrici americane e di là tede­sche, e insieme fecero il più grande e lungo rumore che la città di Alba avesse sino allora sentito. Per circa quattro ore, per il tempo cioè che i partigiani tennero San Casciano, fischiò nei due sensi un vento di pallot­tole – che scarnificò tutti gli alberi, stracciò tutte le siepi, spianò ogni canneto, e fece naturalmente dei morti, ma non tanti, una cifra che non rende neanche lontanamente l’idea della battaglia.

Così, dalle sette fino alle undici passate, quei dilet­tanti della trincea inchiodarono i primi fucilieri della repubblica, uomini che sbalzavano avanti e poi s’accucciavano e viceversa a trilli di fischietto, assaltatori ammaestrati.

Un po’ dopo le undici, in un riposo che sembrava si fossero preso i fascisti, quelli giù a San Casciano vi­dero affacciarsi tra gli alberi di Castelgherlone un par­tigiano, e verso di loro faceva con le braccia segnali di­sperati. Come vide che da basso non lo capivano, si scaraventò giù per il pendio mentre, forse per fermare proprio lui, i fascisti riprendevano a sparare. Quel partigiano arrivò scivoloni nel fango e disse che la re­pubblica, visto che al piano non passava, s’era traspor­tata in collina, in faccia a Castelgherlone, preso il quale, avrebbe aggirato dall’alto San Casciano. Por­tarsi tutti in collina e spicciarsi, adunata a Cascina Miroglio, perché Castelgherlone l’abbandonavano a mo­menti. Lui tornò su, i partigiani saltarono fuori dalla trincea, sgambavano già nel fango verso la collina sen­za aspettarsi l’un l’altro, a certuni scivolavano dalle spalle le cassette delle munizioni e non si fermavano a raccoglierle, quelli che seguivano facevano finta di non vederle.

 

Il pendio di Cascina Miroglio è ben erto, i piedi sulla terra scivolavano come sulla cera, unico appiglio l’erba fradicia. Qualcuno dei primi scivolò, perse in un attimo dieci metri che gli erano costati dieci mi­nuti, finiva contro le gambe dei seguenti oppure questi per scansarlo si squilibravano, cosi ricadevano a grap­poli improperandosi. Qualcuno, provatosi tre o quattro volte a salire e sempre riscivolato, scappò per il piano verso la città e fu perso per la difesa.

 

Arrivarono sull’aia della cascina vestiti e calzati di fango. A Cascina Miroglio c’era il Comandante la Piazza, un telefono da campo che funzionava e i mez­zadri inebetiti dalla paura che porgevano macchinal­mente secchi d’acqua da bere.

 

Marciando piegati in due arrivarono per la vigna gli uomini della mitragliera di Castelgherlone. Ma la grande arma non veniva con loro, l’avevano lasciata perché le si era rotto un pezzo essenziale. Gli altri, a quella vista, si sentirono stringere il cuore come se, girando gli occhi attorno, si fossero visti in cento in meno.

 

Era mezzogiorno, chi s’affacciò colle armi alle fine­stre, chi si postò dietro gli alberi, altri fra i filari spo­gli della vigna. E spararono alla repubblica quando sbucò dal verde di Castelgherlone. Piombò una mortaiata giusto sul tetto e il comignolo si polverizzò sul­l’aia. Un partigiano venne via dalla finestra per andare a raccogliere sul pavimento la mezzadra che c’era ca­scata svenuta.

 

Difesero Cascina Miroglio e, dietro di essa, la città di Alba per altre due ore, sotto quel fuoco e quella pioggia. Ogni quarto d’ora l’aiutante si staccava dal telefono e si sporgeva a gridare: – Tenete duro che vi arrivano i rinforzi! – Ma fino alla fine arrivarono solo per telefono.

 

In quel medesimo giorno, a Dogliani ch’è un grosso paese a venti chilometri da Alba, c’era la fiera autun­nale e in piazza ci sarà stato un migliaio di partigiani che sparavano nei tirasegni, taroccavano le ragazze, bevevano le bibite e riuscivano con molta facilità a non sentire il fragore della battaglia di Alba.

 

Che così fu perduta alle ore due pomeridiane del giorno 2 novembre 1944.

 

Fu il Comandante la Piazza a dare il segno della ritirata, sparò un razzo rosso che descrisse un’allegra curva in quel cielo di ghisa. Parve che anche i fascisti fossero al corrente di quel segnale, perché smisero di colpo il fuoco concentrato e lasciavano partire solo più schioppettate sperse.

 

Tutti avevano già spallato armi e cassette, ma non si decidevano, vagabondavano per l’aia, al bello sco­perto. Pensavano che Alba era perduta, ma che faceva una gran differenza perderla alle tre o alle quattro o anche più tardi invece che alle due. Sicché il Coman­dante fu costretto a urlare: – Ritirarsi, ritirarsi o ci circondano tutti! – e arrivava di corsa alle spalle dei più lenti, come fanno le maestre coi bambini delle elementari.

 

Scesero la collina, molti piangendo e molti bestem­miando, scuotendo la testa guardavano la città che lag­giù tremava come una creatura.

Qualcuno senza fermarsi raccattò una manata di fango e se la spalmò furtivamente sulla faccia, come se non fossero già abbastanza i segni che era stata dura. È che la via della ritirata passava per dove la città dà nella campagna: li c’erano ancora molte case e si sperava che ci fosse gente, donne e ragazze, a ve­derli, a vederli cosi. Ma quando vi sbucarono, nel viale del Santuario quant’era lungo non c’era anima viva, e questo fu uno dei colpi più duri di quella terribile giornata. Soltanto, da una portina uscì una signora di più di cinquant’anni, al vederli scoppiò a piangere e diceva bravo a tutti man mano che la sorpassavano, finché da dietro un’imposta il marito la richiamò con una voce furiosa.

 

Tagliarono il viale del Santuario e andando contro l’acqua che ruscellava giù per la stradina, attaccarono a salire la collina di Belmondo che è il primo gradino alle Langhe. A mezza costa si fermarono e voltarono a guardar giù la città di Alba. Il campanile della cat­tedrale segnava le due e dieci. Gli arrivò fin lassù un rumore arrogante, guardando a un tratto scoperto di via Piave videro passarci due carri armati, e poi altri due, ciascuno con fuori dell’orlo una testa con casco. Oh guarda, così avevano i carri e non li hanno nem­meno adoperati.

 

I partigiani ripresero a salire, era spiovuto, i fascisti entrarono e andarono personalmente a suonarsi le campane.

 

Così andò a finire la battaglia di Alba.

Il 2 novembre 1944.

 

 

Dal 1943 al 1945, l’Italia occupata dai nazisti diventa un enorme mattatoio dove gli oppositori al regime fascista vengono arrestati illegalmente dalle polizie ufficiali, da quelle segrete, dalle tante compagnie di ventura disseminate nella Repubblica Sociale Italiana.

Partigiani ed ebrei vengono trasferiti in via Tasso a Roma, a Villa Triste a Firenze, in via Bolognese 67, a Villa Fossati a Milano in via Paolo Uccello 15, a Trieste in un edificio di via Bellosguardo, a Genova alla Casa dello Studente, a Biella a Villa Schneider.

E ancora trascinati negli scantinati di palazzi, retrobottega di negozi, rinchiusi in pensioni anonime come Oltremare in via Principe Amadeo 2 e Jaccarino in via Romagna a Roma, trasformati in luoghi di detenzione come il palazzo Carmagnola di via Rovello a Milano, dove la tortura è una pratica sistematica per i prigionieri.

Contro gli antifascisti si specializzano i peggiori aguzzini.

Sono i sanguinari delle strutture degli apparati dello Stato della RSI, gli assassini delle compagnie di ventura, i contabili della morte del fascismo.

 

C’è l’Esercito Nazionale Repubblicano con la Guardia nazionale Repubblicana di Renato Ricci e le Brigate nere di Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano.

Ci sono i militari della Legione SS Italiana, unità affiliata alle Waffen SS alle dipendenze di Karl Wolf.

Ci sono i battaglioni operativi della Xmas di Junio Valerio Borghese.

C’è il raggruppamento paracadutisti Nembo.

A Roma in via Tasso, i fascisti collaborano con Herbert Kappler e la sua Sicherheitdienst polizei, SIPO.

A Firenze è operativa la 92esima legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, la banda di Mario Carità.

A Trieste lavora l’ Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia.

A Cuneo e a Milano è attiva la Legione Autonoma Mobile Ettore Muti di Franco Colombo.

E sempre nella capitale della Resistenza arriva da Roma Pietro Koch, l’allievo che supera il maestro Mario Carità.

 

Pietro Koch ha il crimine nel sangue.

Fonda una sua banda, Così la banda Koch.

Vi aderiscono i preti Pasquino Perfetti e Ildefonso Troya, l’avvocato Augusto Trinca Armati, il giornalista Vito Videtta, gli attori Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, l’esperto dei servizi segreti Francesco Argentino, il vice comandate operativo Armando Tela, il conte Guido Stampa, Alba Cimini, Marcella Stopponi, la soubrette Daisy Marchi, Lina Zini, Camilla Giorgiatti, gli agenti Cabruccio Cabrucci, Nestore Santini, Francesco Belluomini, Vito Videtta, l’ex gappista Guglielmo Blasi e altri.

La banda Koch è una confluenza di psicopatici, mitomani, sadici, degenerati, criminali comuni, cocainomani, esaltati, prostitute, delatori, spie.

La carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia guidato da Pietro Koch scivola lungo l’Italia come serpe affamata, cerca uomini e donne con idee diverse per placare la sua sete di sangue.

Il Reparto Speciale di Polizia entra nelle loro case.

Li stana come animali braccati: incatena le loro mani.

Mani grosse.

Non affusolate e ben curate come quelle degli aguzzini, ma mani da macellai, enormi.

Mani di contadini rugose, screpolate.

Mani di meccanici, sempre un po’ macchiate d’olio esausto.

Mani di donne giovani, ma già abituate a tirar su tre figli: mani forti per non crescere delinquenti, mani delicate per non lasciarli in balia della notte, svegli.

Mani di lavoratori che non hanno orario se non seguire la luce del giorno e l’oscurità della notte.

Mani callose di falegnami.

E poi ancora.

Mani di elettricisti coi capelli lunghi tenuti legati dietro la testa.

Mani di operai e manovali capaci di alzare 150 chili senza la paura di cadere sfiniti.

Mani di carta vetrata, con la polvere che è ormai tutt’uno con la pelle, sono le mani dei minatori di pietre che feriscono talvolta.

E tuttavia non fanno male come le bastonate che schioccano quei vigliacchi in guanti neri o guanti bianchi.

Aguzzini le cui mani sotto la pregiata stoffa che le nasconde sono rosse di sangue altrui, incancrenite di dolore appiccicato per sempre, eterna condanna.

Una volta che ha completato il carico, la carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia riprende il suo viaggio per giungere alla destinazione finale.

 

Quando gli aguzzini di Pietro Koch entrano nelle case di antifascisti ed ebrei tutti rubano i loro averi.

Poi trasferiscono i detenuti nelle camere di sicurezza.

Le persone arrestate vengono fatte oggetto di sevizie particolarmente efferate: formidabili pugni, schiaffi, calci, colpi inferti mediante bastoni di legno e di ferro, anche a spirale intrecciata e retrattili, frustini, nervi di bue, fustigazione dei testicoli.

I detenuti vengono portati in una cella detta carbonaia, richiusi in un pertugio detto buco, legati in due l’uno all’altro e appesi per giorni senza mangiare.

Alcuni sono costretti a pulire il pavimento dal proprio sangue con i gomiti.

Altri vengono trasportati per le scale tenendoli per i piedi così che il capo batte ogni scalino.

Colpi fortissimi vengono inferti alla regione cardiaca e al centro dello stomaco, oppure dritti contro gli occhi e le orecchie per provocare cecità e sordità, oppure ancora colpi alla mascella diretti a svellere i denti.

Ad altri ancora viene applicato alla fronte un semicerchio di ferro con due punte alle tempie oppure un telaio in legno che comprime il corpo umano contro una striscia chiodata.

Per i detenuti si alternano docce gelide e bollenti, gelide e bollenti, gelide e bollenti, così per ore, che diventano ore.

 

Tortura per estorcere informazioni preziose, per demolire la dignità delle persone, per ucciderle…

Ma non subito… no…

Poco alla volta…

Gli aguzzini ne studiano di notte e di giorno… bisogna esserci portati… non si possono compiere certi atti efferati e magari poi tornare a casa, baciare i propri figli come se nulla fosse successo…

Non puoi dire che torturi solo per il piacere di veder soffrire vite umane…

Torturi perché vuoi annullare ogni possibilità di opporsi ad un sistema che tu stesso hai costruito.

Non é una follia patologica, è una lucida consapevolezza.

Case anonime, garage, ville che si trasformano in centri di detenzione.

Luoghi di tortura dove si entra e non si esce vivi.

Gli stessi che anni dopo sono apparsi in Cile durante la dittatura di Augusto Pinochet (Villa Grimaldi), in Argentina durante la repressione contro gli oppositori ordinata dai generali Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera, Leopoldo Galtieri, Roberto Eduardo Viola (Garage Olimpo, Esquela de Mecànica de l’Armada), e i ogni luogo del mondo dove i diritti dell’uomo vengono calpestati da soldati e polizie segrete.

 

Ora se credi ti possa esser bastato

Voglio che mi accompagni fino in fondo alla caina

Là dove l’uomo non è mai arrivato

Là dove vi è la disumana violenza e la rovina.

Qui l’arte non riesce più a sostenere

La metafora, l’immagine, il suono dell’abisso

Perché il confine non lo puoi oltrepassare

Perché laggiù l’uomo, non è più uomo: è crocifisso.

Le menti lucide di carnefici senza ritegno

Annullano il concetto primitivo di razza umana

Non riesco più a pensare, abbasso gli occhi e mi sdegno

Di fronte ad un boia ancor più feroce di una mammana.

Cosa può esserci di più tremendo di violenta morte?

Cosa si può immaginare che superi qualsiasi aberrazione?

Apri gli orecchi quel che sto per dirti è veramente troppo forte

E se vuoi andartene, fallo ora, è la tua ultima occasione.

Per dirti quello che ti ho detto non ho usato mezze parole

Perché se dici di appartenere al genere umano

È ora di illuminare la coscienza con il sole

È ora di gridare, agire e fare un gran baccano.

Chino il capo come uomo abbattuto da altro uomo

Non chiedo perdono per i boia degli abissi

Taccio, ma non sarò mai domo

E griderò con tutta la mia rabbia e con gli occhi vergognosi e bassi

Che ormai il tempo della giustizia è tramontato

Questo è il tempo della verità e dei grandi passi.

 

Come ricordare oggi i valori della Resistenza?

La memoria è come un film in bianco e nero.

A volte viene nascosta, chiusa chiave nei cassetti della storia.

Ma altre volte, quella memoria torna, ritorna, e lascia tracce.

Non è memoria buona per anniversari, per tutte le stagioni, buona per parate militari, per finti applausi, buona per politici con la bandiera italiana in mano e l’ipocrisia nel cuore.

E’ memoria viva, quotidiana, un ponte tra generazioni diverse che vivono o hanno vissuti tempi diversi.

E’ un impegno civile, quotidiano, fatto di piccole cose, di gesti, di atti pubblici, soprattutto di parole.

Io racconto una storia a te e tu la racconterai ad altri figli, ad altri amici.

E fino a quando queste storie avranno gambe per poter camminare, queste storie non moriranno mai.

Quando qualcuno si stancherà di raccontarle, queste storie moriranno due volte, con le persone e con le ingiustizie.

“I gendarmi del revisionismo” e “I gendarmi della memoria”.

Si, siamo fieri e orgogliosi di questa definizione, siamo proprio i “gendarmi della memoria”.

Siamo quelli che hanno deciso di stare da una parte, non abbiamo cambiato bandiera solo per vendere qualche libro in più.

Pensiamo cioè che il peggiore dei partigiani stava dalla parte della democrazia, e il migliore dei repubblichini di Salò era alleato dei nazisti responsabili dello sterminio pianificato di milioni di ebrei e di oppositori politici.

Nessuna parificazione tra partigiani e fascisti.

Il sangue dei vinti non può essere mischiato con quelli dei vincitori.

Niente retorica ma giù le mani dai valori scritti nella nostra Costituzione, la più bella in Europa, valori antifascisti.

 

Costituzione italiana

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

 

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.

 

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro.

 

Art.10

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

 

Art. 11.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

 

Art. 17.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

 

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

 

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

E’ per questi e altri motivi che i nostri padri hanno combattuto il fascismo, hanno sognato un paese democratico, un paese in cui un narratore può parlare e voi ascoltare, senza che nessuna milizia armata possa mai attenderci fuori per arrestarci.

Non disperdiamo mai questi valori.

E’ la nostra carta d’identità, il nostro dna, l’unico modo per stare insieme davvero.

 

 

 

 

 

0 Aquae Mundi

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI GAETANO LIGUORI

AQUAE MUNDI

Spettacolo prodotto da COOP

Live Mirandola per i terremotati Biacchessi-Liguori 21/03/13(video )

Live Milano Forum Internazionale dell’alimentazione e della nutrizione Biacchessi – Liguori 01/12/11(audio)

Live Show Riccione Premio Ilaria Alpi Biacchessi – Liguori 15/06/11(audio)

Live Backstage Milano Teatro dell’Elfo Biacchessi – Liguori 09/03/11(audio e video )

Live Show Milano Teatro dell’Elfo Biacchessi – Liguori 09/03/11(audio e video )

Live Bologna Libreria Coop Ambasciatori Biacchessi – Liguori 11/03/11(audio e video )

 

 

Il notaio avanzò verso di noi e lesse l’accordo intervenuto tra la popolazione di Fontamara e l’Impresario, per la spartizione del ruscello.

“L’accordo è chiarissimo”, disse.

“Tre quarti dell’acqua andranno nel nuovo letto tracciato dal Comune e i tre quarti dell’acqua che resta continueranno a scorrere nel vecchio fosso”.

“Non è così”, protestò subito e giustamente Pilato.

“L’accordo dice tre quarti e tre quarti. Nient’altro. Dunque metà e metà. Cioè, tre quarti a noi, tre quarti all’Impresario. Tanto per ciascuno”.

“Ma no, ma no”, si mise a gridare Losurdo.

“L’accordo non è così. L’accordo dice che noi dobbiamo avere i tre quarti dell’acqua e il resto, se c’è un resto, ma siccome l’acqua è poca, è possibile che neppure ci sia, il resto andrà all’Impresario e anche così soffriamo un torto.”

“tre quarti e tre questa è una diavoleria”, dissi io perdendo la pazienza.

“Mai si è sentita una simile stranezza. La verità è che l’acqua è di Fontamara, e deve restare a Fontamara.”

Ignazio Silone, Fontamara, grazie.

Sapete quanti litri compongono un metro cubo d’acqua?

Calma, non disperatevi, ve lo dico io.

Un metro cubo d’acqua corrisponde a 1000 litri precisi.

Sapete quanti metri cubi d’acqua consumano gli italiani ogni anno?

Ogni mese? Ogni giorno? Ogni ora? Ogni minuto? Ogni secondo?

E quanto consumano gli europei?

E gli abitanti dei paesi sviluppati?

E quelli che vivono nel mondo più povero?

Il 71 per cento del pianeta è coperto dall’acqua, ma molta è salata e costa troppo renderla potabile.

Resta il 2,5 per cento, 35 milioni di chilometri cubi.

L’acqua è inglobata in ghiacciai e nevi perenni e nel sottosuolo.

Poca, pochissima, si trova nei laghi e nei  fiumi.

A livello globale l’acqua è utilizzata in agricoltura, nell’industria, pochissima finisce nelle case e negli uffici.

La disponibilità reale è circa l’1 per cento del totale dell’acqua dolce.

Potrebbe bastare?

Potrebbe bastare, se la distribuzione fosse omogenea.

Le risorse idriche mondiali si trovano soprattutto in 13 paesi.

Il Brasile, da solo, ne possiede quasi il 15 per cento. .

All’altro estremo della classifica, troviamo un numero enorme di paesi con una disponibilità pro capite inferiore ai 1.000 metri cubi l’anno.

Nel mondo 884 milioni persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi vivono in condizioni igienico-sanitarie insufficienti.

5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua, di cui 4.900 bambini al giorno, tre volte più di quelli che nascono ogni giorno in Italia.

La differenza nei consumi d’acqua tra uno statunitense e un africano è spaventosa, abissale.

425 litri al giorno in America, 10 in Africa.

Ci sono luoghi del mondo dove questa terribile sproporzione diventa fisica.

A Johannesburg, in Sudafrica, c’è una strada che divide il mondo ricco da quello povero.

Da un lato c’è un quartiere residenziale con ville bellissime, con due o tre piscine, dove i bevono acqua, si lavano e giocano nell’acqua.

Sotto la strada scorre un tubo.

Lo scarico dell’acqua dei ricchi finisce dall’altro lato della strada dove i bambini si lavano nelle pozzanghere di un quartiere di baracche.

E questo accade in centinaia di luoghi del pianeta.

Nelle poblaciones di Santiago del Cile, Salvador City, Città del Messico, Rio De Janeiro, Buenos Aires, nei ghetti delle grandi capitali africane e asiatiche.

Ci sono luoghi del mondo dove i bambini sono costretti a percorrere lunghe distanze per rifornire le loro famiglie di acqua.

Due o tre bambini si caricano sulle spalle fino a 100 chilogrammi, 100 litri di acqua.

Sono i viaggi della vergogna.

E in Italia cosa accade?

Per mangiare, lavare, far funzionare le fabbriche, irrigare i campi gli italiani consumano 237 litri d’acqua al giorno.

Un abitante del Madagascar ne usa solo 10 litri.

In sostanza ogni italiano usa il doppio dell’acqua che usava il suo bisnonno all’inizio del Novecento.

E allora?

E allora c’è un mondo grasso…e uno magro.

Un mondo onnivoro e un mondo affamato.

Un mondo che ha tutto e un mondo che non ha nulla.

Un mondo che mangia tutti i giorni, beve tutti i giorni, consuma tutti i giorni, e un mondo che stenta a sopravvivere, ed è pure assetato.

E in futuro? Cosa potrà avvenire?

In futuro la situazione potrà solo peggiorare.

L’Unesco calcola che in media ci vogliono 3 mila litri di acqua per produrre il cibo giornaliero per una persona.

Nel ventesimo secolo i consumi di acqua si sono moltiplicati per nove.

Lo spreco è dunque un problema condiviso a parole.

Ma tutti noi traduciamo le parole in fatti?

Ehi dico a te……non così a parole….ma nel comportamento quotidiano?

Al termine dei miei spettacoli qualcuno mi dice…eh tu parli bene..sfoderi date, cifre…e noi cosa possiamo fare?

Quando ti lavi i denti e lasci il rubinetto del lavandino aperto sprechi 30 litri.

30 litri persi, buttati via…via..via.

Ne puoi consumare molti di meno…ci vuole poco, molto poco.

Anche mentre ti fai la barba puoi adottare un comportamento virtuoso.

Se raccogli l’acqua nel lavandino per risciacquare il rasoio, altri litri d’acqua non andranno persi.

Un terzo dell’acqua sprecata, nelle case è quella che scorre dallo sciacquone del Wc.

Ogni volta che spingi il pulsante o apri la maniglia scorrono 10 litri, mentre ne basterebbero molti di meno.

Al ritmo di 90 gocce al minuto si sprecano per le perdite di acqua in casa oltre 4.000 litri l’anno.

Basterebbe una più accurata manutenzione di water e rubinetti.

Fare il bagno comporta l’uso di 150 litri d’acqua, mentre per la doccia se ne possono utilizzare 40, basta ricordarsi di chiudere il rubinetto mentre ci si insapona.

Si potrebbe andare avanti per ore.

Ma basterebbe per risolvere tutti i problemi?

O forse le questioni sono altre?

La pessima gestione del territorio, l’incuria, la mancata prevenzione, il dissesto idrogeologico.

Seguitemi ora ….proprio sul filo dell’acqua.

Tarda sera del 9 ottobre 1963.

I programmi televisivi si interrompono.

Sullo schermo appare un giornalista che legge le prime righe di agenzia.

Notizie grame giungono da Longarone, Nordest d’Italia:

«Poco fa, il monte Toc si è sbriciolato, la terra è caduta sulla diga del Vajont provocando un’onda lunga che ha travolto alcuni paesi. Longarone, il più popolato, ora non c’è più».

Basta uno sguardo e nelle case, nei bar, piomba il silenzio.

Gli italiani guardano la televisione, ma le immagini in bianco e nero dell’incontro di calcio Rangers Glasgow-Real Madrid quasi svaniscono davanti all’enormità di quella notizia.

Solo il giorno dopo, emerge con forza tutto il peso del martirio (strage) del Vajont: 1.917 vittime stimate, 1.450 solo a Longarone, in soli quattro minuti.

Una strage di Stato, iniziata trentacinque anni prima.

Il 4 agosto 1928, il professor Giorgio Dal Piaz presenta la prima relazione sul bacino artificiale del Vajont. È convinto che la struttura della conca non presenti particolari problemi:

«Le condizioni non sono peggiori di quelle che si riscontrano nella maggior parte dei bacini montani del Veneto».

E così, nel gennaio 1929 la Società Idroelettrica Veneta devia il torrente Vajont per produrre energia elettrica.

Arriviamo al 1940: scoppia la seconda guerra mondiale, ma il progetto non viene interrotto. La Sade, Società Adriatica di Elettricità, vuole costruire una diga alta 200 metri e un serbatoio dalla capacità di 50 milioni di metri cubi di acqua. E il 24 marzo 1948, il presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, firma la concessione.

Un anno dopo, il consiglio comunale di Erto-Casso vende alla Sade i terreni in Val Vajont, ma per un errore catastale concede anche terreni di proprietà privata.

Nel 1957, la Sade non possiede la concessione definitiva, con tutte le varianti necessarie ai progetti, ma inizia comunque i lavori per la realizzazione della diga. Modifica perfino le dimensioni dell’invaso: secondo i tecnici può raggiungere 266 metri di altezza, mentre il serbatoio può arrivare a contenere almeno 150 milioni di metri cubi di acqua. Costo lordo: 15 miliardi di vecchie lire. Un terzo dei finanziamenti proviene da contributi governativi.

Il 17 aprile 1957 il governo concede l’autorizzazione, ma la Sade, come si è visto, è già al lavoro da quattro mesi.

I giochi sembrano dunque fatti, anche se da Roma giungono segnali contrastanti: alla Sade viene concessa la possibilità di realizzare la diga e al contempo si tenta di imbrigliare il progetto con indagini sulla stato idrogeologico del terreno, sulla sicurezza degli abitanti e delle opere pubbliche.

E tuttavia, tali indagini, richieste dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, non vengono per molto tempo nemmeno prese in considerazione.

Nel 1959 giunge il primo segnale di avvertimento: 3 milioni di metri cubi di roccia si staccano precipitando nell’invaso del Vajont e provocando la morte di un operaio.

Nel 1960 il secondo: una frana di 700.000 metri cubi di roccia si stacca dalla parete del Monte Toc e cade nel bacino.

Sul versante sinistro della valle compare una fessura di 2 chilometri e mezzo a forma di emme. La storia è già scritta.

Per i tecnici della Enel-Sade, la mattina del 9 ottobre 1963 inizia presto. Alberico Biadene, vicedirettore generale del settore tecnico, invia un messaggio via telex al direttore del cantiere Mario Pancini: «In questi giorni, la velocità della frana è decisamente aumentata. Mi spiace darle cattive notizie ma deve subito rientrare dalle ferie. Che Dio ce la mandi buona».

È mezzogiorno. Alcuni operai dell’Enel si fermano a mangiare per la pausa pranzo sul coronamento della diga. Osservano, minuto dopo minuto, il movimento della montagna. Avvallamenti e alberi sradicati, inghiottono lentamente la strada che corre a mezza costa. Sulla sponda sinistra della diga si apre una crepa lunga 5 metri, proprio dietro alle baracche degli operai.

La frana lavora e come un tarlo modella la terra, la plasma e la trasforma. I carabinieri dispongono un blocco stradale nella zona del Massalezza. Chiudono la statale di Alemagna, prima e dopo Longarone. A quel punto il geometra Rittmeyer telefona a Biadene: «La montagna ha cominciato a cedere. Sono molto preoccupato per la frazione di Erto delle Spesse».

Mentre i due parlano, una telefonista di Longarone si intromette nella conversazione: «Scusate se vi disturbo, ma c’è pericolo per Longarone?».

Dall’altro capo del telefono scende il gelo e la comunicazione viene interrotta. Nessuno deve sapere cosa accade sul Toc.

Sono le 22:39 e la frana si stacca all’improvviso. Compatta, come fosse un unico blocco, rovina sull’acqua trattenuta dalla diga: 260 milioni di metri cubi composti da rocce, strade, alberi, terra. L’onda di 50 milioni di metri cubi si divide poi in due direzioni: da una parte distrugge le frazioni di Patata, San Martino, Frassen, Il Cristo; dall’altra supera la diga e rade al suolo Longarone e i paesi limitrofi. E alla fine si riversa a valle, nel Piave.

Di chi è la colpa? E qualcuno ha pagato per le sue responsabilità?

Il 17 dicembre 1969, al tribunale de L’Aquila si conclude il processo di primo grado. L’accusa chiede, per tutti gli imputati, ventun anni per i reati di disastro colposo, omicidi plurimi e aggravati. Il tribunale infligge però condanne lievi, fino a un massimo di sei anni, di cui due condonati. E ci sono anche diverse assoluzioni. Le autorità giudiziarie non riconoscono il perno dell’accusa: quella frana era ampiamente prevedibile.

Il 25 marzo 1971 la corte di Cassazione conferma il verdetto del processo di secondo grado, ma riduce le pene ad Alberico Biadene e Francesco Sensidoni, condannati rispettivamente a cinque anni e a dieci mesi di reclusione. In seguito a Biadene verranno condonati tre anni per problemi di salute.

Il 27 luglio 2000, trentasette anni dopo – le cose in Italia funzionano così, a palazzo Chigi viene firmato l’accordo di transazione per il risarcimento dei comuni danneggiati, in primis Longarone, e delle vittime. Enel, Montedison e Stato si suddivideranno ciascuno il 33% della somma dovuta

Per l’olocausto del Vajont ad oggi non vi è stata alcuna giustizia.

Il sole taglia di traverso il finestrino mentre con la mia macchina corro lungo quel pezzo di pianura tra Piemonte e Lombardia.

Il verde dei pioppi confonde i colori sfumati del granoturco e si riflette negli specchi d’acqua delle risaie.

Girano intorno uomini che guidano trattori nei campi.

A ridosso dell’autostrada si scorgono, tra capannoni industriali e vecchi cascinali, stradine che il tempo consuma, canali d’irrigazione, argini.

Un’anziana donna dai larghi fianchi pedala la sua bicicletta.

Compie quel percorso da anni. Verso il Po, appare il Ticino, con il suo grande e attrezzato parco e le oasi naturali conservate. Un complesso sistema di piccoli corsi di fiume alimenta quella terra di mezzo: laghetti sperduti, minuscoli rigagnoli, spicchi d’acqua, sorgenti. Nella terra di nessuno, i salici fanno da contorno all’Italia dai mille campanili, con i tetti appuntiti. Più in là, una leggera nebbiolina nasconde i bricchi degli appennini. Il Po arriva poco dopo una curva.

Senti la sua presenza da lontano, le attività si intensificano: cave per il setaccio di ghiaia e sabbia, industrie. I sapori diventano forti, gli argini che l’uomo costruisce contro le piene, più alti. Poco dopo, un fumo bianco, denso e maleodorante, esce da una ciminiera di un’industria chimica e rovina la poesia di quella campagna: così, in un cielo terso di mezza estate, rimane una strana nuvoletta rosa, proprio sopra il capannone.

L’uomo organizza la propria esistenza, lungo i seicento chilometri del fiume, conquista ciò che l’acqua lascia ai suoi margini, aree fangose che bonifica nel corso del tempo. Come una sfida. Lascio il Po alle mie spalle. Entro nella zona dei fiumi piemontesi, Tanaro e Bormida, ma il paesaggio non cambia. L’autostrada che da Piacenza va a Torino scivola tra i coltivi segnati dai solchi del trattore. Terre di vigna e di sudore. Tanaro e Bormida si incontrano per pochi metri e si lasciano dietro terre incolte.

Dall’alluvione del 94, nulla è come prima.

I ricordi sono ancora vivi. Nel punto di congiunzione dei due corsi, l’acqua invadeva il tratto di autostrada, travolgeva ogni cosa, fino alle porte di Alessandria.

Chilometri quadrati si erano trasformati in un lago di fango senza contorni: case sommerse, inutilizzabili da Ceva fino all’Oltrepò pavese.

E’ un bilancio che mette i brividi: 35 persone morte, decine di dispersi, migliaia di sfollati. Caddero sessanta centimetri di acqua in sessanta ore: nell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, piovve per 44 ore.

Durante l’alluvione in Piemonte molte persone vennero salvate grazie all’intervento di vigili del fuoco, soldati, volontari della Protezione civile, del Soccorso alpino e della Croce Rossa, al lavoro con mezzi anfibi, barche, gommoni, elicotteri.

Altri,meno fortunati, dormirono sui tetti delle case, con l’acqua che toccava il quarto piano. L’alluvione del ’94 lascia interrogativi ancora irrisolti, sulle colpe, sulle incertezze delle autorità competenti. Come i fax della discordia. Da un esame degli atti giudiziari tratti dalle inchieste che la magistratura ha fatto fin dal ’94, emerge che la sciagura era prevedibile.

La Protezione Civile era stata informata in anticipo ma nessun provvedimento è stato preso.

Il 3 novembre 1994, alle 16,30, l’assessorato alla Difesa del suolo della Regione Piemonte inviò via fax, una nota.

Avvertiva che tra sabato e domenica si sarebbero intensificate le precipitazioni, “fino a raggiungere intensità tale da provocare possibili dissesti di carattere idrogeologico sui settori alpini centro meridionali della regione, in particolare sull’Appennino ligure-piemontese e nella valle del Tanaro”.

Un altro fax venne inviato la mattina successiva. “

La particolare situazione richiede una sorveglianza da parte di enti e amministrazioni preposte a funzioni di protezione civile, in relazione alla possibilità che si verifichino dissesti idrogeologici”.

Dalle 20 di venerdì 4 novembre e per tutta la notte un funzionario regionale della Protezione Civile instaurava “collegamenti costanti con le prefetture di Cuneo, Asti ed Alessandria ma le popolazioni non vennero avvertite del pericolo.

Sabato 5 novembre, alcuni responsabili della Protezione Civile vennero precettati e richiamati d’urgenza dalle ferie in previsione di piogge di eccezionale gravità. Intanto Tanaro, Belbo e Bormida rompevano gli argini in più punti.

Ma nessuno se ne accorgeva.

A oggi, nessuno ha pagato per quella sciagura.

Per capire la gente che vive lungo le rive del Po, bisogna navigare quel fiume, ascoltare i dialetti, sentire il sapore delle caldarroste che bruciano sul fuoco di un camino. Le mille culture del Po si mischiano tra campi di granoturco, alti pioppi e vecchi barconi. E’ così da sempre e il tempo sembra non tradire il senso delle tradizioni. Il Po è come un serpentone d’acqua. Nasce dal Monviso, scorre tra le risaie del Piemonte, scivola tra la terra dei ponti lombardi, entra in Emilia poco dopo Mantova e va giù, fino a che si vede il mare. Il Po è sudore e chilometri di acqua.

Da Cremona a San Marco si pesca e si traghetta. Barcaioli e pescatori, si tramandano un mestiere da molte generazioni. Sulle rive si scorgono trattorie e capanni di cacciatori, enormi reti per il pesce da frittura e terra grassa. Zolle generose che sfamano intere famiglie. Vita grama, piena di sacrifici ma anche di soddisfazioni. Lungo il corso del Po, i cascinali hanno lo stesso colore. Qualcuno li ristruttura, ma non sono case di campagna, da venirci in vacanza. Si sente l’odore della terra che compie il suo miracolo di primavera e d’estate. Vita grama.

Da novembre a febbraio, la nebbia è spessa, densa, spunta fuori all’improvviso e avvolge il paesaggio come una sorta di incubo bianco da saga medievale. D’estate, potrebbero esserci giorni di magra, dove la mancanza d’acqua blocca la navigazione. Si vedono minuscoli rigagnoli, coperti da sassi ovali. Per macinare chilometri si deve aspettare che arrivi la pioggia o la draga, a smuovere quel deserto. L’Acqua ha colori impossibili. Ci entrano la Bormida e il Tanaro, l’Adda e il Ticino, il Secchia e il Panaro, fino all’Adige. Da quelle parti la natura sembra umiliata e offesa. La qualità dell’acqua è tra le più inquinate d’Europa. Da Oncino, nel cuneese a Saluzzo, la situazione peggiora ogni anno. E’ un tratto di fiume che presenta forti sbalzi di qualità, si conferma vulnerabile a causa dell’attività ortofrutticola, dai lunghi periodi di scarsità di acqua e dall’uso dei pesticidi.

Quando si arriva a Moncalieri, l’acqua è già nera. A monte di questo tratto fluviale esiste una diga dell’Enel che in certi periodi deriva almeno tre quarti della portata disponibile, con conseguenze negative sulla qualità biologica del fiume. A Brandizzo il Po riceve lo scarico del depuratore di Torino. Solo a Verrua Savoia l’acqua si trasforma, grazie all’apporto della Dora Baltea. Il serpentone va giù a Pontestura, Frassineto Po, Bassignana. All’ingresso del Tanaro la situazione peggiora: entrano così gli scarichi di Alessandria. A Spessa c’è il tracollo.

Da Gualtieri fino alla foce, l’ambiente si mantiene inquinato. Il mondo del Po ha così una sola regola: la pazienza. I battelieri dicono che in certi lunghi tratti il Po non è più navigabile perchè le conche di accesso non superano i dieci metri di larghezza mentre le chiatte sono di poco inferiori a dodici. Naviganti con l’acqua alla gola, con mete da raggiungere che si trasformano spesso in miraggi. Ci sono punti del Po dove un’imbarcazione può perfino rischiare di fare incidenti gravi. Come a Borgoforte, vicino a Mantova, quando si passa tra due ponti, collocati a poco più di cento metri uno dall’altro.Viaggi che diventano imprese: con barconi lunghi almeno cento metri, dove in una giornata di nebbia come passeggeri dell’imbarcazione,si può provare la sensazione di essere anime trasportate da Caronte. Lungo il Po, l’archeologia industriale, i ponti ormai in disuso, i vecchi capanni frutto della Rivoluzione industriale, sono una realtà. Le storie si perdono nel tempo. Quelle che hanno visto argini e conche che crollavano davanti agli occhi di chi li aveva costruiti, magari dopo anni di lavoro. Le storie del Polesine, sulle rive del grande Po. Ci sono paesi dove le donne, di domenica, vanno a sedersi nei cimiteri:e parlano per ore con i defunti. Li tengono sempre informati ma non hanno quasi mai novità da raccontare. Ricordano immagini in bianco e nero, di quei contadini che si disperavano davanti ai loro campi sommersi, i granai allagati, le bestie impazzite dalla paura e dalla fame. Quante volte gli abitanti del Po hanno visto allargarsi il fiume. Solo nel Polesine è accaduto sedici volte, dopo l’alluvione del ’51. Certe notti incombenti, con la luna stracciata a brandelli da nuvole in corsa. L’acqua del Po che batte i pontili e strappa alberi e terra. Ricordi. Gli argini del Grande Fiume sono per centinaia di chilometri sotto la soglia di allarme sia in altezza che in larghezza. Accade dappertutto:da una sponda all’altra del Mantovano, nel Ferrarese e nelle zone del Delta. Ovunque. Per regole idrauliche si è stabilito che gli argini maestri per contenere le piene debbano essere un metro più alti del colmo della piena del ’51. Sulla foce del Mincio gli argini sono più bassi di diversi centimetri. Nonostante ciò, sul Po naviga il carico di un lavoro:mangimi, granaglie, carburanti, gas, materie prime per la chimica e l’edilizia, carichi eccezionali che non passerebbero in autostrada, gli scafi che vengono assemblati nel porto di Cremona. 2500 tonnellate di merce all’anno. Li vedi passare quei barconi che vagano da Ovest verso Est,

Barcaioli e pescatori, naviganti e agricoltori vivono ancora il Po con i mezzi che hanno inventato gli antenati.

Aspettano un riscatto, ma il fiume è malato. Quando gli parli quasi sempre non risponde.

Aveva gli occhi blues Mario, quella notte tra il 5 e il 6 maggio 1998.

Aveva gli occhi blues Mario e non riusciva proprio a dormire.

Perché Mario viveva con la sua famiglia in una casa in cima ad una collina, sopra Sarno.

Mario amava il blues che la musica della sofferenza e della passione.

Pensava che ascoltando il blues nessuna sfortuna avrebbe mai potuto sconvolgere la sua vita.

Ascoltava i dischi di blues con un vecchio giradischi.

Tutte le notti, tornava dal lavoro, mangiava, poi si spogliava, si metteva le pantofole, apriva la finestra, accendeva il giradischi, prendeva un disco, azionava la levette, puliva la puntina, abbassava il braccio, e alzava il volume.

Pensava che il blues nero, sanguigno di Muddy Waters con la sua voce dura e potente, la chitarra di John Lee Hocker, l’armonica di Carey Bell lo avrebbero preservato da ogni sfiga.

Così anche quella notte Mario aveva gli occhi blues e non riusciva a dormire.

Dalla finestra arrivavano strani rumori, come di acqua che scroscia sulle strade.

Mario si affacciò alla finestra e vide qualcosa di strano, qualcosa che non aveva mai visto.

Dal Pizzo di Alvano, una massa enorme di melma stava seppellendo la memoria di un paese.

La gente scappava via dalle case, mentre un fiume color marrone, spazzava via ogni cosa, le abitazioni di Episcopio, i piccoli borghi di Quindici, in provincia di Avellino, Bracigliano, Siano.

Un fiume di fango scivolava a valle e travolgeva tutto.

Nonostante quello che stava vedendo, pensava che nulla avrebbe mai potuto toccare la sua casa.

Mario accese la televisione.

Mentre le ore passavano, si contavano i morti, centotrentasette e saliva quello dei dispersi, travolti dalla furia della natura.

Mario chiamò la madre Assunta ma dalla cucina non arrivò alcuna risposta.

“Se ne sarà andata”, si chiese Mario e continuò ad ascoltare il suo blues.

Il disastro di Sarno era prevedibile?

Non c’entra per caso il dissesto idrogeologico?

Il Vesuvio, mai spento da 2500 anni, ha invaso colline e montagne da una coltre composta da cenere, pomice, lapilli.

Ha ricoperto le colline di Ischia, i monti Lattari della Costiera Amalfitana, i monti piacentini e il Pizzo d’Alvano che, con la sua altezza di millecinquecento metri, divide le province di Salerno e Avellino.

Quella del Vesuvio è terra instabile, posta sopra una struttura di roccia di carbonati, assai friabile. Con le piogge estive e autunnali la situazione diventa più complessa. La melma si insinua nelle fessure. Forma crepacci di decine di metri, trattiene l’acqua, poi scivola a valle e crea sciagure. Nei tempi antichi, i paesi venivano costruiti in posizioni strategiche, a ridosso di colline, lontane dai canaloni dove il fango si convogliava.

I Borboni che non erano dei geni, avevano realizzato i Regi Lagni, strutture protettive che dovevano rallentare la massa franosa e contenerle in zone pianeggianti, come laghi di scolmamento.

Invece la speculazione edilizia copre con il cemento armato quel sistema di protezione e le frane dal ’60 al ’69 portano la distruzione di migliaia di case.

Le cause sono note: strade agricole tagliate su pendenze impossibili, interi abitati sorti dal nulla in piena campagna. L’abusivismo non si è mai interrotto.

In un’area con una densità abitativa tra le più popolate d’Europa, le case sono state costruite senza piani regolatori e poi sanate grazie a provvidenziali condoni edilizi. Sessanta millimetri di pioggia fanno scattare il piano d’emergenza.

In quei giorni del maggio 1998 l’acqua del fiume si mischia al fango vulcanico. A valle giunge una miscela esplosiva, inquinata da nitrati, ammoniaca, in un ambiente già compromesso.

Storie di Sarno, raccontate lungo le strade di fango, mentre cammini nelle piazze dei mercati, tra la gente che viene da fuori e vende la frutta e la verdura. Storie.

“Aveva gli occhi blues Mario, quella sera, e non riusciva a dormire. Spettrale Sarno, Ferragosto postatomico, irreale pomeriggio fatto di niente, di calura che toglie fiato e non fa respirare. E dove sono le Maldive e Orlando, dov’è Capalbio e Arzachena e Key West? Ferragosto amaro. E nessun dolcificante può buttar via l’amaro e rendere più dolce la sera di Mario. Che ha gli occhi blues e il cuore ferito.. Acqua, acqua, acqua. Fango fango fango. Che da queste parti si chiama lota. Che s’è portato via la mamma di Mario, la voglia, l’allegria”.

E allora c ’è un mondo grasso…e uno magro.

Un mondo onnivoro e un mondo affamato.

Un mondo che ha tutto e un mondo che non ha nulla.

Un mondo che mangia tutti i giorni, beve tutti i giorni, consuma tutti i giorni, e un mondo che stenta a sopravvivere, ed è pure assetato.

E in futuro? Cosa potrà avvenire?

In futuro la situazione potrà solo peggiorare.

E allora?

Non è giunta l’ora di cambiare?

Non è arrivato il momento di metterein seria discussione un modello di sviluppo che non distribuisce la ricchezza e non fa crescere l’economia mondiale?

Partiamo dall’acqua.

In Uganda, il consumo medio nelle aree rurali è di 12 litri al giorno.

Durante la stagione secca, l’impiego cala bruscamente perché aumenta la distanza dalle fonti idriche.

Nelle zone aride dell’India occidentale, nel Sahel e nell’Africa orientale, la disponibilità d’acqua nella stagione secca può scendere ben al di sotto di 5 litri al giorno.

L’impiego di acqua si aggira sui 5 litri al giorno nelle piccole città del Burkina Faso e sugli 8 litri al giorno in alcuni insediamenti informali indiani.

Rendere accessibile l’acqua in modo a tutti gli abitanti del pianeta deve diventare una priorità dei governi mondiali, non un accessorio.

Perché l’acqua é un bene comune e un diritto umano universale.

Un bene essenziale che appartiene a tutti.

E’ una battaglia di civiltà e di memoria.

Nessuno si senta escluso

0 Teatro Civile

  • 5 Ottobre 2012
  • Daniele Biacchessi
  • · Pagine

DANIELE BIACCHESSI

TEATRO CIVILE

Il testo è tratto dal libro “Teatro civile” di Daniele Biacchessi (Verdenero, 2010)


 

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Storie di Resistenza

24 luglio 1943, ore 17: inizia la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, organismo costituzionale e direttorio politico del Partito Nazionale Fascista, PNF. Alle 3 di notte del 25 luglio, viene approvato l’ordine del giorno dei gerarchi Giuseppe Bottai, Dino Grandi e Galeazzo Ciano, il quale prevede la restituzione dell’alto comando al Re. Benito Mussolini viene destituito e subito arrestato.

25 luglio, ore 22:45: il popolo italiano apprende dalla radio che il Re ha assunto il comando supremo delle Forze Armate e il maresciallo Pietro Badoglio il governo militare del paese con pieni poteri. Poco dopo Badoglio indica già le sue prime direttive: «… la guerra continua e l’Italia resta fedele alla parola data… chiunque turbi l’ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito».

Benito Mussolini viene trasferito per tre giorni alla caserma della Legione Allievi Carabinieri, nel quartiere Prati di Roma. Poi spostato via mare nelle isole di Ventotene, Ponza, Maddalena. Infine, rinchiuso in una cella a Campo Imperatore, sorvegliato da duecentocinquanta uomini tra carabinieri e guardia di finanza.

Ovunque, nelle città e nei paesi, manifestazioni di piazza salutano la caduta del regime fascista. La repressione dell’esercito è limitata, ma si registrano comunque numerosi morti tra operai, studenti e contadini. A Milano il Comitato delle opposizioni interpartitiche richiede la liquidazione totale del fascismo, la conclusione dell’armistizio con gli anglo-americani, il ripristino delle libertà civili e politiche, la liberazione dei detenuti, la costituzione di un governo composto da tutti i partiti antifascisti.

3 settembre 1943: a Cassibile, in Sicilia, viene firmato il testo del breve armistizio tra il generale Giuseppe Castellano, per conto del maresciallo Pietro Badoglio, e il generale Walter Bedell Smith, per conto di Dwight D. Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

8 settembre 1943, ore 19:45: dopo cinque giorni di lunghe ed estenuanti trattative, Pietro Badoglio annuncia l’armistizio dai microfoni dell’E.I.A.R.: «Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower… La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

9 settembre 1943, ore 5:10: il Re, la famiglia reale e Pietro Badoglio, seguiti da un corteo di generali e funzionari, abbandonano Roma diretti a Pescara, dove li attende una corvetta che li trasporta in Puglia. L’Italia è ormai occupata da ore dai nazisti. L’esercito regolare muore schiacciato da una guerra più grande delle sue possibilità militari, abbandonato a se stesso nelle ore dell’agonia, dal Re e dal comando supremo militare. Gli ufficiali di professione attendono ordini che non arriveranno mai. I soldati sfondano le porte, escono dalle camerate, abbandonano le caserme, le armi pesanti e leggere, i mezzi, i “muli di Badoglio”, barattano per pochi soldi ogni abito borghese, ogni via di scampo, ogni ritorno a casa. L’Italia si trasforma in un’immensa retrovia dove i soldati fuggono e si nascondono nelle case di famiglia, nei boschi, nelle valli, tra sentieri impervi e piccoli borghi e rifugi di montagna.

Il governo regio fuggiasco a Brindisi crede di poter tornare entro pochi giorni a Roma alla guida del paese. Ma i nazisti scambiano la disfatta dell’esercito in quella di un’intera nazione, tanto che nel comunicato del comando supremo tedesco si avverte l’orgogliosa sicurezza di chi pensa di non avere più un nemico, perché le forze armate italiane non esistono più. Intanto, il feldmaresciallo Erwin Rommel liquida le nostre armate al Nord, il feldmaresciallo Albert Keserling quelle del Sud, mentre si oppone alle forze anglo-americane, sbarcate a Salerno e Taranto.

E allora? Allora inizia la Resistenza. La guerra dell’Italia partigiana incomincia proprio quando termina la guerra del regime. L’armata ribelle si forma dopo la disfatta di quella regia e fascista. All’inizio sono poche migliaia di persone. In certi luoghi di montagna, mentre scendono a valle i soldati dell’esercito in rotta, risalgono gruppetti di studenti universitari, operai delle fabbriche delle città, ufficiali del corpo degli alpini, intellettuali, scrittori, giornalisti, professionisti affermati, contadini. La minoranza del settembre 1943 è l’avanguardia di una Resistenza che ha radici lontane: nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole, nelle prigioni, tra i fuoriusciti in Francia e i confinati a Ventotene, fin dentro l’esercito fascista. I Comitati di opposizione interpartitici diventano Comitati di Liberazione Nazionale, CLN. Persone con idee diverse, spesso contrapposte, ma unite da un’idea comune: organizzare la lotta armata contro gli occupanti tedeschi.

13 settembre 1943: la radio tedesca annuncia la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione, un albergo sul Gran Sasso d’Italia. Il giorno dopo il Duce va a Rastenburg, in Germania, in aereo. Hitler lo attende davanti al bunker. Mussolini è nelle sue mani, il Führer è il suo padrone politico e militare. Il Duce è ormai un fantoccio del Terzo Reich.

18 settembre 1943: da Radio Monaco, Benito Mussolini riprende le redini del “nuovo fascismo” nato sotto l’ombrello nazista: «Riprendere le armi a fianco della Germania e del Giappone, nostri alleati… preparare senza indugio le nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia… eliminare i traditori…».

Nell’Italia occupata dai nazisti nasce lo Stato fascista repubblicano, poi denominato Stato nazionale repubblicano d’Italia, infine Repubblica Sociale Italiana, RSI.

Si forma la Repubblica di Salò: Rodolfo Graziani alla Difesa, Guido Buffarini Guidi agli Interni, Fernando Mezzazoma alla Cultura popolare, Domenico Pellegrini Giampiero alle Finanze, Carlo Peverelli alle Comunicazioni, Carlo Alberto Biggini all’Educazione nazionale, Antonio Tringali Casanova alla Giustizia, Ruggiero Romano ai Lavori pubblici, Francesco Maria Barracu sottosegretario alla Presidenza, l’ammiraglio Antonio Legnani alla Marina, il generale Carlo Botto all’Aeronautica.

Da una parte si schierano i soldati della repubblichina, dall’altra prendono forma le prime bande partigiane. I ribelli si posizionano sopra Boves (teatro della prima strage nazifascista nel nostro paese), tra i laghi Maggiore e di Como (all’hotel Meina vengono trucidati un gruppo di ebrei), sulle Prealpi venete, sopra Sassuolo, sul Monte Amiata, sul Pratomagno, nelle valli abruzzesi.

Negli anni tra il ’43 e il ’45, i partigiani si organizzano in Brigate Garibaldi (comunisti), Gap e Sap (comunisti, socialisti, azionisti), Brigate Matteotti (socialisti), Brigate Giustizia e Libertà (azionisti), Brigate Autonome (ex militari, monarchici, badogliani), Brigate del popolo,Fiamme Verdi, Brigate Osoppo (democristiani), Brigate Bruzzi Malatesta (anarchici).

Dal 7 settembre 1944, gli alleati inglesi e americani riconoscono il ruolo dei partigiani italiani che si fondono nel Corpo dei Volontari della Libertà. capo del Comando militare supremo è il generale Raffaele Cadorna, vicecomandanti sono Ferruccio Parri (Partito d’Azione) e Luigi Longo (Partito Comunista); altri componenti sono Enrico Mattei (Democrazia Cristiana), Giovanni Battista Stucchi (Partito Socialista) e Mario Argenton (Partito Liberale e formazioni autonome).

La guerra di liberazione è lunga, dura, estenuante.

Prosegue tra forti avanzate, rastrellamenti dei nazifascisti, faticose ritirate, umilianti ripiegamenti, ancora avanzate, azioni di sabotaggio e attacchi contro postazioni strategiche, occupazioni di paesi e valli (Alba e Langhe, Montefiorino, Ossola, Valsesia sono i luoghi più importanti), insurrezioni di città (Napoli, Firenze, Milano, Torino, Genova), fino all’aprile del 1945, i giorni della resa dei conti finale e della libertà conquistata.

27 aprile 1945: a Dongo viene catturato Benito Mussolini mentre tenta di espatriare insieme all’amante Claretta Petacci e altri gerarchi. Il giorno dopo, il Duce e la Petacci vengono giustiziati dai partigiani a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. I loro corpi senza vita vengono impiccati a testa in giù in piazzale Loreto, a Milano, nello stesso luogo dove il 15 agosto 1944 nazisti e fascisti avevano trucidato quindici detenuti politici.

29 aprile 1945: l’esercito tedesco si arrende; il CLN assume pieni poteri civili, politici, militari.

2 maggio 1945: il generale inglese George Alexander ordina la smobilitazione delle forze partigiane. Le armi vengono in gran parte consegnate. Resta comunque alto il prezzo pagato dai ribelli dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945: 45.000 partigiani civili italiani morti in combattimento o fucilati dopo atroci torture; 22.000 mutilati e invalidi; 45.000 soldati uccisi in azione, quelli che dopo l’8 settembre 1943 decidono di schierarsi contro i nazifascisti; oltre 10.000 militari della Divisione Acqui, impegnati a Cefalonia e Corfù assassinati dai nazisti; 650.000 soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, 40.000 sterminati, come altri 36.000 civili; 15.000 tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle oltre duemila stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia.

Storie di ordini già eseguiti

Marzo 1944. Da oltre sei mesi Roma è in mano ai nazisti. È avvenuta la deportazione di centinaia di ebrei romani, trasferiti nei campi di concentramento e di sterminio in Germania e Polonia.

Il capo della Gestapo e ufficiale delle SS Herbert Kappler, agenti del SD, il servizio segreto nazista, il questore Pietro Caruso, le bande fasciste, gli uomini del Reparto Speciale di Polizia direttoda Pietro Koch con sede alla Pensione Jaccarino, si sono resi responsabili di torture, sevizie, fucilazioni collettive ed esecuzioni sommarie senza alcun processo di membri e fiancheggiatori della Resistenza o semplici sospettati nel carcere di via Tasso. Gli alleati anglo-americani continuano a bombardare i quartieri periferici della città. Roma è avvolta dalla paura e dominata dal terrore.

Le attività dei GAP, Gruppi d’Azione Patriottica di Roma sono febbrili. I partigiani colpiscono nazisti e fascisti in ogni quartiere: comando tedesco di Trastevere (10 gennaio), corpo di guardia del carcere di Regina Coeli (18 gennaio), stazione Termini e via Regina Elena (23 gennaio), caserma repubblichina di viale Giulio Cesare (2 marzo), reparto della Guardia Nazionale Repubblicana in via Tomacelli (10 marzo).

I gappisti notano che l’11esima compagnia del 3° battaglione dello SS Polizei Regiment Bozen sfila ogni giorno cantando per le strade di Roma. I soldati sono tutti altoatesini di nazionalità tedesca. Fanno parte di una milizia volontaria con compiti di polizia, impegnata in azioni antiguerriglia; centosessanta uomini, armati di tutto punto, indossano la divisa della Wehrmacht e compiono lo stesso percorso nel primo pomeriggio: via Flaminia, piazzale Flaminio, piazza del Popolo, via del Babuino, piazza di Spagna, poi verso il Viminale dove c’è il loro quartier generale.

Per giorni, i partigiani studiano con precisione il tempo che la colonna impiega a percorrere il tragitto e progettano l’attacco finale in via Rasella: una strada in salita, scomoda per i nazisti, comoda per i partigiani.

Il 23 marzo 1944 è il venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento. Raul Falcioni preleva un carrettino a due bidoni della Nettezza Urbana vicino al Colosseo, lo porta in una cantina in via Marco Aurelio 47, il rifugio dei GAP.

Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Giulio Contini, Laura Galloni, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini inseriscono nel carrettino una cassetta di metallo con 12 chilogrammi di tritolo con detonatore. Intorno ad alcuni spezzoni di ghisa vengono piazzati altri 6 chilogrammi di esplosivo. Un ordigno potente e devastante.

Poco prima delle 13, Rosario Bentivegna si traveste da spazzino, camiciotto e cappello, e si avvia con il carrettino verso via Rasella. Intorno alle 14 lascia il contenitore dell’immondizia in via Rasella, all’altezza di Palazzo Tittoni, e attende l’arrivo dei soldati.

Intanto, altri gappisti si posizionano nei punti prestabiliti dal piano operativo. Carla Cappon è in largo del Tritone, davanti alla sede del Messaggero. Porta un impermeabile in mano. Servirà a Rosario Bentivegna per coprire la divisa da spazzino, al termine dell’azione. Pasquale Balsamo si trova in via Tomacelli.

Due squadre sono pronte in via del Boccaccio: una da sette, l’altra da sei uomini. Tra loro ci sono Franco Calamandrei, Carlo Salinari, Raul Falcioni, Silvio Serra, Francesco Pulveri, Alfio Marchini. Sono armati di quattro bombe da mortaio d’assalto Brixia, trasformate in modo artigianale in bombe a mano.

Alle 15:34, il capo gappista Franco Calamandrei avvista i soldati della Bozen, si leva il cappello. Rosario Bentivegna comprende il segnale convenzionale. Con il fuoco della sua pipa accende la miccia dell’esplosivo e si dilegua. Cinquanta secondi dopo il carretto con due bidoni e 18 chilogrammi di esplosivo esplode. Le bombe a mano lanciate dai gappisti fanno il resto.

Vengono uccisi trentatré soldati e due civili, il militante di Bandiera Rossa Antonio Chiaretti, e un ragazzino di tredici anni, Pietro Zuccheretti; centodieci i militari feriti, nove di loro moriranno nei giorni successivi.

La reazione dei nazisti è caotica. Subito pensano a un attacco avvenuto dalle finestre dei palazzi. Così sparano alla cieca contro le case. Quattro civili perdono la vita.Pochi minuti dopo i nazisti organizzano la loro rappresaglia. Il generale Kurt Maelzer, detto il “re di Roma”, comandante della piazza, giunge in via Rasella. Dapprima grida tre volte “vendetta” e annuncia di voler pianare al suolo il quartiere. Poi, dopo una serie di concitate telefonate, da Berlino Adolf Hitler ordina al maresciallo Albert Kesserling di fucilare dieci civili per ogni soldato tedesco caduto nell’attentato, contravvenendo alle convenzioni dell’Aja e di Ginevra. L’ufficiale delle SS Herbert Kappler organizza ed esegue la mattanza. Vengono dunque scelti membri della Resistenza ed ebrei detenuti nelle carceri di via Tasso e di Regina Coeli, ma all’ultimo momento vengono presi a caso anche altri prigionieri: duecentosettanta persone.

Cinquanta partigiani romani vengono consegnati ai tedeschi dal questore di Roma Pietro Caruso e dal capo del Reparto Speciale di Polizia Pietro Koch: trecentoventi persone.

Nella notte tra il 23 e il 24 marzo muore un soldato della Bozen colpito in via Rasella. Così Kappler decide di ucciderne dieci in più: trecentotrenta persone.

Ma chi compila le liste commette un errore. Ci sono cinque prigionieri in eccesso: trecentotrentacinque persone in tutto.

Il 24 marzo 1944 i condannati a morte vengono prelevati dai luoghi di detenzione, caricati su pullman e autocarri. Non conoscono la loro destinazione finale: le Cave Ardeatine. Le vittime vengono fatte scendere dai veicoli, trasferite a gruppi di cinque dentro le gallerie di tufo, uccisi uno a uno con un colpo di pistola alla nuca. Alla fine del massacro, i nazisti minano le cave e le fanno saltare, tentando di eliminare le prove delle loro barbarie, a futura memoria. Ma un testimone osserva da lontano la scena. È il pastore Nicola D’Annibale.

Il 25 marzo 1944 sui giornali romani appare uno scarno comunicato: «Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco perciò ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato, dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

Trecentotrentacinque persone uccise. Nella lista ci sono le più importanti figure della Resistenza romana, di ogni appartenenza politica. Cadono fianco a fianco i professori Gioacchino Gesmundo e Pilo Albertelli, il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, i generali Simone Simoni, Dardano Fenulli e Sabato Martelli Castaldi, l’operaio Valerio Fiorentini, gli azionisti Pilo Albertelli e Armando Bussi. Trecentotrentacinque morti che portano la firma di alcuni assassini poi identificati, processati e condannati in via definitiva, anche se con molti anni di ritardo: Albert Kesserling, Herbert Kappler, Eric Piebke, Carl Hass.

Oggi le Fosse Ardeatine, così come il carcere di via Tasso, sono diventate luoghi di ricordo e memoria. Quello delle Ardeatine è un museo che conserva reperti, giornali, documenti, cimeli, fotografie delle trecentotrentacinque vittime di sessantasei anni fa. Se vai in un giorno infrasettimanale ci trovi studenti accompagnati da insegnanti e da guide. Sono curiosi, fanno domande, molti prendono appunti. Non vogliono dimenticare.

Storie di bambini e girotondi

1944. Sant’Anna di Stazzema è un piccolo paese di montagna in provincia di Lucca. Un borgo antico, quattro case, una chiesetta, pochi abitanti, quattrocento anime, alcune frazioni che portano nomi come Vaccareccia, Case, Pero, Moco, Coletti.

Le donne intente a governare le cose di casa. Gli uomini impegnati nell’agricoltura, nella pastorizia, oppure come cavatori nelle miniere. Una vita normale, tranquilla, nonostante il vicino fronte di guerra che contrappone le armate anglo-americane e le divisioni tedesche, attestate da mesi lungo la linea gotica.

La storia parte da una fotografia scattata il 12 luglio 1944, leggermente seppiata e di poco sfuocata. Ritrae un gruppo di piccoli che giocano festosi davanti al parco della scuola. Cantano e ridono felici, si tengono per mano e compiono uno straordinario girotondo. Sono spensierati, del resto è la festa che celebra la fine dell’anno scolastico, l’inizio delle vacanze estive. Scrivono i loro sogni su fogli di carta. Poche righe, frasi di bambini che vivono spensierati mentre intorno la guerra dei grandi distrugge e divide il mondo.

La mattina del 12 agosto 1944, proprio un mese dopo il girotondo della fotografia, quei sogni di bimbi vengono infranti da qualcosache riguarda la morte e la violenza degli adulti.

Se chiudi gli occhi, puoi immaginarti la scena. I razzi illuminano il cielo colorato di rosso. Alle 7 precise arrivano i soldati nazisti della 16 Panzergrenadier Division Reichfùhrer SS, comandata dal generale Max Simon. Entrano a Sant’Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera, repubblichini di Lucca e di Viareggio, collaboratori dei nazisti. Bruciano le case, devastano le chiese, puntano i mitragliatori contro le persone, lanciano bombe a mano nei granai e nei cascinali.

Dopo tre ore di barbarie, si contano cinquecentosessanta morti. Sono donne, vecchi, bambini. Anna Pardini è nata solo venti giorni prima.

Quella di Sant’Anna di Stazzema non è una rappresaglia, ma un atto terroristico contro abitanti inermi e sfollati in fuga dalla guerra. È una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio.

L’obiettivo dichiarato dei nazisti e dei repubblichini è distruggere il paese, sterminare civili, mettere paura, rompere ogni collegamento possibile fra la popolazione e le formazioni partigiane che operano nella zona, come la brigata Garibaldi Xbis dedicata a Gino Lombardi.

Nell’aprile 1945 finisce il conflitto. I testimoni oculari e i superstiti della strage di Sant’Anna di Stazzema si presentano davanti alle autorità giudiziarie. Raccontano ogni particolare del massacro. I carabinieri annotano tutto nei verbali. Rivelano ciò che sanno degli ufficiali nazisti responsabili degli omicidi, i loro nomi e i cognomi.

1960. Sono passati quindici anni dalla fine del conflitto. In Italia è terminata la ricostruzione, siamo in pieno boom economico. Il nemico dell’Occidente non è più il nazismo, ma il blocco sovietico, ciò che sta a est del muro di Berlino. La Germania sconfitta e lacerata è divisa in due. E le decine di migliaia di persone trucidate in Italia dalle truppe naziste devono restare avvolte nell’ombra, come vittime invisibili che non sono più corpo e nemmeno memoria. Così il procuratore generale militare Enrico Santacroce, che dipende direttamente dalle volontà politiche dei governi democristiani, emette un decreto di archiviazione provvisoria dei documenti sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e di altri eccidi come Marzabotto-Monte Sole, Fossoli, Bolzano, Fivizzano, Vinca, Fucecchio, Benedicta, Fosse Ardeatine, piazzale Loreto e Hotel Regina di Milano, Gubbio, Civitella val di Chiana. Prove sepolte per mere ragioni di Stato.

1994. Quasi cinquant’anni dopo. Alcuni operai compiono lavori di ristrutturazione nel palazzo Cesi, in via degli Acquasparta, a Roma. È la sede della Procura Generale Militare. Dietro un tramezzo affiora d’improvviso la memoria italiana. Un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto. Quando i magistrati aprono l’armadio, vengono alla luce 695 fascicoli, stipati uno sull’altro. C’è un registro composto da 2.273 voci. Tutto sembra archiviato, o meglio nascosto e occultato, in modo rigoroso, preciso, ordinato. Emergono le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti che indicano già nel 1945 i nomi dei colpevoli. Per l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma vengono accusati Herbert Kappler, Erich Priebke e Carl Hass. I verbali custodiscono i nomi dei nazisti in ritirata che hanno colpito a Sant’Anna di Stazzema e in centinaia di paesi e città del Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania. Liguria. Praticamente ovunque.

Grazie al ritrovamento dei fascicoli sepolti per cinquant’anni nel cosiddetto “armadio della vergogna”, il Tribunale Militare di La Spezia (pm Marco De Paolis) istruisce i processi. Quello per il massacro di Sant’Anna di Stazzema è il primo a giungere a una sentenza definitiva. In primo grado, dieci ufficiali e sottufficiali nazisti vengono condannati all’ergastolo. Alla fine dell’iter giudiziario, vengono ritenuti responsabili dell’eccidio il tenente Karl Gropler, il luogotenente Georg Rauch, il sottotenente Gerard Sommer. L’8 novembre 2007, al momento della sentenza, questi criminali sono tutti ultraottantenni.

Oggi Sant’Anna di Stazzema continua a essere un piccolo paese di montagnaUn borgo antico, quattro case, alcune frazioni, una chiesetta, pochi abitanti, una quarantina, che conducono una vita normale, tranquilla. Come prima della strage.

Ma oggi c’è qualcosa in più. Sant’Anna di Stazzema è diventato Parco Nazionale della Pace. È un’area composta dalla chiesa, dal Museo Storico della Resistenza, da una faticosa via crucis che raggiunge il Col di Cava, dove è posto il Monumento Ossario.

Il museo conserva la storia delle cinquecentosessanta persone trucidate dalla furia nazista. I loro vestiti, le bambole, gli occhiali dei vecchi, i giornali dell’epoca, portafogli, monete, anelli, orecchini, portafoto. E poi ci sono gli scatti di Oliviero Toscani nella splendida mostra I bambini ricordano. All’ingresso del museo, alla fine di una scalinata, c’è la lapide con le parole di Pietro Calamandrei, Lo avrai Camerata Kesserling.

Lo avrai camerata Kesserling

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolato delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti vide fuggire

ma soltanto col silenzio dei torturati

più duro d’ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama ora e sempre

RESISTENZA

Storie dalla linea gotica

1944. Monte Sole e Marzabotto si trovano in provincia di Bologna, sull’Appennino tosco-emiliano, sul filo della cosiddetta linea gotica, il fronte di guerra dove sono attestate le truppe naziste e repubblichine e i soldati anglo-americani.

Nella zona sono in corso da mesi le azioni clandestine della Brigata partigiana Stella Rossa, alla guida di Mario Musolesi, nome di battaglia “il lupo”. È formata da sette-ottocento persone, in gran parte giovani provenienti dai paesi dell’Appennino: Marzabotto, Monzuno, Grizzana Morandi, Castiglione dei Pepoli. Altri ragazzi provengono da Bologna. Altri ancora sono ex prigionieri inglesi fuggiti da un campo di concentramento, ora alla macchia.

La Brigata partigiana Stella Rossa organizza una lunga serie di attentati contro nazisti e repubblichini. Un treno militare tedesco viene deragliato lungo la direttrice Bologna-Firenze, all’altezza della stazione di Grizzana. E ancora, vengono ideati sabotaggi di ponti e strade di lunga comunicazione, l’omicidio di un maresciallo della legione dei carabinieri, l’eliminazione di alcune spie, fino allo scontro vittorioso in campo aperto con una divisione tedesca vicino a Sasso Marconi (cinquecentocinquanta morti).

Il gruppo comandato da Musolesirappresenta dunque una spina nel fianco del sistema di occupazione e controllo del territorio nazista lungo la linea gotica. Ecco perché, nel settembre 1944, il feldmaresciallo Albert Kesselring mette in pratica la sua risposta militare contro i partigiani, lo stato d’eccezione, nella convinzione che il controllo di un luogo da parte dei ribelli richieda la complicità di chi in quel luogo ci vive.

Il capo dell’operazione di rastrellamento è il maggiore Walter Reder, detto “il monco”. La mattina del 29 settembre 1944, prima di muovere all’attacco, quattro reparti delle truppe naziste accerchiano una vasta area di territorio compresa tra le valli dei fiumi Setta e Reno. Dalle frazioni di Panico, Vado, Quercia, Grizzana, Pioppe di Salvaro le truppe tedesche procedono come granchi all’assalto di abitazioni, cascine, scuole. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione impaurita si rifugia nella chiesa di Santa Maria Assunta. A quel punto i nazisti pianificano l’eccidio. Prima tocca a don Ubaldo Marchioni, poi ai vecchi, alle donne, ai bambini. I criminali si spostano nel cimitero. La loro mitragliatrice colpisce e uccide centonovantacinque persone, tra le quali cinquanta giovanissimi.

E la strage è solo all’inizio. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare viene setacciato dai soldati nazisti. Nessuno viene risparmiato. Neanche don Giovanni Fornasini. Dopo sei giorni di rastrellamenti e violenze, perdono la vita settecentosettanta persone.

La strage di Marzabotto-Monte Sole è numericamente la più grave tra quelle compiute dai nazifascisti in Italia durante la ritirata del 1944. Solo molti anni dopo, in seguito al ritrovamento dei fascicoli nel cosiddetto “armadio della vergogna”, si sono potute aprire le inchieste e processare i responsabili dell’eccidio.

14 gennaio 2007. Il Tribunale Militare di La Spezia condanna all’ergastolo dieci imputati. Sono Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder, il sergente comandante di plotone Josef Baumann, il maresciallo delle SS Hubert Bichler, i sergenti Max Roithmeier, Max Schneider, Heinz Fritz Traeger, Georg Wache, Helmut Wulf, il maresciallo capo Adolf Schneider, il soldato Kurt Spieler.

7 maggio 2008. La Corte Militare d’Appello di Roma conferma le condanne.

Storie di banche

Ti ricordi, uomo, il 1969? La televisione era in bianco e nero. Uno strano bussolotto di metallo con un vetro verde e concavo davanti. Non c’era il telecomando, solo l’interruttore. Si vedeva un solo canale, il primo. Quando si vedeva… Perché non era mica come oggi, con l’antenna centralizzata, con i padelloni per ricevere i satelliti.

A casa mia l’antenna era vicina all’apparecchio. E ognuno faceva come gli pareva. Uno si alzava e muoveva l’antenna, le righe orizzontali sparivano. Poi qualcun altro si alzava, passava accanto al filo e le righe tornavano più grandi di prima. Si poteva andare avanti per ore.

Certe volte la valvola si scaldava e l’immagine si ingrandiva, poi si stringeva, e ancora si ingrandiva. Ci voleva tanta pazienza. E c’erano le manopole del contrasto e del volume, quelle di plastica, quelle che a furia di girarle ti restavano in mano e non si vedeva né sentiva più niente.

Una lotta impari. Per farli funzionare, quegli strani aggeggi, bisognava essere dei veri esperti. Roba da Scuola Radioelettra Torino.

Di pomeriggio, alle 17:30, si vedeva La tv dei ragazzi. C’era Angelo Lombardi, “L’amico degli animali”. Parlava con cani, gatti, leoni, serpenti. Con tutti, perfino i topi, ma con gli uomini no. Aveva la faccia da buono. E Paolo Poli raccontava fiabe per bambini. Poi c’erano I viaggi di Gulliver: «… voglio girare tutte le strade del mondo…».

Come si può scordare Giovanna la nonna del corsaro nero? «Nonnetta sprint, più forte di un bicchiere di gin».

Poi c’erano i telefilm: Ivanhoe, cavaliere senza macchia e senza paura che si batteva contro gli uomini di Giovanni Senza Terra e lo Sceriffo di Nottingham, aspettando il ritorno di re Riccardo Cuor di Leone. Thierry La Fronde, giustiziere francese ai tempi della guerra dei cento anni. Come Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. I Compagni di Baal, fantomatica setta che agiva nella malavita francese.

E chi può dimenticare le commedie musicali? Il Quartetto Cetra di Non cantare spara? Eh…?

E gli sceneggiati? Tino Buazzelli Nero Wolf, Gino Cervi il Commissario Maigret, Ubaldo Lay il mitico Tenente Sheridan.

E i quiz? Lo sport preferito degli italiani… Chissà chi lo sa di Febo Conti. Non si vinceva niente. Ogni sabato pomeriggio si sfidavano due classi delle medie inferiori. Mi ricordo quella che veniva da Valmadrera. C’erano sempre loro. «Squillino le trombe, entrino le squadre» gridava Febo Conti.

A un certo punto, mia madre mi guardava in modo serio.

«Dopo Carosello… a letto».

Ma come fai a perderti certe cose…

«A letto… che domani si va a scuola».

Avveniva tutte le sere, tranne il sabato e la domenica, quando alle 20:30 andava in onda La freccia nera: «La freccia nera fischiando si scaglia e la sporca canaglia il saluto ti dà».

D’estate si poteva guardare la tv fino a tardi. Ricordo che c’era uno strano tipo di nome Gennaro, in completo azzurro, una sorta di Mago Zurlì napoletano, travestito da arbitro internazionale. Ma non di calcio. Era l’arbitro di Giochi senza frontiere, un guazzabuglio di corse a ostacoli, giochi a base di acqua e sapone dove i concorrenti scivolavano e si andavano a schiantare contro castelli di polistirolo, cuscini, piume. Le squadre venivano da ogni parte d’Europa. E ti chiedevi, come sarà fatto un francese, un tedesco e un olandese? Che vita faranno? Quali sono le loro abitudini? E il calcio, eh…?

C’era la gara per chi conosceva a memoria le formazioni. Quella del Milan era come una filastrocca: Cudicini, Anquilletti, Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati.

Poi c’era quella dell’Inter, come una saga antica: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso.

Le formazioni le imparavi a scuola o all’oratorio, quando scambiavi le figurine con gli amici. Lo scudetto della Fiore, la Fiorentina, era introvabile. Per averlo un giorno dovetti sborsare dieci Pizzaballa, cinque Chiarugi, tre Bulgarelli e due De Sisti. Mi indebitai per sempre. C’è ancora gente che mi rincorre chiedendomi dov’è finito Pizzaballa.

E i biliardini? I giocatori di plastica avevano magliette di squadre vere. Qualcuno frullava, altri facevano ganci mirabolanti che sfondavano la porta dell’avversario. Le partite duravano ore. Si diventava gobbi.

Nei bar c’erano flipper colorati. La biglia di ferro compiva giri virtuosi e la macchina emetteva dei rumori, come fossero muggiti. Se appena la scuotevi si bloccava, andava in tilt e ti fregava la monetina.

Amavo il rock, e la Rai ovviamente trasmetteva Fin che la barca va di Orietta Berti. La chitarra di Jimi Hendrix uscì una notte dall’altoparlante di una vecchia radio valvolare attraverso Radio Caroline, un’emittente che trasmetteva dal canale della Manica. Radio Caroline era sempre in movimento perché girava l’Europa sopra una nave. I dj me li immaginavo vestiti di nero, con la benda nera su un occhio, a bordo di una vecchia imbarcazione con la bandiera dei pirati.

Nel 1969, lo stipendio di un operaio specializzato era di 110.000 lire al mese. L’affitto medio di un appartamento a Milano e Roma ammontava a 35.000 lire al mese. La Fiat 500 lusso costava 525.000 lire. Una tazza di caffè al bar costava 50 lire. Un litro di benzina 75 lire. Il 27 del mese era un miraggio.

Il 1969 è l’anno degli scioperi, dei cortei di operai e studenti in tutto il paese. Le rivendicazioni degli operai per il salario garantito e un lavoro per tutti si mischiano al diritto allo studio chiesto da milioni di giovani delle scuole medie superiori e delle università. Torino, Milano, Genova, il triangolo industriale. Le lotte diventano più calde. 7.507.000 persone coinvolte in conflitti di lavoro per 302.597.000 ore di produzione perdute a causa di scioperi.

È l’anno delle bombe. Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno centoquarantacinque, una ogni tre giorni. Per novantasei la responsabilità accertata è dell’estrema destra.

Il 15 aprile ne scoppia una nell’ufficio del rettore dell’Università di Padova.

Il 9 aprile a Battipaglia vengono uccisi due lavoratori e centodiciannove persone sono arrestate. Il giorno dopo ci saranno manifestazioni in tutta Italia, accompagnate da violenti scontri con la polizia. Il commissariato di Battipaglia viene dato alle fiamme.

Il 25 aprile, alla Fiera di Milano, un ordigno ad alto potenziale provoca il ferimento di venti persone.

In agosto vengono piazzati dieci ordigni sui treni: otto esplodono e colpiscono dodici passeggeri.

A Pisa, il 27 ottobre, durante una manifestazione contro i colonnelli greci, uno studente rimane ucciso da un candelotto lacrimogeno lanciato dalla polizia.

Il 19 novembre, a Milano, nel corso di una manifestazione per la casa, due camionette si scontrano; nell’incidente muore il poliziotto Antonio Annaruma.

Un clima incandescente sul piano politico. Si è appena insediato il secondo governo a guida Mariano Rumor. Il suo vice è Paolo Emilio Taviani. Ministro degli Esteri Aldo Moro, agli Interni Franco Restivo. Un monocolore Dc. Capo del Sid è l’ammiraglio Eugenio Henke. Al vertice della polizia c’è Angelo Vicari. Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat. Il Pci è il più forte partito comunista occidentale. La Cgil è il sindacato meglio organizzato.

12 dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera, ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro che sembra un carnevale. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, 50 lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano Il barbiere di Siviglia. C’è ressa davanti al Rivoli per Un uomo da marciapiede e all’Excelsior per Nell’anno del Signore. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti.

A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana: 7 chilogrammi di esplosivo vengono compressi in una cassetta metallica, poi inseriti dentro una valigetta nera, tipo ventiquattrore. È collocata proprio al centro del salone dove gli agricoltori contrattano i loro affari. La gelignite è attivata da un timer.

12 dicembre 1969, piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. È il giorno dell’innocenza perduta.

Alle 16:37 non ci sono più La Tv dei ragazzi,La freccia nera, Giochi senza frontiere, le figurine. A quell’ora, noi ragazzi italiani siamo già vecchi.

Al termine dei miei spettacoli, spesso i più giovani mi chiedono com’è andata a finire.

Come volete che sia andata a finire… Come sempre, tutti assolti.

Processo per la strage di Piazza Fontana, 30 giugno 2001, Corte d’Assise di Milano. Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni condannati all’ergastolo. Tre anni a Stefano Tringali, militante di Ordine nuovo, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per Carlo Digilio.

12 marzo 2004. La Corte d’Assise di Appello di Milano assolve Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi per insufficienza di prove, Giancarlo Rognoni per non aver commesso il fatto, e riduce da tre anni a uno la pena per Stefano Tringali con la sospensione condizionale e la non menzione della condanna.

3 maggio 2005. La Corte Suprema di Cassazione conferma le assoluzioni degli imputati e l’obbligo, da parte dei parenti delle vittime, del pagamento delle spese processuali, 500.000 euro.

La sentenza definitiva accerta comunque le responsabilità dei neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti tra gli esecutori della strage, anche se non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987, a Catanzaro.

Storie di aerei

27 giugno 1980, cade di venerdì. Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna. Sono le 17:30. Il caldo quasi non si sente, un forte temporale rinfresca l’aria, pioggia d’estate, nulla di più. I bocchettoni dell’aria condizionata raffreddano il salone dell’aeroporto. I taxi scaricano passeggeri con valigie e pacchi. Sembrano non avere fretta alcuna.

L’orario di partenza previsto del DC9 IH870 dell’Itavia per la tratta Bologna-Palermo è fissato alle 18:15. Chi legge un giornale, chi si guarda intorno, chi si reca al duty free. Un profumo, una stecca di sigarette, l’ultimo settimanale, il libro, il quotidiano che non si è potuto leggere al mattino.

Ottantuno persone, sessantatré adulti, tredici bambini, due piloti, due assistenti di volo. Luigi Andres è un medico dentista. Con lui c’è Cinzia Benedetti, appena laureata in lingue all’Università di Pavia. Francesco Baiamonte commercia in carni. Paola Bonati amministra la società Emir. Alberto Bonfietti, insegnante di scuola media a Mantova, giornalista del quotidiano Lotta Continua. Alberto Bosco si occupa di macchinari per l’estrazione del marmo, come Andrea Guarano. Maria Vincenza Calderone torna nella sua casa a Palermo. Giuseppe Cammarata è un carabiniere, proprio come Giacomo Guerino. Arnaldo Campanini è un esperto di macchine per l’industria alimentare. Antonella Cappellini è avvocato. Accanto a lei c’è Guelfo Gherardi e molte, molte altre persone.

Nomi comuni, volti che puoi incontrare al supermercato, al bar, allo stadio di domenica, vicini di tavolo in una trattoria, a un concerto. Nomi, cognomi e mestieri.

Il DC9 dell’Itavia IH870 ha volato per tutto il giorno, ma gode comunque di buona salute. L’aereo imbarca i passeggeri all’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna-Borgo Panigale. È la sua ultima fatica.

20:08. Il volo DC9 Itavia decolla da Bologna con centotredici minuti di ritardo. La torre di controllo gli ha già assegnato un numero di identificazione: IH870. Sale sull’aerovia Ambra 12: «Itavia 870, il decollo agli 8, cambi con Padova Informazioni… Con Padova fin d’ora la 870, arrivederci Bologna.»

Pochi secondi e il pilota si collega con Padova Informazioni: «Padova buonasera, è la 870… Itavia 870, prosegua come autorizzato, richiami Firenze».

20:20. Il DC9 si trova ormai allineato al radiofaro di Firenze. Il pilota prende contatto con Roma Ciampino: «Buonasera radar di Roma, è l’IH870… Buonasera anche a lei, 870… Inserisca 1136 sul transponder ed è autorizzato a Palermo via Bolsena, Puma, Latina, Ponza, Ambra 13… 1136 sta arrivando per lei, a Palermo come da piano di volo, è su Firenze, praticamente, mantiene 190».

20:23. Il DC9 IH870 vira a sinistra e imbocca Ambra 14, l’autostrada del cielo che percorre la dorsale appenninica verso sud. Il sole sta calando dietro la linea dell’orizzonte, ma per il tramonto c’è ancora bisogno di vento. Per i passeggeri sono risate e discorsi, pensieri e ricordi, angosce e dubbi. Quelli di una vita.

20:26. Il volo del DC9 sembra inarrestabile. Il pilota comunica ancora con il radar del centro di controllo di Ciampino: «870 identifichi… Arriva… Ok, è sotto radar, vediamo che sta andando verso Grosseto, che prua ha? La 870 è perfettamente allineata sulla radiale di Firenze, abbiamo 153 in prua. Ci dobbiamo ricredere sulla funzionalità del VOR di Firenze… Sì, in effetti non è che vada molto bene… Allora ha ragione il collega… Sì, sì pienamente… Ci dica cosa dobbiamo fare… Adesso vedo che sta rientrando, quindi, praticamente, diciamo che è allineato, mantenga questa prua… Noi non ci siamo mossi, eh?».

20:40. L’aereo giunge all’altezza di Roma, è spostato leggermente a est sull’incrocio tra le aerovie Ambra 14 e Green 23. Per le carte militari aeronautiche il punto si chiama Puma. Vira a destra, abbandona Ambra 14 e taglia verso il mare, sorvola Pratica di Mare ed è sopra la lunga distesa di acqua: «È la 870, buonasera Roma… Buonasera 870, mantenga 290 e richiamerà 13 Alpha… Sì, senta, neanche Ponza funziona?… Prego?… Abbiamo trovato un cimitero stasera, venendo da Firenze in poi, praticamente non ne abbiamo trovata una funzionante… E sì, in effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza, lei quanto ha in prua ora?… Manteniamo 195… 195, sì, va bene, mantenga 195, andrà un po’ più giù di Ponza, di qualche miglio… Bene, grazie… E comunque 195 potrà mantenerlo, io penso, ancora un 20 miglia, non di più, perché c’è molto vento da ovest, al suo livello dovrebbe essere di circa 100-120 nodi l’intensità… E sì, in effetti sì, abbiamo fatto qualche calcolo, dovrebbe essere qualcosa del genere… Ecco, non lo so, se vuole continuare ancora con questa prua, altrimenti accosti a destra anche un 15-20 gradi… Ok, mettiamo per 210».

20:46. Il DC9 a questo punto chiede di scendere di livello a 25.000 piedi. Ottiene l’autorizzazione: «È la 870, è possibile avere 250 di livello?… Sì, affermativo, può scendere anche adesso… Grazie, lasciamo 290».

20:50. Il DC9 è sull’isola di Ponza, la sorvola e imbocca Ambra 13 che va giù fino a Tripoli, in Libia, passando per Palermo Punta Raisi dove l’aereo è atteso per le 21:13. Roma Radar vede l’aereo passare leggermente spostato a ovest dell’isola e chiede al pilota di richiamare su Ambra 13 Alfa, 80 chilometri più a sud di Ponza.

20:57. Il pilota del DC9 esegue, richiama dal punto Alfa dove termina il servizio e la copertura del centro di controllo di Roma. È l’ultima comunicazione del DC9 con Ciampino: «115 miglia per Papa Alpha… per Papa Romeo Sierra, scusate, mantiene 250… Ricevuto, IH870, e può darci uno stimato di Raisi?… Sì, Raisi lo stimiamo intorno ai 13… 870, ricevuto, autorizzati a Raisi Vor, nessun ritardo è previsto, ci richiami per la discesa… A Raisi nessun ritardo, chiameremo per la discesa, 870… Corretto».

20:58. Il volo IH870 si trova a metà circa tra Ponza e Ustica. Il pilota chiama la torre di controllo di Palermo Punta Raisi: «Calma di vento, temperatura 23, autorizzati ai 15, altimetro 1013… Molto bene».

20:58. Le grandi parabole della difesa aerea seguono l’aereo. Il DC9 è nulla di più di un puntino che si muove in mezzo ad altre tracce tutte ancora da decifrare, altri aerei, un traffico fuori dal comune. Al sito di Marsala, un sottufficiale sta proprio davanti allo schermo, segue tutti i punti che si spostano in lungo e in largo del Tirreno. Per il DC9 Itavia IH870 è già pronto un codice di identificazione della rete militare, AJ421: «Sta’ a vedere che quello dietro mette la freccia e sorpassa… quello ha fatto un salto da canguro».

20.59. Punto Condor. Prima una barzelletta e una risata. Alla fine quella del comandante del DC9 Domenico Gatti sarà l’ultima parola ingoiata di traverso. Forse vede qualcosa di inverosimile, lo stupore, la lingua piegata sul palato, neanche una frase, le mani che non rispondono, nemmeno il cervello, la radio proprio non riesce ad attivarla. La paralisi. Una frazione di secondo. Un attimo: «Gua…».

Poco dopo le 21. «Itavia 870, Do you read?» Terminano così le chiamate verso il DC9, nel giorno in cui la nostra coscienza nazionale è sprofondata negli abissi del mar Tirreno.

A distanza di trent’anni si conoscono molti retroscena dell’abbattimento del DC9 IH870 dell’Itavia. Una verità racchiusa in cinquemila pagine nella sentenza ordinanza del giudice romano Rosario Priore. Nessun cedimento strutturale, nessun incidente aereo, nessuna bomba scoppiata a bordo.

L’indagine accerta invece la presenza di velivoli militari italiani, francesi e americani, con il transponder spento, tutti impegnati in un’esercitazione militare lungo le autostrada del cielo percorse dal DC9. Si andrà avanti fino al processo.

Diciannove anni di accertamenti; quattro anni di istruttoria; due milioni di atti giudiziari, perizie e controperizie. I giudici assolvono i generali Zeno Tascio e Corrado Melillo, prescrivono il reato di alto tradimento per i generali Franco Ferri e Lamberto Bartolucci.

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